«You’d better watch out for the straight!»

Sabato sono poi stato al Florence Queer Festival (di cui parlavo nel post precedente) e mi sono fatto l’intera maratona serale. Direi di saltare i preamboli, visto che parlerò di tutti e tre i film visti.

1. Chuecatown, il primo film, è stato il più apprezzato dal pubblico tra quelli in programma. Si tratta dell’ennesima versione di commedia grottesca gay spagnola, stavolta in chiave un po’ più thriller. I protagonisti principali sono una coppia ursina innamorata (e fastidiosamente ingenua) che convive nel noto quartiere gay madrileno, la Chueca; l’ingombrante madre di uno dei due, che per usare un eufemismo non vede troppo di buon occhio il genero (e quando si trasferirà accanto alla coppia saranno guai); un agente immobiliare/serial killer, che per realizzare il suo sogno di fare della Chueca un quartiere abitato da coppie gay giovani e trendy non esita ad accoppare le vecchine che rifiutano di vendergli le loro case (il personaggio è interpretato dall’ex Paso Adelante, ex popstar – ? – e tuttora manzo inespressivo Pablo Puyol, in una nuova parte gay dopo 20 Centimetri – chissà cosa ne dirà Lola); infine, un’ispettrice di polizia piena di fobie con figlio succube al seguito. Come ci si può immaginare, nella miglior tradizione dei film a soggetto e a target di pubblico gay (specie se di produzione iberica), sono i due summenzionati personaggi femminili forti a spiccare su tutti e a catalizzare l’attenzione e le risate. Un film disimpegnato e divertente insomma, con diverse idee scontate ma qualcuna esilarante.

Il trailer di Chuecatown

2. Personalmente però sono stato colpito di più dal secondo film in programma, che ha invece sconvolto e inorridito buona parte del pubblico in sala. L’emblematico titolo The Gay Bed And Breakfast Of Terror la dice lunga: quello dell’americano Jaymes Thompson è per molti versi un vero e proprio B-movie horror, con tutte le sue caratteristiche: effetti speciali tanto truculenti quanto ridicoli, recitazione approssimativa, idiozia dei personaggi. D’altra parte, nonostante le scene forti il film resta prima di tutto una parodia in salsa queer/camp del genere. Ecco quindi la rappresentazione del mondo gay e lesbico a 360 gradi, volutamente macchiettistica e auto-ironica, che troviamo nei personaggi:
– gli ospiti, tutti alloggiati al "Sahara Salvation" per via di una grande festa annuale in una città vicina (dove tutti gli alberghi erano esauriti), incarnano tutti gli stereotipi: tra le lesbiche ci sono la coppia di lipstick lesbians intellettuali e un po’ snob, la butch e l’artista incompresa; tra i gay ci sono il bravo-ragazzo-ma-non-troppo con il fidanzato yuppie, la drag queen accompagnata dal leather-man sessuomane e vanitoso, il ricco gay di mezza età con giovane e muscoloso mantenuto al seguito; e ovviamente non manca nemmeno la fag-hag grassa e sguaiata.
– la "famigliola" perbenista, repubblicana e devota che gestisce l’inquietante B&B apparentemente friendly è invece composta da 1) Luella, inguardabile figlia lesbica (poco) repressa e (molto) disturbata, 2) Helen, madre che uccide le ospiti lesbiche per evitare tentazioni alla figlia e spera di redimere prima o poi qualche ospite gay per offrirgliela in sposa, 3) Manfred, fratello-mostro-simil-zombie che si mangia gli ospiti gay per paura che la sorella fugga prima o poi con uno di loro.
Con queste premesse, è inutile dire che al mega-party della città vicina non arriverà nessuno…

Un film come questo, se chiaramente dirà poco a chi è facilmente impressionabile o a chi al contrario pur apprezzando gli horror non apprezza quelli in stile più trash, ha a mio parere un forte merito, rispetto a molti altri che si possono vedere in questo tipo di rassegne: quello di travalicare lo status di "film gay" ed essere per tutti, pur restando in altro senso film di nicchia. Mi spiego meglio: io mi sentirei di consigliare questo film in quanto film *di genere* a tutti gli *amanti del genere*, dove per *generi* si intendono però l’horror-trash o la parodia/camp (e NON i "film gay"). E questo nonostante ci siano personaggi quasi tutti omosessuali, coppie omosessuali e pure qualche scena di sesso (ma sempre ironica: e poi il sesso è un ingrediente dell’horror, oltre a una delle Cose Da Non Fare Per Sopravivvere, come il restare da soli o lo scendere in cantina…). Inoltre, pur restando una pellicola che vuole divertire, non mancano i riferimenti dissacranti nei confronti della religione e della politica, specie nella seconda parte del film (evito gli spoiler perché non voglio rovinare la sorpresa, ma anticipo che il momento in cui si scopre la genesi del mostriciattolo di casa Manfred è da standing ovation, e c’entra MOLTO il partito repubblicano; mentre sono notevoli anche i flashback con protagonista la povera Luella). Il finale poi non è da meno, come colpi di scena. Insomma, consigliatissimo – basta sapere a che tipo di film si va incontro.

Esistono tre brevi trailer del film, che ne illustrano i diversi lati:
Sexy version (e quel che si vede di osé nel film è praticamente tutto qui – Centovetrine insomma è più spinto)
Scary version (qui sembra un horror qualsiasi!)
Campy version (!)

Qui invece c’è la canzone che apre il film, arricchita con alcune scene.

3. La decisione di restare anche per il terzo e ultimo film della serata, iniziato abbastanza tardi e di durata non breve (95′), non era stata facile, e nella sua prima metà Otto; or, Up With Dead People me l’avrebbe fatta amaramente rimpiangere (vista l’estenuante lentezza con cui scorre).
Con il suo nuovo film l’irriverente Bruce LaBruce (wikisitoblog), che nel precedente The Raspberry Reich aveva provocatoriamente teorizzato l’homosexual intifada ("Heterosexuality is the Opiate of the Masses"!), continua a bastonare il capitalismo avanzato e la massificazione sociale ad esso legata, in questo caso effettuando una specie di parallelo tra l’oppressione degli omosessuali e quella degli zombie. Otto, un giovane ed efebico zombie semi-vegetariano, che ha a differenza dei suoi simili il dono della ragione ma non ricorda niente del suo passato, arriva a Berlino (e dove sennò), e lì incontra Medea, una visionaria regista underground che lo ingaggia per girare un documentario su di lui. Medea sta nel frattempo girando anche il suo film più ambizioso, un "political-porno-zombie movie" in cui una nuova generazione di zombie gay, più evoluta delle precedenti generazioni di non-morti, si ribella con successo alle oppressioni subite dal genere umano.

La carne al fuoco è tanta (per quanto anche le viscere crude sullo schermo non manchino): oltre all’elemento meta-cinematografico, c’è anche il rapporto tra l’orrore prodotto da chi discrimina e dai discriminati – con riferimento non solo all’omosessualità ma anche al disagio mentale, infatti non si capirà mai con certezza, neanche nel confuso finale, se Otto sia effettivamente un non-morto (come crede, o meglio come sa di essere lui) o un ragazzo disturbato (come lo credono gli altri).
Senz’altro è un film che dà alcuni input profondi, ma allo stesso tempo la sua lunghezza e pesantezza mi ha reso difficile arrivare alla fine (magari vederlo in dvd con più calma e con possibilità di skippaggio/interruzioni/pause può aiutare). Di certo stavolta non si tratta di un porno d’autore con una trama intorno, come lo zozzissimo e summenzionato The Rasperry Reich (che pure nella sua parte "narrativa" e nel suo "messaggio", con tutte le virgolette del caso, era forse più chiaro e riuscito). Non è nemmeno un horror, comunque. È una roba visionaria, pesante (l’ho già detto?), a volte stimolante, con alcune trovate registico-fotografiche interessanti e molte scene semplicemente truci (per i gattofili: c’è anche un micio vivo che fa una brutta fine)(ovviamente no, non lo si vede davvero sventrare!) e persino un paio di momenti commoventi nel finale (uno con questa canzone di Antony in sottofondo). In certi momenti, su quella poltrona, mi sembrava di essere Dylan Dog che era andato al cinema a vedere un film a sua volta tratto dalle sceneggiatura di una delle sue storie più cervellotiche (mi sembrava di essere in una storia  di Dylan Dog anche all’uscita dal cinema, vista la pioggia londinese)(e il centro poco affollato)(e insomma, a fine serata un po’ di strizza addosso ce l’avevo pure).
Sospendo il giudizio, ma non so se riuscirò mai a rivederlo per darne uno definitivo…

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