Concerti che iniziano a notte fonda: brutto. Ma cosa si può cambiare davvero?

Rispolvero il blog (!) per postare il mio intervento su un dibattito nato negli ultimi giorni da un articolo di Pratosfera (riguardante la scena live di Prato e Firenze in particolare, ma il fenomeno è diffuso anche in molte altre parti d’Italia, mi dicono). Il titolo è “Perché i concerti non dovrebbero iniziare a notte fonda” e si critica l’abitudine di molti club medio-piccoli di non aprire prima delle 23 e di non far iniziare i live prima delle 23,30 (ma anche oltre), spesso a dispetto degli orari indicati. Con tutti i disagi conseguenti per band e pubblico.
Ho avuto modo di puntualizzare su Facebook alcune cose che secondo me l’articolo (ma soprattutto quelli che lo rilanciavano) non considerava. Forse anche per questo sono stato interpellato per dire la mia sull’argomento insieme a una serie di gestori di locali e organizzatori di concerti.
La domanda era semplice: “secondo te, è possibile iniziare i concerti prima? Se no, perché?”

La mia risposta è stata (come da mia abitudine) lunga, troppo lunga per essere inclusa (se non con un minimo stralcio) nel post in cui si riepilogavano i pareri di tutti gli interpellati (“Concerti che iniziano a notte fonda: parlano gli addetti ai lavori”). Per cui, invece di lasciare la versione “extended” all’oblio dei social network, la posto qui. Tanto si tratta di un problema di cui si parlerà e riparlerà ancora in futuro, perché purtroppo non ne vedo la facile risoluzione a breve.

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Per la mia esperienza di dj e di frequentatore assiduo di concerti anche come spettatore, i motivi per cui è difficile far iniziare i concerti nei club prima sono molteplici. Provo a dividerli in tre punti, indicando per ognuno quel che si può o non può fare per cambiare qualcosa.

1) Un motivo, che si pone soprattutto nel weekend e per i locali che propongono live a ingresso libero e (anche per far tornare i conti) serata con djset a seguire, è quello logistico/tattico di “riempimento del locale”: se i live finiscono intorno alle 23, sarà poi più problematico “lanciare la serata” (specie per i posti più grossi) visto che dopo, per un’ora e mezzo, il locale resterebbe vuoto (la maggior parte di chi vuole ballare/”far serata” arriva tardi sia per motivi anagrafico/sociologici, sia perché non c’è l’abitudine a passare più di 2-3 ore nello stesso posto). Si risolve quindi facendo terminare i live in un momento in cui c’è già gente “in attesa” del prosieguo di serata (si potrebbero fare anche più tentativi di diminuire il ricambio enorme tra pubblico de live e pubblico danzante, che in parte è fisiologico e in parte può dipendere dalla coerenza della programmazione generale e degli abbinamenti specifici, ma è discorso lungo).

2) Il secondo e forse principale problema, che si pone invece sempre, è quello della puntualità del pubblico: sarà che ormai siamo tutti abituati a leggere su internet orari “farlocchi”, ma le persone che arrivano davvero puntuali sono poche, e spesso quelle che più si lamentano degli orari non fanno eccezione (per i Morrissey o Verdena di turno arrivare anche un’ora prima non è mai un problema per nessuno: arrivare precisi per la band nata l’anno scorso, sì).
Questo secondo problema è in teoria risolvibile “abituando” il pubblico, facendo rispettare gli orari indicati con costanza e precisione (anche se ciò implica per i locali “sacrificare” un po’ di giovani band: e farne suonare qualcuna davanti ai baristi per imporre la propria politica degli orari non è facile, MAI): e soprattutto durante la settimana, quando l’esigenza di uscire e tornare a casa prima è sentita un po’ da tutti (ma ricordiamo che siamo in Italia e abbiamo i nostri orari lavorativi: i concerti non si possono fare tutti alle 19.30 come in UK).
Resta però difficile riuscire a comunicare bene i cambiamenti a un pubblico sempre più distratto; e questo a maggior ragione se gli orari si anticipano solo (o in misura maggiore) durante la settimana, rispetto ai live che si svolgono (anche negli stessi posti!) nel weekend.

3) Il terzo problema si lega ai due già affrontati sopra ed è quello alla base di tutto, ovvero la scarsa quantità del pubblico per i live (tutti: soprattutto quelli di gruppi emergenti). E siccome il “pubblico già interessato” (oltre che non sempre puntuale) è poco, un organizzatore cerca il compromesso giusto in base alle caratteristiche del locale e della propria clientela: far suonare la band abbastanza tardi perché possa farsi conoscere anche da qualche spettatore “distratto” arrivato con tutta calma nel locale per mera abitudine, ma non così tardi da irritare i pochi che sono arrivati apposta per la band (magari in anticipo, magari da lontano…) e non dovrebbero essere obbligati a far sempre le ore piccole per un live. E’ un equilibrio sempre difficile da trovare.
Qui, per migliorare la situazione, bisogna agire sulle cause per quanto possibile: un locale non può cambiare da solo l’approccio alla musica del pubblico nell’Italia di oggi. Al massimo può offrire qualità e coerenza nella programmazione e comunicare bene quello che offre.

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PS. Qui c’è un ulteriore punto di vista, di chi vive e organizza cose nella “provincia alla seconda” (in questo caso l’empolese-valdelsa): zone in cui vive un pubblico per il quale raggiungere in tempo i locali nei grossi centri più vicini (Firenze/Prato/Pisa), se programmassero i concerti a orari “umani”, non sarebbe quasi possibile. Quali sono allora gli orari davvero “umani”?

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