And then there will be silence

Dici gruppo femminile, dici radici eighties, e subito pensi a roba tipo Bangles o Bananarama.
Niente di tutto ciò: con le Organ siamo da tutt’altra parte.

Già al primo ascolto del giovane quintetto canadese (sono di Vancouver) l’impronta wave appare evidente. Ma poche sono le somiglianze con i Joy Division (i cui epigoni si sprecano ultimamente).
Più marcata è l’influenza di Cure e (soprattutto) Smiths. E’ specialmente la presenza fissa dell’organo di Jenny Smyth a ricordare qualche brano dei primi, mentre sia chitarra che voce devono molto al gruppo di Manchester.



The Organ, appunto. La cifra distintiva dei dieci pezzi del loro album d’esordio Grab That Gun, quasi tutti brevi e tirati, è proprio l’innesto su una sezione ritmica tipicamente new wave – e questa non è certo una novità – dell’intreccio melodico tra l’organo e i riff chitarristici di Debora Cohen, che deve aver studiato a lungo lo stile di Johnny Marr.

La voce, poi. L’androgina leader (e autrice dei testi) Katie Sketch è davvero una mezza reincarnazione femminile di Morrissey. Se i suoi testi sono (per ora) decisamente meno ficcanti e icastici dello Steven Smith originale, il modo di cantare di Katie lo ricorda moltissimo in quel modo di strascicare dolcemente la voce. E nella conseguente capacità di emozionare.

La canzone di apertura Brother rievoca nell’incipit i Cure di Seventeen Seconds. Se inizialmente la struttura semplice e il testo (il classico pezzo romantico "noi due contro il mondo") ne fanno un buon brano di apertura non originalissimo, il crescendo emozionale del bridge la riscatta [*]. E prepara all’attacco della breve ma splendida Steven Smith, più morrisseyana nel testo, nella voce e nell’andamento asimmetrico (ritornello che non si ripete, pezzo che finisce all’improvviso sul più bello senza trascinarsi inutilmente).

La successiva Love, Love, Love ha una struttura più canonica: si tratta di uno dei pezzi potenzialmente più "commerciali". Love, I’d really like a small part of it. I tormenti dell’amore col contrappunto di una chitarra più marriana che mai.

Basement Band Song è un’altra delle mie preferite. Sarà per versi come "we should put that record on / the one you found where you were gone / the one that has those sad sad songs / and makes you sing out loud" (che a me ricorda un po’ quelle canzoni che ti hanno fatto piangere, ti hanno fatto ridere e ti hanno salvato la vita celebrate in Rubber Ring).
Ma l’intero testo è secondo me uno dei più riusciti (si noti la finezza "and when you make your hangnails bleed you deserve a phd"….cos’avrà voluto dire? – direbbero quelli di "Tua Sorella")

La secca e breve Sinking Hearts presenta un’altro dei deliziosi intrecci tra organino e chitarra di cui parlavo sopra. Poi con A Sudden Death è tempo di piangersi addosso e autocompiacersi nel rimpianto disperato per un abbandono subito ("I died a sudden death, I made an awful mess")…so Moz.

Il ritmo si fa più tranquillo con la delicata e triste There Is Nothing I Can Do, che decolla lentamente su un sottofondo di pioggia.
Segue la movimentata I Am Not Surprised, per me vera botta di adrenalina sonora, che prelude all’ultimo tra i pezzi più "lenti", la ballata No One Has Ever Looked So Dead. Qui è chi canta a ricordare in pochissime frasi l’intensità di una storia e a constatare con rassegnazione (o no?) la sua fine.

Manca ancora però il micidiale colpo di coda Memorize The City, singolone che meriterebbe ulteriori fortune. Un incontro fulminante tra Blondie e Smiths, più o meno così l’avevo già descritta tempo fa. Un pezzo perfetto per ballare, per elettrizzarsi, per struggersi nel ricordo di un amore.
La chiusura trionfale (seguita solo da uno strumentale senza titolo, un breve assolo di organo) per un album senza veri punti deboli.

Nei primi ascolti, certo, la notevole omogeneità stilistica delle 10 canzoni (si tratta in fondo pur sempre di un debutto, e auguro alle ragazze di crescere e diversificare la loro scrittura) le farà sembrare tutte un po’ troppo simili tra loro, pure a chi le apprezzerà da subito. Ma alla lunga i cultori di un certo suono (e non solo) non potranno fare a meno di innamorarsene.

E non importa se Grab That Gun dura 30 minuti scarsi. Io ad esempio non riesco mai ad ascoltarlo tutto senza rimetterlo daccapo almeno un’altra volta.

[*] Brother è stata inserita (lo scopro qui) nella colonna sonora del fortunato telefilm lesbico americano The L Word. Come sempre più spesso succede (vedi le numerose O.C. bands), sembra che sia stato proprio questo a dare al gruppo una certa visibilità, permettendogli di ri-registrare l’album (già pubblicato nel solo Canada nel 2004) e distribuirlo a livello internazionale.

La band pare tra l’altro esser diventata, per lo stesso motivo, una sorta di culto lesbo-indie. Se già sapevo (da lei, che me le ha fatte conoscere per prima) del discreto successo riscontrato dalle Organ nella data bolognese della scorsa primavera al Covo, prima di leggere questo post ignoravo la composizione di parte del loro pubblico.

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7 Responses to And then there will be silence

  1. chickasaw says:

    bel blog! penso che ti linkerò… posso?
    cheers
    kosmo

  2. Disorder79 says:

    Ciao! Certo che puoi, grazie :)

  3. ..organ… organ…
    si, mi sa che le avevo già sentite non so dove non so come ma ora me le ri-cerco

    grazie del revival (eventuale ;-) )

    barbara

  4. AnelliDiFumo says:

    Ohibo’, si prende nota di brutto qui!!!

    Non trovi meraviglioso che per venire a conoscere il meglio del panorama canadese io debba leggere il tuo blog in italiano? Io si’, mi fa capire ancor di piu’ quanto sia neofita in questo campo!

  5. Disorder79 says:

    barbara: cerca, cerca! Non è semplice revival del suono 80’s, comunque. Forse nel post ho calcato troppo su quell’aspetto.

    Anelli: è solo questione di tempo. il Canada pullula di gruppi interessanti, e appena ti sarai ambientato sarai tu a segnalare le primizie agli italiani;)

  6. CaosAncora says:

    ottima recensione….proprio quello che pensavo.
    grazie

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