Mala-sanità e malo-giornalismo

L’appena nominato arcivescovo di Varsavia, al centro delle polemiche per i suoi legami con i servizi segreti del vecchio regime comunista, ha rinunciato al suo incarico. Notizia molto importante per la cattolicissima Polonia, per carità, e dalla rilevanza anche internazionale.
Ma per il Tg1 di oggi era la notizia più importante per i telespettatori italiani, tanto di meritarsi l’apertura e ben tre servizi che ne parlavano (il terzo in realtà era incentrato sul solito resoconto dell’omelia del Papa).
Con tanti saluti, tanto per restare alle notizie dall’estero, alla situazione in Iraq, alle novità dal Medio Oriente, al dibattito sulla pena di morte presso l’ONU nonchè alle notizie sugli italiani rapiti in Nigeria (rapiti di serie B, visto quanto se ne parla).
Per non parlare di altre notizie di casa nostra, come le importanti novità sul caso di Erba, l’indagine choc della Cgil sui ricercatori che campano a volte con 800 euro al mese (bella scoperta) e questo nuovo, interessante disegno di legge approvato a fine 2006 dal Consiglio dei Ministri e presentato ieri (che prevede più rigore verso i dipendenti pubblici che commettono reati di corruzione, concussione e peculato; 10 a 1 che qualche persona perbene tenterà di sgambettarlo in Parlamento…).
Per la cronaca, oltre che nel TgVat la notizia stava al secondo posto (con 2 servizi) pure al Tg3.

E dopo uno dei tanti esempi del pessimo tipo di giornalismo che si fa in Italia (basato sul copia-incolla di agenzie e sulla concessione di visibilità sempre e soltanto a dichiarazioni e temi imposti dai poteri forti), non si può non segnalare l’ennesimo lavoro di uno dei giornalisti che tengono alta la bandiera dell’inchiesta (insieme a Report e a pochi altri).
Parlo di Fabrizio Gatti de L’Espresso, che colpisce ancora dopo essersi infiltrato in passato nel CPT di Lampedusa e aver fatto luce sugli orrori dello schiavismo agrario in Puglia.
Stavolta si è "limitato" a trascorrere un mese di lavoro nel Policlinico Umberto I di Roma: il più grande ospedale pubblico del Lazio, regione in cui la gestione del servizio sanitario gode già di pessima (e meritata) fama grazie appunto ai Gabanelli-boys. Per un mese il nostro è riuscito a fingersi dipendente, entrare indisturbato e aggirarsi per i reparti per l’intera durata di un turno lavorativo, senza che mai nessuno controllasse la legittimità e utilità della sua presenza. E mentre girava annotava, filmava, fotografava.
Da leggere e da vedere.

L’aspetto più inquietante è che rispetto alle sue inchieste precedenti, che documentavano orrori che credevamo estranei a un paese come il nostro, qui è tutto ordinario e poco sorprendente, di per sè (quello che colpisce è soprattutto l’abnorme frequenza e quantità delle magagne).
E’ l’Italia che conosciamo. Chi non è mai stato testimone diretto di qualche grave carenza igienica o mancanza di rispetto nei confronti dei pazienti nelle nostre strutture sanitarie pubbliche (derivanti entrambe in primis dall’organizzazione del lavoro e dal mancato controllo da parte dei dirigenti)? Chi non ha mai ascoltato le disavventure accorse a familiari e conoscenti? Chi non ha mai raccolto lo sfogo dei tantissimi validi operatori della salute, costretti ogni giorno per fare il loro lavoro a una lotta frustrante contro la cronica mancanza di fondi, la burocrazia, l’assenza di senso della legalità da parte dei dirigenti e dei colleghi che si adeguano all’andazzo?

Non credo che la situazione da terzo mondo dell’Umberto I rappresenti l’intera sanità pubblica italiana. Ci sono, in tutta Italia, anche tanti ospedali e presìdi pubblici puliti, sicuri ed efficienti (o con pecche assai minori). Ma inchieste come queste, con conseguenti polveroni (che però devono portare a cambiamenti concreti), sicuramente a qualcosa servono. Più delle omelie.

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