«…remember the best times are yet to come»

Non ho nulla di rilevante o curioso da raccontare sul mio 11 settembre 2001. Nessuno shock psicologico abnorme, nessun aneddoto, nessuna conversazione a caldo. Ero semplicemente a casa da solo e mi accorsi di quello che stava succedendo dalla televisione, a cui nelle ore successive rimasi incollato. Grande sorpresa e preoccupazione, tutto qua.
Nelle scorse settimane mi sono piuttosto soffermato a riflettere su un altro anniversario, anch’esso celebrato dai media (trattandosi di cifra tonda) ma ovviamente con diversi e più sobri toni. Parlo del decennale della dipartita di Lady Diana Spencer.

Non che la notizia mi avesse particolarmente sconvolto all’epoca (non più della morte tragica di un vip qualunque, almeno).
Semplicemente 10 anni fa, proprio in quei giorni, mi trovavo in uno dei momenti di passaggio della mia vita. Uno di quei periodi in cui la sorte ti apre nuove possibilità (magari per richiudertele quasi subito), in cui ti rendi conto di essere artefice del tuo destino (e ne sei terrorizzato ed elettrizzato allo stesso tempo), in cui conosci nuove persone e scopri anche nuovi lati di te stesso.
Quando una notizia di cronaca arriva in uno di questi periodi, è facile che il ricordo del momento in cui si è appresa si mantenga più a lungo, legato com’è dalla casualità a quello del proprio vissuto privato.

Ricordo quindi distintamente per quale viaggio mi stavo frettolosamente preparando (ero indietro con le valigie come al solito) il 31 agosto, quando arrivò la notizia dell’incidente in quel tunnel parigino.
E ricordo come nei giorni successivi *non* subii la full immersion televisiva sull’incidente, sulla storia della sfortunata "Principessa del Popolo" e sui commoventi funerali (del resto non mi sono perso molto: negli anni successivi se ne è parlato a sufficienza, direi). Lessi alcuni aggiornamenti solo sui quotidiani che compravo o sbirciavo nelle edicole, o ne parlai con le persone che ebbi modo di conoscere in quei giorni.

Perché per la prima volta non mi trovavo nella mia città, ma affrontavo – per alcuni strani ed a suo modo entusiasmanti giorni – Il Mondo. Dove Il Mondo, per un provinciale come me, era rappresentato dalla "capitale morale" del Paese: una metropoli meneghina già soffocata da una cappa di caldo e umidità indicibile, in anticipo di almeno un lustro sull’attualità mediatica del global warming.

Era la prima volta che affrontavo "lezioni" di un certo tipo; che conoscevo coetanei provenienti da tutta Italia (alcuni odiosi, altri simpaticissimi, altri più ordinari e noiosi di me); che sceglievo io chi frequentare e in che termini; che utilizzavo una metropolitana. Il tutto con l’orgoglio di essermi guadagnato quell’occasione soltanto con le mie forze, con le mie capacità.

Cosa è rimasto oggi – dieci anni dopo – di quel ragazzo promettente, delle sue speranze, del suo entusiasmo? Non molto. E non c’è da dare troppo la colpa alle inevitabili delusioni e ai fisiologici errori in cui è incorso, o alle sofferenze che la vita gli ha riservato (francamente, niente che non ci si potesse lasciare alle spalle con un’energica scrollata). No, la responsabilità dei suoi insuccessi è soprattutto sua. Mia.

Molte cose sono cambiate in questi anni. Idee, percezione di sé, comportamenti.
In comune col me stesso di dieci anni fa ho solo qualche storica amicizia che ha resistito a un cambio radicale nelle frequentazioni e la passione per la musica. Una passione che si è fortificata e, se non ha contribuito a salvarmi la vita, mi ha almeno tenuto compagnia come nessun altro nei momenti di noia, di effimera felicità e soprattutto in quelli più bui.

Già allora (dopo aver abbandonato le autentiche tamarrate che avevano fatto da superficiale colonna sonora alla mia superficiale adolescenza) ascoltavo R.E.M., Pearl Jam e Smashing Pumpkins, a tuttoggi tra i miei gruppi preferiti. Mentre resta legata a quegli anni la musica di Cranberries, Oasis, Metallica, Offspring, roba da cui poi mi sarei allontanato. Del resto, dopo aver scoperto gli Smiths il suono dei Cranberries avrebbe perso ogni fascino (per non parlare dei loro testi!). E dopo l’avvicinamento a Cure e Depeche Mode e alla svolta wave avrei perso ogni interesse nella musica più fracassona e muscolare.

Molte cose sono cambiate, dicevo. Eppure in questo autunno ci sono alcune novità che potrebbero mettere un punto, chiudere un ciclo. Che non potranno certo riesumare lo spirito che avevo allora (e non dovranno: perché sono anche in parte orgoglioso, nonostante tutto, di quello che sono diventato), ma potrebbero rimettere in moto a pieni giri la mia vita.

Il cinismo e la disillusione che contraddistinguono il *nuovo me* non mi permettono di andare incontro alle nuove prove che mi aspettano (e ce ne saranno di dure) con troppa leggerezza. Eppure, dopo tanto tempo, sento di nuovo quella sensazione di brivido di fronte alle novità: e tanto mi basta per (provare ad) affrontare la guerra col sorriso sulle labbra. Perché come afferma l’ultimo bellissimo singolo di un’altro gruppo scoperto nel corso di questi dieci anni (e che di brividi me ne ha strappati parecchi), è tempo di scuotersi e prepararsi a correre.
Perché il meglio deve ancora venire. O almeno è bello, eccitante e rincuorante pensarlo.

Manic Street Preachers – Autumnsong

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11 Responses to «…remember the best times are yet to come»

  1. utente anonimo says:

    E’ così strano crescere e scontrarsi con la realtà. Anche i sogni che riesci a realizzare, dal vero hanno uno strano sapore :-/……magari piacevole, ma diverso da quello che ti eri immaginato. E il sano cinismo aiuta ridimensionare il tutto, ma ti evita anche tante brutte sorprese!! Aldilà di dove vai a finire, è bella la consapevolezza di te che acquisti lungo la strada. Anche per me questo è un momento di grandi cambiamenti e novità ed ho un po’ paura (anzi un po’ tanta!!), ma neanche io riesco a togliermi questo sorriso ebete dalle labbra :-)
    Un bacino e buon nuovo lavoro ;-)
    IllegallyBlonde

  2. sariti says:

    ma quanto bello e’ l’ultimo album dei msp?io lo ascolto in continuazione… :.)

  3. federicoAS says:

    Un post molto toccante. Ho pensato a lungo se lasciare un commento, avevo paura di rovinarlo.
    Posso solo dire che oggi sono proprio come dieci anni fa mi immaginavo sarei diventato. E ne sono molto contento.

  4. manuconta says:

    credo che la cosa migliore che possa capitarci è di sentirci sempre ad un bivio.
    la possibilità di scegliere, l’ansia del cambiamento radicale e qualche volta l’inevitabile senso di colpa di non aver scelto l’altra strada, ecco, tutto questo è sentirsi esseri umani VIVENTI.
    il sorriso poi diventa più largo, quando hai qualcuno con cui fare il cammino.
    un abbraccio, forza!

  5. utente anonimo says:

    dieci anni fa.
    quei famosi seminari (forse di nove anni fa e non di dieci), ricordi?
    m

  6. federicoAS says:

    Mi rendo conto:
    a) che il mio commento precede è scritto in un italiano incomprensibile
    b) ne ho perso per strada un pezzo.

    Volevo aggiungere: “E ne sono molto contento, ma non penso che sia una cosa normale. Comunque, buon lavoro. ;)”
    :D

  7. Disorder79 says:

    I.B.: grazie del commento, davvero. Però ora moratoria di smancerie per tre mesi eh ;)

    sariti: tanto, tanto bello…anche io lo ascolto ancora un sacco :)

    federico: grazie anche a te. Non ho capito: non pensi sia normale il fatto che tu sia diventato più o meno come immaginavi, oppure il fatto che tu ne sia contento? :)

    manu: tutto vero!

    m.: ahahah, ma non so se parliamo della stessa occasione. In quella che ricordi tu (terribile!) ho conosciuto certa gentaccia..che tra l’altro mi scrive i commenti qui e poi mi si nega a telefono e mail ;)

  8. Curiosamente in quel momento lì anche io stavo ad un bivio, bello grosso anche! La vita è così interessante! ^_^

    Un abbraccio

    Kafkahigh

  9. AnelliDiFumo says:

    Qui è un periodo duro. Una serie di brutte coincidenze sembrano prendere il sopravvento su tutto. Grazie per questo post e questa canzone.

  10. federicoAS says:

    Entrambe le cose, credo. :D

  11. Disorder79 says:

    Kafka: eh sì (ed è bello quello che hai scritto te, grazie – e ricambio l’abbraccio)

    AdF: mi spiace. Spero che la canzone faccia un po’ di effetto catartico/consolatorio/energizzante anche a te (e magari può esser pure l’occasione di invogliarti ad ascoltare qualcos’altro dei MSP, nel caso in cui tu li conosca poco) :)

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