Is it so wrong to want rewarding? (no, con un album migliore di questo)

Dopo diversi ascolti di A Weekend In the City – il secondo lavoro dei Bloc Party uscito poco più di un mese fa – posso azzardare su di esso un giudizio non certo definitivo, ma abbastanza ponderato (si tratta come sempre del mio personale giudizio, è chiaro).
 


 
La premessa da sborone. Il mio primo contatto con i Bloc Party (che fino ad allora per me erano solo una delle tante indie sensations di cui si poteva leggere nei blog musicali più avanti) fu a fine 2004, al concerto riminese degli Interpol al Velvet. Mi ritrovai davanti Kele Okereke e soci, che allora avevano al loro attivo solo l’Ep d’esordio, come gruppo di supporto.
L’impressione che mi fecero non fu proprio entusiasmante: mi erano sembrati una new new wave band eccessivamente casinista e con una voce troppo alla Robert Smith, troppo monocorde e troppo urlata. Il fatto che non conoscessi neanche una loro canzone influì molto: ma probabilmente il gruppo, alle prime uscite internazionali, doveva ancora affinare parecchio le sue capacità live.

L’acclamatissimo Silent Alarm doveva uscire pochi mesi dopo, ma solo a fine 2005 me lo sarei procurato (il primo singolone Banquet di primo impatto mi era piaciuto, ma senza farmi impazzire). Quando però l’ascoltai tutto con attenzione, mi resi conto di quanto quell’album fosse memorabile: 12 tracce (15 nella riedizione con Two More Years) tutte all’altezza, dagli episodi più sognanti a quelli ballabili fino a quelli più indiavolati.

Anch’io come tanti aspettavo con ansia questo A Weekend In The City. I giudizi della critica e di chi l’ha ascoltato sono stati per lo più impietosi.
Per parte mia, non posso che concordare con la generale considerazione che il paragone con Silent Alarm non si pone nemmeno. Si tratta di vedere però quanto e in cosa questi nuovi pezzi siano peggiori, e se si tratti di roba tremenda o di livello comunque buono.

Queste 11 canzoni difettano indubbiamente della freschezza di quelle dell’esordio. Sarà il nuovo produttore Jacknife Lee (uno di quelli degli ultimi U2…), ma il suono è decisamente più pop e si avvicina a volte a quello di Coldplay e Killers (il che non sarebbe un male in sè, intendiamoci: ma la ruvida voce di Okereke secondo me è poco adatta a cose del genere). Spesso inoltre la batteria (elemento fondamentale nel gruppo) è meno pastosa e pestosa di come ce la ricordavamo; mentre gli innesti elettronici e di synth non sempre sono così esaltanti.

La mia risposta della seconda domanda di cui sopra però é: questo non è un brutto disco. Vista la differenza col predecessore, è però inevitabile che non riscontri un consenso generalizzato, ma piaccia solo agli appassionati come me del genere Franz Ferdinand/Maximo Park/Interpol.

Credo che uno dei motivi che ha portato molti a stroncarlo già a metà del primo ascolto (oltre alla sua effettiva qualità e al solito snobismo insconscio da riversare sul secondo album di gruppo che ha stravenduto) sia la scaletta poco "tattica". Sappiamo quante poche chance dia l’appassionato di musica medio a un album, in questi tempi di download selvaggio. Spesso se i primi pezzi sono deludenti non si arriva neanche alla fine e si passa ad altro.

Non che le prime canzoni di AWITC siano le peggiori, ma sicuramente né mostrano una nuova convincente direzione musicale né sono un calco ispirato delle vecchie canzoni. Per esempio Silent Alarm si apriva con l’epica Like Eating Glass, col suo montare piano piano fino al fantastico finale. C’è una bella differenza con questa anonima Song For Clay (Disappear Here), che inizia sussurrata e poi introduce le chitarrone (ci sento un po’ la Jacqueline del primo Franz Ferdinand), senza trovare soluzioni melodiche granché coinvolgenti e presentando delle lyrics piuttosto forzate dal punto di vista ritmico.

A proposito di testi, quelli di questo album provano (con risultati alterni e diverse cadute di stile) ad essere un po’ più profondi che nell’esordio e ad andare oltre la generica canzone d’amore o di inquietudine emo-adolescenziale. In particolare contengono, come anche il titolo suggerisce, vari riferimenti alla natìa Londra: dal suo aspetto decadente ("East London is a vampire, it sucks the joy right out of me / how we longed for corruption in these golden years" è l’inquietante bridge di Song For Clay) al pesante clima post 2001 e post 7 luglio 2005.
Proprio su questo è incentrata la successiva Hunting For Witches, indubbiamente più riuscita anche se un po’ troppo convenzionale. Una versione più patinata, più banale e meno veloce di Helicopter, con qualche effettazzo evitabile.
Anche il terzo colpo in canna – Waiting For The 7.18 – si fa ascoltare e niente di più, accendendosi finalmente solo nel ritornello con quel "let’s drive to Brighton on the weekend" (stavolta della vita in città si descrive la monotonia e l’alienazione).

L’album si risolleva col primo singolo The Prayer, da tutti bistrattato e che invece a me piace. Non sarà all’altezza delle vecchie hit, certo: ma apprezzo il palese tentativo di sfondare ("is it so wrong to crave recognition?", canta per l’appunto Kele) con una composizione più accessibile rispetto agli standard del gruppo – struttura molto più semplice, melodia facile nel refrain – ma che trovo comunque "stramba" e non troppo ruffiana.
Meglio ancora la successiva Uniform, una delle cose migliori a mio parere. Due pezzi in uno: l’inizio è riflessivo e delicato, mentre dopo due strofe la canzone si infiamma e si torna ai livelli più alti.

On è un piacevole intermezzo: uno dei momenti "tranquilli" (io dei Bloc Party ho sempre preferito il lato cattivo), con ritmica e sonorità tipicamente wave.

Where Is Home?, altra canzone dal testo piuttosto crudo ("in every headline we are reminded / that this is not a home for us"; "we all read / what they did / to the black boy", che credo si riferisca al noto episodio del brasiliano ucciso a Londra dai poliziotti), esagera forse un po’ con l’elettronica (e che è, il ritorno non richiesto della jungle?). Il pezzo cresce con l’arrivo delle chitarre, restando comunque un ibrido non pienamente risolto.

Di momenti adrenalinici purtroppo non ce ne saranno più nelle restanti 4 tracce.
Kreuzberg è una cavalcata wave-pop che vorrebbe essere di atmosfera ma non mi scalda più di tanto, nonostante certi assoli piacioni. Con quel crescendo poi sembra di essere in un album degli ultimi Coldplay (e a quel punto vado direttamente ad ascoltarmi Chris Martin).

Su I Still Remember c’è poco da dire, pezzo buono per essere estratto come singolo (infatti è il secondo), molto pop. Il riff è davvero banalotto, diciamolo, ma tutto sommato gradevole, così come la voce di Okereke, più duttile del solito. La Just Like Heaven dei poveri, insomma (ma proprio dei poveri eh).

Il mid-tempo di Sunday puzza di nuovo di Coldplay. Per terminare in allegria, poi, niente di meglio che una dolce ballata strappalacrime sul suicidio (SXRT), che si chiude con "tell my mother I am sorry / and I loved her" (scherzi a parte, non è male).

Riepilogando, un album con diverse canzoni piatte e anonime e altre di buon livello. Chi non è fanatico del genere si butti senza indugio su altri dischi più riusciti. Chi ha amato Silent Alarm (che viene comunque voglia di riprendere in mano) può ascoltarsi questo un po’ di volte in anteprima grazie ai soliti mezzucci e poi decidere se accattarselo o no (io per esempio potrei aver fatto così, ma anche no, ma anche che ve frega).

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4 Responses to Is it so wrong to want rewarding? (no, con un album migliore di questo)

  1. federicoAS says:

    A me è piaciuto molto, ma non come il primo… mi ha dato l’impressione di un disco di una band che è ad un punto di svolta. Un disco interlocutorio.
    Vedremo il prossimo… ;)

  2. Franfiorini says:

    Posso dire che l’avevo detto? :P

  3. Disorder79 says:

    fede: interlocutorio sicuramente. Che è sempre un bell’eufemismo per definire un disco uscito così così ;)
    Probabilmente le novità dal pdv musicale che avevano riversato nell’esordio le avevano esaurite. Per la crescita e il consolidamento di un gruppo poi è fondamentale la maturità compositiva, e quella probabilmente deve ancora arrivare. Speriamo arrivi!

    fran: eh, ma l’avevano detto in tanti. In realtà alla fine non ho dato un giudizio tanto diverso da quello di (quasi) tutti gli altri. Solo che mi piace arrivarci da solo :)

  4. Disorder79 says:

    We have two hundred couches where you can sleep tonight[..] [] E così è arrivato il giorno del concerto degli Interpol. Il mio quarto, come già spocchiosamente buttato lì nello scorso post. La prima occasione per vederli era capitata proprio a Firenze, nella primavera del 2003 al [..]

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