The Horrors – Primary Colours

The Horrors: Primary Colours (Beggars Banquet-XL/Self, 2009)

Che sarebbe stato l’ennesimo gruppo che riprende (anche) Bauhaus e Joy Division a tirar fuori uno degli album rock più importanti della prima parte del 2009 (per il felice incontro di maturità stilistica, freschezza, varietà e compattezza, per l’alto livello delle canzoni, per il gradimento trasversale), se lo aspettavano in pochi. Ma sul fatto che quel gruppo sarebbero stati The Horrors, fino a qualche mese fa non avrebbe scommesso quasi nessuno. Li avevamo lasciati con il bizzarro psychobilly-garage – tra Cramps, Birthday Party e spruzzi di new rave – dell’esordio di due anni fa Strange House, e al di là del genere proposto (che un po’ li confinava nella nicchia goth) i cinque londinesi avevano tutto per essere disprezzati: look imbarazzante che oltrepassa il sottile confine tra il gioco estetico estremo sulla propria immagine e i Tokio Hotel, appoggio sproporzionato del solito NME, gossip a sovrastare i discorsi sulla musica (il flirt del cantante Faris Badwan con Peaches Geldof). I nuovi Horrors hanno mantenuto i ciuffi inguardabili (anche se la copertina sfuocata del nuovo Primary Colours ce li risparmia), ma la crescita musicale è impressionante (la produzione di Geoff Barrow dei Portishead ha senz’altro contribuito) e il sound della band appare trasformato. Non è tanto una questione di maggiore “originalità” (per quanto oziosi possano essere nel 2009 i discorsi sull’originalità nella musica pop): Badwan passa anzi dalle performance selvagge a un cantato più vicino al binomio Curtis-Murphy come quello offerto da tanti, troppi gruppi recenti; e pure la struttura dei brani è in qualche modo rassicurante, per l’ascoltatore con una media infarinatura di post punk e rock alternativo/psichedelico. Su una base che resta – nella voce, nelle atmosfere – orgogliosamente wave, si affacciano qua e là iniezioni più o meno robuste di chitarre shoegaze (non esattamente una novità coraggiosa, nel 2009). Altrove orge di synth e bassi riescono a riproporre cliché Joy Division senza irritare (Scarlet Fields); non mancano poi richiami episodici al garage brutto e cattivo del debutto (New Ice Age), romanticherie a sorpresa (l’intermezzo spectoriano di Who Can Say, certi testi più speranzosi che decadenti) e un paio di momenti kraut che incorniciano e rendono più fascinoso l’intero viaggio (l’intro di Mirror’s Image e l’ipnotica cavalcata del fulminante primo singolo Sea Within a Sea: un album che finisce con un pezzo del genere istiga al riascolto immediato). Per chi la (old) new wave l’ha sempre amata e sentita nelle vene, da prima che il proliferare negli anni ‘00 di epigoni non sempre all’altezza rendesse insopportabile anche solo sentirla citare, un disco come questo è una sorta di rivincita. Perché non importa quanto il collage proposto possa essere furbetto, importa quanto funzioni: qui abbiamo dieci canzoni che travolgono (più la testa e le gambe che il cuore, va detto), che non suggeriscono la solita ambizione di diventare i nuovi U2, che sbattono di nuovo quel suono, quei fremiti e quell’inquietudine in faccia a tutti.

myspace
streaming dell’intero album

il video di Sea Within a Sea
il video di Who Can Say

[ già su http://www.vitaminic.it ]

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2 Responses to The Horrors – Primary Colours

  1. Pingback: Neils Children – X.Enc. « Outsiders (2.0)

  2. Pingback: I see a whole new way now (The Horrors + Gliss @ Flog) « Outsiders (2.0)

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