Big G is watching you

Per quanto continui a preservare un’immagine complessivamente positiva grazie ad alcune azzeccate mosse propagandistiche (vedi la mancata collaborazione con governi come quello italiano dal punto di vista del perseguimento delle opinioni in rete, o la rottura con la Cina sul terreno della censura), il lato oscuro di Google comincia a farsi sempre più invadente e difficile da nascondere sotto il tappeto.

Due le novità degli ultimi giorni di cui volevo parlare in questo post.
La prima è la vergognosa scure abbattutasi nei giorni scorsi su dozzine di blog musicali ospitati da Blogger (proprietà di Google). Attenzione, non si tratta stavolta della cancellazione senza avvertimenti preliminari di singoli post, rischio fastidioso (pensate al caso di recensioni o live report dettagliati e appassionati, cancellati per il link a una singola canzone) cui i blogger di quella piattaforma hanno fatto il callo da tempo: ma della cancellazione di interi blog, sempre senza avvertimento. Il tutto con la laconica scusa che per blog chiusi le segnalazioni dell’industria musicale erano state più di una. Ah, e non si tratta di quei deliziosi siti pirata che mettono in condivisione intere discografie zippate, ma di music blog veri e propri, i cui gestori si sbattono per promuovere musica (in alcuni casi poi si trattava di blog che linkavano quasi esclusivamente mp3 forniti dalle stesse case etichette e agenzie di promozione). Tristezza.

E veniamo alla seconda.
Fino a poco tempo fa ogni nuovo servizio di zio Google veniva accolto con entusiasmo, grazie alla spiccata facilità d’uso e all’integrazione con le altre applicazioni, sempre tutte accessibili dallo stesso account. E quindi accanto al motore di ricerca e a Gmail (ormai la webmail più universalmente diffusa) ecco Google Calendar come agenda, Google Docs in sostituzione del pacchetto office, Blogger/Blogspot per i blog, Google Reader per i feed, Picasa per le foto e così via fino all’acquisizione miliardaria di Youtube.

Certo, ogni tanto qualche riflessione inquietante saltava fuori (ad esempio quando su Gmail sono comparsi e si sono fatti più invasivi e particolareggiati gli adsense basati sulle parole più comuni utilizzate nelle mail private). Ma finora il gioco (un servizio efficiente) era sempre valso la candela.

La novità della scorsa settimana è stata l’entrata in grande stile di Google nel campo dei social network, business dove ufficialmente mancava.
C’erano state alcune avvisaglie: ad esempio la creazione di Google Wave (un interessante strumento di condivisione di testi e documenti in tempo reale, una cosa a metà tra mail e chat che però è per ora si è rivelata fallimentare, un po’ perché forse più adatta ad usi lavorativi che al cazzeggio, un po’ perché la sua mancata integrazione in gmail lo ha reso poco appetibile).

Il nuovo arrivato si chiama invece Google Buzz: è lui il vero e proprio social network di Google.

Per descrivere Buzz, bisogna però partire da FriendFeed. FriendFeed, lo premetto per i lettori non-blogger e/o non-nerd, è una sorta di sistema di condivisione del proprio stream di "contenuti" (aggiornamenti inoltrati in automatico da facebook, twitter, blog, lastfm e simili, oltre a status e link postati direttamente lì, alla maniera di Facebook). Ogni item su FriendFeed diventa commentabile e condivisibile; ogni utente si crea una rete di contatti amplissima e riceve potenzialmente un flusso enorme di informazioni. Avete notato che anche sui blog più visitati e citati ormai commentano in pochissimi? La ragione è perché il 90% del pubblico dei blogger o ex blogger (quelli che rappresentano il bacino di lettura più costante e interattivo per i blog, in un tripudio di autoreferenzialità maanchedi spiritodi comunità) ormai condivide e commenta tutto quanto su FriendFeed. Perché Twitter è agile ma non commentabile e talvolta drogato dall’uso come chat che ne fanno i niubbi, e Facebook troppo caotico e da "paese reale" (guarda caso Facebook si è comprato appunto FF pochi mesi fa).
Vero è che la crescita di Friendfeed non pareva destinata a raggiungere quella dei due succitati concorrenti, perché per quanto di funzionamento elementare non si rivolge a tutti, bensì a una nicchia di geek 2.0 già ricolmi di account e tuttavia non ancora sovrastati dal relativo information overload (per dire: FF non ce l’ho neanche io).

Ecco, Buzz ha praticamente clonato l’aspetto e le funzioni di FriendFeed. Con alcune marce in più non da poco, dal punto di vista della possibilità di diffusione:

1) Buzz è integrato dentro Gmail. Questa è fondamentale. Niente siti a parte, ci si entra restando dentro alla mail (pensate a chi si collega dall’ufficio).
2) I contatti di Buzz sono gli stessi della chat di Gmail. Niente ricerche da fare, sei subito in rete con le persone che senti più spesso.
3) Tra gli elementi che puoi condividere in automatico ci sono gli status di chat (!) e gli elementi condivisi di Google Reader.

Come molti anche io ho sperimentato Google Buzz, per qualche giorno.
Adesso l’ho disattivato, e sono qui ad aggiungermi al coro di chi sostiene che sia IL MALE. Ma per davvero.

Ho notato che anche altri tra i miei (non molti) contatti lo hanno cancellato, oppure non lo usano. Temo però che vista la diffusione di Gmail ci siano buone possibilità che Buzz nel lungo periodo si diffonda su più larga scala (almeno rispetto a FriendFeed): vorrei quindi sottolineare alcuni aspetti molto inquietanti e invitarvi a riflettere se non altro sull’importanza di farne un uso consapevole:

1) La scomparsa dell’anonimato in rete. Da questo punto di vista il punto di svolta lo ha rappresentato Facebook, che ha abituato tutti a mettersi in gioco con nome e cognome. Tuttavia, mentre la rete di contatti di Facebook ce la si costruisce volontariamente (anche se stando poco attenti alle impostazioni della privacy si rischia comunque di condividere le proprie foto e informazioni personali con chiunque), dal momento in cui Buzz si attiva sulla nostra gmail seguiamo e veniamo seguiti automaticamente da un sacco di persone. Non necessariamente però si desidera stare in rete e condividere tutto con tutte le persone con cui ci siamo scambiati una mail una volta in passato – specialmente se l’indirizzo e il profilo utente portano il nostro nome e cognome. Le implicazioni più rischiose in proposito sono ben illustrate in questo post.

2) Per poter pubblicare un qualsiasi contributo, o commentarne uno altrui, è necessario avere un profilo Google, profilo le cui informazioni non si possono nascondere totalmente a chi non è tra i nostri amici (è il caso, per ora, della profile pic: non puoi tenerla visibile su gmail/gtalk e oscurarla su Buzz agli "amici dei tuoi amici").

3) Buzz è stato attivato a TUTTI gli utenti Gmail. In automatico. Nel momento in cui vi è apparso per la prima volta, la schermata di Gmail vi ha chiesto se volevate "provarlo": ma cliccando non lo avete installato: era GIA’ installato, con la sua rete di contatti iniziale già scelta da Google.
Solo questa clamorosa scorrettezza costituisce un buon motivo di boicottaggio.

4) C’è un’opzione "disattiva Buzz" che in realtà NON vi cancella davvero dal social network. La procedura per disinstallarlo davvero è, almeno al momento e salvo auspicabili miglioramenti, macchinosa. Eccola qui (via Icepick).

5) Faccia attenzione chi ha più account collegati (es. uno lavorativo con nome e cognome, altri con nick o comunque privati). C’è il rischio che tutti abbiano accesso a tutti gli account, indiscriminatamente.

6) Sempre salvo miglioramenti: si possono bloccare i "followers" dei nostri update Buzz (attenzione: possono "seguirci" anche persone con cui non ci siamo mai scritti, ma che ci hanno notato mentre commentavamo i buzz altrui, oppure perché  eravamo nella lista contatti di qualcuno). Ma quelli poi si possono iscrivere di nuovo impunemente. Fail!

7) Insomma, dal punto di vista delle potenzialità di distruzione della privacy (a meno di futuri cambiamenti davvero radicali e sostanziosi, soprattutto sul piano della trasparenza) ce n’è abbastanza per rimpiangere Facebook, ed è tutto dire…

8) E le frasi-status della chat pubblicate e commentabili NO, dai. Il privato è p-r-i-v-a-t-o, maledizione (questa opzione comunque è disattivabile).

Se aggiungiamo a quanto sopra che io per i feed non utilizzo Google Reader, e che per la mia presenza online mi bastano e avanzano il blog e twitter, ecco il motivo per cui ho preferito cancellare Buzz dalle mie gmail. Per la verità con una ci sono rimasto come "only-lurker" (senza profilo pubblico), giusto per tener d’occhio come si evolvono le cose. Perché tanto sono sicuro che non mancherà chi per nuovismo nei primi tempi utilizzerà solo quello.

Però state attenti. Anche ai link che condividete su Buzz: chissà che un giorno Google su pressione di RIAA & co. non inizi a chiudere anche le caselle di posta…

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2 Responses to Big G is watching you

  1. Dato che qui ci passo saltuariamente faccio un commento collettivo :-)
    -grazie per le info sui tuoi djset… sbaglio o non sono proprio troppo ballerini? ma dato che non conosco tutti i pezzi potrei sbagliarmi… cmq bella roba almeno a leggerla :-)
    -profonda invidia per il concerto dei Maximo Park che hai visto, uno dei gruppi che piu’ ho adorato negli ultimi anni
    -il tuo post qui sotto su certi beceri commenti maschili mi trovano d’accordo, spesso rimpiango il fatto che i gentiluomini sembrano appartenere a un’altra epoca; fra l’altro in scandali e scandaletti recenti, ormai escort e simili sono merce di scambio, una volta si scambiavano bustarelle e basta, e’ un segno dei tempi?

    djdona

  2. Dis0rder says:

    eheh, ma hai messo il commento nell’unico post che non hai commentato! ;)

    …comunque non sei solo tu che passi saltuariamente, sono io che scrivo troppo – o comunque, molto più di frequente rispetto all’andazzo degli ultimi 2 anni. Oh, il 2010 mi ha fatto tornare la voglia di blog :)

    PS. Per i djset: no, come rispondevo ad altri in quel post non si tratta di un posto dove si balla, quindi sono selezioni più "da ascolto". Anche se tra le cose di mio gusto c’è comunque un sacco di roba più o meno ballabile…

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