He’s in parties (Peter Murphy @ Viper)

Peter Murphy @ Viper, Firenze, 1/10/2009

Se ti chiami Peter Murphy ed eri la voce dei Bauhaus, puoi permetterti di riempire di giovedì un posto abbastanza grande come il fiorentino Viper (apertura del recente tour italiano in 5 date) malgrado un biglietto non troppo a buon mercato e nonostante l’annunciata presenza in scaletta di varie cover vecchie e nuove, a scapito dei pezzi Bauhaus (del resto si chiama “Secret Cover Tour” non a caso).

Se ti chiami Peter Murphy, puoi permetterti di sciorinare soltanto tre-pezzi-tre dei Bauhaus in cui cantavi (comprendendo quella Ziggy Stardust di Bowie che è a tutti gli effetti anche un loro singolo storico). Uscendo comunque tra gli applausi.

Se ti chiami Peter Murphy ed eri il frontman dei Bauhaus, il pubblico dei tuoi concerti è composto da una piccola nicchia affezionata che ti ha seguito negli anni attraverso album solisti più o meno riusciti e da una parte di spettatori più nostalgici che si sono fermati a Burning from the Inside: ma tutti quanti digeriranno facilmente il glam-rock darkeggiante che proponi oggi. Anche se dell’abbondante e vario repertorio solista lasci fuori sia i pezzi più etnico-sperimentali, sia alcuni dei singoli più famosi (Cuts You UpIndigo Eyes), a favore di una manciata di brani nuovi poco convincenti (degni di una qualunque rockband muscolare con Bowie nel DNA: il disco di prossima uscita non si annuncia insomma un capolavoro). Del resto l’ora e mezza di spettacolo che offri è comunque godibile: in barba all’età (gli anni si vedono tutti), il carisma sul palco c’è ancora, quando ti spari le pose con i quattro musicisti o ti dai in pasto al pubblico delle prime file.

Se il tuo nome è Peter Murphy, ti circonderai di una band che nella fisionomia richiama curiosamente mondi musicali diversi eppure tutti legati ai dischi con cui sei entrato nella storia del rock: un chitarrista dall’eleganza viziosa alla Reed/Jagger, un bassista grande e grosso che potrebbe suonare goth-industrial, un altro chitarrista sosia di Trent Reznor.

Se sei Peter Murphy dei Bauhaus il tuo timbro vanta innumerevoli tentativi di imitazione come la Settimana Enigmistica, ma pochi epigoni ti eguagliano in personalità: ecco quindi che puoi permetterti senza scandali di coverizzare Transmission dei Joy Division (anche se il risultato è pessimo, con la tensione dell’originale completamente evaporata), i Roxy Music (In Every Dream Home a Heartache), John Lennon (con una trasfigurazione glam di Instant Karma imprevedibilmente convincente). E soprattutto potrai zittire tutti con una versione da brividi di Hurt (in stile Cash, ma meno distante dalle atmosfere NIN), e con un finale che mette in fila la dolcezza acustica di Strange Kind Of Love, una sussurrata Space Oddity e una She’s In Parties filologicamente impeccabile.

Se ti chiami Peter Murphy, insomma, ora che i Bauhaus sono un capitolo chiuso puoi continuare a girare il mondo fino alla pensione e farti pagare per show in cui fondamentalmente, escluso qualche inevitabile contentino, canti quel che ti pare e freghi quasi tutti.

[ già su http://www.vitaminic.it ]

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