Us v them, over and over again

Spesso si fanno dei pensierini e li si lascia fluire via affidandoli allo status di un social network: ecco, non voglio che questo sia uno di quei casi, visto che oltretutto non è la prima volta che rifletto sulla cosa. Quindi lo amplio e lo scrivo una volta per tutte qui, dove resta ritrovabile, e mi tolgo allo stesso tempo vari sassolini rimasti nelle scarpe da tempo (il post non è incentrato sul comportamento di qualcuno in particolare). I commenti sono aperti all’eventuale dibattito e contraddittorio, nei limiti che il titolo del post e il suo contenuto vi suggeriscono.

Il pensierino è il seguente. Un artista o una persona variamente addetta ai lavori nell’ambito della cultura (campo che si presuppone più civile, aperto e cazzate del genere – e sì, mi riferisco anche alla musica più o meno di nicchia e a ciò che le gira intorno… così come ad altri ambienti), al momento in cui si lascia sfuggire una battutaccia o espressione volgare omofobica perde ai miei occhi un’enorme percentuale di credibilità culturale. Sembra una riflessione banale? Lo è. Ma certe cose vanno rimarcate periodicamente, di pari passo con l’altrettanto annoy-oso manifestarsi della piccineria.

Più nello specifico: utilizzando un linguaggio triviale, violento o semplicemente di cattivo gusto in un contesto pubblico (un palco, un’intervista, uno spazio online pubblico o comunque aperto a un numero indefinito di destinatari), se non altro si espone la propria immagine pubblica al giudizio della generalità dell’uditorio – nel quale magari tutti potranno concordare che in quello specifico contesto di offesa vera e propria non si trattava.

Se il “frocio” o il “lesbicaccia” (esempi a caso – anche per certe battute sessiste può valere lo stesso discorso) sfugge in un contesto più o meno privato, in cui la persona in questione si crede tra amici fidati, per quanto mi riguarda è ancora PEGGIO, perché è la mera credibilità umana che crolla miseramente. E come dire, il poracciometro si impenna.

Stenderei poi un velo pietoso sul triste capitolo dei “finti impegnati”, che magari campano pure di spettacoli e opere schierate anche a favore dei diritti e del benessere delle minoranze sessuali e sono poi i primi a ignorare l’importanza delle parole che si usano, credendosi anzi in diritto di farlo. E invece no, “frocio” detto da un non-frocio NON può ambire ad alcun tipo di desemantizzazione.

Continuate pure a chiamarci vittimisti, noi continueremo a chiamarvi stronzi. E rispondere con del sacrosanto napalm alle vostre coltellate.

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