Goodbye Rainbow Brick Road

A poche settimane dall’uscita del loro secondo album Ta-Dah, gli Scissor Sisters hanno già mietuto successi nella blogosfera e collezionato recensioni entusiastiche sui media generalisti. Sono pronti per le classifiche e i grandi numeri nelle vendite (anche in Italia stavolta): traguardi che per una volta sarebbero tutti meritati.

I singoli che il bizzarro ensemble newyorkese aveva tirato fuori dall’omonimo album d’esordio si erano in realtà già imposti all’attenzione di molti per la loro carica di freschezza, irriverenza e catchyness: dall’irresistibile Laura al glam-pop di Take Your Mama Out, dalla "scandalosa" cover (tra techno e Bee Gees) di Comfortably Numb alla dance più tamarra di Filthy/Gorgeous (il più debole tra i quattro).
 


 
Le aspettative per Ta-Dah erano quindi forti. E le sue dodici canzoni non deludono.
Il passo indietro c’è forse solo dal punto di vista dell’originalità: i richiami al passato sono numerosi ed evidenti, e spesso Shears & soci tornano su sentieri già battuti con successo – andando per così dire sul sicuro.
Ma quando il risultato è un’insieme di pezzi così, personalmente mi basta.

Il disco parte subito forte con l’arcinoto singolo I Don’t Feel Like Dancin’, ormai promosso pure a tormentone da Iene (sigh). Lo hanno già detto tutti, testo che parla del non aver voglia di ballare su una musica che al contrario fa muovere il piedino da solo e blablabla. Elton John è l’ospite d’onore al piano, e la sua influenza si sente eccome, in questo ma ancor più in altri brani (ai primi ascolti l’album sembra davvero un disco di sue cover – del periodo in cui era divertente) [¹].
Le altre influenze che si riscontreranno, qui e più avanti, comprendono dai Bee Gees (cori e falsetti ovunque) al glam, dagli Abba al cabaret. E il bridge di questo pezzo d’apertura sembra cantato da George Michael in persona, periodo Wham!

Ma dicevo del fantasma di Elton John: eccolo ad esempio nel secondo pezzo, la travolgente She’s My Man. E’ nelle strofe e nei micidiali ritornelli, è nella voce piaciona e versatile di Jake Shears e nel ritmo disco inframezzato da assoli killer (siamo dalle parti di The Bitch Is Back o I Still Standing, come energia).

Si prosegue con l’ironica I Can’t Decide, il pezzo più in stile Laura del lotto. Segue Lights, con un attacco che cita smaccatamente Let’s Dance di Bowie. E le atmosfere in effetti sono quelle, molto funkeggianti (con intermezzo iper-falsettato).

E dopo tanta febbra del sabato sera, è il momento di una pausa. Parte il lentone eltoniano (anche qui, la voce sembra davvero la sua) Land Of A Thousand Words. E la vostra camera/sala/auto si trasforma virtualmente in una dancefloor buia in cui le luci illuminano soltanto voi, al centro della pista (che state ballando il lento della vostra vita, oppure che siete soli e sconsolati. Dipende dall’umore).
Non ho ancora capito se il sobrissimo controcoro
finale di voci bianche rovina la canzone o la completa.

Per ridestarvi dal sogno a occhi aperti, c’è l’irresistibile pastiche pop di Intermission, che richiama un po’ certi deliri retro dei Beatles, un po’ certo revival-cabaret alla Dresden Dolls.

E poi verrete di nuovo catapultati nella discoteca immaginaria di cui sopra, ma stavolta piena di gente, con le strobo a pieni giri e la mirror ball sfolgorante a dominare la scena: dopo un intro solenne alla Pet Shop Boys (della serie: di citazioni frocie non ce ne facciamo mancare nessuna) ecco infatti Kiss You Off, l’unico pezzo cantato da Ana "chiamatemi Karen Walker" Matronic. Discomusic trascinante (anche qui: chi se ne importa se i Goldfrapp erano arrivati prima a sdoganarla) e melodia facile facile. Notevoli i due stacchi di ritmo, con la cassa che poi riparte trionfalmente. A mio parere, il pezzo dell’album che può meglio funzionare nei club (eventuali futuri remix a parte).

L’album prosegue ballabile con Ooh, altro delirio funky di urletti, cori ed effetti azzeccatissimi, che ci fa sognare nel finale quando all’improvviso parte un assolo sintetico da Daft Punk in acido.
E con Paul McCartney (intitolare così una canzone è quasi ovvio, per un album che segna la rivincita del pop), dalla base electro (ma anche un po’ Sylvester) su cui si alternano melodie, dialoghi, fiati, synth & batti-mani a volontà.

Si rallenta di nuovo con Other Side, tappeto sonoro anniottantissimo (Gazebo?) e cantato per una volta sussurrato e mai sopra le righe. Ricorda un po’ i migliori Keane (forse anche più raffinata, toh). Unici vezzi, due spiazzanti assoli di chitarra e di sax e la chicca finale, la voce di Judy Garland in un estratto da Il Mago di Oz (ormai manca solo la Carrà…).

La successiva Might Tell You Tonight (strofa allegra e refrain romantico) è forse il pezzo più debole del disco. E anche l’ultima Everybody Wants The Same Thing non è forse all’altezza del resto, ma in fondo all’album – con tutti quei cori – la sua figura la fa, per chiudere la festa.

Album non rivoluzionario ma divertentissimo, da ascoltare e riascoltare in loop (anche se il primo è migliore, dicono tutti).
Album pop dell’anno? Probabilmente sì.
Album queer dell’anno? Sicuramente (non a caso io li sognavo qui: ma capisco che di fronte ai Ricchi e Poveri…).

[¹] In questo pezzo, così come in Intermission, Elton John figura anche tra gli autori.

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8 Responses to Goodbye Rainbow Brick Road

  1. Ari says:

    ok, mi hai convinta (te e altri duemila): lo prendo.

  2. Disorder79 says:

    Eheh. Diciamo che se ti piace il singolo (e i singoli vecchi), l’album è all’altezza. E’ un album da canticchiare e ballare senza troppe pretese, ma che in questo scopo riesce (per questo ho parlato di pop, in senso alto).

  3. Alex_Vr says:

    A me piace molto e francamente più del primo…
    ;-)

  4. allora, la sarta sta confezionando le tutine viola, bisogna che andiate a farvi prendere le misure. nel frattempo hai studiato la coreografia come ti ho chiesto?
    spero che la prossima volta che manifesterò entusiasmo musicale supererai la diffidenza sulla fiducia, my dj…
    ;D
    stee

  5. utente anonimo says:

    Mica fa solo il pianino. Il singolo lo ha scritto proprio, il Sor Elton.
    A.30mo

  6. Disorder79 says:

    Alex: per il confronto col vecchio mi sono rifatto a quel che ho sentito in giro, io non ce l’ho l’album…

    stee: studierò 12 coreografie, una per canzone :D

    Antonio: vero, ho controllato anche nei credits. E’ tra gli autori di I Don’t Feel Like Dancin’ e di Intermission.

  7. utente anonimo says:

    Ah, avevi dubbi? ;)
    A.30mo

  8. Disorder79 says:

    Beh, da come suonavano metà delle canzoni potevano sembrare scritte da lui…

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