As for me, I’m ok

L’entusiasmante, ubriacante e a tratti frustrante esperienza del mega-festival pop a palchi multipli, con concerti ovunque in contemporanea, fino a quest’estate non l’avevo ancora provata. Sì, c’era stato l’Italia Wave dell’anno scorso, ma lì in realtà sui due palchi "pop-rock" (Main e Psycho) i live erano sfalsati e si riusciva a seguire agevolmente i concerti di entrambi (giusto il Global "Palamannoia" Stage si sovrapponeva, ma non è che la cosa mi sconvolgesse).

Fino a quest’estate, dicevo. Perché qualche giorno fa (ma mi sembra ancora di essere lì) mi trovavo a Londra, in Hyde Park. Per la miglior giornata di un megafestival di quelli veri (l’O2 Wireless, sponsorizzato dal quasi omonimo gestore telefonico britannico). Con Morrissey headliner. E un cast di "contorno" discretamente all’altezza. E ora non so da dove iniziare a raccontarne.

O2-entryBeh, potrei iniziare dalla descrizione della location: la zona recintata del festival (che si svolge in 4 giorni, ma vede un programma nettamente più scarso nelle altre giornate, a cominciare dagli altri headliner Jay Z, Fatboy Slim e….Counting Crows!) è esattamente al centro di Hyde Park.
In uno spazio che alla fine non è molto più grande di quello dell’Italia Wave versione Osmannoro sono stati allestiti 5 palchi: l’imponente Main Stage, che si avvista già dall’entrata; il Sandisk Stage (che può definirsi il secondo palco, per l’importanza di chi ci suonerà), un tendone un po’ imboscato dietro il Main Stage, in fondo all’area festivaliera; il Bella Union Stage, un minipalco montato tra i vari stand gastronomici-bibitari lì vicino (vi suoneranno 4 gruppi/artisti dell’omonima etichetta, per non far torto a nessuno me li perderò tutti); il Tuborg Stage, altro tendone subito alla sinistra dell’entrata, un po’ disturbato dall’adiacente stand della Blackberry, che fa risuonare musica truzza a tutto volume (vi suonano gruppi quasi tutti a me sconosciuti); e infine l’O2/Mtv Stage, un palchetto all’aperto vicino all’entrata, piccolo ma che riesce abbastanza a coprire (se gli si sta davanti) la musica del Main Stage che arriva da dietro.
 
O2-timetables
Aneddoti vari extramusicali, prima della lenzuolata d’ordinanza sui concerti:

– all’entrata ho avuto la piacevole sorpresa del mancato sequestro delle bottigliette d’acqua di plastica che avevo nello zaino. Finalmente un po’ di buonsenso. In compenso lo zaino l’hanno perquisito eccome, ed alcune tasche erano piene di gomme da masticare uscite dalla confezione e vecchie pastiglie medicinali scadute, residuo tossico di chissà quale antica vacanza. Mi sono pelosamente giustificato con la sospettosa tizia della sicurezza, dicendo che potevano anche buttare via tutto, e ho fatto come al solito la figura del piccolo spacciatore sfigato.

– in compenso ho da lagnarmi della mancata gratuità della timetable del Festival. Voglio dire, con quello che costavano i biglietti (non poco), mi prepari un flyer sfigatissimo, praticamente senza uno straccio di foto e descrizione dei gruppi nonché pieno di pubblicità, dopodiché non solo non lo distribuisci gratuitamente ma me lo fai pagare addirittura 3 (TRE) STERLINE. Capisco voler evitare lo spreco di carta derivante dalla distribuzione gratuita, ma forse si è esagerato un po’. Come da foto, una soluzione molto più economica e funzionale assieme era copiarsi tutti gli orari a mano e crearsi un programma-fai-da-te. Anche se poi non ho resistito e ho buttato via preziosi pounds per portarmi via un ricordo del festival (compreso nel prezzo da latrocinio pure un inutile braccialettino da festival).

– ai performer della British League of Pessimism e al loro No Smiling Day ho già dedicato un’anteprima, così come agli yogurtini Yazoo che mi hanno gratuitamente rinfrescato nel passaggo da un palco all’altro.

Premesse e rinunce

Il programma per fortuna non prevede troppe sovrapposizioni-killer tra i gruppi che conosco e che sono curioso di ascoltare. Peccato soprattutto per gli storici New York Dolls, headliner del Tuborg Stage, che mi perderò del tutto perché in perfetta contemporanea con i National (headliner del Sandisk). La loro presenza è senz’altro in quota "gruppi scelti da Morrissey in persona".
Altro live che mi perderò, per lo stesso motivo (headliner sull’O2 Stage alla stessa ora), ma con minore rimpianto, è quello di Kristeen Young, meglio conosciuta come "la pazza che fa il vocalizzo all’inizio di That’s How People Grow Up". Pare una specie di incrocio tra Kate Bush (vocalità e stile simili al limite dell’imbarazzante) e Siouxsie (per la presenza scenica). Ma sopratutto è un personaggio di cui non si può non citare questo aneddoto presente sulla sua voce di Wikipedia:

Young was fired from the 2007 Morrissey tour for comments made onstage about the former Smiths vocalist. After an audience member called out for Morrissey during her set, she said, "Morrissey gives great head…I mean cunnilingus." She has since issued a statement explaining that the statement was part of her performance and not meant as an insult. Despite the incident, Morrissey has recently invited Young, amongst other performers, to support him at the 02 Wireless Festival in Hyde Park, London.

Nel complesso, la line-up di questa giornata mi soddisfa molto: non è un festival super-alternativo, anzi si rivolge dichiaratamente a un pubblico pop-rock generalista (un pubblico generalista INGLESE, ovviamente); nello stesso tempo però ai vari nomi storici si affiancano diversi gruppi emergenti. E poi è nel cuore di Londra: più comodo di così…

You know I dreamed about you

Arrivo puntuale per l’inizio dei concerti alle 15, e c’è già abbastanza gente. L’intenzione sarebbe recarsi subito al palco principale per seguire il primo gruppo in programma (che non ha ancora iniziato): mentre mi guardo intorno però sento risuonare delle note familiari. Sono i National! La casella X delle ore 15,00 sul piccolo O2 è infatti riempita da una loro mini-esibizione a sorpresa (anticipo di quella serale).
 
O2-national1Insomma, un festival in cui ascolterò musica che per me è importante, momento clou di una vacanza altrettanto importante, inizia così, con Slow Show. Una stretta forte al cuore, la lacrima che già scende, ché tanto qui non mi conosce nessuno, e si va avanti. Con Mistaken For Strangers, e con un’altra elegante e poco innocente caduta dentro il per niente magnifico mondo adulto. Matt Berninger tiene su tutto il tempo gli occhiali scuri, e il modo in cui tiene il palco ne fa un po’ il Thom Yorke della situazione. Le altre due canzoni sono Apartment Story e infine Fake Empire, in tutto il suo splendore di fiati e archi. 4 pezzi, ed è già gioco set match, volendo. Mentre il festival è appena cominciato.
 
O2-national2

Lost in Lost

Dei Lightspeed Champion mi perdo solo pochi minuti. La band di Devonte Hynes, che quest’anno si è fatta molto apprezzare per il bell’esordio Falling Off the Lavender Bridge, dal vivo non delude. Con basso, chitarra, violino e batteria si ricrea anche sul palco l’indiepop delicato e melodico del disco. Il buon Dev, che per l’occasione indossa un fresco copricapo probabilmente ricavato da una nidiata di castori, alterna virtuosismi da applauso dalla sua chitarra a battute con cui intrattiene il pubblico. Battute che per lo più non colgo, per l’ostacolo dela lingua. Riconosco comunque il riferimento a Jay Z, quando arriva: le battutine sul caso Gallagher-Glastonbury-Jay Z, che nelle scorse settimane ha allietato la scena musicale inglese un po’ come le presunti doti orali della ministra Carfagna hanno imperversato nelle conversazioni da bar italiane, si sprecheranno per tutta la giornata [Ah, per la cronaca, qui di fronte a paraculate rap di questo genere si sta con quei tromboni conservatori dei Gallagher, sempre e comunque].
 
O2-lightspeed1Il finale di concerto regala una sorpresa (che è tale per me, anche se ho poi scoperto che non era un numero inedito): Hynes e compagni si producono in un’applauditissima esecuzione del tema di Star Wars in stile hendryxano, che fa da intro alla lunga cavalcata di Midnight Surprise.
In tutto questo però a me rimane un dubbio atroce: cosa significavano le scritte sulla batteria e le casse? Da sinistra verso destra c’è una parola che non riesco a decifrare, e poi KILLED NAOMI. Inutile dire che la mia mente è subito andata a Lost, cercando collegamenti e possibili spiegazioni. Invece magari quelle scritte con Lost non hanno niente a che fare. Sì, sto male. Datemi la quinta serie, SUBITO.

O2-lightspeed2

Time for zeroes

Inaugurando una serie di frenetici spostamenti da un palco all’altro che finora avevo sempre vissuto su blog altrui (e che per la verità in parte rende la fruizione di un festival simile all’ascolto di musica sui myspace, con quel suo concedere a gruppi mai sentiti prima solo un paio di canzoni per poi passare velocemente al successivo) mi sposto nel poco affollato Sandisk Stage, dove stanno iniziando a suonare i Rascals.

I Rascals sono una delle tante giovani band (e loro sono davvero pischelli, visti da vicino) eredi dell’estetica-Libertines; il loro cantante è il tizio che quest’anno insieme al leader degli Arctic Monkeys Alex Turner ha dato vita al progetto vagamente retro-brit-rock The Last Shadow Puppets, acclamatissimo dalla critica (e che io trovo alquanto soporifero, per quanto le relative canzoni siano un po’ più adatte alle mie orecchie rispetto a quelle dei gruppi principali dei due).

Ho citato i Libertines, ho citato gli Arctic Monkeys: chi conosce un po’ i miei gusti avrà già capito che le premesse erano pessime. Infatti i Rascals mi fanno già venire il latte alle ginocchia dopo i primi due inutili pezzi (uno dei quali era stato pure orgogliosamente annunciato come "singolo", mecojoni).

O2-dirtyprettythingsTorno al Main Stage, e come per chiudere il cerchio guarda un po’ chi ti trovo: i Dirty Pretty Things, ovvero il secondo gruppo di Carl Barat, il Libertine meno drogato e più sfigato (Pete Doherty con i suoi Babyshambles non sarebbe certo relegato a questo orario da band esordiente).
Mi rilasso un po’, cercando di distogliere l’attenzione dal look di Barat (quella canotta e quell’aria vissuta e piaciona insieme lo rendono definitivamente il Piero Pelù inglese) e del bassista (ex Cooper Temple Clause, ma che con il suo look seventies potrebbe anche essere appena uscito da Le Vibrazioni), e di portarla invece sulle canzoni. Canzoni che ancora una volta non mi dicono nulla. Vabbè, ammetto di essere prevenutissimo, e poi roba così ruvida difficilmente piace al primo ascolto. Tra l’altro un pezzo con un giro di chitarra che mi pare carino c’è. Ma mi rendo presto conto che è perché assomiglia pericolosamente a Power Out degli Arcade Fire.

Hurricane Kids

Il giro prosegue con una puntatina all’O2 Stage, dove ascolto qualcosa dei danesi The Fashion. Il primo brano che ascolto suona chitarroso come i Cure di Never Enough; in altri addirittura sembrano i Rapture che imitano i Cure. Mah. Diciamo che la Danimarca in passato ha offerto di meglio: ad esempio i biscotti al burro, o i Michael Learns To Rock.
 
O2-thefashionPiù raffinati i Sea Wolf, che suonano in contemporanea nel vicino tendone del Tuborg Stage. Siamo sull’indie rock orchestrale ammmericano, e ascoltando le tracce presenti sul loro myspace mi pento di non essermi fermato un po’ di più.

Ma mi attende l’appuntamento con l’hype (titolisti etilici, prendete nota, potrebbe essere un ottimo titolo per un film horror: "Appuntamento con l’hype". O Anche solo: "HYPE"). La storia dei giovani americani Black Kids (dalla Florida) è simile a quella di tante altre band superpompate dalla stampa specializzata anglosassone (e britannica in particolare): EP di 4 pezzi dall’enorme successo di critica nel 2007, blog impazziti, attesa fervida per l’album d’esordio. Con in più il carico da 11: il quintetto ha infatti firmato con una major. Mentre quindi l’onda lunga dell’appoggio della "scena alternativa" è in via di esaurimento (anche a causa del fatto che la qualità dei brani nuovi presenti dell’album non pare essere all’altezza di quelli già editi in precedenza), il battage promozional-pubblicitario per l’uscita di Partie Traumatic (fissata proprio nei giorni della mia permanenza londinese) è stato impressionante. Per dire, mega-cartelloni per le strade che rivaleggiano con quelli dedicati all’ultima uscita dei ben più "arrivati" Coldplay.

L’effetto di questa spirale inarrestabile lo si tocca con mano al Sandisk, che è stracolmo (pur essendo abbastanza presto). Tutti sono lì, chi per saltare e cantare per tutto il concerto (con un livello di partecipazione che forse il più navigato Barat dal Main Stage non era arrivato a ispirare), chi pronto a storcere la bocca, chi semplicemente curioso di vedere i Black Kids alla prova dei fatti.
Loro sono carucci: il cantante-chitarrista ci mette grinta, le due paffute tastieriste-cantanti (quella di colore è la sorella del leader) ci mettono allegria. Però il risultato dal punto di vista musicale  è abbastanza "gruppo della scuola al concerto di fine anno": un caos sonoro, in cui poco resta del tocco pop che hanno le canzoni in versione studio (grazie anche alla produzione dell’ex Suede Bernard Butler). Un po’ meno peggio i due pezzi finali, uno dei quali è il singolone I’m Not Gonna Teach Your Boyfriend How To Dance With You.
Non è che vadano crocifissi, poveretti: si vede che sono arrivati a platee troppo grandi anzitempo.

Get me a doctor, get me a doctor

I Guillemots sono già in giro con un certo successo da qualche anno e ne avevo sentito parlare, ma non mi era mai capitato di ascoltarli. Ecco, in questo festival sono stati la scoperta più piacevole. Sdraiato sul prato del Main Stage, ho apprezzato moltissimo sia la loro performance che la qualità dei brani, che non conoscevo. Mi sembrava di ricordare che un loro album era stato in lizza per qualche premio: e si trattava per l’appunto dell’esordio Through the Windowpane (che ho poi comprato nei giorni successivi, con grande soddisfazione), che nel 2006 è stato battuto nella corsa al Mercury Prize…indovinate da chi? Vabbè, così gira il mondo.
 
O2-guillemotsSulla band spicca certo la personalità del talentuoso cantante Fyfe Dangerfield, che suona anche la chitarra ma più spesso sede al pianoforte. La sua voce anche dal vivo è potente e calda, a tratti graffiante come quella di Kelly Jones degli Stereophonics (ma più delicata), a tratti dolce come quella di Chris Martin o di Tom Chaplin dei Keane (ma rispettivamente meno monocorde e meno mielosa). E comunque sono tutti paragoni imprecisi (li ho citati solo perché sono voci che mi piacciono).
Le canzoni dal canto loro sono di grande impatto melodico, ma mai banali. Spettacolare il lungo finale con Sao Paulo (qui una versione tratta da un altro concerto).
Sul palco fanno comunque la loro figura anche gli altri membri della band: la contrabbassista, il chitarrista-bassista e soprattutto il batterista, uno degli uomini più brutti del mondo nonché una belva scatenata; a un certo punto si è alzato e ha cominciato a correre lungo il palco come un pazzo.

Non avendolo ancora ascoltato non saprei dire se il loro secondo album uscito quest’anno (Red) sia all’altezza, ma certamente il talento c’è. Coldplay, siete avvertiti.

This is not Bridget Jones!

Dopo i Guillemots è tempo per due passaggi-lampo: per i Courteneers al Sandisk (che fanno parte del calderone di band-tutte-simili-con-la-voce-simile di cui già ho parlato sopra) e per l’australo-neozelandese Liam Finn, che si esibisce da solo con una corista e polistrumentista (sentito troppo poco per giudicarlo: e di certo non è nella cornice di un affollato festival che si può ben valutare ed eventualmente apprezzare il suo cantautorato soft).
 
O2-wombatsPoi è il turno dei Wombats, che erano anche passati in Italia qualche mese fa. Ho fatto bene a risparmiare i soldi del biglietto all’epoca, evidentemente, visto che me li ritrovo qui.
La loro musica dal vivo è ancora più caciarona che su disco: del resto, di un power trio si tratta. Quello che li ha fatti emergere tra i mille altri gruppi che come loro riciclano ormai da anni gli stessi stilemi britpop, britrock e newwave sono quella manciata di singoli e anthems di successo che sono riusciti a tirare fuori. Almeno finora.
Certo, dal vivo non tutti i pezzi funzionano allo stesso modo: e se l’inizio scalda subito il pubblico con Kill The Director e Lost in the Post, i brani successivi (con l’eccezione di Moving To New York) sanno un po’ di riempitivo nell’attesa del finale, in cui probabilmente arriveranno Backfire At The Disco e Lets Dance To Joy Division (l’unico loro singolo che non sopporto, per la verità: e non solo perché l’avatar esige rispetto…).
Dico probabilmente, perché il finale me lo perdo: al Sandisk è già iniziato il live di Siouxsie, e insomma perderne dieci minuti per sentire gli Wombats è già una bestemmia, con tutto il rispetto e la compassione dovuti a un cantante classe 1985 che è il perfetto sosia di Robert Smith – del Robert Smith 49enne di oggi.

We’re happy here

Il Sandisk è di nuovo stipato all’inverosimile per il concerto di Siouxsie. Questa ultracinquantenne d’assalto ha ancora personalità da vendere, anche da lontano è prima di tutto bellissima da vedere: inguainata in una tutina in stile Star Trek si muove sul palco, si concede ai flash del pubblico adorante, propone "sgambature" acrobatiche da applauso. Non parla più di tanto, non ne ha bisogno. Vedere un po’ più avanti di me una bimba piccola sulle spalle di papà che sorride e segue con la testolina la musica mi fa riporre qualche speranza in più nelle sorti future dell’umanità (stesso pensiero l’avrò più tardi, guardando un bimbo assistere nella stessa posizione al concerto di Morrissey).

O2-SiouxsieArrivo sulle note di Israel e Arabian Knights. Bene, dell’epoca Banshees pare che Siouxsie recuperi soprattutto i classiconi. Più tardi arriveranno anche Christine e Happy House. Chiaramente questi pezzi suonano molto diversi dalle versioni su disco punk ed essenziali che ho ballato e ascoltato per anni: l’attuale band ha un suono molto più potente e maestoso. Purtroppo la voce non sempre ci arriva più tanto bene (Happy House in particolare mi è parsa tutta stonata). Discorso completamente diverso per i brani dell’ultimo album Mantaray, che dominano la scaletta (da Here It comes That day a Loveless ad About To Happen). Queste composizioni recenti si adattano benissimo alla voce attuale di Siouxsie, e infatti l’esecuzione è perfetta e coinvolgente. Il finale è per Into A Swan, il primo singolo, quello del ritorno alle scene dopo anni. Nel complesso un bel concerto, oltre all’effetto-nostalgia c’è molto di più.

Felabeck

Nel frattempo mi riunisco con tutti quelli con cui mi devo riunire per gli ultimi concerti. Sul Main Stage è il turno di Beck, ma non essendo mai stato un suo fan sfegatato (apprezzo molti suoi singoli ma non ho nessun suo album intero, per dire) la fame si fa sentire, e quindi del suo concerto sento pochissimo. Loser la sento infatti da lontano, mentre sono in coda per un not-so-well-wrapped felafel che mangerò in piedi tra enormi difficoltà. Mi rendo conto che eventuali suoi fans che leggeranno queste righe mi malediranno, ma d’altra parte qualcuno dovevo sacrificare per trovare il tempo di nutrirmi.
Ah, il particolare curioso è che Beck col capello lungo è irriconoscibile (Scientology intristisce, non c’è niente da fare), ma nella sua band c’è un chitarrista che è praticamente un sosia del Beck di 10 anni fa (vedi foto).
O2-beck(s)

My mind’s not right!

Abbandono presto Beck perché al Sandisk è iniziato l’ultimo concerto: The National. E io non mi accontento certo dell’inaspettata anteprima pomeridiana. Qui ho recuperato l’intera scaletta, mi sono perso un pezzo all’inizio e uno alla fine (i brani tra parentesi qui sotto). Nel mezzo un live intenso, più rumoroso di quello sull’O2 Stage ma con la stessa poesia. Predominano i brani dell’ultimo Boxer, con qualche ripescaggio dal precedente e altrettanto bello Alligator. Matt Berninger non ha più gli occhiali, sembra più a suo agio, urla come un indemoniato su Abel, abbandona i suoi toni bassi per cantare a voce piena il ritornello di Apartment Story (gran momento). Racing Like A Pro, Slow Show e Secret Meeting sono un tonico per l’anima. I National sono tra le migliori band "malinconiche" al mondo, in questo momento. Bravibravibravi.
Fake Empire è al solito maestosa, peccato che mi devo allontanare senza sentirla tutta: sono già le 2130, tra 10 minuti inizia il concerto di Morrissey ed è rimasto poco tempo per guadagnare una posizione decente di fronte al palco centrale preso d’assalto ormai da tutti (anche gli altri palchi secondari ormai hanno chiuso il programma).

(Start A War)
Brainy
Secret Meeting
Baby, We’ll Be Fine
Slow Show
Mistaken For Strangers
Abel
Squalor Victoria
Racing Like A Pro
Apartment Story
Fake Empire
(Mr. November)

You’re gonna miss me when I’m gone

E invece riesco velocemente ad avvicinarmi sia al palco che ai miei più previdenti compagni d’avventura. Per terminare l’opera è bastato incunearsi dopo la prima canzone in mezzo a due fans alti e cattivi: ci hanno pensato loro a trasportarmi senza che facessi nulla, e a farmi avanzare di quelle 5-6 file che mancavano.

O2-Morrissey1 
L’ultima volta che avevo visto Morrissey era nel video di All You Need Is Me, e insomma quella maglia da vecchia zia non è che gli donasse moltissimo.
Stasera si presenta invece in gran forma, fisica e vocale: ovviamente arriva con la t-shirt di Playboy (indossata anche dalla band), in onore del pezzo di apertura, che come spesso accade è The Last Of The Famous International Playboys). Per gli altri 2 cambi d’abito (3 era il minimo, per un concerto da headliner!) sfoggerà la maglietta di American Idol (!) e una semplice ed elegante camicia blu.

Ovviamente le battute caustiche non mancano: ce n’è per Kylie Minogue, che la sera prima ha ricevuto un’importante onorificenza (“I’m sure you’ll agree, it was completely deserved”); per George Bush (prima di What She Said : "…as some of you know, today is American Independence Day…but, as we all know the only independence for America is next January when they are finally rid of George W. Bush" ); e anche per il forte odore di carne cotta che si sente nell’aria al festival e che si sa, disturba la sua sensibilità vegetariana (e se pensate che Morrissey prenda alla questione alla leggera, date un’occhiata alle sue richieste ai promoter per i tour).
Frecciate acide anche per lo stretto coprifuoco previsto per il festival (il concerto ha da finire entro le 2230): Moz ne attribuisce ala responsabilità morale alla Binetti britannica, Ruth Kelly.

Osservando la band non posso fare a meno di malignare: a parte lo storico chitarrista Boz Boorer e l’esperto batterista Matt Walker (ex Filter e Smashing Pumpkins!), gli altri sembrano tutti fatti con lo stampino, e – almeno da lontano – ricordano tutti la band di questo video (Moz, perdonami! d’altra parte, ognuno ha i fans che si merita eheh)

La scaletta elargisce vari pezzi degli Smiths, ma è molto "da fan" per essere quella di un concerto a un festival. E’ chiaro che Morrissey concepisce questa come la sua serata, e come dargli torto. Mentre mi giro indietro e contemplo la distesa infinita di pubblico, 2 pensieri mi turbano per un attimo. Il primo lo scaccio subito, ed è il paragone con l’artista che in Italia raduna folle osannanti paragonabili. Il secondo invece è il ricordo di un altro festival, e qui sorrido perché finalmente il trauma di Morrissey di supporto ai Negramaro può dirsi superato, per quanto mi riguarda. In mezzo a questa folla è bello anche sentirsi ordinary boys.

Molte scelte poco scontate, sia tra i brani degli Smiths (in cui oltre a Ask e How Soon Is Now? ci sono Vicar In A Tutu, Death Of A Disco Dancer, Stretch Out And Wait, What She Said) che tra quelli solisti, in cui c’è spazio per b-sides e chicche da fan ben più scatenati di me. (Billy Budd, The Loop, Sister, I’m A Poet).
2 i pezzi dal nuovo album in arrivo in autunno, Mama Lay Softly On The Riverbed e I’m Throwing My Arms Around Paris. Non mi impressionano particolarmente, ma sospendo il giudizio. Viene anche proposta una bella cover dei Buzzococks (You Say You Don’t Love Me).
That’s How People Grow Up e All You Need Is Me, gli inediti dall’ultima inutile raccolta, convincono anche dal vivo.

Mancano molte hit soliste che avrei sentito volentieri, ma d’altra parte è risaputo che il rapporto di Morrissey con il suo repertorio pre-Quarry è un po’ conflittuale.
Va bene così, comunque. Il concerto è un’esperienza travolgente, e nella foto scattata alla fine e che conserverò gelosamente come ricordo siamo tutti stremati ma bellissimi e sorridenti.

La serie finale in particolare è da brividi: prima Stretch Out And Wait, poi Life Is A Pigsty in versione più melodrammatica che mai, al termine della quale Moz "muore" sul palco, per poi risorgere sull’intro a tutto volume di How Soon Is Now, che fa tremare tutto Hyde Park e anche me. Penso che forse c’è un’oscura logica nel fatto che la prima canzone sentita al festival sia quella di cui ho parlato più sopra, mentre l’ultima potrebbe essere questa: sono davvero tornato indietro, forse. O forse sono andato avanti, pronto sì a ripetere in eterno le stesse tristi esperienze, ma con una corazza più spessa e con in più il ricordo di una giornata indimenticabile da tenere sempre con me.
Quando finisce la canzone, col suo carico di ricordi e rimescolamenti interiori, mi rendo conto però che non sarà l’ultima. Forse meglio così. Si chiude con What She Said, e poi tutti a casa. O meglio, quasi tutti: io ho Londra che mi aspetta, e nessuna serata deve andare sprecata, neanche se le forze residue sono quelle che sono.
 
O2-Morrissey3
Scaletta (ovviamente verificata anche qui), con link ai video ove disponibili a qualità buona/decente (e ove non rimossi: non starò certo a ricontrollarli di continuo…):

The Last Of The Famous International Playboys
Ask
First Of The Gang To Die
That’s How People Grow Up
Irish Blood, English Heart
I Just Want To See The Boy Happy
Sister, I’m A Poet
Vicar In A Tutu
All You Need Is Me
The Loop
The World Is Full Of Crashing Bores
Why Don’t You Find Out For Yourself?
Mama Lay Softly On The Riverbed
Billy Budd
Death Of A Disco Dancer

You Say You Don’t Love Me (Buzzcocks’ cover)
I’m Throwing My Arms Around Paris
Stretch Out And Wait
Life Is A Pigsty
How Soon Is Now?
What She Said

Se siete arrivati fino a qui a leggere

… probabilmente vi meritate (decidete voi in che senso) qualche altra foto: ecco qui un’intera gallery (anche con qualche foto vietata agli impressionabili)

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7 Responses to As for me, I’m ok

  1. utente anonimo says:

    ho trovato il tuo blog così, per caso, e dopo aver passato in rassegna più o meno bene l’archivio, posso dire che:

    – adoro le tue recensioni;
    – adoro i tuoi gusti musicali;
    – ti meriti un bacio solo per quello che hai scritto su Our Earthly Pleasures (chiamarla “recensione” mi pareva riduttivo…)

    tornerò :D ,

    liz

  2. il report dei national mi fa ben sperare. quando li ho rivisti all’atp (dopo il concerto di milano) berninger era ubriachissimo e sembrava sulla strada giusta per diventare il bono di noantri. complice un pubblico in delirio per loro è stato a un passo dal gettarsi in stage diving… noi eravamo veramente perplessi, però dal tuo post sembra che forse non l’abbiamo perso (ancora)! vale

  3. Ciao,
    c’ero anch’io ma ho evitato di passare da un palco all’altro, a parte quello dell’immensa Siouxsie, e questo mi ha permesso di guadagnare la prima fila per Morrissey. Un giorno e un concerto memorabile.

    Complimenti per il bel report

    PS
    Eri anche al Quarry Night?

    PS2
    Ho subito anch’io il trauma Morrissey prima dei negramaro

  4. Disorder79 says:

    Fran e Liz: grazie :)

    vale: io per la verità non ho visto da vicino Berninger né il pubblico dei fedelissimi, nel concerto serale. Ero troppo lontano. Non ho notato comportamento particolarmente strambi da parte sua, mi sembrava semplicemente in trance da concerto (poi non avevo neanche termini di paragone, mai visti prima).

    remteex: grazie anche a te. Beh, anche io però non ho fatto spostamenti per TUTTO il tempo, ci mancherebbe altro. Per lo più ho cercato di dare almeno un’occhiata alla gente di cui avevo sentito parlare.
    Per me niente Quarry Night, anche perché ne scopro l’esistenza adesso grazie a te! …sono andato a rinfrescarmi un po’, per poi recarmi ad altro afterparty, sempre a tema, ma diciamo un po’ più “di nicchia” (non solo in senso musicale) :)

  5. AnelliDiFumo says:

    Cazzo, questo è il miglior resoconto di un concerto mai letto.

    Sai cosa? Dovresti tenere un blog.

    :-P

  6. Disorder79 says:

    Dici? In effetti alla forma dello scritto breve mi sento molto adatto :DDD

    (grazie, troppo buono)

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