Fall into you is all I seem to do

Il mio rapporto con i Placebo è controverso.
Li seguo fin dagli esordi e non li ho mai abbandonati, disco dopo disco: tuttavia non mi ci sono mai neanche affezionato troppo (non sono mai stato a un loro concerto, per dire, nonostante abbiano frequentato spesso l’Italia).
 

 

 
Non me li rende certo più simpatici quell’immagine androgina, così evidentemente costruita ad uso e consumo di Bambine Gotiche
® e Darkettoni Sessualmente Confusi ®.
Ma le mie remore sono essenzialmente musicali.
I Placebo sono una onesta, formidabile macchina da singoli (la relativa raccolta, uscita prima dell’ultimo album, lo conferma) e la maggior parte di questi singoli (quasi tutti quelli di maggior successo) sono pezzi veloci e ballabili.
E’ questo l’uso che faccio dei Placebo: per darmi la carica. E in questo sono ottimi, ammettiamolo: migliori di tante "sensazioni" indie venute fuori negli anni successivi alla loro comparsa.
Un’altro onore da rendergli è di aver creato un proprio stile, sufficientemente originale e personale. Caratteristica ormai rara, specie in questi 00’s (ma come si pronuncerà l’attuale decennio? Gli zìros?).
 
Peccato che poi non trovi molto altro nella musica di Molko & soci.
Il guaio sono le ballate: in tutta la carriera ne hanno azzeccate davvero poche. E anche tra quelle in cui riconosco spunti validi, pochissime hanno avuto su di me l’effetto che dovrebbero avere canzoni del genere, ovvero suscitare un qualche trasporto emotivo (o semplicemente farsi canticchiare con convinzione). Mi viene in mente giusto Without You I’m Nothing, e poco altro (la causa di ciò è probabilmente la voce di Brian Molko, che io trovo a volte stucchevole e poco comunicativa: per i tanti fans del gruppo non dev’essere così…).
Tutti i loro album alla lunga annoiano e invitano allo skippaggio, proprio perchè puntualmente infarciti di quelle 4-5 ballate che si trascinano stanche e ripetitive – e d’altro canto non tutti i pezzi ritmati, com’è normale che sia, sono ciambelle che riescono col buco.

Tutto ciò premesso, qualche considerazione su Meds, l’ultimo e quinto album del gruppo inglese. Da questa estate l’ho ascoltato (forse dovrei dire consumato, dopo il discorso di cui sopra) a più riprese e devo ammettere che non è affatto male.
Su livelli complessivamente più alti rispetto alla loro terza prova (Black Market Music) e forse anche all’immediato predecessore Sleeping With Ghosts.

La ricetta non è cambiata: ci sono una manciata di brani riusciti e un po’ di riempitivi sul filo del soporifero (per i non seguaci). Tra i primi la title-track Meds, che apre degnamente il disco e ospita la voce di Alison Mosshart (alias VV, alias mugolìo e cosce degli sciapi The Kills: il suo contributo consiste in un’unica frase languidamente biascicata che una Kate Moss qualsiasi avrebbe saputo eseguire allo stesso modo). Una notevole e salutare scarica di adrenalina, mentre sull’originalità dei testi soprassediamo (vedi l’emblematico inciso "and the sex and the drugs and the complications": ma del resto la banalità e l’insistenza sugli stessi 3 temi abbondano da sempre nella scrittura di Molko).
Meglio ancora la successiva e meno sincopata Infra-Red (il secondo singolo), forte di un ritornello semplice ma melodicamente riuscito e coinvolgente.

Con Drag invece si accelera ancora. E’ una canzone dalla classica struttura-Placebo, ritmo aggressivo, chitarre e volontà, effetti elettronici e refrain un po’ tirato via. Si fa ascoltare volentieri.
Non si può dire lo stesso della coppia di lenti che seguono, Space Monkey (strofe sussurrate alla Massive Attack de noantri seguite da ritornelli lamentosi) e Follow The Cops Back Home (che inizia promettendo qualcosa di meglio, ma poi si perde in scelte melodiche banali).
E dopo Post Blue, un mid-tempo senza infamia nè lode (anche questa sa di già sentito), ecco l’intensa Because I Want You, uno dei brani più riusciti, che si pone sullo stesso livello di singoli come Special K o You Don’T Care About Us.

Segue Blind, ballata elettrica un po’ più riuscita del solito (il mestiere e la produzione raffinata ormai aiutano molto, così come il missaggio del prezzemolino Flood, che mette lo zampino in gran parte del disco).
Poi c’è Pierrot The Clown, che è esattamente la mazzata nelle balle che il ridicolo titolo promette, nonostante il piacevole intervento delle chitarre acustiche che evita la debàcle totale.

Molto interessante invece il duetto con Michael Stipe in Broken Promise, un pezzo che col tempo e con gli ascolti cresce molto rispetto alla prima impressione. Peccato che il buon Stipe canti solo la prima breve strofa e poi sia confinato a backing vocal poco percettibile. Sarei stato curioso di sentirlo alle prese con l’intera canzone (e i suoi spiazzanti cambi di ritmo) tutto da solo.

Per One Of A Kind valgono le stesse considerazioni di Post Blue: un degno riempitivo.
In The Cold Light Of Morning è una ballata in cui Molko gioca a fare Gainsbourg, e che devo ammettere ha un suo fascino nascosto.

Ma il finale è tutto per l’arcinota Song To Say Goodbye, senz’altro il picco del disco. E’ questo quel che a mio parere sanno fare meglio i Placebo (che invece falliscono miseramente ogni volta che si cimentano nella ballatona romantica): pezzi guitar-pop casinisti da ascoltare a tutto volume, che però ti si infiltrano dentro a poco a poco, a tradimento, tra un effettaccio di synth e un riff tamarro.
E ogni volta che ascolto questa canzone (tra l’altro una delle più radiofoniche – in senso buono – che i Placebo abbiano mai tirato fuori, e con un testo stavolta azzeccato) s’impadroniscono di me un’amarezza e un’inquietudine che a tratti mi spaventano, a tratti mi scuotono piacevolmente (il solito, abusato meccanismo della catarsi).
 
Tirando le somme, il verdetto è quello prevedibile:
– Per chi i Placebo li ama/apprezza, buon album.
– Per chi li apprezza/sopporta, procurarsi le 5-6 canzoni essenziali (1,2,3,7,10,13; ma anche 8 e 12, volendo).
– Per chi li sopporta a malapena/odia, nessuna novità. E del resto questi ultimi hanno smesso già da un bel po’ di leggere questo post.

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10 Responses to Fall into you is all I seem to do

  1. kAy979 says:

    ti assicuro che il live merita a pacchi.
    se riesco torno a vederli a bologna il 26.

  2. molko ha una voce perfetta. nel senso priva di sbavature, di indecisione nell’intonazione o nel dosare il volume o l’inspirazione. al concerto a cui ho assistito questa estate fumava generosamente tra un pezzo e l’altro e comunque era limpido.
    without you i’m nothing è bella e disperata.
    ma anche nancy boy, pure morning, bitter end.
    e nel duetto con stipes trovo che sia questo ultimo in difficoltà contrapposto alla voce di molko.
    e non convengo neppure circa la povertà di testi…i brani che ho segnalato, o quelli che hai indicato tu, non mi sembrano ‘leggeri’. e ripetere ossessivamente ‘hai dimenticato di prendere le medicine’ credo volesse proprio creare un effetto straniante (con me c’è riuscito, ma tocca un nervo scoperto…).
    my own opinion.
    stee
    stee

  3. Disorder79 says:

    Kay: beh, avendo fatto così tanti concerti, e con un buon successo (ne avevo pure letto buone recensioni, e non certo da parte di Bambine Gotiche), lo immaginavo che fossero bravi. Semplicemente, ci sono sempre stati altri gruppi che mi attraeva di più andare a vedere (pur apprezzando anche loro).

    Sennò dovrei presenziare anche alla data di inizio tour (credo) di LOREDANA BERTE’ al Saschall tra pochi giorni, visto che mi sta simpatica e mi piacciono molte sue canzoni…Invece penso che passerò :)

    (oddio, quasi quasi)

    stee:
    – i pezzi che citi te, bellissimi, non sono ballate (neanche Pure Morning, che fa parte della categoria “canzoni ipnotiche a velocità media”).
    – Quanto alla voce, non ho detto che è brutta, ma che non mi emoziona più di tanto.
    – Su Stipe (SENZA la S finale, attenta eheh) hai ragione, è soffocato da Molko che però è sul suo territorio, mentre Stipe canta roba completamente diversa. Per quello ho detto che sarei stato curioso di sentirlo da solo alle prese con le chitarrone Placebo.
    – sui testi, in realtà volevo un po’ scherzare (quasi tutti i testi di canzoni rock anglosassoni sono banali e ripetitivi, in realtà)….. gli argomenti nei Placebo sono sempre quelli, sesso droga e amore malato, ma in certe canzoni i testi sembrano banali, in altre azzeccati. Spesso dipende semplicemente da quanto si sposano bene con la musica.
    – il testo di Meds in particolare mi piace (e l’ho scritto), anche in quel verso ripetuto dalla Mosshart, che come dici ha il suo perchè. Volevo sottolineare crudelmente che, dal punto di vista tecnico-vocale, che lo cantasse la pubblicizzatissima cantante dei The Kills o una corista qualsiasi non avrebbe cambiato niente.

  4. kontrasto says:

    io penso che potrei morire di noia.. ma le opinioni sono come le palle, a ognuno le sue..

    magari vieni a trovarci, per insultarmi.. :D

  5. avevo una ‘s’ in avanzo ;P
    la tizia dei kills però è un buon investimento in termini estetici per il video…
    stee(s)

  6. kAy979 says:

    la bertè canta pure al mei!

  7. kAy979 says:

    mi sono confusa…. della bertè fanno vedere un video inedito, quella che canta era la nannini :p

  8. Disorder79 says:

    stee: la tizia dei The Kills però si vede giusto in due fotogrammi, nel video (se è lei)

    Kay: dev’essere il video contro Bush e la Rice di cui parlavo tempo fa..
    (PS. la Nannini non canta nell’ultima giornata vero? pare che non porti bene alle manifestazioni di vecchia data….)

  9. Ari says:

    personalmente ho smesso di apprezzare i placebo dopo without you i’m nothing, che reputo il loro miglior disco, sia per intensità che per testi e ricerca sonora.
    quanto dici su brian molko, e sulla voce, lo sottoscrivo.

  10. Disorder79 says:

    Sì, quell’album è probabilmente il più riuscito (e anche quello a cui sono più affezionato). Non grezzo come il primo, non poco innovativo come i successivi (che ne hanno replicato grossomodo la formula, con piccoli cambiamenti)…

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