I miss you already. I miss you always.

(Ancora Pearl Jam, a chiudere il Settembre Flanella – poi si passerà ad altro, promesso!)

Dieci anni e non sentirli (il disco, non io). 
Era l’autunno del 1996. Nonostante avessi già consumato la cassettina copiata di Ten e sentito qualche altro loro pezzo, fu allora che acquistai il mio primo disco dei Pearl Jam, No Code. Proprio quello che rimane ad oggi il loro album più atipico.

La band di Seattle era attesa all’esame dell’opera quarta dopo il folgorante esordio di Ten, l’altrettanto viscerale (ma meno commerciale) Vs. e il più incattivito e acido (ma con un paio di ballate da brivido) Vitalogy. Pur nelle differenze di produzione e nell’evoluzione che già si può notare – da un album all’altro – nello stile compositivo, questi tre dischi mantengono comunque una certa omogeneità. Potremmo forse dire che definiscono il "classico suono Pearl Jam".



Con No Code cambia tutto.
Cambia innanzitutto il batterista, unico elemento non stabile della band. Dopo Dave Krusen e Dave Abbruzzese, è la volta dell’ex RHCP Jack Irons (che se ne andrà dopo il successivo Yield, per essere sostituito dall’ex Soundgarden Matt Cameron).

E cambiano le sonorità. Non è forse un caso che nel 1995 alcuni membri dei PJ avessero suonato per il loro mentore Neil Young, nelle sessions del suo Mirror Ball (Young aveva ricambiato l’ospitata suonando nei due brani dell’Ep Merkin Ball, I Got ID e Long Road).

No Code si allontana dagli stilemi "grunge" e presenta invece richiami al classic rock e al cantautorato americano. La maggior parte dei brani ha un andamento più rilassato (il contrasto con Vitalogy in questo è forte).
I pochi pezzi tirati invece sono più in stile PJ, ma non troppo, sperimentando nuovi linguaggi decisamente più pop.

Il cambio di registro è evidente dalle prime note di Sometimes. Per la prima volta infatti non si inizia con un pezzo indiavolato (Once, Go, Last Exit), ma con un sghembo bozzetto pianistico (ho usato le parole sghembo e bozzetto insieme: l’indie-snob-ometro si impenna!). Più che una canzone, può sembrare una semplice intro, e in effetti non ha lo stesso impatto se estrapolata dal suo posto in apertura di album. Tuttavia, anche in questa breve strofa+ritornello, la voce di Vedder a distanza di anni provoca ancora qualche leggero brivido.

Brivido che diventa scossa adrenalinica quando la dissolvenza finale è interrotta dalla partenza improvvisa di Hail Hail. L’altra faccia dei Pearl Jam, che ci tengono a ribadire di essere ancora quelli incazzosi e chitarrosi di sempre.
E’ già un suono diverso da quello delle origini però, più simile alla direzione che prenderà l’album successivo Yield (stesso discorso per la struttura, con il bridge più melodico e rilassato a spezzare il ritmo, che ritroveremo spesso in futuro con esiti meno riusciti). Il pezzo più anthemic del lotto.

Senza un vero stacco (di nuovo: è un album da ascoltare tutto di fila), allo spegnersi di Hail, Hail parte la countryeggiante Who You Are, col suo andamento circolare e i suoi coretti.
Un piacevole passaggio verso uno dei miei pezzi preferiti, In My Tree. Base ritmica importante, arrangiamento accattivante, cantato che parte tranquillo per crescere ed esplodere in un ritornello liberatorio (anche nel testo, che evoca una specie di riconciliazione con la natura e con se stessi).

Profuma di America anche la successiva Smile, con Jeff Ament alla chitarra e Vedder all’armonica. Bella, forse un filo ripetitiva.
Un vero capolavoro è poi Off He Goes, composizione di Vedder che chiudeva il lato A della mia cassetta originale¹ (ero tra i "fortunati" a non avere ancora il lettore cd, all’epoca!). Si parla di amicizia, partenze, ritorni, ricordi. Una ballata dolcissima, minimale come mai i PJ ne avevano prodotte, e a livelli di intensità e delicatezza mai più raggiunti in seguito.

Il furore punk di Habit serve a risvegliarsi di soprassalto.
Poi è la volta della "pastosa" e blueseggiante Red Mosquito, del frammento hardcore di Lukin (1’02”) e, in una spiazzante alternanza di stili, dell’ottima Present Tense, che in un crescendo micidiale arriva a colpire duro così

You can spend your time alone redigesting past regrets, ohh,
or you can come to terms and realize you’re the only one who can forgive yourself. Oh.
Makes much more sense to live in the present tense.

(…per tacere del lungo finale strumentale).
Dopo un pezzo così epico, l’ultima sorpresa è Mankind: un divertissement in cui i Pearl Jam giocano a fare i Foo Fighters, creando un pezzo punk-pop melodico e dal ritornello appiccicoso. Esperimento simpatico e riuscito, direi.
Si chiude poi con I’m Open (più che una canzone, un recitato iniziale seguito da un tema musicalmente troppo monocorde) e Around The Bend (un folkettino della buonanotte, ottimo pezzo da arrivederci).

Riascoltare No Code è sempre una bella esperienza. Non c’è in realtà nessuna grande hit, nessun must da scaletta di un live (è musica più da cameretta, se è consentito parlare di musica da cameretta per i PJ). Nessuna Black o Rearviewmirror o Better Man. La bellezza discreta di queste canzoni sta probabilmente nel loro insieme.
Questo è anche il disco dei Pearl Jam che consiglierei a chi non ama i "classici" Pearl Jam. Chissà, potrebbe apprezzare.

No Code, troppo sperimentale e riflessivo, non avrà il successo commerciale dei dischi precedenti. Ma non andrà meglio col più aggressivo e plasticoso Yield, per il semplice motivo che il salto di qualità in basso sarà netto (si salvano solo i singoli, il resto dei brani annoia presto). Binaural del 2000, poi, sarà il punto più basso (anche a distanza di tempo non c’è una canzone che mi prenda), mentre con Riot Act e l’ultimo, recente Pearl Jam (il disco del mango – o avocado? boh) il livello tornerà accettabile.

Del resto nel 1996 i tempi del grunge, delle camicie di flanella, della Generazione X erano finiti: l’hype musicale era ormai altrove. Quell’ondata di alternative rock che andava dal grunge ai R.E.M. era diventata mainstream o si era estinta.
Ma i Pearl Jam sono rimasti in piedi fino a oggi, col loro onesto mestiere e la loro passione.
Il resto è storia di qualche settimana fa.

Forse era meglio spegnersi lentamente che bruciare.
Io, almeno, ringrazio i PJ per aver scelto la prima opzione.

– – –

¹ Parliamone poi, dell’artwork di No Code: le versioni in nastro avevano diverse copertine, ognuna rappresentava uno dei tanti quadretti presenti nella cover del cd.
A me toccò quello con le orride zanne animalesche, l’ultimo in basso a sinistra.
Pare che anche il libretto all’interno fosse diverso per ogni cassetta. Ma non ho mai verificato facendo confronti.
In compenso, il cd non ha booklet nè testi. Truffa.

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7 Responses to I miss you already. I miss you always.

  1. OT
    scusa, uomo, ma devo mostrarti le porte della percezione spalancate con l’ascolto di quelle cavalle pazze di scissor sisters.
    il glitter cd è eccessivo, sguaiato, falsettato fino ai limiti della fisica.
    you have to got it.
    xxx, stee.

  2. Disorder79 says:

    (Ecco, sverginare lo spazio commenti dei PJ parlando degli SS mi sembra ottimo per confermare l’attitudine di questo blog :D )

    Per ora sto ascoltando in loop I Don’t Feel Like Dancing e Ooh (che è ancora meglio, spero sia il prossimo singolo), ma credo proprio che l’album sarà mio appena possibile :)

  3. AnelliDiFumo says:

    Io ho comprato due CD di Jeff Buckley. Tu dirai: ma se ne ha fatto uno solo e poi ha mmuort’… e invece no, qui in Canada ci sono delle registrazioni da studio messe insieme con un po’ di robaccia fatta con altri sfigati (o meno sfigati) e quindi ora possiedo ben due cd di JB. Quando lo sa Grace…

  4. la coerenza è volgare ed inutile cinghia di contenzione…
    anche io punto su ooh.
    god save the rock, anyway ;D
    stee

  5. Disorder79 says:

    stee: sì, chi era il filosofo che diceva “la mia incoerenza…”
    …ah no, forse non era un filosofo ma una conciata come una punk londinese :)

    Anelli: sì, poco dopo la morte uscì una doppia raccolta di inediti, poi sono usciti negli anni almeno due live credo (e forse altri inediti).
    Io però non sono mai andato oltre Grace, forse per paura di trovare materiale di qualità più bassa..prima o poi forse rimedierò.

  6. davidormi says:

    A mio avviso Vitalogy rappresenta l’album più completo dei P.J. oltre naturalmente a Ten…a poco a poco si sono persi nei meandri dei grandi magnati produttori e forse Kurt aveva un pò ragione su di loro…Cmq anche io avevo un’audiocassetta con Ten…Caspita che tempi!!!Ciao e alle 3 e 50 Davi…dorme

  7. Disorder79 says:

    Quelle audiocassette ci hanno rovinato tutti :)

    Più che danno dei produttori direi che è la vena compositiva a esser calata, come è normale…

    Per quanto riguarda Kurt, mi sa che hai colto l’allusione che facevo alla fine (“It’s better to burn out than to fade away”, scriveva nella lettera pre-suicidio Cobain, tra l’altro citando un pezzo di Neil Young – così il cerchio si chiude).
    Potremmo fare un bilancio e un confronto delle rispettive carriere se Cobain fosse ancora qui. Ma il punto è che così non è: nel rock ai morti resta la gloria, ai sopravvissuti la vita…

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