Rispetto

"Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia"

Un paio di mesi fa avevo accolto con un certo sollievo l'intervista a Repubblica di Maria Luisa Busi, in cui la conduttrice di lungo corso del tg1 – anche consigliera FNSI – si ribellava alla piega apertamente e pesantemente propagandistica presa dal principale tg della tv pubblica, già da qualche anno ma sopratutto dopo l'ascesa alla direzione di Augusto Minzolini. Roba a cui spesso si è accenato anche qui.

La notizia di ieri è che la Busi ha annunciato l'intenzione di abbandonare la conduzione del Tg1 delle 20, tramite una lettera di "tre cartelle e mezzo affissa nella bacheca della redazione del telegiornale, indirizzata al direttore Augusto Minzolini e al Cdr, e per conoscenza al direttore generale della Rai Mauro Masi, al presidente dell'azienda Paolo Garimberti e al responsabile delle Risorse umane Luciano Flussi".

Così l'ANSA, che riporta anche il testo integrale della lettera. Lo riporto qui sotto, non prima di alcune mie riflessioni a margine:

1) Probabilmente la Busi ha soltanto anticipato la sua rimozione definitiva della conduzione, che è chiaro sarebbe stata molto vicina – dopo le critiche da lei recentemente fatte. Non la si poteva liquidare come la Ferrario o altri, perché più popolare e trasversalmente stimata.
E' coerente del resto con la linea dei servizi e degli "editoriali" del tg1 che alla conduzione ci stia gente come Giorgino, o come Susanna Petruni (all'edizione delle 20 in questi giorni), già inviata al seguito di Berlusconi, già protagonista di questo bell'episodio sotto la precedente gestione Riotta.
Il fatto che la Busi abbia solo "giocato d'anticipo" su Minzolini – che probabilmente attendeva che si calmassero le acque per farla fuori – non sminuisce comunque l'importanza del suo gesto.

2) Ho ben presente che la Busi non si dimette da giornalista del tg1 – si ritira soltanto dal ruolo di conduttrice. Le critiche della serie "sputi nel piatto in cui mangi" non hanno molto senso. Non vedo perché un giornalista non possa rifiutarsi di abbinare il suo volto a certe nefandezze senza tuttavia rinunciare al suo posto di lavoro (che può mantenere eventualmete rifiutandosi, di volta in volta, di mettere la firma e la voce su servizi il cui contenuto od orientamento gli viene imposto o stravolto).

3) Rispetto ad altri – come quel Di Giannantonio epurato a marzo, che non si era certo vergognato ad annunciare il falso nei titoli sul caso Mills – la Busi è ben più credibile nella sua "ribellione". Il suo atteggiamento nel condurre, per quel che mi ricordo, è sempre stato all'insegna dell'equilibrio e della professionalità. E quando negli ultimi tempi è stata costretta ad annunciare certi servizi vergognosi per la loro frivolezza, l'imbarazzo sul suo volto era percepibile.

4) A ciò va aggiunto che al di fuori del suo lavoro, in tanti anni di servizio e conduzione al tg1, non mi pare di averla mai sentita intervenire o schierarsi da una parte o dall'altra, pur avendo raggiunto una certa notorietà. Questo la differenzia dai Pionati e dai Giorgino, ma anche dai Sassoli e dalle Gruber, per dire.
Quando afferma di tenere il rispetto per i telespettatori il primo posto, insomma, direi che se lo può permettere più di tanti altri – il tutto sempre inquadrato nel contesto del tg1: un telegionale da sempre di tendenza nazionapopolare, filovaticana e filogovernativa, mai davvero consacrato alla "libera informazione".

Non aggiungo altro, perché le parole della Busi dicono molto sulla situazione di oggi al tg1, sulla Rai e sullo stato dell'informazione nel nostro paese (informazione che vede in questigiorni un attacco durissimo con la legge-bavaglio sulle intercettazioni).

"Caro direttore,
ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell'edizione delle 20 del TG1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori. Come ha detto il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: 'la piu'grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell'ascolto tradizionale'.

Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perché è un grande giornale. E' stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese.

Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l'informazione del TG1 è un'informazione parziale e di parte. Dov'é il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d'Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché negli asili nido non c'é posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l'onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell'Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est che si tolgono la vita perché falliti? Dov'é questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell'Italia esiste. Ma il tg1 l'ha eliminata.

Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.

L'Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un'informazione di parte – un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull'inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo – e l'infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale.

Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell'affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. E' lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori.

I fatti dell'Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. E' quello che accade quando si privilegia la comunicazione all'informazione, la propaganda alla verifica.

Ho fatto dell'onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente. Pertanto:

1)Respingo l'accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente – ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI – le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c'é più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.

2)Respingo l'accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.

3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l'intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all'azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di "danneggiare il giornale per cui lavoro", con le mie dichiarazioni sui dati d'ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni.

Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: 'il tg1 dara' conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche'.
Posso dirti che l'unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto.

Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama – anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta – hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita 'tosa ciacolante – ragazza chiacchierona – cronista senza cronaca, editorialista senza editoriali' e via di questo passo. Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20.

Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno.
Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del TG1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere"
.

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2 Responses to Rispetto

  1. grazie, non avevo seguito questa vicenda. rspetto, certo. e anche un po' di tristezza cosmica.

  2. Dis0rder says:

    Eh, che poi questa notizia l'hanno linkata in tanti, in rete. Però siccome poi l'informazione del famigerato paese reale queste cose le tace del tutto o quasi, delle volte si sente necessaio aggiungersi (e in particolare mi pareva importante diffondere la lettera nella sua interezza)

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