La cover della sigla di Streghe (HJF report)

Heineken Jammin’ Festival, il ritorno (mio).

La prima volta era stata due anni fa, per PJ Harvey + Pixies + Ben Harper + Cure. Ed era stata giornata campale.

Se non posso dire lo stesso di ieri, nonostante l’emozione per la prima volta con i Depeche e soprattutto per aver provato l’esperienza di Mr.Steven Patrick dal vivo, è per due motivi.


Del primo (la sciagurata collocazione di Morrissey prima dei Negramaro) ne ero già consapevole, anche se scontrarsi con la dura realtà è sempre difficile.

E’ il secondo inconveniente che ha mandato noi e molta altra gente su tutte le furie: ai due settori più vicini, come l’altra volta recintati da transenne e con ingressi controllati a evitare resse, l’accesso era riservato ai possessori di braccialetti-pass che erano stati distribuiti ai primi arrivati, ad esaurimento. Essendo arrivati al palco poco verso le 17, non eravamo tra i fortunati.

Ci spiegano che è una misura adottata ovunque (ma dove? scusate se non sono un habituè dei mega concerti negli stadi) per favorire chi arriva prima e ascolta più concerti. La cosa potrebbe anche avere una sua logica, all’interno di un festival. Quello che non accetto è che, a fronte di un biglietto "Posto Unico" pagato come tutti gli altri, di questa politica sugli accessi non era stata data alcuna informazione: nè sul biglietto, nè sul sito della manifestazione. Una vera e propria truffa: l’HJF si merita il decadimento e il misero bilancio di presenze di quest’anno.

E attenzione, non stavo parlando delle prime 10 file per irriducibili sotto il palco: chi era senza il magico braccialetto doveva stare davvero lontano. Anche durante il concerto di Morrissey, quando i primi due settori erano semi-deserti perchè la maggior parte degli stronzi braccialettati erano a strafogarsi di birra e piadine, per fare poi il loro trionfale ingresso per l’unico concerto che gli interessava: l’ultimo.

Ovviamente, alla vista di tale vuoto in area "vip", c’è stata sollevazione popolare e all’inizio del concerto di Morrissey un po’ di persone tra cui noi sono state fatte passare almeno nel secondo settore (dove siamo poi rimasti fino alla fine).

– – –


Morrissey



Con queste premesse, quando Morrissey si è presentato, elegantissimo in completo Dylan Dog camicia rossa + giacca scura, preceduto dalla band (i "Tormentors", come si leggeva sull’enorme gong) che vestiva magliette rosse di Playboy, dovevo ancora smaltire la delusione. Delusione per l’enorme distanza che mi separava dall’autore dei testi che più mi hanno fatto soffrire e gioire e sentire me stesso. E – perchè no? – delusione per l’impossibilità di condividere quelle sensazioni con gli altri pazzi (e pazze) vicino al palco. Tra me e loro, nell’ordine: 1) gente a sedere che aspettava i Negramaro mangiando (non si mangia su Morrisey!) o prendendo il sole; 2) metri e metri di asfalto vuoto; 3) quelli accanto a me, per la maggior parte anch’essi fermi, indifferenti e in attesa di sonorità più radio-oriented.



No, dovevo farcela a liberarmi di questi pensieri. E ce l’ho fatta ad estraniarmi da tutto questo, al prezzo di non segnarmi nemmeno la scaletta come sono solito fare (l’ho poi recuperata da qui) e di fregarmene del tutto di agitarmi da solo.

C’ero io e c’era un concerto che iniziava con Panic degli Smiths. Hang The Djs, un ritornello una filosofia di vita, per la prima volta dal vivo. Adrenalina già alta – non sarebbe più scesa.

Gli altri ripescaggi smithsiani sono Girlfriend In A Coma (in un delirio generale – ma parlo sempre delle prime file) e nel finale How Soon Is Now? – per pudore è meglio che non scriva niente su quello che ho provato.

Gli altri momenti per me più intensi sono stati su Let Me Kiss You, Life Is A Pigsty e la conclusiva Irish Blood, English Heart, che così breve e tirata alla fine dei 50 minuti di concerto mi ha lasciato ancor più una sensazione di coitus interruptus.



7 sono stati i brani da Ringleader, 3 da You Are The Quarry: niente dal suo precedente repertorio solista, peccato.

Ottima l’esecuzione: sia la forma vocale del Moz (di buon umore, tra l’altro) che l’accompagnamento della band.


Soprattutto sui pezzi nuovi (potentissima I Will See You In Far-Off Places chiusa da due rintocchi di gong), per forza di cose meno "vissuti", mi godo le favolose, indescrivibili espressioni e moine di Morrissey.

A un certo punto sparisce dietro il palco. Sentenzio subito: "Scommetto che è il momento del cambio d’abito: figuriamoci se ne fa a meno!". Due secondi dopo, la conferma che sono stato buon profeta: la camicia rossa in cui si era formata quell’antiestetica chiazza di sudore – così poco adatta a una vera signora – è stata sostituita da una di colore nero, che è elegante e oltretutto, si sa, sfina sempre.



C’è stato poi un momento in cui all’HJF si è sfiorato l’omicidio.

Ragazza Dietro A Me, facendomi toc-toc mentre ballavo e cantavo scatenato: "Scusa, come si chiama?"

Io, scocciato ma simulando indifferenza: "Morrissey".

Rompiballe Ignorante: "Sì, ma il cantante?"

Io (urlando inferocito): "MORRISSEY!"

Rompiballe Offesa: "Ah, vabbè, ma calma però…"






Scaletta:



Panic

First Of The Gang To Die

The Youngest Was The Most Loved

In The Future When All’s Well

To Me You Are A Work Of Art

Girlfriend In A Coma

Let Me Kiss You

You Have Killed Me

Life Is A Pigsty

I Will See You In Far-Off Places

I Just Want To See The Boy Happy

How Soon Is Now?

Irish Blood, English Heart





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Negramaro



Sui Merdamaro che dire.

Che hanno eseguito, oltre a un inedito, quasi tutto il loro fortunato, ben prodotto, non originalissimo album: dalla cover dei Coldplay (Nella Mia Stanza) a quella dei Keane (Estate), dalla cover dei Muse (Mentre Tutto Scorre) a quella dei Killers (Nuvole E Lenzuola) fino all’unica cover dichiarata, L’Immensità di Don Backy – rifatta in stile Ava Adore.



Che Giuliano Sangiorgi ha cantato Solo 3 Min in spagnolo, perchè la Caselli li vuole lanciare anche sul mercato latino-americano (Pausini You’ll never be).



Che il suddetto cicciobombo dei Negramaro ha certamente voce ma potrebbe evitare: 1) le insopportabili pose di scuola TRL; 2) gli incitamenti demagogici et pericolosi se preso in parola ("Scaglia la pietra Imolaaaa!!!
"); 3) le forzature di ugola anche su canzoni lente: l’impianto di amplificazione è potente, che bisogno c’è di forzare anche sui pezzi più intimisti?



Che il nuovo soprannome con cui chiamerò da oggi il suddetto frontman, visto il look pseudo dark’n’roll (la fascetta nera a coprire mezzo braccio, stile guanto bucato: ma perchè?) e l’abitudine a forzare vocalmente di cui sopra, è Dolcenero.



Che comunque sono stato anche troppo buono perchè i Negramaro dopo Morrissey, per quanto mi proponga di essere indulgente, vanno massacrati a prescindere. E poi sono stati anche al concerto di Natale del Papa, il che resta peccato mortale senza prescrizione.



Che la Rompiballe di cui al paragrafo sopra, poco edotta su Smiths & dintorni, si è invece rivelata una carampana impazzita di Sangiorgi. E il cerchio si chiude.





– – –





Depeche Mode



Dave Gahan e soci hanno concluso la prima giornata di un festival dal cast povero e male assortito, che ha visto la maggior parte degli spettatori arrivare soltanto per il loro concerto (chi è interessato ai Negramaro li può vedere OVUNQUE quando vuole e molti fans di Morrissey hanno disertato a causa della sua collocazione, preferendo aspettare le date del suo tour).

Quando sono arrivato non c’era nessuno: due anni fa ero riuscito ad arrivare al palco dopo un’ora di code ai vari sbarramenti (ah, mi ero scordato di parlare dei giovani Hard-Fi, l’unico altro gruppo della giornata di cui ho sentito un pezzo di concerto: un trascurabile mix tra l’NME-sound e gli ultimi Stones).


E già che ci sono sparo le ultime bordate contro l’HJF: i maxischermi erano molto più piccoli di quanto non ricordassi, davvero al risparmio; i videomessaggi cretini proiettati tra un concerto e l’altro erano insopportabili, anche se danno bene l’idea dell’Italia dei maxi-concerti. E’ un susseguirsi di "Viva la figa", "Un saluto a tutti quelli che mi conoscono", "Ciao raga siamo i migliori viva il festival e qualcuna me la dia che non ce la fo più". E questo sarebbe pure il pubblico di un concerto rock, figuriamoci il resto dei giovani italiani. Ve lo meritate Berlusconi, ve lo meritereste a vita. (Il mio snobismo musicale è uscito da questa trasferta decuplicato)



Ma veniamo ai Depeche Mode.
Lo spettacolo di luci è bellissimo, così come il palco, con tre simil-navicelle spaziali. Ma non sono le postazioni dei tre Depeche. Una resta vuota, dietro un’altra si posiziona Fletcher, dietro la terza uno dei turnisti (l’altro è il batterista), una specie di clone di Christian che dovrebbe suonare le tastiere.


Martin Gore, alla chitarra, è il vero deus ex machina del gruppo. Non per le ragazzine urlanti, è chiaro, loro sono tutte per Gahan (a "Reach Out And Touch Dave" il premio per il peggior striscione). Gore arriva sul palco con una specie di parrucca-extension-copricapo (da lontano non si capisce bene) nero, a metà tra Bowie e Spagna d’annata. Dopo qualche canzone se ne libera. I suoi momenti saranno memorabili.



Andy Fletcher è secondo me il più furbo di tutti. Unico altro superstite della formazione insieme alla coppia di primedonne in eterna tensione fra loro, non si capisce bene quale sia il suo contributo al gruppo, sia in fase creativa che dal vivo. Per qual che si vede, potrebbe benissimo non scrivere nè produrre nè suonare niente. Però sorride molto bene. Questo vuol dire godersela.



Dave Gahan, e su questo non mi facevo davvero illusioni, non è certo un fenomeno vocale dal vivo. Forse non lo è mai stato, anni di droghe ed eccessi hanno fatto il resto. La presenza scenica c’è tutta, naturalmente, il ragazzo dà spettacolo.
Però, osservazione personale, tutti quei tatuaggi, il corpetto che presto se ne va per fare ammirare al meglio i suddetti tatuaggi, gli ancheggiamenti eccessivi, tutto ciò a volte sfora nel camp. E Dave Gahan comincia ad assomigliare al meno commercialmente quotato e altrettanto trasgressivo Marc Almond.




L’inizio è, come da copione (sì, non avevo resistito a sbirciare online sulle scalette delle date precedenti), per la nuova e fragorosa A Pain That I’m Used To, un po’ troppo tamarra ma adattissima per aprire uno show. Gahan canta la strofa, il ritornello è TUTTO, SEMPRE per il pubblico.

Lo stesso accadrà altre volte putroppo, come nella successiva A Question Of Time. La riserva di voce è evidentemente poca e su Precious si tocca il fondo: stavolta Dave la canta tutta e io mi sento malissimo (cit.), una stecca dopo l’altra.

Meglio l’intensa Walking In My Shoes (da qui in poi è greatest hits del loro sterminato repertorio di singoli-killer) e Stripped, che ci portano alla ribalta di Martin Gore con la splendida Home (parzialmente rovinata dal coro un po’sguaiato del pubblico).

Segue In Your Room. Accidenti, questa sequenza di 4 canzoni è stata da brividi.


Poi arriva l’unica altra canzone dall’album nuovo, la coinvolgente e convincente John The Revelator. Gahan è in netta ripresa ormai, la canta integralmente e bene (facilitato dai toni molto bassi del pezzo).

Dopo l’altro inno da stadio I Feel You, è il turno della perfetta dance-track Behind The Wheel: le gambe cominciano a muoversi, nonostante la stanchezza accumulata.

Su World In My Eyes Dave Gahan esagera davvero troppo con le sue movenze sensuali (già ci aveva più volte deliziato con auto-palpate di pacco): si mette vicino al bordo palco e, petto nudo e pantaloni aderenti, comincia a fare *quel* gesto dando "colpi secchi" all’aria (spero si sia capito, per scritto non posso mimarlo). L’effetto "Mangoni al concerto di Elio" è servito.


Personal Jesus e Enjoy The Silence sono ormai due canzoni sputtanatissime, la prima dai remix techno, la seconda dai vari rifacimenti e cover. Il risultato è che l’INTERO pubblico si sente in dovere di cantarle, anche senza conoscere il testo nè avere una vaga idea delle note. Un peccato soprattutto per la seconda, che di per sè sarebbe una di quelle canzoni che non stanca mai.



E’ l’inizio del bis che regala la vera sorpresa: Martin Gore si presenta da solo intona una bellissima versione "scarnificata" e acustica di Shake The Disease (versione in studio cantata da Gahan), non certo uno dei loro singoli più noti.
Poi Gahan annuncia "la prima canzone che abbiamo inciso" e arriva Photographic: il ballo di San Vito si impossessa di me.


La chiusura è per Never Let Me Down Again. E che altro dire.



Insomma, non tutti i brani rendono ottimamente, Gahan non se la passa proprio bene, il gruppo è ormai più mainstream del mainstream. Ma i Depeche Mode una volta nella vita vanno visti. E vale la pena.





Scaletta:



A Pain That I’m Used To
A Question Of Time
Suffer Well
Precious
Walking In My Shoes
Stripped
Home
In Your Room
John The Revelator
I Feel You
Behind The Wheel
World In My Eyes
Personal Jesus
Enjoy The Silence

Shake The Disease
Photographic
Never Let Me Down Again

– – –

Il DopoFestival


1) Davanti a uno dei tanti rivenditori di merchandising rigorosamente falso, dibattiti di sociologia applicata alle magliette dei gruppi.
Mi si nota di più/di meno se vado a giro con una maglietta di Morrissey o con una dei Depeche Mode?
E’ meglio indossare la più ordinaria maglia dei Depeche, perchè tanto solo noi sappiamo davvero cosa ci lega a loro e quanto li conosciamo, o dare pubblica esibizione del nome di Morrissey, sconosciuto ai più?
Non è meglio tenere nascoste, per pudore, certe preferenze musicali (I Won’t Share You)?
Quali sono le t-shirt che coniugano meglio testimonianza musicale e umiltè nel portare sui vestiti certi nomi?

2) Bologna, in cui grazie alle coincidenze notturne delle beneamate Ferrovie Dello Stato siamo costretti a passare un paio d’ore nel cuore della notte, è sempre affascinante, viva 24h/24 e in certe sue parti un po’ misteriosa. La devo smettere di andarci soltanto di passaggio e per poche ore.
Merita molto di più.

3) La frase storica venuta fuori (non da me) dopo ore di dibattito musicale ininterrotto:

"Dave Gahan è come Piero Pelù.

L’unica differenza tra loro è che Gahan ha incontrato Martin Gore, Pelù ha incontrato Ghigo Renzulli"

——-


UPDATE: per un altro interessante resoconto su Imola da miglior posizione, con riflessioni sociologiche che approvo e considerazioni anche sui gruppi che mi sono perso, fate un salto qui.

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15 Responses to La cover della sigla di Streghe (HJF report)

  1. Ghillo says:

    questa recensione e’ semplicemente meravigliosa, quasi quanto il soprannome dolcenero.
    Morrissey prima dei negramaro e’ scandaloso..

  2. Disorder79 says:

    Grazie. Purtroppo anche i grandi eventi rock IN ITALIA (a cui non so se parteciperò mai più…quelli molto “grandi”, intendo) soggiacciono alle leggi del mercato. E le vendite tra Morrissey e Negramaro parlano chiaro. Per questo ho premesso che sulla cosa ero già consapevole e rassegnato.

  3. appleg says:

    bella recensione, ho letto quasi tutto…domani leggo la parte dei depeche…e pensare che qualche tempo fa avrei cantato anche io NUVOLE E LENZUUUUOOOOLLAAAAA …molte volte i gruppetti come i negroamaro ci scadono proprio perchè “arriva il successo” e le scelte sbagliate…perchè loro magari un pò di talento (magari?) lo hanno. ma parliamo di morrissey…mi hai fatto venire una voglia di ascoltarlo! bellissima la parte in cui gridi alla ragazza poco furba il nome del cantante…”ma il cantante?”
    mi suggerisci un album di M da ascoltare?
    grazie ancora per la recensione!
    gx

  4. simbax says:

    A me i Negroamaro piacciono, secondo me c’è di peggio. Sicuramente è vero che si ispirano molto ai Cold play, killer, Keane( che mi piacciono molto)

  5. utente anonimo says:

    dai, vieni a bologna. c’è questo
    http://www.emiliaromagnapride.it/

  6. Disorder79 says:

    @simbax: chiariamo. L’album dei Negramaro l’ho ascoltato molto a suo tempo ed è secondo me un bel disco pop, ci sono diverse belle canzoni. L’unica pecca è la poca originalità, ma non si sa quanto sia dovuta a loro e quanto alla produzione Rustici-Sugar, che magari ha spinto per arrangiamenti forzatamente “alla moda” (col risultato di essere facilmente fruibile ma troppo simili ad altri).
    Sono stato particolarmente acido a causa della situazione, l’avevo dichiarato :)

    @appleg: periodo Smiths a parte (che vengono prima di tutto), per conoscere meglio Morrissey ti consiglio intanto l’ampia raccolta “Suedehead – The Best of…”, che copre più o meno il meglio della carriera solista (tranne gli ultimi album). E poi magari o l’ultimo o il precedente “You Are The Quarry” (che gli preferisco forse di poco).

    @anonimo: andrò a leggere (romagna pride, romagna in fiore?)

  7. Anche tu all’Heineken Venerdi? Ho pubblicato un post tipo il tuo, ma non citarmi per plagio. Il tuo è piu bello e dettagliato.
    Magari fai un passo se ti va Alex
    PS Sei un po troppo critico pero eh!

  8. kaktus says:

    ahahah, beh, è un piacere sapere di non essere stata l’unica là in mezzo ad averla vissuta così.
    Però dai, che cattivo che sei su Gahan, io pensavo peggio vocalmente, non avendolo mai sentito dal vivo se non nel dvd di One Night in Paris.
    E’ vero anche che davanti si sentiva un po’ di merda, dopo gli Hard Fi (che a questo punto menano pure sfiga) si sono sputtanati i bassi delle casse.
    La storia dei braccialettini me l’aveva detta una mia amica che c’era andata anni fa e già c’erano.
    I Negramaro mi hanno quasi fatto tenerezza quando all’inizio si sono scusati per aver seguito Morrissey in scaletta e preceduto i Depeche Mode, un po’ di umiltà non fa mai male, del resto è stata una scelta così assurda da parte dell’organizzazione, vuol dire che non ci capiscono proprio una mazza di musica, potevano sfiorare il linciaggio.Cecchetto-zombie era là perchè ho scoperto essere il papà dei Finley….forse è meglio se li dà in adozione.
    Mi dispiace per te che ti sei vissuto Morrissey là in fondo, davanti era un ‘altra cosa, ma ti assicuro, solo nelle prime 10 file, poi il vuoto.
    Rincuoriamoci, Morrissey a Villa Arconati (Mi) chiede 35 euro….
    L’unica roba carina dell’HJF è stata la zona refresh con i 6 bottiglioni che erogavano acqua in sospensione e ti riportavano ad una temperatura umana.
    ciao!

  9. Disorder79 says:

    @kaktus: Ma con Dave Gahan sono stato pungente perchè gli voglio bene, eh!
    Non è stato così terribile, come voce (all’inizio non prometteva bene, poi si è ripreso alla grande), il riferimento a Marc Almond è solo un’osservazione divertita (Almond lo adoro), ed è stato emozionante sentire i Depeche.
    Del resto decisi di andare a Imola principalmente per loro: la presenza del mini-set di Morrissey era solo un di più, avrebbe dovuto essere un semplice aperitivo per il SUO concerto di Sesto F.no….poi quest’ultimo è saltato e di questi 50 minuti mi dovrò accontentare, temo.

    PS. sono d’accordo sul sistema dei braccialettini SOLO per le primissime file, per premiare i pazzi (in senso buono) che arrivano la notte prima. Ma non per un’area così vasta. E comunque, che sia tradizione o no, dovrebbe a quel punto star scritto sul biglietto, che altrimenti non può più chiamarsi “Posto Unico”.

  10. utente anonimo says:

    1. Su quella Shake the Disease sarei potuto morire. Invece, la scaletta di Zio Ciuffo consola il mio snobismo festivaliero-morrisseiano. Certo, Panic. Ma niente da tutti i precendenti dischi solisti? Mapperfavore.

    2. Marc Almond odia i DM, ed accusa nella sua autobiografia Dave Gahan di averlo copiato in tutto e per tutto (dai tatuaggi alle movenze sceniche, alle ambientazioni sadomaso dei testi – scritti da Gore, lo so, ma vabbè). Quindi, se vuoi, ti passo il suo numero di telefono ed andate a cena insieme ;)
    A.30mo

  11. Disorder79 says:

    Adoro queste autobiografie acide di popstars in declino :)

  12. kaktus says:

    Ah, Marc Almond, ci sarebbe stato proprio bene il 16 al posto dei Negramaro (caspita è passata quasi una settimana ma non riesco a togliermi dal cervello l’esibizione di Morrissey, aiuto!).

  13. Disorder79 says:

    Beh sì: avrebbero potuto chiamare un qualsiasi gruppo anni ’80 (o di sonorità affine) e ne sarebbe uscito un bel cast, molto più omogeneo (magari spostando i Goldfrapp quartultimi ed eliminando i Cecchetto-boys…).

  14. utente anonimo says:

    finalmente qualcun altro che si accorge che “nuvole e lenzuola” è un vergognoso plagio (venuto peggio dell’originale…) di “somebody told me” dei killers…

  15. Disorder79 says:

    Precisamente Sig.Anonimo, mi riferivo a quella canzone. Non sono le stesse note, ma la struttura musicale e l’arrangiamento si assomigliano in modo più che sospetto.

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