Aeroplano che te ne vai

Ti scrivo in questi giorni in cui non mi legge quasi nessuno. Tutti i blogger sono in vacanza. Anche la quasi totalità dei miei amici sono in vacanza; mi ritrovo così ad avere più tempo da passare con me stesso. E a pensare.

Oggi pensavo all’estate. A come sono state le ultime estati e soprattutto a cosa ha significato l’estate in un periodo ormai lontano della mia vita.
Erano altri tempi, allora. Ero un ragazzino perbene, di belle speranze, un po’ sfigato. Forse solo l’ultima caratteristica appartiene anche alla versione odierna di me.
L’estate allora non comprendeva studio nè lavoro nè preoccupazioni. Estate era solo un lungo, spensierato periodo di mare.
Tu facevi parte del segmento più divertente di quel periodo, quello da ricordare con piacere per tutto l’inverno e da attendere con trepidazione l’anno successivo.

Siamo cresciuti insieme, letteralmente: il primo ricordo che ho di noi ci vede, poco più che poppanti, sguazzare sulla spiaggia all’interno di quelle grandi buche che noi bambini scavavamo nella sabbia bagnata e che, una volta che venivano riempite dalle onde di acqua sporca e schiumosa, adibivamo a piscinetta.

Poi siamo diventati grandicelli e ogni estate, per quello dei due che era stato più puntuale, l’arrivo dell’altro era una festa. Stavamo insieme tutti i giorni, quasi tutto il giorno. Principalmente al bagno C., dove entrambe le nostre famiglie prendevano l’ombrellone ogni anno (per questo motivo eravamo amici, del resto). Ed erano infinite sessioni di racchettate, partite a cartine (conservo ancora tutti i mazzi, sai? ma non ci ho più giocato con nessun altro), librogame, giochi di ruolo in cui interpretare gli eroi dei cartoni animati, bagni interminabili.

Oltre a trovarci bene insieme, ci completavamo: tu non avevi una gran voglia di studiare, io ero più diligente.
Tu ascoltavi i Litfiba di Terremoto, come ogni bambino cattivo di quel periodo. A me non convincevano più di tanto quei casinisti, anche se alla fine per sfinimento mi ero fatto piacere Tex, richiestissima in tutti i jukebox. Le mie conoscenze musicali allora si limitavano pressappoco alla cassettina di Nord Sud Ovest Est degli 883, oltre a ciò che passava il Festivalbar.
Tu eri quello dei due più sportivo, decisamente più irrequieto e con più carisma. Io ero più riflessivo e paziente.
In un paio di momenti brutti per la mia famiglia, tu e la tua mi eravate stati di gran sostegno.

Forse, anzi sicuramente sopravvaluto e mitizzo un po’ la portata della nostra amicizia. In fondo, pur non abitando molto distanti, d’inverno ognuno aveva la sua vita. Sarà capitato un paio di volte al massimo di vedersi in città – a qualche festicciola di compleanno – e non si era comunque ricreata la stessa alchimia estiva.

Mica c’eravamo solo noi, al bagno C.
Dividevamo lo spazio vitale con un gruppetto di nostri coetanei, con cui però non avevamo mai legato più di tanto – anche se crescendo abbiamo familiarizzato un po’ di più.
Restavano troppo fighetti e snob, loro. Al bar avevano una comitiva enorma di amici (alcuni addirittura più grandi!) che li venivano a trovare dai bagni vicini; ci escludevano utilizzando termini gergali che capivano solo loro, dandosi una certa importanza; anche i loro giochi da tavola erano più fighi, loro al posto delle plebee cartine organizzavano giornalmente tornei di Magic (e a inizio anni novanta solo chi era molto avanti giocava già a Magic).
Noi ci divertivamo anche in due: in spiaggia, ma anche in pineta nel primo pomeriggio o nelle trasgressive uscite serali gelato+vasche+salagiochi. Non che non socializzassimo con gli altri: ma il nostro gruppo eravamo io e te.

Eravamo ormai entrati nell’adolescenza e ormai la vacanza non era più cosa a due. Tu, ben più figo dei Fighetti, avevi le tue ammiratrici e coglievi le tue occasioni. Ormai coi Fighetti dovevamo poi fare gruppo unico giocoforza: le ragazze interessanti facevano da collante.

Chissà come sarebbe andata negli anni a venire.
Forse nel giro di un paio di stagioni, gelosi per le reciproche storie o amicizie, avremmo litigato e ci saremmo allontanati inesorabimente. Capita a tante amicizia infantili, del resto.
Forse saremmo rimasti legatissimi, complici di scorribande estive finchè non avessimo smesso di andare in vacanza nello stesso posto – magari iniziando a frequentarci anche in inverno.
Fatto sta che avrei voluto scoprirlo.

Sono tornato su quella spiaggia, quelli scogli, quelle strade. Ci sono tornato dopo quella notizia che, piombandomi addosso al mio ritorno da scuola come un fulmine a ciel sereno, è forse stato il primo vero trauma della mia vita (“siediti, devo dirti una cosa importante”).
Serve dirlo? Niente aveva più senso, nè io avevo più senso lì. Lo so, frase banale.

Questo è forse uno sfogo, ma non è un addio. Non so se ci rivedremo in un’altra vita, ma spero di ritrovarti ancora altre volte nei miei sogni.
Infatti ti ho sognato in questi anni, di tanto in tanto. Nel bel mezzo dei miei peggiori deliri onirici, in cui si susseguono labirinti, fughe, amplessi, litigi e avventure di ogni genere, a un certo punto la scena cambia per l’ennesima volta e mi ritrovo su quella spiaggia.
E tu arrivi, come se nulla fosse, come se il destino non ci avesse separato, come se non ti avessi pianto tante volte chiedendomi se io meritassi più di te di restare qui, come se ascoltando la stupida canzonetta di una corista svociata di Max Pezzali (uno dei pezzi dell’epoca) il mio cuore non si facesse piccolo così ancora oggi.
Mi sorridi, non dai spiegazioni. Sei allo stesso tempo uguale ad allora e cresciuto come sono lo sono io.
Neanch’io pretendo troppe spiegazioni: ci sei e va bene così. Ho già capito ormai che è solo il solito sogno ricorrente, che mi sto per svegliare.
Eppure, nonostante tutto, in quegli attimi sono sereno.

Annunci

6 Responses to Aeroplano che te ne vai

  1. zerozeno says:

    non dormivo, e ho aperto un blog. Le tue frasi sono state quasi le prime che ho letto. Ho cliccato incuriosita dalla copertina dei joy division e mi sono trovata nella tua storia cosi personale, dolorosa e ben scritta da poter indurre anche il sorriso. Grazie. E’ molto strano poter scrivere. Dormi bene.
    Caterina

  2. l’esistente è sfaldato.
    continua ad esistere il pomeriggio in cui tu eri puntato con i gomiti nella sabbia e scioglievi due parole direttamente sulla sua faccia, mentre stava appoggiato a te.
    incomincia adesso, incomincia adesso, incomincia adesso.
    stee.

  3. phelan says:

    ciao disorder. Qui sono le 23.18 mentre ti scrivo, lì le 6.18. Ho appena finito di leggere la tua storia. Non so, sarà che oggi non è una grande giornata, ma questa confessione così intima, così intensa, così meravigliosamente scritta ha liberato delle lacrime che avevo passato ore a ricacciare indietro, negli angoli remoti dei miei occhi e dell’anima. Ma va bene così, ne avevo bisogno. Non dovevo lasciare che quelle emozioni rimanessero da sole. Ora hanno trovato compagnia. Grazie. Buon risveglio. Stef.

  4. Disorder79 says:

    Grazie dei commenti, davvero, però preferirei non aggiungere altro (forse non avrei dovuto pubblicare ‘sta cosa…).

  5. aelred says:

    non aggiungere altro.
    grazie, però :*

  6. utente anonimo says:

    Sei riuscito a far piangere anche un cinico come me. Invidio la tua capacità di saper esprimere così bene emozioni scrivendo. Mi sento un po’ autistico
    Ill. Blonde

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: