Due giornate particolari

Nello scorso weekend sono tornato dopo un po’ di tempo al cinema, con una scelta azzeccatissima: il "film delle vecchiette", come è stato da molti ribattezzato.

Presentato con successo alla Settimana della Critica della recente edizione del festival di Venezia, Pranzo di Ferragosto è l’esordio di Gianni Di Gregorio, già collaboratore alla sceneggiatura e alla regia di Matteo Garrone (che qui produce).
Il film dà l’impressione di non essere una produzione granché dispendiosa. Il regista stesso interpreta il protagonista Gianni, un uomo di mezza età semialcolizzato e disoccupato che vive tra i debiti prendendosi cura di una madre a dir poco ottuagenaria e dalla personalità piuttosto forte. In cambio di un aiuto economico di cui hanno urgente bisogno, madre e figlio accettano di ospitare in casa per un giorno e una notte altre tre vecchie signore più o meno estranee, che i rispettivi figli non vedono l’ora di "parcheggiare" altrove per trascorrere un più tranquillo e/o divertente Ferragosto.

Le quattro vecchiette, tutte interpretate da (bravissime) attrici non professioniste, sono il cuore della pellicola, che in poco più di un’ora e un quarto ripercorre in modo leggero ma mai superficiale il delirio che esse riescono a creare nella casa e nella vita di Gianni nell’arco di due giornate scarse.

Una vera boccata d’aria fresca per la cinematografia italiana, che spero venga apprezzata anche all’estero: al di là della scelta di rappresentare la vita della terza (ma pure quarta…) età, di solito piuttosto "invisibile" non solo al cinema ma ai media in generale, quello che colpisce è l’estremo realismo di questo ritratto. Queste anziane sono le nostre zie, le nostre nonne e bisnonne. Per certi versi tutte uguali, per altri no. C’è quella possessiva e gelosa dei suoi spazi; quella arrogante, che un po’ maschera la sua fragilità dietro una maggiore aggressività e invadenza, un po’ è sempre stata così; quella con la memoria che funziona a corrente alternata, che si rifugia con testardaggine nelle sue piccole certezze; quella apparentemente in salute e dal carattere più accondiscendente di tutte, che però va costantemente tenuta d’occhio affinché il prevalere del suo lato oscuro non le permetta di farsi del male.

Ma per quanto a certi momenti comici segua spesso un retrogusto di amare riflessioni, la malinconia non prevale mai davvero nello spettatore (grazie anche al finale, che evita colpi di scena pietistici). Si osservano piuttosto con tenerezza il ripetersi di dinamiche relazionali comuni a tutte le famiglie ed esperienze di convivenza: i piccoli egoismi e ripicche quotidiane, il deridere bonariamente sottovoce la persona che è appena uscita da una stanza, le gaffes incrociate (è impressionante il numero di gaffes che è in grado di inanellare una persona anziana senza rendersene conto).

Si devono prendere ad esempio film come questo, che descrivono l’Italia a cui non dà voce nessuno, ma che soprattutto presentano la vita vera.
Prendiamo la scena che dà il titolo al film. Il vero pranzo del dì di festa che si svolge nella maggior parte delle case italiane non assomiglia alla tavolata finto popolana e nella sostanza radicalchic di Ozpetec, forzatamente multietnica e multisessuale, né a quella rigida e impostata che popola fiction tv e film di tanti altri registi bolliti (entrambe piene di personaggi finti interpretati da attori finti che pronunciano frasi finte ad effetto fissando il vuoto con la loro monoespressione): è invece senz’altro ben rispecchiato dal banchetto improvvisato da questo gruppo di persone in una Roma deserta, con quei brindisi che seppelliscono tutte le polemiche e le diffidenze sotto un borghese volemose bene e danno l’illusione di un solido affetto reciproco che poi nella realtà di tutti i giorni evaporerà presto.

Un piccolo film assai godibile insomma, che consiglio a tutti: buffo come l’idea alla base della storia sia venuta al regista riflettendo su un’esperienza personale. Spesso in effetti la vita presenta occasioni e bivi più insoliti di quelli che può contenere una sceneggiatura.

Se solo nella generazione degli Accorsi, dei Pasotti e delle Incontrada (3 nomi tra i tanti, e ne ho presi tre che fanno soprattutto cinema, ché se ci si sposta sugli habitué della fiction è una tragedia) ci fosse qualche attore in più dotato della stessa naturalezza e credibilità di queste quattro signore, la qualità media dei film italiani sarebbe senz’altro migliore.

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