La bolla

Non è stata affatto una visione facile, quella di Improvvisamente l’inverno scorso.
E non certo a causa del film, che si è rivelato proprio il documentario agile e ironico che mi aspettavo.
Però è stata dura vedersi ripassare davanti agli occhi quasi un anno di dichiarazioni lette con rabbia, di post avviliti, di manifestazioni a cui si è partecipato con convinzione e speranza (nonostante lo scarso ottimismo) e il cui successo è poi stato oscurato dai media.

E così prima di scrivere questo post non ho potuto fare a meno di scorrere l’archivio di questo blog e ripercorrere la stessa vicenda filmata da Luca e Gustav dal mio piccolo, logorroico e acrimonioso punto di vista.

8 febbraio 2007: presentazione del progetto di legge dei Dico.
A me fa abbastanza schifo, ma sostengo l’idea di approvare almeno quello.
Gustav invece comincia insieme al suo compagno Luca ad avere la speranza di vedersi riconosciuti alcuni diritti, dopo anni di amore e di convivenza ignorati dalla legge e dallo Stato, e cerca di coinvolgerlo nella realizzazione di un documentario che testimoni il percorso legislativo di quello che sarebbe un provvedimento storico per l’Italia.

La reazione della Chiesa, e quella della politica ad essa asservita, deprime Luca e Gustav.
Io pure sono annichilito, anche se esprimo un certo ottimismo a lungo termine considerando la disaffezione alla Chiesa degli italiani nella realtà quotidiana.
[Oggi non so se sottoscriverei ancora quel post: l’ennesima squallida campagna elettorale mi ha fatto un po’ perdere le speranze sulla capacità degli italiani di reagire ai bombardamenti mediatici e di non farsi invece plasmare a colpi di slogan e programmi televisivi.]

Fine febbraio: il governo Prodi cade, e come me e molti altri italiani anche Gustav e Luca avanzano il sospetto che il tema delle coppie di fatto c’entri più delle questioni di politica estera su cui è stata votata la sfiducia. La legge sulle coppie di fatto diventa materia parlamentare.
Io nel frattempo ce l’ho un po’ con tutti ma soprattutto con la politica, mi preparo all’appuntamento di Piazza Farnese e penso ad altre possibili forme di protesta.

Marzo e aprile: Gustav e Luca continuano a presidiare la commissione parlamentare e tentano di avvicinare vari politici: Buttiglione dà prova della sua scarsa dimestichezza con la sintassi e la logica, Castelli è affabile ma deciso nel negare qualsiasi apertura, la Binetti sfugge qualsiasi contatto, la ministra Pollastrini è speranzosa e appassionata, la Bindi è inavvicinabile, la Finocchiaro e il presidente della commissione Giustizia Salvi si rifugiano in diplomatici "né insabbiare, né accelerare".
Nel frattempo iniziano a svolgersi nella capitale una serie di manifestazioni sia a favore che contro una legge sulle coppie di fatto: Gustav e Luca presenzieranno a tutte.
Il 10 marzo in piazza Farnese si sono loro e ci sono anch’io. Rivedendo le bandiere e quel palco, ripercorro mentalmente tutti gli interventi e mi commuovo nuovamente ripensando ad alcuni.

– A maggio si fronteggiano lo stesso giorno il Family Day e Coraggio Laico. Ma Gustav e Luca si spingeranno nel frattempo anche ai raduni dei PapaBoys, alle bizzarre commemorazioni di Militia Christi e alle fiaccolate anti-Dico di picchiatori fascisti poco mascherati.

– A giugno a Roma c’è il partecipatissimo Pride nazionale: ci sono per la prima volta anch’io e ci sono ovviamente Luca e Gustav, insieme a quasi un milione di persone. Tante erano la commozione e il senso di partecipazione provati in Piazza San Giovanni, quanta la rabbia nei giorni successivi nel vedere come quella partecipazione veniva snobbata da tv e giornali, che pure quando si tratta di sparare titoloni morbosi il tema dell’omosessualità lo sfruttano biecamente.

– A luglio la parabola dei Dico volge al termine: arrivano i CUS (che a me sembrano più coerenti, anche se ugualmente insufficienti), ma ovviamente la pausa estiva spegne ogni dibattito sull’argomento.

– A settembre sembrano passati anni: non c’è più spazio per discorsi sulle coppie di fatto nell’agenda politica, le primarie del Pd sono in corso, la fusione di Ds e Margherita pure, e questo tema è tabù (è anche per questo stesso motivo, forse, che a ridosso delle ultime elezioni un film come questo non ha trovato una distribuzione ufficiale neanche di nicchia, nonostante il riconoscimento ottenuto a Berlino: guai a evidenziare la divisione interna al Pd sui "temi etici"; certo, visto com’è andata, il Pd non avrebbe potuto fare molto peggio..)

Tra i punti di forza del film ci sono il montaggio scorrevole e l’autoironia dei due registi-protagonisti.
Quello che viene reso bene, nel film, è l’effetto di uscita dalla bolla, dal guscio protettivo in cui Luca e Gustav (pur consapevolmente) vivevano: la casa nel quartiere romano di sinistra, la routine quotidiana accettata da tutti, l’affetto delle famiglie, il lavoro nell’ambiente mentalmente aperto della tv e del giornalismo.
Ciò che Luca e Gustav vedono nelle piazze degli ultracattolici (e che provoca in loro reazioni diverse: bello anche il modo in cui vengono resi, artificialmente ma non troppo, i contrasti che in una coppia gay sorgono di fronte alla reazione dell’ambiente esterno al loro legame) è un’altra Italia: quella dell’ignoranza e dell’indottrinamento, degli slogan ripetuti che crollano nell’imbarazzo a una richiesta di spiegazioni logiche da parte dell’interlocutore, dell’odio atavico per il diverso (ed è un’Italia che in questi giorni ritroviamo nei pogrom contro i rom).

Dal punto di vista più strettamente politico, al di là del vuoto pneumatico dei Buttiglione e dell’aperto disprezzo dei politici di destra, è l’intervista alla fine gentilmente concessa dalla Binetti ad essere illuminante e a mostrare l’idea forte e irremovibile che c’è dietro al pensiero cattolico.
Un modello con una sua logica, seppur terribile. Il presupposto è che l’omosessualità non è una condizione, ma un vizio, da combattere e non da accettare. La famiglia è quindi una sola, quella tra uomo e donna (implicitamente fertili…); le persone omosessuali non possono né sposarsi, né avere il benché minimo diritto di coppia, perché per loro l’unica scelta è "curarsi" e reprimere il loro orientamento; la concessione di diritti, anche solo simbolici e a "costo zero", alle coppie gay e lesbiche è un rischio per la "famiglia tradizionale", perché "l’esempio dei gay" può nuocere alla sua felicità e capacità di procreare e assicurare la sopravvivenza della nostra società.

tensione Questo modo di pensare è quello con cui si scontrano Luca e Gustav, e quello con cui mi sono scontrato io ieri sera, per l’ennesima volta, in un cinema Colonna piuttosto affollato (considerata l’ampia capienza). Una sensazione terribile, che ho riscontrato anche nelle facce di chi era seduto vicino a me. Anche perché nessuno può dirsi sicuro che si tratti di un modo di pensare recessivo, anzi.

C’è da esser grati a Luca e Gustav per il loro essersi messi in gioco. Il fatto che esistano documentari come questo è positivo. Essi permettono innanzitutto di denunciare anche in giro per il mondo quello che sta succedendo in Italia; consentono inoltre di confrontare le proprie esperienze, come è successo nel dibattito col pubblico seguito alla proiezione, alla presenza di uno dei registi (dibattito in cui ha preso la parola anche un eterosessuale: e al di là di quello che ha detto, è importante che abbia preso la parola e posto le sue domande in una situazione del genere). Se poi si andasse oltre le serate in stile "Ambra Jovinelli" e documentari come questo avessero una distribuzione regolare e passaggi tv, sarebbe anche meglio.

Nonostante la soddisfazione per il film, però, all’uscita dal cinema il groppo in gola è rimasto. Nell’immagine quel che è rimasto del mio bicchiere di carta, nervosamente torturato per tutta la durata del film.

4 Responses to La bolla

  1. AnelliDiFumo says:

    Ecco, tu immagina che io l’ho visto a Toronto. Il senso di rabbia provata è riuscito a essere superato solo dal senso di vergogna. Le lacrime alla fine erano più di rabbia o di vergogna? Non lo saprò mai.

    Come l’Iran, come l’Iran.

  2. Disorder79 says:

    Di fronte a certa violenza verbale (e a quella fisica, vedi quel che è successo al Pigneto in questo fine settimana) di certo più rabbia che vergogna: noi NON siamo quell’Italia di merda.

    Anche se poi la vergogna riaffiora, quando ci troviamo in situazioni in cui dovremmo farci sentire di più, e invece soprassediamo, per superiorità, o civiltà, o quieto vivere. Perché in qualche modo tutto contribuisce a creare o giustificare un clima, anche le piccole cose…

  3. utente anonimo says:

    E’ stato molto difficile osservare questo film, per gli stessi motivi espressi da Disorder.
    Passata la tempesta emotiva (anzi emo-tiva, x essere più corretti) a mente fredda mi dispiace di non esssere riuscito a ringraziare a sufficienza l’autore per aver realizzato quest’opera, magari ce ne fossero di più cambierebbe qualcosa? Chissà…

    A volte mi chiedo come mai continui a lamentarmi di questo paese e della sua mentalita, eppure continuo a vivere qui invece di emigrare. Perchè?

    Akuma

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