Slow decay, I won’t stop fighting yet

Avrei voluto avere il tempo di scrivere un post di quelli miei lunghi e prolissi sul primo splendido disco degli Interpol. O sul secondo splendido disco degli Interpol. O sul terzo splendido disco degli Interpol. O sui miei primi 3 concerti degli Interpol.

Non ho tempo finora per scrivere niente di tutto ciò, e per il momento mi limito a commentare questa stringata presentazione del concerto di lunedì a Firenze (e dell’altra data di martedì a Milano) letta su Zero (Zero55 in particolare). Autore tale Tyler Durden (pseudonimo, I suppose).

(neretti miei)

Aprono i Blonde Redhead, che portano in giro "23", il loro ultimo disco, quello più pop e più lontano dagli esordi targati Smell Like Records (roba di Steve Shelley dei Sonic Youth).
"23" non delude, come non delude il terzo album degli Interpol.

Daniel Kessler si conferma una delle migliori chitarre della scena. Spleen decadente e tenebroso che conosciamo e ogni bravo giornalista non manca di sottolineare che la band di New York porta il testimone dei Joy Division. Il punto è che gli Interpol suonano meglio dei Joy Division. Ma non sanguinano. Non arrivano all’anima. La voce di Paul Banks evoca quella di Ian Curtis, ma non ne trasmette la medesima intensità. L’Arte si nutre anche di sofferenza. Banks attorno al collo porta una bellissima cravatta slim di Fendi, Curtis al suo collo, dopo l’ennesima crisi epilettica, ci mise un cappio. Suicida a soli 24 anni. I Joy Division cantavano nell’Inghilterra dello scontro sociale, delle ingiustizie del turboliberismo tatcheriano, dei rockers che cadevano per overdose come caporali al fronte. Gli Interpol cantano nella (new) New York mondana, seducente ed indifferente. A ognuno il suo tempo. Gli Interpol non sono i Joy Division, sono solo i figli firmati di un epoca senza eroi.

Non intendo lanciare accuse o sberleffi, ognuno ha i suoi gusti ed è libero di farsi la propria opinione sulla statura musicale degli Interpol. Siccome però siamo all’ennesima riproposizione della vulgata "Interpol = copia dei Joy Division con buona tecnica ma senz’anima", cara a molti di quelli a cui la musica di Banks e soci non smuove granché (le stesse parole e gli stessi argomenti li ho già visti espressi da varie persone), ci terrei a dare voce a quella fetta di pubblico che la pensa un po’ diversamente. O più modestamente a dire la mia.

– Che gli Interpol siano dal vivo altra cosa rispetto alla band di Curtis (a proposito, VERGOGNA per la mancata uscita italiana di Control: sto meditando di boicottare l’intera annata cinematografica per rappresaglia), è cosa abbastanza pacifica, viste le performance disastrose della seconda descritte dalle cronache dell’epoca e i live dei newyorkesi – impeccabili a livello di tecnica e di energia – a cui ho assistito fino ad ora.

– Fare confronti a livello di tecnica musicale o di produzione tra due gruppi di epoche così diverse non ha molto senso. I Joy Division potevano permettersi di dare moltissimo con quattro accordi. Oggi gli Interpol hanno infinite possibilità tecniche a disposizione e un’enorme storico (su più sotto-generi musicali) a cui fare riferimento – e l’una e l’altra cosa possono risultare un vantaggio o un handicap.

– Partire dal paragone coi JD nel descrivere gli Interpol mi sta bene, è il punto di partenza necessario anche per me (la voce di Banks e certe atmosfere li richiamano esplicitamente). Fermarsi lì però è abbastanza limitante, ché gli Interpol sono stati anche altro fin dall’inizio, senza considerare l’evoluzione del loro suono.

– Le considerazioni sul modaiolismo per un gruppo come gli Interpol le metterei proprio da parte. Possibile che nel 2007 dobbiamo ancora leggere degli sfottò per una cravatta alla moda indossata sul palco o l’aver posato con vestiti firmati per delle foto su un giornale musicale una volta che si è raggiunto il successo? E magari dalle stesse persone che esaltano prezzemolini dell’hype come Pete Doherty e Strokes (i quali peraltro fanno molto più copiaincolla da gente come Clash e Stooges di quanto facciano gli Interpol con i Joy Division, per tacere della varietà del proprio repertorio)

– Sul discorso Arte che si nutre di Sofferenza (le maiuscole innanzitutto) non mi dilungo, mi limito a citare Michael Stipe e Morrissey, due persone dalla voce sensazionale che non mi risultano abituali frequentatori di cliniche rehab e che grazie al cielo sono ancora vivi e hanno inciso un sacco di album.
Con questo non voglio sminuire la grandiosità dell’interpretazione vocale di Curtis (che ci ha lasciato due album in studio e spiccioli), né mettere sul suo stesso livello Banks, che non considero certo vocalist insuperabile. Però a me pare che Banks su disco stia maturando, album dopo album. Ed è già riuscito a inciderne uno più di Curtis, per ora. Ingiustizie a cui bisogna rassegnarsi (comunque, viva le cravatte e abbasso i cappi).

– E veniamo al punto centrale. Sarà forse perché io (pur nutrendomi anche dei classici della musica) vivo nel mio tempo e gli Interpol sono una band della mia schifosissima epoca senza eroi, ma a me gli Interpol arrivano all’anima eccome.

Di fare paragoni con i Joy Division non mi importa, per me sono due cose diverse. Per me, e sottolineo ancora *per me*, gli Interpol sono LA rockband uscita fuori negli anni dal 2000 in poi (che certo, di fenomeni destinati a durare ne hanno visti ben pochi…).

Mi rendo conto che 1) non si tratta di musica immediata, e 2) anche dopo ripetuti ascolti non è roba che può coinvolgere tutti.

Mi chiedo poi anche perché le due frasi suddette si possono anche applicare alla seconda fase della carriera dei Radiohead (e alla voce di Yorke), ma per i 5 di Oxford sono sempre tutti in piedi ad applaudire, senza che nessuno tiri mai fuori la "mancanza d’anima" (mi rispondo anche: perché i Radiohead avevano già un seguito enorme nel pubblico del brit-rock e sono riusciti poi a rastrellare pubblico anche negli indie-tronico-alternativi, e di fronte a prove di eclettismo del genere non ci si può che levare il cappello).

Manchester non c’è più, però viva New York, viva la cravatta (che ti fa male solo se la indossi senza stile) e soprattutto viva gli Interpol.

E buon concerto a tutti (finisco con lo SPOILER: qui chi non resiste alla curiosità può leggere una scaletta recente – e vedere vari video dal vivo).

[UPDATE: sul suo blog anche Alessandro Raina esprime le sue perplessità su questo stesso articoletto.]

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11 Responses to Slow decay, I won’t stop fighting yet

  1. yoshi. says:

    ma quello che ha scritto la recensione che hai riportato non ha più di 18 anni vero?

  2. Disorder79 says:

    Non ho idea. Ma come ho premesso, non voglio attaccarmi a singole espressioni dell’autore dell’articoletto (che è piccolo, probabilmente tagliuzzato e comunque scritto per un freepress). I concetti che contiene, in forma più edulcorata, li ho letti da molte altre parti.
    E ci tenevo a ribadire che io non sono d’accordo :)

  3. le critiche che citi sono vecchie di cinque anni e non meriterebbero neanche cinque minuti del nostro tempo. comunque grazie per un post colto e sentito.
    gli interpol sono il gruppo che piu’ di ogni altro mi ha accompagnato nella prima parte di sto decennio.
    gli vidi la prima volta a reading nel 2002, sotto un tendone con un caldo boia e tra gli sfotto’ (di una parte) della folla inglese per come erano vestiti. li’ per li’ anche a me vennero in mente i joy division. il giorno dopo a londra comprai turn on the bright lights. i primi ascolti mi incutevano parecchia angoscia per lo stile cupo, poi pian piano ho iniziato ad assimilarlo, a sentitire distintamente e decostruire il tessuto. dei JD c’e’ forse solo la voce di Paul Banks. per il resto, per lo meno in TOTBL, si sentono le influenza dei sonic youth, echo and the bunnymen, degli smiths, dei cure, dei pixies e dei fugazi. TOTBL e’ uno dei dischi migliori del decennio. non ha un pezzo debole.
    anche Antics e’ un ottimo disco, anche se meno compatto e con piu’ punti deboli rispetto al precedente. ma comunque un ottimo disco.
    dal vivo suonano molto molto bene (li ho visti 5 volte — la migliore, per me, fu uno showcase gratis al rolling stone nel novembre 2002).
    questo penso non mi faccia passare per uno che non puo’ permettersi di criticarli adesso, perche’ penso sinceramente che l’ultimo disco sia tremendamente inferiore al loro potenziale. con delle eccezioni, certo. ma non mi tolgo dalla testa come questo sembra effettivamente un disco per capitalizzare con un pubblico piu’ vastoe e meno intenditore quanto di buono fatto precedentemente. la produzione e’ a mio avviso l’imputato numero uno. ma anche l’arrangiamento e le canzoni che sanno di manieristico. certo non era facile ripetersi (anche considerando il genere che non da’ poi molta elasticita’), ma io penso sia lecito aspettarsi il massimo da chi ha saputo dare il massimo. tutto qui.

  4. utente anonimo says:

    sulla qualità del terzo disco rilevo solo che è quello che piace a quelli a cui non piaceva il primo
    icepick

  5. Che dire: ho conosciuto prima gli Interpol e poi grazie a loro (e a LastFM) i Joy Division. Senza dubbio quest’ultimi hanno davvero l’anima in fiamme, ma alcuni pezzi degli Interpol, seppur meno maledetti e sfregiati, sono davvero un colpo allo sterno.

  6. soundverite says:

    che gli interpol debbano molto ai jd è cosa nota sin dal primo 12″ su chemikal underground (l’unica pubblicazione veramente eccezionale della band di ny secondo me). a me cmq piacciono molto gli album degli interpol, ho una predilezione per antics, our love non lo trovo all’altezza degli altri due. premessa per dire che sono un estimatore e, in quanto tale, devo però confessare che visti dal vivo (atlanta, ga, 2004) li ho trovati molto deludenti. puliti, precisi ma senza cattiveria, passione. qualcuno direbbe anima. sono uscito dalla sala quasi infastidito.

  7. utente anonimo says:

    Il terzo disco è normale che non piaccia. E’ un’opera interlocutoria dovuta ai noti problemi all’interno della band.
    Ma pare prometta molto bene il futuro. Sembra difatti che sia pronta la svolta elettronica, ed un singolo a breve uscita- di cui possiamo svelare in esclusiva qui il titolo: Blue Monday– che spaccherà.
    A.30mo

  8. Disorder79 says:

    matte: grazie anche a te! hai descritto anche il mio impatto, col primo disco (salvo che io li ho scoperti prima su disco e poi dal vivo). Secondo me l’ultimo non è “tremendamente inferiore”. Anzi, non riesco a fare classifiche (ogni volta che ne ascolto uno diverso dei 3 ne noto i punti di forza). Anche OLTA mi piace molto, rispetto ai dischi precedenti ha qualche punto debole (che invece io non noto in Antics) e ha in genere canzoni più “strutturate”: in quel senso sì sono più accessibili a un pubblico più ampio. Ma molto in teoria, visto che le atmosfere restano quelle, e i brani anche stavolta ti entrano dentro a poco a poco.

    icepick: no, a me piaceva anche il primo! (noi pubblico degli Interpol siamo come la sinistra: in 3, con 4 opinioni diverse…)

    maelstrom: i JD vanno lasciati stare, sì. Ma per me sono cose separate, anche per come ho vissuto diversamente le carriere dei 2 gruppi.

    soundverite: credo tu sia tra i pochi che hanno amato i loro album e non il live. Una cosa è vera, non stravolgono le canzoni rispetto al disco, e come atteggiamento in generale sono freddini. Però oltre a mostrare ottima tecnica secondo me restituiscono molto dei pezzi (almeno, così è stato in passato…per stasera vedremo!).

    A.30mo: ma io ti banno!
    (e comunque ti ricordo che Blue Monday nei concerti la fanno i gruppi i cui dischi piacciono *a te*…;P )

  9. utente anonimo says:

    Disorder, come hai scoperto gli interpol? E quando?

  10. Disorder79 says:

    We have two hundred couches where you can sleep tonight[..] [] E così è arrivato il giorno del concerto degli Interpol. Il mio quarto, come già spocchiosamente buttato lì nello scorso post. La prima occasione per vederli era capitata proprio a Firenze, nella primavera del 2003 al [..]

  11. Disorder79 says:

    Anonimo (anonimo?): ho risposto nel post successivo. Me li fece conoscere un amico, in ogni caso.

    Nel frattempo, segnalo (qui e nel post) un intervento di A.Raina che dice molte cose condivisibili (non concordo solo sul giudizio sui JD).

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