Una terra promessa, un mondo diverso

E’ di ieri la notizia che sarà Nuovomondo – che ho visto nello scorso weekend – a rappresentare l’Italia nella prossima corsa all’Oscar come Miglior Film Straniero.
Diciamo subito che l’epopea di Emanuele Crialese sugli emigranti siciliani in America a inizio Novecento è un bel film, ma non un capolavoro della storia del cinema.

Diciamo anche che dal punto di vista tattico è la scelta migliore che la commissione dell’ANICA potesse fare per provare ad entrare almeno nella cinquina dei finalisti (dove poi Volver difficilmente si farà battere).
Tra le pellicole su cui ha prevalso, a Romanzo Criminale (che dicono bello, non l’ho visto) manca certamente quell’aura autoriale necessaria a superare i concorrenti temibili di turno, in genere amene pellicole da festival incentrate sulla migrazione dei pinguini malgasci o sulle rocambolesche vicende di qualche piccola vedetta siberiana; presentare al mondo Verdone Feat. Muccino ci avrebbe ricoperto di vergogna e precluso ogni possibilità di vittoria nei secoli dei secoli; Il Caimano (film italiano dell’anno?) non sarebbe stato capito; mentre pochi giurati si sarebbero sciroppati la visione del troppo cerebrale Bellocchio.

Dopo il grande e meritato successo di critica del film precedente, Crialese si imbarca in un progetto di più ampio Respiro (fate finta di ridere alla battuta, abbiate pietà). Ma ritroviamo anche qui alcune splendide inquadrature del paesaggio siciliano nella parte iniziale del film, tutta incentrata sulla partenza-sradicamento della famiglia Mancuso dal paese natìo.

Delle tre parti in cui è più o meno diviso il film (2 ore di durata; scorre abbastanza ma non è pietanza leggerissima), la prima (in Sicilia) e la seconda (il lungo e travagliato viaggio per mare) presentano molte scene toccanti e/o commoventi e/o evocative.
La terza, successiva allo sbarco in America, ha anch’essa spunti interessanti, pur scontando qualche momento didascalico e un finale a mio parere un po’ tirato via (non aggiungo dettagli per non spoilerare, visto che del film tutto sommato consiglio la visione).

Alcune scene, viste sul grande schermo, sono di grande effetto visivo: penso alla sequenza iniziale, a quella della partenza della nave, a quella drammatica della tempesta (senza neanche Di Caprio tra le palle, tra l’altro).
Per quanto riguarda le divagazioni oniriche, potranno piacere più o meno, ma fortunatamente non sono troppo invasive e restano funzionali alla trama. Sono una mente semplice, io: tollero meglio la pioggia di monete o i fiumi di latte che gli astrusi simbolismi lynchiani (sostituire pure Lynch con qualsiasi altro Maestro Visionario), incomprensibili anche dopo che qualcuno te ne ha spiegato il significato recondito.
Non manca qualche momento scontato: ad esempio del remake in salsa marinara della scena manzoniana della piccola Cecilia (incubo scolastico che pochi hanno rimosso) si poteva fare a meno.

Altri bei momenti li regala l’ottimo cast. Innanzitutto il protagonista Vincenzo Amato, dallo sguardo di volta in volta fiero, ingenuo o ingegnoso: archetipo di un’intera umanità contadina che non si lascia scoraggiare nel suo traumatico passaggio alla modernità.
E poi la meravigliosa Aurora Quattrini, la di lui madre, strappata violentemente ai suoi riti ancestrali e alle sue convinzioni immutabili; così simile a tante nostre nonne. Sue le migliori battute.

C’è poi il personaggio interpretato dall’altera Charlotte "doppia figlia d’arte" Gainsbourg, la misteriosa viaggiatrice solitaria inglese che si unisce – un po’ per convenienza e un po’ per un attaccamento che nasce spontaneo – al nucleo familiare siciliano.
La sua presenza in terza classe con gli straccioni e il suo rapporto coi Mancuso è una delle forzature logiche della trama (del resto il film sembra spesso rivendicare implicitamente il suo essere opera di fantasia e non documentaristico-impegnata), ma permette di evidenziare meglio la distanza fra i due mondi che gli stessi Mancuso e "la signorina Luce" (e che a nessuno venga in mente lei) rispettivamente rappresentano.

Il film comunque non si concentra troppo sulle vicende dei protagonisti, ma li inquadra come parte della massa di emigranti, pur senza diventare noiosamente corale.

Insomma, un film che un po’ meraviglia, un po’ atterrisce, un po’ fa riflettere sul nostro oggi e sul nostro ieri, un po’ fa sorridere – e solo ogni tanto annoia o sa di già visto.
Poteva forse riuscire ancora meglio, ma è un buon risultato: siamo ben sopra il livello medio del cinema italiano, e il tema scelto ricordava pericolosamente quelli delle fiction di Raiuno.
Per fortuna siamo su altri standard.

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3 Responses to Una terra promessa, un mondo diverso

  1. AnelliDiFumo says:

    HAHAHAHAHAHA per la battuta di amipio Respiro.

    Crialese lo apprezzo, il film lo devo vedere ma secondo me e’, come dici tu, una buona via di mezzo, ossia il film italiano con il maggior numero di possibilita’ di arrivare secondo dopo Volver, che pero’ non e’ certo il film migliore di Almodovar, ma sembra anzi tarato perfettamente per vincere un Oscar come miglior film straniero. Va infatti a rinforzo di quello stereotipo ammmericano su come sia fatta la Spagna (o l’Italia) d’oggi: niente di diverso rispetto a 70 anni fa.

    Il Caimano al Toronto Film Festival, e’ stato di molto apprezzato. Non fare le elites cinefile straniere piu’ fesse delle elites cinefile italiche. Dopotutto, l’Oscar non lo assegna il poppppolo ammmmericano, che altrimenti avrebbe potuto considerare solo Verdone vs Muccino, non capendoci cmqe un cazzo, va detto.

    :-)

  2. Disorder79 says:

    E tu non confondere gli USA col Canada. E soprattutto, quali “elites cinefile” assegnerebbero l’Oscar? Semmai le chiamerei elites hollywoodiane, attori/registi/produttori (o ex tali) di film commerciali che spesso votano in base all’hype o ai volantini pubblicitari che gli arrivano e magari hanno visto metà dei film candidati…

  3. Confondere Usa e Canada? Me ne guardo bene.

    AnelliDiFumo

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