We’re howling forever oh-oh

L’ho già ripetuto varie volte in passato: il tenutario di questo blog non ha i mezzi nè le competenze per parlare di musica di nuova (o futura!) uscita; per quello la rete straborda già di indirizzi…
Una delle cose che mi piace fare in questo spazio (oltre a riempirlo con tutto il contorno di fuffa quotidiana, invettive pseudo-politiche e considerazioni gratuite varie) è semplicemente parlare e straparlare a modo mio di dischi molto ascoltati e rimasticati, del presente o del passato, condividendo con l’anonimo lettore qualche giudizio o impressione personale.

Ad esempio arrivo adesso, dopo molti mesi, a parlare di Return To Cookie Mountain, il disco dei Tv On The Radio uscito nel luglio scorso di cui hanno parlato (bene) quasi tutti e che è stato tra i migliori 2/3 dischi  del 2006 per innumerevoli riviste/webzine/bloggers.
 


 
Vengo subito al punto, per chi ha fretta. Successo meritato? Sì. Uno dei dischi più potenti e innovativi del 2006? Sì. Uno dei dischi del 2006 che resterà? Probabile anche questo.
Uno dei dischi che più ho amato? No (infatti non stava tra i miei primi 10, per dire).

Il mio rapporto con questo secondo album del gruppo newyorkese (dopo l’Ep Young Liars del 2003 e Desperate Youth, Blood Thirsty Babes del 2004, che non conosco) ha avuto diverse fasi.
Ai primi ascolti, dopo l’acquisto a cui mi avevano spinto l’entusiasmo e curiosità in me suscitati da un paio di pezzi, l’ho trovato pericolosamente al limite dell’inascoltabile.
In una seconda fase ho cominciato ad apprezzarlo, ma solo da un punto di vista squisitamente musical-musicofilo (evviva le ripetizioni). Con la testa insomma, non con la pancia.
In seguito mi sono reso conto che il mio apprezzamento aumentava e cominciavo a lasciarmi trascinare dalle sue canzoni, ma soltanto in certe situazioni psicofisiche (rilassatezza, più o meno leggera ebbrezza). In altre perdurava una certa indifferenza.
Col passare dei mesi, infine, mi sono reso conto che ogni tanto mi veniva voglia di riascoltarlo; che ogni volta mi dicevo che solo alcuni pezzi valevano la pena; che però dopo qualche settimana mi tornava la voglia di riprenderlo in mano e quegli stessi pezzi tornavano a sorprendermi, oppure ne rivalutavo altri.
Non mi sono innamorato di questo disco nè mai lo farò, insomma. Però continuerò a sentirmelo di tanto in tanto, forse più spesso di altri per cui avevo perso la testa.

C’è da premettere che il miscuglio di generi contenuto in Return To Cookie Mountain comprende molte cose abbastanza fuori dalle mie corde. Ad esempio non ho grande familiarità con i suoni black in generale, che qui abbondano (del resto i 4/5 della band sono di colore, l’unico wasp è il co-fondatore e polistrumentista Dave Sitek).
C’è il gospel, c’è il funk, c’è il soul.
Ci sono le due voci (Tunde Adebimpe e Kip Malone) che si armonizzano e si incrociano e sfalsettano e fischiettano e vocalizzano; che creano infine in OGNI pezzo quei coretti uh-uh-uh che in certi casi tollero e in altri mi risultano assolutamente indigesti. Non so se perchè di questi uh-uh-uh (in mille varianti) i due hanno abusato troppo, se perchè in alcuni episodi ci manca una degna canzone sotto o se perchè non è il mio genere e basta.
Forse il mio scarso entusiasmo deriva, banalmente, dal fatto che non è roba che mi vien voglia di canticchiare.

Dicevo che i generi frullati dai Tv On The Radio sono tanti. C’è anche del blues; c’è della psichedelia, sorretta da un parco strumenti varissimo (archi, fiati, sitar, synth e chi più ne ha più ne metta); c’è quella new wave sporca che ispira tanta parte della scena newyorkese di ieri e di oggi; abbondano elettronica, samples, effetti vari.

I brani che preferisco sono (a) quelli più movimentati e (b) quelli in cui si sente maggioramente la vicinanza con gli spiriti guida di Bowie e Gabriel: due che del resto sulla sperimentazione musicale ad ampio raggio, ma sempre ancorata al formato pop, hanno costruito la loro carriera.

La prima metà del disco è decisamente la più valida.
L’iniziale I Was A Lover è un beat elettronico con un cantato monocorde e quasi rappeggiante, su cui irrompono micidiali momenti rumoristici (i più godibili) e rare aperture melodiche. Una buona introduzione, che non appassiona troppo ma neanche stufa.
L’oscura Hours mi piace di più. Anch’essa in pratica non decolla mai davvero, ma la tensione è assicurata dalla strumentazione di sottofondo (fiati, organo) che fa da contrappunto alle belle armonizzazioni tra i due vocalist.
Ma il pezzo cresciuto forse di più nel tempo è Province, che ospita alla voce anche David Bowie. Il neo sessantenne (auguri!) Duca Bianco va a nozze con una canzone che ricorda (anche nei testi) i suoi ultimi album, quelli in cui recupera il gusto per la popsong senza rinunciare a una produzione moderna. Il tocco di classe sono senz’altro certi rintocchi di piano, mentre il tanto inflazionato uh-uh-uh qui è perfetto e costituisce un ottimo controcanto melodico (qui la canzone sotto c’è!).

La successiva Playhouses spiazza completamente. Una schizoide base elettronica che si scontra letteralmente con le voci, ora sincopate ora calde e profonde più che mai. Non è tra le mie preferite, ma non annoia nonostante una certa monotonia del tema; anch’essa si è fatta apprezzare maggiormente col tempo.
Wolf Like Me è la killer-track, l’unico che può piacere da subito. Un pezzo tirato un po’ alla Bloc Party, ma con diverse carte in più dal punto di vista vocale (ovvio), una bella parentesi rallentata nella parte centrale e un finale che fa gridare "ancora! ancora!".

Segue un trittico di roba moscia. Per i miei gusti, ripeto. La peggiore in assoluto è A Method, una filastrocca ripetitiva con gli immancabili uh-uh di sottofondo che si trascina insopportabile per 4 minuti e mezzo.
Non va molto meglio con Let The Devil In, gospel casinista con abuso di relativi cori e percussioni. E’ uno dei pezzi che dice qualcosa di più da "alterati".
La semiacustica Dirtywhirl è anch’essa filastrocchesca, ma un po’ più gradevole. Altro pezzo da riascoltare più volte.

Nel finale l’album si risolleva.
Blues From Down Here per esempio ha un tiro pazzesco, va assolutamente ascoltata: blues postatomico con mille variazioni, frenate e ripartenze improvvise.
Tonight è il "lento" del disco, se così si può dire. Non è terribile, ma il rischio che sopravvenga la noia prima che scorrano tutti i suoi 7 minuti è forte.
Discorso diverso invece per l’ancor più lunga Wash The Day, che chiude la tracklist. Il pezzo più alla Peter Gabriel (come Province era quello bowiano). Del resto, il Gabriel dei primi album era proprio quello delle prime aperture del pop alla sperimentazione ritmica, ai suoni della world music e allo stile vocale black. Un grandioso crescendo, poi un esausto e lento spegnersi.

E la chiuderei qui, visto che il mio giudizio complessivo (positivo, dai) l’ho già dato sopra.
Sicuramente i TVOTR sono un gruppo da tenere d’occhio in futuro, perchè se con questa loro inventiva imbroccassero un album di canzoni più "orecchiabili" potrebbero davvero lasciare a bocca aperta tutti e sfornare un classico di sempre.
Se un classico lo sia già questo, lo dirà solo il tempo…per i miei gusti, no.

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2 Responses to We’re howling forever oh-oh

  1. Blues From Down Here ha un tiro pazzesco. Hai ragione. La mia preferita dell’album

  2. Disorder79 says:

    Eh, infatti è uno de pezzi sentiti prima che mi aveva invogliato a prenderlo…devo averlo trovato sul blog di qualcuno ;)

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