No, they’ll never catch me now

Picaresque è l’album che mi ha fatto conoscere i Decemberists e mi ha fatto appassionare a loro. E dopo aver ascoltato il resto della produzione, l’opera terza del gruppo di Portland (datata 2005) rimane per i miei gusti il loro album complessivamente più riuscito (a dispetto delle recensioni, che come spesso succede tendono a valutare con più generosità i primi album, per non parlare dell’Ep d’esordio – e se fossero disponibili dei demo registrati in un garage alla seconda prova, sarebbero sicuramente considerati ancor più genuini e sorprendenti…).
 


 
Per la verità le canzoni contenute in questo disco non mi hanno introdotto soltanto alla band di Colin Meloy, ma a suo tempo hanno anche contribuito (insieme all’ascolto di gruppi come Belle And Sebastian e Shins) ad avvicinare le mie orecchie e il mio gusto ad alcuni sotto-generi musicali prima da me poco frequentati e adesso un po’ di più (anche se non ne sono diventato maniaco, e non ho sicuramente perso le mie salde radici wave-grunge-brit-rockettose); sto parlando di quelli che vengono sbrigativamente etichettati come indie-pop e twee-pop.


Picaresque mi pare il disco dicembrino più riuscito perchè contamina l’attitudine indie dei primi dischi (troppo minimali e delicati per l’ascoltatore non avvezzo al genere) con qualche arrangiamento più pop-rock e accessibile (ma senza esagerare). Soprattutto, è alta la qualità media delle composizioni (quello che poi fa sempre la differenza). Siamo un gradino sopra il successivo The Crane Wife (2006), il quale, pur contenendo pezzi ben fatti e orecchiabili, non ne raggiunge il livello medio nè i picchi di pathos, sconta alcune scelte formali poco felici (come quella di unire più pezzi distinti per comporre suite abbondantemente sopra i dieci minuti, per ben due volte) ed esagera in un paio di occasioni nell’incattivire il suono (certe schitarrate simil-prog, il riff smaccatamente zeppeliniano e fuori luogo di When The War Came). Anche qui, va detto che gran parte della critica non la pensa così e ritiene invece The Crane Wife più organico.

Picaresque parte con The Infanta, uno degli episodi meno esaltanti. Se da una parte un inizio di disco così energico si fa ben volere, dall’altra l’arrangiamento barocco fino all’eccesso (con tanto di pausa drammatica sottolineata da arpeggi di chitarra spagnoleggianti) risulta a tratti irritante. L’ascolto scorre più piacevole se si fa attenzione anche al testo, assai evocativo (il titolo dell’album richiama il romanzo picaresco e in effetti molte lyrics parlano di viaggi e avventure).

Segue una doppietta spacca-cuori (e la pausini coverizzante non c’entra). Per prima la ballata mid-tempo d’amore contrastato We Both Go Down Together, romantica e dark, splendida dall’inizio alla fine: dagli archi, perfetti nel sottolineare con stacchi puntuali i momenti drammatici del testo, alla voce nasale e strascicata di Meloy intensa più che mai.
Altrettanto tetra (sconfinando sul piagnone) è Eli, The Barrow Boy, più scarna e classicamente folk. Solo chitarra acustica, voce e flebili cori (io non posso che preferire le atmosfere morrisseyane e gli archi del pezzo precedente, tra l’altro molto più originale, ma anche questo merita). File under Automatic for the people.

A dare una scossa arriva poi The Sporting Life, il momento più Belle And Sebastian del disco. Il gruppo di Stuart Murdoch è tra i primi che citerei per descrivere la musica di Meloy e soci, aggiungendo subito però (in un troppo ardito parallelo, che si riferisce al mood e non al suono) che in ambito indie i Decemberists stanno ai B&S un po’ come nel guitar-pop inglese anni 80 gli Smiths stavano agli Housemartins; i dicembrini sono generalmente più pomposi e drammatici, gli scozzesi più scanzonati, essenziali, sussurrati nelle parti vocali.
The Sporting Life, appunto, è qui il pezzo stilisticamente più murdochiano, sia nell’ironico testo (
l’atleta protagonista delude le aspettative di padre, fidanzata & coach col suo fallimento sportivo, e prende forse coscienza del suo essere "perdente di successo"), sia nella ritmica e struttura (echi di Jam e tradizione brit-rock).

And father had had such hopes
for a son who would take the ropes
and fulfill all his old athletic aspirations
but apparently now there’s some complications
but while I am lying here
trying to fight the tears
I’ll prove to the crowd that I come out stronger
though I think I might lie here a little longer

Con The Bagman’s Gambit si torna al tono patetico. Una storia da film di 007 viene trascinata per 7 minuti in un parossistico ma complessivamente convincente saliscendi di ritmo e di tensione (solo nel finale forse si va un po’ oltre).

(From My Own True Love) Lost At Sea è un lento acustico (con tanto di glockenspiel!), un po’ sempliciotto nel testo e nella melodia. Un riempitivo, che lascerà però il campo a una tripletta micidiale.
Prima di tutto un pezzo killer come Sixteen Military Wives, strofe e ritornello catchy all’ennesima potenza, fiati sempre in primo piano e protagonisti assoluti dopo il secondo refrain quando replicano il tema delle strofe. Completano la ricetta per la perfetta pop-song i vari la-de-da-de-da inseriti al posto giusto.
E dopo il miglior pezzo ritmato, ecco la migliore e più immediata ballata The Engine Driver, col suo ritornello a presa rapida che scalda tanto il cuore, soprattutto se intonato in coro:

And I am a writer, writer of fictions
I am the heart that you call home
And I’ve written pages upon pages
Trying to rid you from my bones

Probabilmente è questo che mi piace della voce del deus ex machina della band Colin Meloy: l’intonazione così strascicata e alla fine monocorde (in qualche pezzo dei primi dischi sembra addirittura Liam Gallagher!), ma allo stesso tempo dolce, invoglia moltissimo ad imitarla andando di coretto…Del resto, sono o non sono cresciuto con un altro belatore come Billy Corgan (che per altro ha in comune con Meloy il gusto per i progetti troppo ambiziosi e per il suono stratificato, pur entro generi completamente diversi)?

On The Bus Mall è (te pareva) un’altra canzone d’amore, stavolta dall’atmofera malinconica (ancora di stampo scozzese), che carbura lentamente, ma a me piace…soprattutto nel sottofondo acustico, quando si ferma e riparte.

The Mariner’s Revenge Song è l’unica mazzata sulle balle del disco. Quasi 9 interminabili minuti di filastrocca, consigliati solo ai cultori del folk (con influenze  irlandesi?). Il testo è anche interessante, ma…come dire, De Andrè in inglese anche no.
Meno male che poi Of Angels And Angles, così breve, delicata e younghiana, chiude il disco alla grande.

Picaresque non è un disco perfetto, lo so. E’ sovrabbondante, retorico, per qualcuno forse pesante. Ma in diversi pezzi vanta ottime melodie che da queste parti incantano, esaltano e fanno batter forte il cuoricino, come riusciva a fare gente come R.E.M. o Smiths.
Tanto mi basta. Anche ammesso che abbia meno difetti formali (ed è tutto da dimostrare),
The Crane Wife al confronto mi scorre via e lo trovo *solo* un piacevole ascolto.

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2 Responses to No, they’ll never catch me now

  1. utente anonimo says:

    Io direi che siamo una scala a chiocciola a tre piani sopra il successivo The Crane Wife.

    Il fatto che uno dei miei brani decemberisti preferiti sia quella malefica Apology song contenuta nel primo ep mi squalifica a vita, vero? ;)
    A.30mo

  2. Disorder79 says:

    Tzè, quella canzone è stata aggiunta nella ristampa posteriore al primo disco, quando ormai erano GIA’ VENDUTI

    (…si allontana fischiettando Not Worth Asking, la b-side del primissimo e introvabile singolo degli Smashing Pumkins…)

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