“You don’t feel so weak about being such a freak or alone…”

Franz Ferdinand – You could have it so much better

(Sedicente recensione)

 

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Questa pseudo-recensione è, come tale, forse inutile: sono già passati oltre due mesi infatti da quando è uscito il disco in questione, l’opera seconda degli scozzesi Franz Ferdinand (che segue il fortunato e acclamato debut-album omonimo, di inizio 2004). Inoltre, pur essendo pubblicato dalla indipendente Domino, il quartetto di Glasgow ha ormai “svoltato” da tempo, grazie al successo ottenuto dai singoli-tormentone che hanno permesso all’album d’esordio di vendere oltre 3 milioni di copie: “Take Me Out” e “Matinée” sono riusciti a farsi canticchiare perfino nel musicalmente stantio Belpaese; e anche le nostre discoteche rock meno arretrate non hanno mancato di far ballare al ritmo di “Michael” e “This Fire” (ai più scatenati consiglio caldamente di recuperare in qualche modo “This FFFire”, che di quest’ultima è la versione edit, insomma quella del video: più veloce e divertente rispetto a quella che si trova sull’album). L’arrivo del seguito a così breve distanza ha quindi fruito di grande copertura pubblicitaria e giornalistica, e chi era interessato a recensioni ne ha già potute leggere sui media musicali più disparati, dal quotidiano alla rivista patinata giovanilistica, dai siti più visitati fino alle web-zine più indie-snob.

Per questo ammettevo fin dall’inizio di sentirmi fuori tempo massimo a parlare di questo ”You could have it so much better”: ma il fatto che i FF siano in arrivo in Italia questa settimana per tre date (17 Milano, 18 Firenze, 19 Bologna) me ne fornisce la scusa. C’è poi anche un secondo motivo per cui parlare di quest’album, ma lo scoprirete solo vivendo (fino alla fine di questo post).

 

Cominciamo da un freddo confronto col primo album: la durata aumenta da 38 a 41 minuti; le tracce salgono da 11 a 13. Quindi effettivamente l’offerta aumenta. Ma l’ironica auto-promozione contenuta nel titolo si rivela fondata soprattutto qualitativamente. Se già FF era un disco compatto, senza canzoni a far da mero riempitivo e con pochi cali di tensione, questo YCHISMB riesce a mantenere la stessa caratteristica, risultando anche però piacevolmente più vario. Non solo party-music, ma anche gradevoli e curate pop-songs.

Le canzoni tirate, che restano comunque in maggioranza, non si allontanano troppo dal suono che è ormai il loro marchio di fabbrica: un art-rock intelligente e ballabile, con melodie piacevolmente appiccicose e riff trascinanti; canzoni semplici da ascoltare ma dalla struttura mai banale, con frequenti cambi di tempo spiazzanti. Insomma, quel loro tipico mix, creato prendendo spunti un po’ ovunque (Talking Heads e Beatles, new wave e brit-pop 90’s), che fin dalla prima volta in cui mi capitò di ascoltare “Take Me Out” mi fece sobbalzare. Erano già arrivati al successo gruppi come Strokes, Hives e Libertines (aprendo così le porte al revival di un certo rock’n’roll scazzone e danzereccio, e favorendo l’avvento di pletore di “nuovi gruppi dell’anno secondo il New Musical Express”): tutti bravini per carità. Ma qui (a mio modesto parere) c’era più qualità, più originalità, più varietà. Già allora “potevi avere di meglio” coi Franz Ferdinand.

 

L’apertura di “The Fallen” è già spettacolare e coinvolgente: un vortice emozionale che sembra non finire più, con tanto di la-la-la in pieno stile Blur a metà strada: eppure arrivato alla fine la riascolteresti daccapo. Ma non c’è tempo: a seguire parte “Do You Want To”, il primo singolo. Proprio quello che era mancato ai FF finora: la canzone super-pacchiana per grandi e piccini, da ballare col trenino o saltellare muovendo le mani in alto. Un perfetto “riempipista”, come direbbe un Albertino d’annata. Potrebbe essere per i FF quello che per i Dandy Warhols  è stata “Bohemian Like You” (o per i Blur “Song 2”), ampliando indiscriminatamente il loro pubblico (aiuto: è stata già usata per un balletto di Amici!!) : speriamo però che almeno la Vodafone ci risparmi dall’appropriarsene e si tenga i Rolling Stones per il suo “ciuccioinciornoaccé”.

Si prosegue con la breve e non eccelsa “This Boy”, che ricorda alcuni episodi sempliciotti dell’esordio. Poi il secondo singolo, “Walk Away”, il primo “lento” che troviamo: un bel pezzo malinconico, con un giro di chitarra forse non originalissimo (il sound evoca qualcosa dei Pixies, ma mi ricorda pure un po’ Come As You Are…si può dire senza rischiare la lapidazione?), ma ci si commuove quasi…questo prima di sentire il finale parlato, un delirante non-sense alla Morrissey (“Stalin smiles, Hitler laugh, Churchill claps, Mao Tze Tung on the back”).

Evil And A Heathen” è un altro pezzo tiratissimo di 2 minuti, ma stavolta ben riuscito. Di livello appena inferiore la successiva “You’re The Reason I’m Living”, che ci porta al gioiellino acustico “Eleanor Put Your Boots On”: Alex Kapranos & soci stanno imparando l’arte di scrivere canzoni pop di qualità, il piano e gli archi appaiono e si ritraggono al momento giusto e ti sembra di essere anche tu lì, d’estate, a correre felice al lunapark. E quando la persona amata atterrerà dalla giostra tu sarai lì ad aspettarla.

Da qui in poi si va avanti senza un attimo di respiro. “Well That Was Easy” ci sorprende ancora coi cambi di tempo; ci sorprende meno il testo (la solita disperata cotta adolescenziale), ma il condimento di na-na-na-na e falsetti schifosamente brit la fa promuovere senz’altro. “What You Meant” è un mid-tempo allegro ma non originalissimo (per gli standard dei FF). Meglio la successiva “I’m Your Villain“, che procede a tratti sonnacchiosa per poi schiaffeggiarti a tradimento. Si prosegue con la title-track “You Could Have It So Much Better”: per 2’40” è un delirio di coretti e chitarre, per il pezzo senz’altro migliore tra quelli più veloci.

E dopo tanto casino, si rifiata con “Fade Together”, il terzo “esperimento” del disco: dopo vari ascolti non ho ancora deciso se questa delicata ballata acustica (testo semplice ma azzeccato; melodia sinceramente un po’ soporifera) è la pausa che ci voleva oppure mi annoia e basta (dev’essere una mania comune ai gruppi pop-danzerecci, questa di mettere in fondo al disco dei tentativi -mal riusciti- di mostrare che sanno scrivere anche i lentoni: vedi anche l’ultima disastrosa traccia degli album di Killers e Rapture).

Doppio finale, però. Infatti ci aspetta ancora il perfetto giro funk della conclusiva “Outsiders”: intro lunghissima, pezzo intenso che cresce ascolto dopo ascolto, assolo da brividi. Degna conclusione di un gran bel disco: pop-rock per divertirsi, senza troppe pretese. Se cercate sentimenti o introspezione, rivolgetevi altrove.

E per ora sui FF, in attesa di scoprirli dal vivo, non aggiungo altro: accattatevìlli in qualche modo, come sembra suggerire a gran voce la signorina (suggestiva l’iconografia sovietica) che campeggia sulla copertina.

 

Nota a margine: era ovviamente da questa “Outsiders” che prende il nome ‘sto posto. Ché i vincenti, i fighi, ma anche i troppo seriosi, stanno da altre parti.

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