A sudden sense of liberty

Decidere all’ultimo momento, dopo una giornata pessima sotto vari profili, che non è proprio il caso di passare la serata a far la muffa in casa. Soprattutto se in quel localino dove mettono spesso la musica che preferisci è in programma una simpatica serata cover band + djset (simpatico in particolare l’ingresso a babbomorto, hai già la tessera), e i tuoi amici sono lì.
 
Lasciarsi alle spalle tutto lo stress e uscire: colonna sonora in auto, Crocodiles, l’esordio (‘80) di Echo And The Bunnymen. Complimentarsi con se stesso per la scelta, gran bel disco di newwave sanguigna e sognante (qualcosa in comune con gli U2 degli esordi, ma meno epici e più psichedelici).
 
Arrivare al locale e fiondarsi dentro. Scoprire che prossimamente è in programma una serata Smithsiana. Segnarsi mentalmente la data e pensare subito a quelle due-tre persone da avvertire prima possibile, perché le vorrai assolutamente lì con te quella sera.
Ascoltare il tributo ai Giurèn Giurèn: musicisti discreti, cantante che (oltre a non avere il fisìque du role per interpretare Simon Le Bon: ripassa quando sarai più sfatto) si difende sui pezzi ritmati ma piazza qualche intollerabile steccone sui lenti. Perdonarlo, pensando che in fondo anche Le Bon, quello vero, chissà quante stecche si concede in concerto – facendosi pagare per giunta. Poi, smettere di pensare: stai già ballando su Rio e Planet Earth.
 
Prendere da bere tra la fine del concerto e l’inizio del dj set di Andy dei Bluvertigo. Ricordare quanto era stata divertente l’altra volta che avevi ballato, nello stesso posto, sui dischi selezionati da questo Artista Completo: electro, funky, newwave e pop 80’s ma soprattutto tanto buon techno-pop come Dio comanda, senza più alcuna vergogna.
Gioire del fatto che l’ Artista Completo (polistrumentista, dj, produttore, videomaker, pittore, molto probabilmente anche parrucchiere di se stesso…) anche stasera è in ottima forma; rendersi conto che alla prima canzone suonata (Only dei Nine Inch Nails), complici un po’ l’entusiasmo per la scelta, un po’ l’effetto subitaneo del tuo maledetto Black Russian, sei già completamente  sciolto.
Scambiarsi col tuo amico, vecchio animale da dancefloor come te, gridolini divertiti al secondo pezzo, che è I’m Not Scared degli Eight Wonder, tanto per capirsi. A seguire, ballare sequenze micidiali di Human League, Yazoo, Heaven 17, Pet Shop Boys, Depeche, Goldfrapp, Deee-Lite, Bowie, Blondie, Spandau, INXS e così via. Guardare soddisfatto quegli altri due amici che non hai visto MAI ballare, ma stavolta si lasciano trascinare.
Salutare con piacere quel vecchio amico con cui hai perso i contatti nonostante la tua stima e affetto verso di lui (lo rivedi abbastanza spesso, a concerti e serate danzanti: evidentemente avete gusti musicali in comune).
Dispiacersi per il livello di superficialità a cui restano o si riducono certi rapporti, pensando che in parte (ma non solo) è colpa tua e di quelle stupide barriere che metti.
Dispiacersi ulteriormente perché non puoi chiedere al vecchio amico se quel ragazzo carino che balla nel suo gruppo è libero e del tuo “partito”.
Perdere completamente il controllo su True Faith. Con quella canzone ti succede sempre così, ti senti così straordinario. Nel delirio alcolico-danzereccio, teorizzare nella tua mente che per serate come questa, per momenti come questo, per quell’improvviso senso di libertà, forse vale la pena di sopportare tutto il resto.
Attaccare bottone a tarda serata (a freni inibitori ormai allentati dalla stanchezza e dalla musica trascinante), con una scusa idiota ma che permette di non compromettersi. Ricevere risposta laconica e poco incoraggiante. Ritirarsi con dignità. Constatare che, al solito, ad altre persone nel locale è andata meglio.
Fare quasi chiusura, come sempre.
 
Rincasare stremato, sempre accompagnato dalle melodie insieme dolci e sferzanti di Eco & Gli Uomini-Coniglietto.
Fissare su uno schermo, ancora con addosso l’eccitazione per la serata trascorsa, la bozza di questo post.
Ripromettersi di non utilizzare più in futuro per racconti del genere il metodo di accostare tante frasi col verbo all’infinito: va bene che non sei bravo a scrivere, ma questo è davvero un espediente troppo facile; inoltre temi seriamente di aver combinato dei disastri con le concordanze.
Darsi la buonanotte, un po’ più sereno.
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5 Responses to A sudden sense of liberty

  1. Disorder79 says:

    @Anonimo (liquido?il blogger?): trattasi di rockoteca del fiorentino non troppo nota. La serata in questione comunque era “una tantum”, generalmente la musica è più sul rock generico o sul dark/newwave (che da queste parti va molto).
    PS. a scanso equivoci, casomai non si intuisse dal testo, preciso che NON è un locale “di un certo tipo”.

  2. utente anonimo says:

    Si in effetti lo stile di questo post col verbo all’infinito faceva molto Carrie in “Sex and the City”. E poi…… “vecchio” animale da dancefloor a chi?!!!! ;-D

    ILLEGALY BLONDE

  3. guppie says:

    Bella seratina. Mi sarebbe piaciuto parteciparci!

  4. Disorder79 says:

    @IllegallyBlonde (adoro sempre di più questo nick): sì, ma per imitare Carrie del tutto avrei dovuto usare locuzioni come “non ho potuto fare a meno di”, e terminare i paragrafi con Grandi Domande Esistenziali.

    @Guppie: beh consòlati, credo comunque che tu abbia a disposizione più alternative di me :)

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