The world has turned and left me here

I've got an electric guitar
I play my stupid songs
I write these stupid words
and I love every one
waiting there for me.
Yes I do. I do.

"Oh, esce il nuovo degli Weezer finalmente!"

Mentre quelle parole così cariche di entusiasmo uscivano dalla sua bocca non si era curato di osservare lo sguardo dei suoi due interlocutori. Per lui, in quel momento della sua vita, si trattava di una notizia oggettivamente fondamentale: insomma, era il ritorno della band che aveva segnato la sua adolescenza con quel bellissimo album blu senza nome e che dopo il flop commerciale di Pinkerton (che pure a lui era piaciuto) sembrava sparita nel nulla.

Come spesso gli succedeva, sarebbe bastato fare un po' più di attenzione prima di parlare per non fare la solita figura da sfigato. In fondo di uno di quei due ragazzi senza occhiali conosceva bene i gusti musicali: il rock dei gruppi del C.P.I., i Television, robe dark ed elettroniche. Quanto all'altro, non lo aveva mai visto prima ma il suo aspetto ordinario suggeriva ascolti anche più mainstream. Non parlava come un fan di Vasco, comunque: aveva più l'aria del completista di gruppi come gli Smashing Pumpkins che musicalmente comincia a guardarsi un po' attorno e scavare indietro nel tempo con intenti enciclopedici.

Forse tra quei due c'erano più cose in comune di quanto potesse sembrare guardandoli, forse no. Molto probabilmente però entrambi conoscevano del suo gruppo preferito solo la canzone resa famosa dal video in stile Happy Days.
Buffo, a pensarci adesso, ma in quegli anni funzionava ancora così: niente zipponi tirati giù da internet, gli album si compravano quasi alla cieca. I più voraci di novità sceglievano i pochi dischi che si potevano permettere in base alla lettura delle riviste specializzate (che degli Weezer un po' avevano parlato, ma meno di quanto la band californiana meritasse: del resto in Italia la moda del grunge ci aveva messo del tempo per smettere di monopolizzare le copertine, e poi era arrivato a ruota il britpop modaiolo); quelli meno scafati (categoria a cui sembrava appartenere il Pumpkin-boy), se abitavano come tutti loro in provincia e non avevano amici prodighi di consigli e cassettine, si limitavano a farsi ispirare dai singoli trasmessi da Mtv o dalle radio.
Buddy Holly
era un singolo perfetto, di quelli che sicuramente vent'anni dopo avrebbe spopolato nelle serate revival: ma quel video così geniale, dopo averla lanciata, si era in qualche modo mangiata la canzone. Tra quelli che conosceva, praticamente nessuno aveva sentito il bisogno di acquistare o ascoltare l'intero Blue Album (a un paio di amici fidati l'aveva doppiato lui, non riscuotendo l'entusiastica approvazione che si attendeva).

Quell'incontro a mensa non fu l'ultimo. Lui ne era all'oscuro, ma quei due, sempre alla ricerca di cinici tormentoni comuni com'erano, non si erano limitati a rispondere al suo scoppio di smodato entusiasmo con uno sguardo perplesso, ma lo avevano ormai etichettato nelle loro conversazioni come "il tipo degli Weezer". Etichetta che peraltro a lui non sarebbe dispiaciuta, di per sé – se non fosse che il nome di quel gruppo era usato per deriderlo bonariamente. Il senso di quel ghigno che accompagnava la parola WEEZER era pressappoco questo: come si fa a snobbare tanti grupponi passati e presenti ed eleggere come proprio preferito una band di college rock inoffensivo che fa canzoncine sceme "su Happy Days"?

Lui avrebbe potuto replicare che di inoffensivo in quelle canzoni c'era ben poco; avrebbe potuto spiegare che quei pezzi parlavano della sua vita ed erano per lui assai più devastanti del metallo pesante o del maledettismo delle rockstar morte male, che il sorriso che quei riff portavano istantaneamente sulla sua faccia aveva sempre un retrogusto amaro – un retrogusto di cui non poteva fare a meno, e che dava un senso alla sua esistenza di studente e ascoltatore solitario.

Non ebbe mai occasione di farlo, però. Poi li perse di vista, e anche lui è ormai per loro solo un ricordo lontano.

Gli Weezer li ha poi visti anche dal vivo, diversi anni dopo, in uno di quei festival esteri in cui si è divertito ad andare per un po', dopo esser riuscito finalmente a conoscere gente con gusti simili ai suoi. Un'epopea intensa, quella, anche se breve: il lavoro, la vita e l'amore lo avrebbero presto travolto. Non vede ormai più di un concerto all'anno. Mai fuori dalla sua città.
La piccola frugoletta che adesso cammina nella stanza accanto sta iniziando a modulare qualche suono: ha intenzione di tirarla su proprio con quel disco blu, di cui di recente si è regalato il vinile, in un impeto di nostalgia.

Che poi in realtà adesso gli Weezer quasi non li ascolta più – il poco tempo che può dedicare alla musica finisce assorbito da una specie di elettronica minimale, la sua principale passione da qualche anno (spiegare come ci arrivato è troppo complicato). Oltretutto trova abbastanza imbarazzante l'escalation tamarra di Rivers Cuomo e compagni, nel look e nel suono: e se il penultimo album – quello rosso – si salvava per la presenza di diverse belle canzoni, l'ultimo Raditude lo trova quasi inascoltabile.

Eppure gli (i?) Weezer resteranno sempre una band che gli ha salvato la vita, e ogni tanto ripensa a quegli anni e a quegli ascolti entusiasti con grande dolcezza e malinconia. Si rende conto che non è solo una questione di adolescenza, ma anche di appartenenza: e lui si è sentito sfuggire di mano entrambe – anche se non fino in fondo.

Oggi poi, sull'onda del ricordo improvviso e confuso di quella breve e strana conversazione, gioca ad immaginarsi quali potrebbero esser stati i tortuosi percorsi musicali e non di quei due conoscenti mai più incrociati da dieci anni a questa parte. In particolare si diverte a dipingere nella sua mente le tappe della vita di quello che conosceva meno, il Pumpkin-boy dalla faccia pulita. Nell'innocente fantasia che si trova a sviluppare, adesso quel tipo degli Weezer possiede tutti i dischi: è diventato lui il geek musicale, magari tiene pure un blog. Non ha mai visto un concerto degli Weezer e se ne dispiace; è ora lui a provare, con ridicolo ritardo, quella stessa sensazione di deprimente e insieme orgogliosa alienazione musicale e personale. E senz'altro quelle battute non le rifarebbe più.

Per un attimo, solo per un attimo, gli sembra quasi di invidiarlo.

In the garage, I feel safe,
no one cares about my ways
In the garage where I belong
no one hears me sing this song

Weezer – In The Garage 

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7 Responses to The world has turned and left me here

  1. utente anonimo says:

    Io non ho capito quale dei tre sei tu.liz

  2. Dis0rder says:

    dellamorte: grandissima! spero tu l'abbia trovato presto, che già lo avevi iniziato a cercare che era tardi mi sa… :)liz: vuol dire che ho ben mimetizzato gli elementi biografici, evidentemente :)Svelo: io sarei quello degli Smashing Pumpkins. Il post nasce dal ricordo (confuso e incerto) di un vecchio episodio che poi ho integrato con un po' di fantasia e di riflessioni: su come si cambia, su come i ruoli si possano rovesciare e su come certe cose possono apparire sfigate in una certa fase della tua vita e poi non più.

  3. utente anonimo says:

    tl;dr(seriamente adesso, bel post! ;) Io ovviamente ti ho riconosciuto subito ma con me on vale :P)Aku

  4. utente anonimo says:

    Dimenticavo:Quello che non ho capito è chi sono gli altri 2! Mi sa che almeno uno lo conosco però, poi dal vivo ne riparliamo la prossima volta che ci si becca ;)Aku

  5. Acrylic77 says:

    ..che bel tuffo nel passato, mischiando gli elementi autobiografici e lavorando di fantasia, hai smosso parecchi ricordi legati a quell'album che non l'ho mai ricordato come BLU, visto che lo avevo registrato su nastro, e che mi guardavo bene dal pubblicizzare, visto che all'epoca oscillavo tra il death/gothic metal al dark più cupo.. da grandi, quando quasi non serve più, riusciamo a riappropiarci pienamente di alcune cose, lo trovo buffo.

  6. Dis0rder says:

    Aku: uno forse te lo ricordi, sì.Acrylic77: eheh, un album-diesel per molti, evidentemente :)

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