There was a band playing in my head

Questa estate meteorologicamente un po’ schizofrenica non ha mancato di farmi piombare ogni tanto in momenti di vera e propria malinconoia (complice anche la solitudine da rimasto in città).
Un disco che mi ha tenuto compagnia in alcuni di questi momenti è un album uscito esattamente 36 anni fa, nell’agosto del 1970.


Se non fossi incappato in un’offerta che lo presentava praticamente al prezzo di un aperitivo, avrei continuato a vivere senza After The Gold Rush di Neil Young. Come avevo potuto farlo finora?

Chi ha sentito questo nome soltanto in una canzone di Ligabue (io stesso non ne ero certo un finissimo conoscitore) può trovare qui qualche informazione sul chitarrista canadese e californiano di adozione.

Nel 1970 il venticinquenne Neil Young aveva alle spalle i tre dischi coi Buffalo Springfeld, due album solisti e il primo disco+tour come membro del supergruppo Crosby, Stills, Nash & Young (appunto).
A quel punto insieme ai Crazy Horse, la sua band storica (e ad altri collaboratori come Jack Nitzsche, Nils Lofgren e lo stesso Stephen Stills), sfornava questo gioiellino, ascoltando il quale il qui presente (Italia, pochi giorni fa, frequentazioni musicali precedenti coi generi folk e country ridotte all’osso) ha trattenuto a stento le lacrime.

35 minuti per 11 canzoni (in due casi si tratta di bozzetti di un minuto e mezzo) che nella varietà degli stili e dei contenuti (canzoni d’amore, protesta politica, bilanci esistenziali e generazionali) hanno in comune una certa amarezza, disillusione e inquietudine di fondo.

1. L’iniziale Tell Me Why è una ballata folk, con tanto di cori. Nel ritornello Young si domanda e ci domanda

is it hard to make arrangements with yourself
when you’re old enough to repay but young enough to sell?


2. Il tema del bilancio caratterizza anche la struggente After The Gold Rush, che viene subito dopo. Solo il piano e la voce, più tremante e sofferente che mai (impossibile non commuoversi quando sale), oltre alla comparsa
dei corni a metà canzone a ribadirne la melodia. La corsa all’oro del titolo rappresenta forse l’insieme delle illusioni e degli ideali degli anni ’60, di cui a fine decennio è rimasto ben poco.

3. Si prosegue con Only Love Can Break Your Heart, la canzone forse più famosa del lotto (il ritornello dovrebbe suonare familiare a tutti).
L’incipit ha quella semplicità che però riesce a non risultare banale e a parlare al cuore di ognuno:

When you were young and on your own
How did it feel to be alone?
I was always thinking of games that I was playing
Trying to make the best of my time


Lasciarsi andare prima o poi è inevitabile, come afferma il ritornello, che alla fine ne lascia intravedere anche i rischi:

But only love can break your heart
Try to be sure right from the start
Yes only love can break your heart
What if your world should fall apart?


E’ più duro da sopportare un amore che finisce male o l’assenza di amore? Quello che si dice un tema universale. Io una mezza idea mia ce l’ho.

4. Nel quarto pezzo ecco il Neil Young elettrico, che tanto avrebbe avuto da dire negli anni (decenni) successivi. Southern Man è una rabbiosa, sarcastica e ancora attuale invettiva contro l’America più gretta e razzista, che si apre andando dritto al bersaglio:

Southern man better keep your head
Don’t forget what your good book said
Southern change gonna come at last
Now your crosses are burning fast


La Bibbia del Ku Klux Klan, la Bibbia agitata da George W.Bush negli stati rossi. E’ cambiato qualcosa?
Il magone aumenta ancora con le 2 strofe in falsetto che seguono, in cui Young finisce per chiedersi "How long? How long?", prima di lasciar spazio a due lunghi e appassionati assoli – perchè ormai non c’è davvero più niente da dire.

5. A spezzare la tensione ormai intollerabile è benvenuta la breve e allegra marcetta Till The Morning Comes, forse l’unico episodio davvero sereno del disco.

6. Con la cover di Don Gibson Oh, Lonesome Me siamo nel country più classico (credo: mica sono un esperto!), con tanto di armonica e lamento per un amore infelice. Ma l’ascolto scorre con piacere anche per i non avvezzi al genere.

7. Segue la sinistra Don’t Let It Bring You Down. L’esortazione del titolo secondo alcuni potrebbe essere rivolta a un amico con problemi di droga (il suo chitarrista Danny Whitten?): quel che è certo è che le strofe abbondano di immagini inquietanti.

8. Il cambio di registro con la successiva e delicata Birds è notevole. Si tratta di un altra ballata minimale voce e piano, che descrive la fine di un amore con rara dolcezza.

9. When You Dance You Can Really Love è il secondo episodio elettrico e "movimentato" del disco. Un trionfo del classic rock, con abuso di cori. Sicuramente il pezzo che meno mi convince e coinvolge.

10. Ma tutto il finale del’album non è all’altezza delle canzoni ascoltate in precedenza: è anche il caso (ma solo dal punto di vista musicale) della malinconica I Believe In You. L’amara fotografia di un rapporto in crisi e ormai compromesso.

11. La scheggia country Cripple Creek Ferry chiude un album che vale la pena ascoltare.
E io mi convinco sempre di più dell’inutilità degli aperitivi.

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5 Responses to There was a band playing in my head

  1. GLN says:

    visto che non poteva un discorso su un tale capolavoro essere senza commenti te ne lascio uno io bravo!

    che mi dici di Rust Never Sleeps?

  2. Disorder79 says:

    Grazie! Sai che sono ignorantissimo sulla discografia di N.Young, soprattutto elettrico (a parte quel paio di singoli più famosi)? Oltre a quest’album ho solo Harvest…ma rimedierò sicuramente, magari cominciando da RNS :)

  3. utente anonimo says:

    RNS (ti riferisci a Rust Never Sleeps vero?) E’ il disco che più adoro di Neil, ed ogni volta che sento Pocahontas mi sciolgo del tutto, dopo questo fiondati su Tonight’s the Night, attento che è un’opera di una tristezza abissale!

  4. GLN says:

    Ma certo che RNS è Rust Never Sleeps, che rincoglionito te l’avevo chiesto io del disco….

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