«…e sono qui per reclutarvi tutti»

milk_heretorecruityou 
"Oggi ho quarant’anni, e non ho fatto una sola cosa di cui andare fiero."
 

La storia narrata in Milk (il film) è una di quelle che sembrano essersi svolte appositamente per permettere un futuro "biopic": la storia di un uomo che arriva a una scadenza importante della sua vita e si rende conto che ha bisogno di un cambiamento radicale per darle un senso. La storia di un attivista gay che negli anni 70 partendo dal basso riesce con il suo entusiasmo e il suo pragmatismo prima a conquistare un quartiere, poi imporre la sua presenza nell’intera città (arrivando al consiglio comunale di San Francisco, primo omosessuale dichiarato a essere eletto a una carica pubblica) e infine a vincere una battaglia importante nell’intero stato della California (quella sulla Proposition 6, un referendum che voleva imporre il licenziamento per tutti gli insegnanti gay dello stato). La storia di starlette riciclatesi paladine del bigottismo fondamentalista (Anita Bryant) e di politici ultraconservatori che riescono paradossalmente a compattare, contro se stessi e quel che rappresentano, il movimento gay e tutte le persone che credono nei diritti dell’uomo (e non nel diritto di una religione di imporre i suoi giudizi e i suoi valori a tutti). La storia di tante altre persone, con i loro sogni, i loro errori, le loro sofferenze, il loro impegno.

"Se vogliamo convincere il 90% a occuparsi di noi 10%, dobbiamo fargli sapere chi siamo."

Quelli del film di Gus Van Sant erano tutti contenuti destinati a colpirmi pesantemente, sia dal punto di vista squisitamente personale che come cittadino dell’Italia di Veltrusconi e della Binetti (in cui l’obamismo, all’interno di uno scenario politico imbalsamato, può esprimersi al massimo in slogan senza contenuti né prospettive, e in cui il risultato più concreto dell’attivismo glbt è stato la vittoria di qualche reality show). Tanto che il mio giudizio positivo sulla forma della pellicola, già ben poco autorevole in generale, rischia di essere ancor meno attendibile. Nel linkare il post del ben più competente Kekkoz (che sottoscrivo), mi limito quindi a poche, banali annotazioni personali:
– questi biopic americani, per quanto autoriale o paracula sia la loro direzione, si assomigliano un po’ tutti, sia nell’incedere dell’intreccio che nelle performance istrioniche dei protagonisti, che si trasformano letteralmente nel personaggio interpretato;
– ciononostante le due ore di film scorrono senza un momento di stanca, l’ovvia dose di retorica è bilanciata da un buon ritmo e da alcune scene visivamente da brividi;
– Sean Penn è credibile, energico, misurato, semplicemente eccezionale;
– il gelido Josh Brolin (già visto di recente come impressionante protagonista di W. di Oliver Stone) è anch’egli apprezzabile; il personaggio di Emile Hirsch è troppo hipster per essere vero; quello di Diego Luna insopportabile;
– James Franco col baffo. James. Franco. Col. Baffo.
– la possibilità dell’omosessualità repressa di Dan White suggerita dal film è un chiaro tocco di Van Sant.

Quanto alle accuse di "svendita dell’integrita artistica" e simili, la butto lì: criticare Van Sant per questo film è come criticare gli Afterhours che vanno a Sanremo. L’operazione è per certi versi simile, ci si mette in gioco in un contesto non proprio e andando incontro a inevitabili critiche, al servizio di una causa. Il gruppo di Manuel Agnelli (che comunque avrà la sua personale e meritata esposizione mediatica) ha deciso di approfittare della partecipazione al carrozzone sanremese, in cui sarà percepito come entità aliena, per dare visibilità a una scena undeground italiana di cui quasi non fa più parte (avendo ormai da anni un pubblico *reale e pagante* assai più ampio di quello dei dinosauri da Ariston); Gus Van Sant, cineasta indipendente e ribelle dalle poche e controverse frequentazioni con le grosse produzioni, si sporca le mani con un’opera in cui viene declinata nella sua ennesima variante l’epopea dell’american dream, una biografia da corsa agli Oscar, un "film per tutti" con alto budget e cast stellare, destinato (miserie della distribuzione italiana a parte) alle sale "commerciali" di tutto il mondo. È il suo personale tributo ad Harvey Milk. È quello che come persona e artista omosessuale americano sente di dover fare: far fruttare il suo personale talento, che è quello della regia, per lasciare alla collettività qualcosa. Perché se ieri c’erano Anita Bryant e la Proposition 6, oggi ci sono Sarah Palin e la Proposition 8, che nella stessa California è invece passata (e chissà se questo film avrebbe cambiato qualcosa in questo risultato, uscendo qualche anno fa). Un Obama non fa primavera, così come un Milk non ha potuto risolvere tutti problemi degli omosessuali americani (e non solo a causa della stupida morte che gli è toccata in sorte). La battaglia è dura e forse infinita, e il gioco vale senz’altro la candela dell’incasso di qualche critica negativa da parte dei cinefili più oltranzisti.

Personalmente, per tutta la sua durata il film mi ha commosso, atterrito, coinvolto, inebriato. Non alleggerito: perché al di là dei progressi/regressi della realtà americana rappresentata, la mia esperienza di vita e il paese in cui vivo sono quelli che sono. Non posso capire fino in fondo l’effetto che può avere avuto la visione di Milk sugli spettatori eterosessuali (ai quali continuerò a consigliarlo), e nemmeno sugli altri spettatori omosessuali. Posso dire però che io dalla sala sono uscito con molti pensieri, e la forte sensazione che l’indomani sarebbe stato il primo giorno di una nuova fase della mia vita – se solo l’avessi voluto.
Harvey Milk ha fatto *qualcosa*. Gus Van Sant anche. E io, nel mio piccolo, fino a che punto mi lascerò "reclutare"? Cosa mi lascerò alle spalle, alla fine di tutto?

"So che non si può vivere solo di speranza, Ma senza la speranza la vita non vale la pena di essere vissuta."
(tratta dal podcast. Sì, Van Sant è talmente avanti che Milk praticamente registra un podcast – negli anni 70)

– – –

Bonus track seria, per approfondire: The Times of Harvey Milk, documentario sulla vita e morte di Milk vincitore del premio Oscar nel 1984, si può trovare tutto intero su Youtube con sottotitoli in italiano [via]

Bonus track scema, aka Scene di cui in Italia vorremmo vedere protagoniste molte persone: Pie in the face   

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11 Responses to «…e sono qui per reclutarvi tutti»

  1. utente anonimo says:

    Aspettavo questo post :)
    Sottoscrivo tutto, e da spettatrice eterosessuale (anche se molto di parte) ti dico che l’effetto che mi ha fatto il film è riassunto perfettamente dalle tue stesse parole: “io dalla sala sono uscito con molti pensieri, e la forte sensazione che l’indomani sarebbe stato il primo giorno di una nuova fase della mia vita – se solo l’avessi voluto.” (Certo, poi le parole vanno infilate in un contesto, come sempre, ma la sensazione è stata esattamente quella.)
    L’ho fatto vedere anche ai miei, e si son commossi. Van Sant si meriterebbe un oscar solo per questo, fidati.

    liz

  2. Dis0rder says:

    In effetti leggo che è candidato per film, regista, attore protagonista, attore non protagonista e sceneggiatura originale, oltre ad altre 2 categorie. La concorrenza sarà ovunque folta, ma se ci scappasse qualcosa di grosso mi farebbe piacere.

  3. Dis0rder says:

    (mi correggo: le nomination totali sono 8, non 7)

  4. souffle says:

    è indubbio che uno spettatore omosessuale vive in modo empaticamente diverso questo film.
    Non può essere diversamente nè ho intenzione di fare finta che lo sia.
    Ognuno di noi ha esperienze diverse, c’è chi non si è potuto scegliere gli amici e gli è toccato stare dentro l’armadio per anni.
    C’è chi invece ha vissuto sempre liberamente se stesso e ha incontrato le persone giuste.
    In questo Paese, dove ancora si usano metafore come “fare il frocio con il culo degli altri” non è facile vivere se stessi in modo pieno.
    E non sarà di certo un film a cambiare le cose.
    Però sono contento che Van Sant abbia fatto questo film in cui all’arte cinematografica ha messo davanti il cuore e l’anima.
    E pazienza se i critici grossier hanno storto il naso.

  5. fraran says:

    tu hai scritto: “Posso dire però che io dalla sala sono uscito con molti pensieri, e la forte sensazione che l’indomani sarebbe stato il primo giorno di una nuova fase della mia vita – se solo l’avessi voluto.”

    io scrissi: “Milk, e i pugni chiusi nel tornare a casa. La consapevolezza di saper fare di meglio, di poter essere meglio di così. Scivolo in pensieri risoluti e che hanno a che fare con quella cosa lì. Hope.”

    Sospetto che Van Sant cercasse questo, in fondo.

    Ciao Disorder :-)

  6. Dis0rder says:

    souffle: d’accordissimo. Belle parole le tue.

    fraran: eh sì, avevo letto eh! :) …sono contento che il film scuota tanta gente.

  7. Bella pellicola, bella sensazione, bei pensieri alla fine. Sempre di più mi convinco che se esiste una cosa come una ‘vocazione’ civile, il ‘là’ che può spingerci a metterci al servizio degli altri, è una di quelle cose che viene fuori proprio in questi casi. Un caro abbraccio.

    S. Kafkahigh

  8. utente anonimo says:

    ma non è mica il primo film mainstream che fa van sant eh.. e non è certo un reato, anzi. :)

    comunque noi due andiamo sempre a vedere dei film carini al cinema, uniamoci più spesso!!!

    c.

  9. Dis0rder says:

    S.: esattamente. E ricambio l’abbraccio :)

    c: è vero, siamo una coppia cinefilmente (?) fortunata ;)

  10. AnelliDiFumo says:

    Io adoro lo scambio:

    – “Due omosessuali non sono una famiglia perché non possono avere figli!”

    – “Dio solo sa quanto ci proviamo, però!”

  11. Dis0rder says:

    Sì, grande! Ed è un peccato non saper bene l’inglese, e non potere perciò vedere proficuamente il film in lingua originale e giudicare il lavoro di Sean Penn su voce e intonazione.

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