I Love You But I’ve Chosen Interpol

Avrei dovuto scrivere qualcosa su Fear Is On Our Side, l’album d’esordio degli I Love You But I’ve Chosen Darkness (che è uscito a inizio 2006 ed è da qualche mese uno dei dischi che ascolto di più) qualche settimana fa, in occasione di quell’inizio di giugno così grottescamente invernale.

Invece lo faccio adesso, quando già si boccheggia dall’afa, sebbene non si tratti esattamente di un disco estivo.
Chi se ne importa. Le atmosfere evocate dal quintetto texano, se si sentono dentro, non sono certo attenuate da sole e caldo.

"Ti piaceranno per forza", aveva sentenziato l’amico che me li ha fatti conoscere. Aveva ragione.



Per capire dove andiamo a parare, rimando intanto a qualche recensione più seria trovata online (una, due, tre).
I nomi – e numi – citati qui e altrove sono molti.
Tra gli altri, The Cure e Bauhaus, Joy Division e New Order, Echo And The Bunnymen e i primi U2, The Psychedelic Furs e Modern English, Wire e The Sound.


Leggendo questa lista, viene ovviamente da pensare all’ennesima NME-band che cavalca il revival della new wave con poca fantasia.

Elementi new wave, del resto, sono
ormai presenti in gran parte dei gruppi emergenti di questi anni, sia a livello internazionale che tra chi si accinge a far musica in Italia. Me ne lamentavo proprio qualche sera fa, ascoltando dal vivo l’ennesima band pischella che scopiazzava il sound del gruppo di Ian Curtis (con risultati che mettevano voglia di seguire le sue orme e attaccarsi a una corda).
Dieci anni fa, da queste parti era tutto grunge.




Con gli I Love You But I’ve Chosen Darkness siamo però di fronte a un’operazione filologica di notevole livello. Quasi nessuna delle canzoni di Fear Is On Our Side può essere etichettata come la fotocopia di uno dei gruppi succitati. Spesso tutte quelle influenze si incrociano, tra loro e con altre ancora (lo shoegazer anni ’90, l’emo-indie rock americano attuale).
Di quei mostri sacri i Chosen Darkness recuperano lo spirito, calandolo però all’interno di composizioni complesse, mature e che non stancano all’ascolto ripetuto.




Prendiamo l’apertura del disco con The Ghost: inizio in crescendo, ritmo che si arricchisce sempre di più, assoli al momento giusto, testo giustamente decadente ("I think about how I miss you", ripetuto nel finale come un mantra disperato).



According To Plan è forse la mia preferita. Sarà quel suo forte richiamarsi, nella musica e nel cantato, ai primi New Order: quelli di Movement e Power corruption & Lies, ancora cupi e con la solita sezione ritmica che spacca, ma già con aperture melodiche alla chitarra che sono un vero e proprio brivido di piacere lungo la schiena.



Il terzo pezzo, Lights, richiama moltissimo i quasi conterranei The Killers, in particolare nel timbro di voce e nel modo di cantare di Christian Goyer. Con i suoi cambi di ritmo, è la canzone che Brandon Flowers & soci, decisamente più pop e tamarri, non hanno ancora inciso. [Forse non tutti sanno che i Killers prendono il nome dalla band immaginaria che compare nel video di Crystal dei New Order: e così il cerchio si chiude].



The Owl è un funereo strumentale di due minuti, che sembra uscito direttamente da Seventeen Seconds dei Cure.



La quinta traccia è una truffa. Nel senso che Today non è altro che la riverberatissima intro della altrettanto riverberata We Choose Faces: un unico pezzo, lunghissimo, che cresce poco a poco, anche se forse non emoziona come altri; il cantato non è infatti all’altezza dell’atmosfera creata dagli intrecci chitarristici.



Meglio in questo senso la successiva Last Ride Together, straziante fin dal titolo. Le sue pause e ripartenze scuotono, la voce è più calda del solito, il contrappunto delle chitarre fa il resto.



Si prosegue con At Last Is All, con riff alla Echo And the Bunnymen, azzeccata nelle strofe, nei ritornelli, nel bridge, nei cori ed echi (per l’appunto!), negli assoli. Una canzone che sembra finire e poi riparte per altri 2 minuti. E alla fine ne vorresti ancora.



Long Walk è, strumentali a parte, l’unico pezzo lento del disco. Un momento di tranquillità che ci voleva, anche se purtroppo non si tratta di un brano indimenticabile.



Fear Is On Our Side, la title-track, inizia con effetti di sinth di scuola-Cure che già mandano in sollucchero l’orecchio. Un pezzo dalla struttura poco scontata, che vorrebbe forse essere di passaggio e che però tutto sommato piace, anche grazie a piccoli particolari come le contro-voci sussurranti.



C’è poi un altro strumentale, ("", o Untitled che dir si voglia), che sembra soprattutto una preparazione per la dodicesima e ultima traccia, If It Was Me:  un’ epica chiusura di quasi 7 minuti che parte con un medio-ritmo rassicurante, sorprende con una schitarrata violenta, poi si placa, poi si intensifica di nuovo, a poco a poco…per spegnersi infine lentamente.



Ho già detto di quanto è bella, nella sua semplicità, la copertina di questo disco? Lo faccio ora.


Insomma, il gruppo di Austin è una delle poche cose belle uscite dal Texas negli ultimi anni, insieme a Eva Longoria, e lo consiglierei senz’alcun dubbio agli amanti delle sonorità a cui si è accennato. E anche a tutti gli altri, ché si è sempre in tempo per migliorare i propri gusti!



Quanto al titolo del post, si riferisce allo stesso dialogo con l’amico di cui sopra.
Si era infatti parlato di affinità e divergenze tra i Chosen Darkness e i miei (nostri) amati Interpol, che a suo dire avrebbero rischiato di essere dimenticati dopo l’ascolto di questo disco.


Invece no: per quanto questo nuovo gruppo sia il benvenuto tra i miei preferiti e prometta molto bene per il futuro, gli Interpol continuano ad emozionarmi e a spiazzarmi di più.
Sarà che loro sono di New York, e io le metropoli le preferisco.

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6 Responses to I Love You But I’ve Chosen Interpol

  1. Padone says:

    Apparte qualcosa dei Gioi Divigion, a me la niuweiv mi è sempre stata un po’ sulle balls. Non tanto per la musica, ma per quello che rappresentava. L’antitesi alla rivoluzione del panc, la ripresa della melodia facile, il conservatorismo sonoro celato dal nuovo sound digitale anniottanta, le atmosfere tronfie e barocche dei Chiur, eccetera.
    Apprezzavo la niuweiv per l’introspettività. Una musica che non ha mai contemplato i mali della società, ma ha sempre fatto leva sulle disgrazie individuali, per lo più psicologiche, eccetera, blablabla, non son qui per tener lezioni di storia del rocc.
    Gli Interpol in effetti non son male, e non so perché. Forse sì, forse è proprio niu iorc.

    Quello che volevo dire, comunque, è che, primo, non credo che nel duemilessei ci sia ancora così tanto bisogno di tornare alle depressioni anniottanta (amenoché non venga fuori un nuovo affinitàdivergenze), e secondo, non mi ricordo più cosa volevo dire.

  2. Disorder79 says:

    Il discorso sull’introspettività mi trova d’accordo.
    Per quanto riguarda il conservatorismo, e quel che ha rappresentato la “new wave” (che poi NON è UN genere musicale, in realtà), non so, dovrei forse avere vissuto entrambi i movimenti all’epoca, e non tutti appiattiti ex post.
    E infine, “è sempre il momento di una bella depressione” :)

  3. guppie says:

    Sugli Interpol concordo.
    Anche se non gli perdonerò mai di aver permesso di inserire Specialist nella colonna sonora di O.C. No, dico, O.C….

  4. Disorder79 says:

    E perchè tanto odio contro O.C.? E’ la solita stupidaggine di teen-drama, lo so. Però è ben prodotta, ci sono personaggi strepitosi come Julie Cooper (la rossa stronza madre dell’anoressica) e soprattutto un sacco di buona musica. Che poi lo sdoganare in massa gran parte dell’indie-rock americano sia una strategia, e che questo faccia così diventare quella musica più di massa, non mi pare una tragedia, anzi.

    Io ho paura quando la musica che mi piace finisce dalla De Filippi. Ma per fortuna non mi capita quasi mai.

  5. guppie says:

    Julie Cooper, tu si che sai come addolcirmi la pillola :)

    [lo so, rispondo sempre con emorme ritardo. sorry…]

  6. Disorder79 says:

    Julie Cooper sa sempre come ottenere quel che vuole ;)

    [ma figurati. Il blog è uno strumento che non ha fretta, anche io non rispondo sempre subito]

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