Se questo è il ricambio generazionale siamo a posto

Gruppi esordienti o quasi, affiancati a un gruppo in pieno scioglimento.

L’abbinamento di una tappa del tour di addio degli Arab Strap con la finale del RockContest è stato un grande successo…per il cassiere della Flog, che ha registrato un pienone. E forse anche per i 6 gruppi finalisti, che magari di sabato sera avrebbero comunque attirato un discreto pubblico (tra clàque di amici & parenti e semplici curiosi), ma che così si sono esibiti anche davanti a un tot di persone venute appositamente per ascoltare per l’ultima volta il gruppo scozzese.
 
arab strap2 
Inutile dire che quelli che ne escono scornati sono proprio gli aficionados della premiata ditta Moffat/Middleton, che dopo aver atteso fino a mezzanotte e venti si sono dovuti accontentare di poco più di un’ora di concerto. Perchè al termine (alle 1,30) doveva ancora tenersi la premiazione dei primi tre vincitori. No comment.
Non è comunque un dramma esistenziale per me, che degli Arab Strap sono un conoscitore recente e superficiale (anche se ero lì più per loro che per i gruppetti esordienti: a ragion veduta, posso dire ora).

La fila fuori è spaventosa e comincia prestissimo. Il programma prevede la partenza delle esibizioni alle 21,30, ma decido di prenderla con calma e presentarmi un’ora dopo. Solo alle 23 sono dentro, e riesco a seguire gli ultimi tre concorrenti.
Seguo in parte l’esibizione del quinto Finley (cantautore solista elettroacustico in età scolare, dai testi inintelligibili e dal nome d’arte irripetibile).
Poi sale sul palco un duo elettronico/pop con alla voce la prossima nuova cantante dei Delta V (per far capire sia lo stile vocale sia il genere). Lei è intonata anche se forse ha un timbro un po’ troppo standard; le canzoni a un primo ascolto non mi colpiscono particolamente.
Va forse peggio con l’ultimo gruppo, dalle sonorità molto Bloc Party/Yeah Yeah Yeahs (quindi più vicine ai miei gusti, in teoria). Delude
infatti la cantante giappa, che insiste in pose da strafatta viste e riviste che vorrebbero forse evocare una Karen O ma riescono solo a farla sembrare una Courtney Love post-atomica. E la sua performance è se possibile ancora più urlata e monocorde di quelle che suppongo offra la Love stessa.

Naturalmente auguro a tutti di crescere e migliorare (che poi, che non abbiano colpito me non vuol dire nulla). Quello che però mi ha dato fastidio è l’evidente ingiustizia nel meccanismo di voto (quello del pubblico, che concorreva non so in che proporzione con quello delle giurie tecniche) nei confronti dei gruppi che si sono esibiti in precedenza.
Ora, magari i primi tre erano ancora peggio. Però niente mi toglie dalla testa che non è un caso che ai primi tre posti si siano classificati proprio gli ultimi tre a esibirsi (per la cronaca ha vinto il quinto Finley, seguito
dal quartetto della giappa e dal duo elettropop).
Io per rispetto dei 3 gruppi che non ho visto nè sentito ho disertato l’urna (astensionista per un giorno…). Più giusto forse sarebbe stato permettere di votare solo a chi fosse entrato prima delle 22 e avesse avuto così la possibilità di giudicare tutti.

Il concerto degli Arab Strap è stato penalizzato sia in durata sia nell’atmosfera. Se infatti i cretini che non rispettano chi suona e che aspettano solo il djset ci sono in tutti i locali medio-grandi (vedi il suo racconto sulla sera prima al bolognese Estragon), ieri sera a questi si aggiungevano pure tutti quelli che attendevano impazienti di sapere il risultato della gara – per poi andarsene.
   arab strap live   
Il cantante Aidan Moffat è un vero e proprio personaggio col suo barbone, il panzone e l’espressione di volta in volta inebetita o scazzata o beffarda (o più spesso semplicemente stremata per il caldo il sudore e le troppe birre in corpo).
Il chitarrista Malcolm Middleton, l’altra metà del nucleo storico della band, è invece probabilmente il più timido e dimesso di tutti – anche degli altri tre musicisti sul palco, che svolgono in scioltezza il loro compito al basso chitarra e batteria.

Si parte con l’intensa Stink, tratta dall’ultimo album in studio The Last Romance come altre canzoni proposte nella prima parte (tra cui l’ipnotica Dream Sequence e la trascinante Don’t Ask Me To Dance, attualmente il mio preferito tra i pochi loro pezzi che conosco).
Seguiranno momenti malinconico/lenti alternati (quando meno te lo aspetti) ad altri molto più tirati; sparsi qua e là alcuni episodi indecifrabili, al limite tra il formato-canzone e il recitativo (come nel loro classico The First Big Weekend, un lungo salmodiare di Moffat su base acustica e poi via via più elettronica, a cui nel finale si aggiunge il ritornello cantato da Middleton – unico suo momento di ribalta).

La voce di Moffat è adatta allo stile del gruppo ma di per sè non irresistibile, sempre molto bassa anche se alterna momenti più vitali ad altri in cui sussurra quasi con sofferenza. Più per attitudine che per mancanza di fiato.
La musica degli Arab Strap (preciso che mi baso soprattutto su quel che ho sentito al concerto, non conosco il loro intero repertorio) è difficilmente definibile. Spesso vengono accostati ai conterranei Belle And Sebastian, ma soprattutto per l’appartenenza alla stessa generazione e scena cultural-musicale. Qualche raro brano dall’attitudine più easy li avvicina a Murdoch e soci, ma generalmente le loro atmosfere sono più oscure e ombrose.
Quando le chitarre si scatenano evocano quasi i Coldplay pre-Paltrow (e i tanti altri gruppi anglosassoni simili), ma senza la loro immediatezza e ruffianeria. Il che qualche volta è un pregio, qualche volta un difetto (un giudizio definitivo è rimandato ad ascolti più approfondimenti). Fatto sta che il suono ora avvolgente ora intimista del loro live a tratti coinvolge anche chi, come me, non conosce nè testi nè musiche di canzoni così poco radiofoniche.
Quanto alla differenza con le loro esibizioni in altre occasioni o a quanto trasparisse nell’aria il fatto che alla fine di questo tour sia previsto lo scioglimento del gruppo, non è compito di questo povero ascoltatore mainstream esprimersi (qui qualcosa sul concerto di Roma da chi li conosce un po’ meglio).
Posso dire soltanto che avrei preferito ascoltarli per un quarto d’ora in più e con meno chiacchiericcio di sottofondo, quello sì.

Nota sul banchino del gruppo: la maglietta con Arab Strap scritto col font degli Iron Maiden è terribile. O geniale.

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2 Responses to Se questo è il ricambio generazionale siamo a posto

  1. nella tradizione dell’OT musicale che tanto ti infastidisce, hai sentito i subsonica? considerato che era un doppio con il live di un cd che possiedo e divertissman di canzoni che ho con soli 3 inediti, l’ho preso (ovviamente).
    per ora sono inchiodata alla versione voce + poco altro di ‘tutti i miei sbagli’ (che si attaglia in modo così innocentemente banale al mio stato d’animo).
    baci.
    stee

  2. Disorder79 says:

    Macchè infastidirmi, anzi mi dai occasione di fare un po’ di sano cazzeggio sull’attualità musicale che non potrei fare altrimenti (visto che cerco di parlare di un argomento solo per post). Quella dei Subsonica mi sembra l’ennesima rimestolatura nello stesso brodo, si stanno pericolosamente “litfibizzando” (ricordi quando usciva ogni anno un disco+una raccolta della vecchia etichetta+un live dopo 6 mesi?).
    Capisco che è Natale e c’è da fare il busco e battere il ferro finchè è caldo (che tra un anno o due chissà), ma non era meglio restare ancora un po’ fermi e poi tornare con un album di inediti?

    Sennò si arriva ai livelli di Vasco, la cui ennesima raccolta live ieri veniva definita dal servizio-marchetta del Tg2 “un modo per CONOSCERE MEGLIO Vasco Rossi” (conoscere meglio???)

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