Take a trip in the air

Ci sono dischi che non ti cambiano certo la vita, ma sono sufficientemente piacevoli da ascoltare e rappresentativi di un certo suono. Se poi il loro prezzo, grazie allo special-special-price, equivale a quello di una birra, l’investimento è fattibile.

E’ il caso di Crises, probabilmente il secondo disco più famoso dell’inglese Mike Oldfield. Il più famoso, ovviamente, è quel Tubular Bells che segnò nel 1973 il suo precoce esordio da solista.
Tubular Bells è noto, oltre che per le vendite record (intorno ai 16 milioni di copie; non poco, per un disco che consta di due tracce strumentali lunghissime e sperimentali), soprattutto per due motivi:
1) per pubblicarlo Richard Branson fondò appositamente la Virgin Records;
2) la parte iniziale è il terrorizzante tema de L’Esorcista (e a ciò probabilmente
il successo del disco dovette molto).
 


 
Crises, del 1983, si colloca nella seconda parte della carriera di Oldfield, la cui ricetta di folk, prog & new age dopo qualche altro disco di successo cominciava ad accusare un po’ di stanchezza. Eccolo quindi avvicinarsi a sonorità più marcatamente pop: sarà il momento di Moonlight Shadow, il suo singolo di maggior successo.
L’album  è un compromesso un po’ furbetto tra musica sinfonico-pretenziosa e pop radio-oriented. La prima metà è occupata dalla title track, una suite di venti e passa minuti. Nella seconda troviamo 5 canzoni dal minutaggio ridotto e dal discreto potenziale commerciale.

Non è facile dare un giudizio obiettivo sull’iniziale Crises. Per me è complessivamente scorrevole, anche se non irresistibile. Ma c’è da dire che io ho le orecchie abbastanza abituate (e reattive) sia al prog che al synth pop…chi bazzica poco questi generi, la troverà probabilmente dal mortalmente noioso all’inascoltabile.
L’inizio è in sordina, con qualche scampanìo, poi partono dei suoni sintetici che richiamano in qualche modo il tema dell’esordio Tubular Bells (da cui sono passati 10 anni esatti: e si sente dai nuovi strumenti con cui è arricchita la tavolozza). Poi arrivano, nell’ordine: un paio di minuti di technopop alla O.M.D.; altri due minuti di rallentamento pinkfloyidiano; sei minuti di cavalcata progressiva alla Genesis vecchia maniera, con Michele Campovecchio impegnato nell’unica sua prova vocale del disco (e se non è passato alla storia come cantante ci sarà un motivo).
Al decimo minuto c’è una netta cesura e l’atmosfera si fa rarefatta (sempre con una gran varietà di strumenti impiegati: Farfisa, arpe, mandolini, chitarre e archi sintetici a volontà), per poi tornare a "montare" dal 13′ e protrarsi in un estenuante crescendo fin quasi alla fine. Stranamente, non vengono più ripresi i temi melodici iniziali – soluzione che forse sarebbe stata scontata, ma avrebbe coinvolto di più l’ascoltatore. Diciamo anche che un piccolo taglio alla durata avrebbe giovato.

Poi parte in grande la metà pop del disco, proprio con la dolcissima Moonlight Shadow. Serve commentarla? Uno dei più bei pezzi degli anni 80. A qualcuno evocherà ricordi vanziniani, ad altri le feste della propria adolescenza, altri ancora sono semplicemente cresciuti sentendola sempre risuonare nell’etere, tra i classici di sempre. La vocalist è la scozzese Maggie Reilly, di cui in seguito si sono un po’ perse le tracce.
All’epoca non esisteva l’usanza di indicare il Featuring, magari c’è chi crede che la voce sia quella di Mike Oldfield stesso dopo una energica strizzata all’inguine. Invece è la povera Reilly, a cui è giusto tributare i giusti onori. Anche perchè alla traccia 4 la troveremo anche nell’altra grande hit contenuta in questo album, la raffinata e ipnotica Foreign Affair (in cui figura anche come co-autrice delle lyrics: ne avrà tratto giovamento il suo conto in banca).

A proposito di strizzate di palle, chi dovesse ascoltare In High Places, posta in scaletta tra le due prove della Reilly, si chiederà a chi appartiene quella flautata e particolarissima voce femminile, che valorizza un pezzo di per sè non indimenticabile. Beh, ecco, è…Jon Anderson degli Yes.

Le due canzoni che chiudono invece sono il breve intermezzo Taurus 3 (un delirio acustico di chitarre e mandolini, tra Gipsy Kings e colonne sonore tarantiniane) e Shadow On The Wall, la più fastidiosamente datata del lotto, che sembra un (brutto) pezzo dei Survivor [Roger Chapman, l’ex cantante di un gruppo progressive (i Family) che finisce a cantare una canzone così plasticosa, è un buon esempio della fine che hanno fatto molti esponenti del prog, che negli anni 80 si sono trovati chi a darsi all’elettronica, chi a ricalcare pedissequamente i modelli del passato, chi a imboccare un’inevitabile deriva hard-rockkitch].

Quanto a Oldfield, avrebbe proseguito la sua carriera in questo modo, tra incursioni nel pop e una ripresa delle sperimentazioni, con i capitoli successivi di Tubular Bells…ma io mica sono un esperto in materia, e mi fermo qui: mi sono solo bevuto la mia birra.

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7 Responses to Take a trip in the air

  1. Slider says:

    Grande il finale!; )
    Adoro il suono sintetizzato, ma oldfield non mi ha mai fatto impazzire..

  2. djdona says:

    puff, pant! finalmente ce l’ho fatta a risponderti (sul mio blog) dopo la pausa che mi sono presa da internet nei giorni scorsi… auguri in ritardo di buon 2007!
    su oldfield non commento perche’ (scusami!) non l’ho mai potuto sopportare…

  3. Disorder79 says:

    Oh, ma ci mancherebbe altro! Non credevo proprio di arrivare addirittura a 2 commenti. Credo che non avrei potuto scrivere di qualcuno meno apprezzato e meno attuale di lui, pensavo avrei fatto anche il lettore più affezionato :)

  4. Enver says:

    ma io adoro quel pezzo e l’odlfield pop e anche tubular bells… e anche i primi film dei vanzina, credo che sapore di sale 1 e 2, vacanze di natale e vacanze in america siano perfetti. è dopo che si è sbracati, non solo al cine ma nella società

  5. Disorder79 says:

    Eh, a me Oldfield risulta complessivamente piacevole perchè titilla due mie perverse predisposizioni (peraltro in contraddizione fra loro, ma non è certo l’unica stranezza nei miei gusti musicali), quella per la suite progressiva e quella per il synth pop ottantesco (è inutile dire quindi che ho e apprezzo tutti i dischi dei Genesis, sia prima che seconda versione).

    Detto ciò, ho ascoltato solo Tubular Bells fra i suoi primi dischi e Crises tra quelli pop, quindi non potrei dare un giudizio complessivo sullasua carriera…e posso vivere anche senza ascoltarli tutti :)

  6. Kekule says:

    Mike Oldfield mi ha ribattezzato alla musica nel lontano 1993 (Tubular Bells II). Prof. Desideri della facoltà di chimica in Firenze, ti odio da quando nel ’99 hai messo un appello che mi ha impedito di vederlo live ad Udine.
    Il crescendo finale di Crises ce l’ho nel cuore. Direte voi: poteva andarmi peggio.
    Se sento ancora una studentessa fuorisede dire “mainstream” giuro che vado a Predappio ad urlare alla tomba di Mussolini che ho sempre sbagliato sul suo conto.

  7. Disorder79 says:

    Uh, meno male che non ho usato la parola mainstream io allora, sennò mi cazziavi (ma ti riferivi a Oldfield in particolare o al lemma in sè. che in effetti comincia a essere stantio?) :)

    Comunque sì, certo che poteva andarti peggio. Tra i crescendo non esattamente sobri che piacciono a me potrei citarti decine di esempi…

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