Blind dumb deaf

Mi vogliono portare al Viper per il concerto di Robin Guthrie, e all’offerta di un concerto qui si risponde quasi sempre affermativamente, con gratitudine e curiosità. Soprattutto se si tratta di un tour o di un artista che non si è ancora visto.

Il suddetto personaggio vanta oltretutto un curriculum di tutto rispetto, avendo rappresentato una delle due anime principali degli storici Cocteau Twins.
Anche se guardando ai due più famosi (e diversissimi) gruppi dark-wave degli anni 80 con voce femminile mi sento decisamente più siouxsiano, l’ascolto della voce di Elizabeth Fraser è sempre un piacere (chi la conosce solo per Teardrop dei Massive Attack si perde molto). E il suono dei Cocteau Twins è stato seminale per la scena shoegaze anni 90, a sua volta seminale per il dream pop ecc ecc.

Detto ciò, non sapevo bene cosa aspettarmi da Guthrie, non conoscendo nulla della sua produzione solista.
Adesso scopro che oltre a qualche album ha all’attivo svariate collaborazioni, tra cui quella per la colonna sonora di Mysterious Skin, e che è lui il fondatore della Bella Union (l’etichetta, tra gli altri, dei The Dears). Ma prima del concerto non avevo fatto alcuna ricerca, fermandomi pigramente allo scarno comunicato stampa sul sito del locale che recitava "Robin Guthrie ha proseguito la sua ricerca sonora spingendosi verso i raffinati ambiti delle soundtracks strumentali e landscapes elettronici, impegnandosi in diversi progetti musicali" (la verità è che oltre a non essere un gran conoscitore della musica elettronica e/o strumentale in genere, la parola "landscapes" ormai evoca in me all’istante il ricordo di questo video…ecco spiegata la mia resa).

Di due cose ero sicuro: che si sarebbe trattato di musica particolarmente tranquilla e rilassante (*pure troppo* per orecchie come le mie, decisamente poco "dream-" e molto "-pop"), e che i "visuals" sarebbero stati parte integrante dello spettacolo (due aspettative avveratesi).

Quello che mi chiedevo era quale sarebbe stata la formazione sul palco. Quando al mio arrivo noto una batteria, per un attimo mi immagino un seguito di 2-3 musicisti, magari una vocalist. Ma niente da fare, si trattava della strumentazione della band di supporto che inizia da lì a poco, che non mi sembrava esser stata annunciata da nessuna parte e di cui non riesco a capire il nome (il cantante è un po’ giù di voce – o forse è solo il suo modo di cantare, piuttosto sussurrato – ma le canzoni del quartetto si lasciano ascoltare: un po’ darkeggianti, spesso liquide, mi ricordano a tratti certi Pumpkins acerbi e psichedelici).

Robin Guthie invece arriva e inizia la sua esibizione da solo, imbracciando una chitarra e posizionandosi su un lato del palco accanto al suo laptop.
Dietro di lui vengono proiettate le immagini d’ordinanza.

Le immagini non mi sembrano granché, all’inizio, e mi chiedo se sono io che non capisco quella che è certamente estetica-4AD o se effettivamente le animazioni di Windows Media Player si integrino meglio con la musica. Col passare dei minuti però i passaggi si fanno più evocativi e originali e mi coinvolgono di più: forse dovevo soltanto lasciarmi andare. Alla fine sono soddisfatto dell’effetto complessivo.

Per la musica il discorso è diverso, e duplice.
Dovessi giudicare lo spettacolo a cui ho assistito per quasi un’ora come se si trattasse di una installazione artistica, vedrei senz’altro nell’accompagnamento musicale la parte migliore del tutto. Pur essendo infatti tutti i pezzi strumentali, l’attenzione è sempre tenuta desta, con qualche picco da applauso (vero, non formale come quelli comunque tributati dal non folto pubblico ad ogni pausa del musicista).
Naturalmente bisogna riuscire ad estraniarsi dal chiacchiericcio purtroppo presente anche stavolta in sala (il rispetto per chi si esibisce e per chi è venuto a vederlo dovrebbe prescindere dalla qualità della proposta, e dovrebbe indurre chi vuole far salotto a tenersi ben lontano dal palco e comunque parlare sottovoce).

Se d’altro canto mi si chiedesse se quello che ho sentito in questa occasione corrisponde alla mia idea di concerto, non potrei che storcere la bocca.
Non sempre si possono avere ritornelli canticchiabili e sudore sul palco, certo. Ma anche quando si tratta di musica strumentale e/o elettronica e/o con prevalenza di basi registrate (roba che oltretutto abbonda, tra i miei ascolti), io ho bisogno di sentire dei musicisti che sono venuti lì davanti a me per dare anima alle loro composizioni, per (provare a) darmi qualcosa di più rispetto a quello che posso trovare in un loro disco ascoltato al pc, in cuffia, al volante, in un locale.

[Questo tra l’altro è il motivo per cui non mi strappo mai i capelli assistendo o sentendo parlare di "concerti", o "live set" che dir si voglia, di musica dance o elettronica, che consistano in performance al mixer o al pc. Che si tratti di gruppi emergenti o di star affermate come i Daft Punk non fa molta differenza: per me questi non saranno mai dei "veri" concerti. Chiamatemi antico.]

Insomma, per quanto evocativi e raffinati siano i pezzi di Guthrie, sentirli quasi (quasi?) interamente in playback, con l’unica aggiunta di qualche parte di chitarra non sempre percettibile, mi ha fatto un po’ tristezza.
Forse è solo un genere di concerti non adatto a me.

– – –

Me ne andrò dal locale dopo aver tentato invano di dare un senso al resto della serata, facendo un po’ di spola tra il djset post-concerto dell’auditorium e quello più marcatamente darkettone nella saletta sottostante. Il primo è a tratti carino, a tratti stantio, e comunque c’è poca gente e il solito fastidio nel ballare sul dislivello; nel secondo i soliti pezzi scontati (Personal Jesus, Sex Dwarf) interrompono ogni tanto sequenze eterne di roba tedesca inascoltabile e tutta uguale: il goth crucco ha fatto il suo tempo e deve sparire dalla faccia della terra qui-e-ora, mi dico.
Ma forse, anche qui, sono io quello che stavolta non è psycho for drum machine.

– – –

Mentre me ne torno a casa ripenso alla musica che scorre indifferente sulle ferite che la vita ci infligge e a quella che invece le guarisce in qualche modo, a volte spargendoci prima sopra il sale con violenza, a volte lenendole con dolcezza.
E sorrido, finalmente, pensando al biglietto che ho comprato nel pomeriggio precedente. Loro ci sono sempre stati, ci saranno ancora per molto, e il loro concerto – comunque vada – sarà molto più di una serata da descrivere in uno stupido post.

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4 Responses to Blind dumb deaf

  1. stemassa says:

    molto interssante il tuo blog ed i tuoi suoni
    ciao stef

  2. utente anonimo says:

    Beh si, concordo con te che non è il tipico concerto a cui siamo abituati noi, ma nonostante tutto io l’ho apprezzato lo stesso. E si, sei te che sei limitato e non accetti roba troppo “diversa” da quello a cui sei abituato :p Indubbiamente questo era un concerto (ma possiamo chiamarlo concerto?) che bisognava fare in un posto diverso, con un’atmosfera diversa… ma dove? Forse in un piccolo teatro dall’arredamento moderno/futurista e assolutamente minimale.
    La performance è stata cmq interessante, e nonostante la mia ignoranza a riguardo è riuscita a coinvolgermi, a rilassarmi e ad emozionarmi. Certo, non è l’esperienza tipica che cerco in un concerto, ma è cmq più o meno quello che mi aspettavo, ed è stata ad ogni modo un’esperienza che rifarei volentieri.
    Per il danceset smettila di prendertela con il futurepop e l’EBM crucco :P Si a volte esagerano un po’ con la monotonia, ma è + colpa dei DJ che non della musica in sè. Per quanto riguarda la serata in questione confermo che il DJ (i DUE dj anzi) in certi momenti son caduti in questo errore, ma complessivamente ci son stati pure bei momenti. Mi spiace di non aver sentito i VNV :( Ormai non li mette + nessuno sigh

    P.S.
    Guthrie da solista è un grandissimo compositore secondo me, anche se molto limitato nella tipologia e varietà di sonorità che riesce a generare. Gradirei cmq si mettesse nuovamente a fare qualcosa con la (ex?)mogliettina Liz Fraser

    Akuma

  3. utente anonimo says:

    Intanto consiglio la visione di questo, imperdibile! (e mi raccomando guardate fino alla fine, hihihi)

    Akuma

  4. Disorder79 says:

    stef: grazie.

    Akuma: il video che ho linkato non ce la faccio a vederlo tutto, quelle pettinature non si possono guardare :D
    Per la performance (la performàns, per citare un vecchio sketch dei Bronkovitz), anche io ho detto di averla trovata interessante e coinvolgente. Però riflettevo su come “concerti” di questo tipo abbiano ben poco di diverso dalla riproduzione di un disco (a volte però ho visto dal vivo gente che proponeva cose simili e però le “suonava” un po’ di più).

    Sui djset l’abbiamo sempre vista in modo un po’ diverso. A me piacciono il post punk e la newwave. L’EBM e il goth crucco li ho sempre mal digeriti: se sono all’interno di un djset vario e sono in compagnia li posso pure ballare per mezzora, ma tutta una serata così mi fa cascare le palle – ed è sempre stato così.

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