Florence Queer Festival 2012

Torna il Florence Queer Festivalfestival di cinema e cultura glbt-etc. che quest’anno compie dieci anni, e ha l’onore di aprire la 50 giorni di cinema internazionale a FirenzeCome ogni volta da qualche anno a questa parte, essere coinvolto a vario titolo – nel mio piccolo – nei suoi preparativi mi fa ricordare soltanto all’ultimo momento che magari ecco, un blog ce l’ho e un post in merito potrei anche scriverlo.

Il tempo stringe, perché se i primi appuntamenti collaterali ci sono già stati, da oggi si entra nel vivo. Quindi facciamo così, prima di tutto sgombro il campo dal “conflitto di interessi” e vi ricordo i due appuntamenti che mi vedono più direttamente coinvolto:

1) OGGI mercoledì 24 ottobre alle ore 19, presso il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, c’è l’inaugurazione della mostra personale della fotografa sudafricana Zanele Muholi (Zanele Muhoi Visual ARTivist).
Sarà presente l’artista, maggiori informazioni e anteprima fotografiche le trovate qui, e se volete diffondere l’evento FB lo trovate qui.

L’ingresso è gratuito sia alla mostra (che prosegue fino al 18 novembre negli orari che potete trovare ai link sopra) che ovviamente all’inaugurazione.
Potete anche approfittare dell’apericena con djset dei dj di QueerAboard (Pink Panther dj e, appunto, il sottoscritto).

2) Dopo la settimana di film al Cinema Odeon a Firenze, cuore del festival (25>31 ottobre), giovedì 1 novembre ci sarà il party di chiusura del FQF 2012 (che tuttavia non esaurisce gli appuntamenti collaterali). La serata si terrà al Viper Theatre, già teatro delle prime annate del QueerAboard, e riprende per una sera quella che era stata la felice formula di quelle feste: musica dal vivo e a seguire party con djset. Sono particolarmente lieto del fatto che quest’anno la sezione “Queer Music” del festival, curata da David Drago (Radio Insieme), ha aperto alla presenza all’interno del festival di diverse band di pop/rock indipendente, che nei loro testi affrontano anche l’amore tra persone dello stesso sesso, senza stereotipi né imbarazzi.
In particolare, la serata al Viper del 1 novembre sarà aperta dal live dei fiorentini The Half Of Mary, seguito da quello del cantautore emergente Fabio Cinti.
Da mezzanotte in punto, spazio alle danze con i djset by Queeraboard – e qui torno in gioco anch’io.
Anche qui, se volete partecipare e sostenere e diffondere, c’è un evento FB apposito.

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TUTTO IL RESTO: ricordo che sul sito ufficiale del festival si trovano sia il programma completo dei film sia quello delle sezioni collaterali Queer Music, Queer Art, Queer Book, Queer Theatre, con relativi eventi. E da quest’anno il Festival ha anche una ricca pagina facebook ufficiale.
Sui film, aggiungo il link all’approfondito comunicato stampa del festival relativo al cinema, e rimarco alcuni tra gli appuntamenti più attesi dal sottoscritto o comunque obiettivamente più di richiamo:

Jobriath A.D. di Kieran Turner (2012), documentario sulla storia di Jobriath, prima rockstar apertamente gay ad avere un contratto discografico per una major;

– la “sezione vintage”, che ripropone grandi film come Velvet Goldmine, Demoni e dei e il documentario The Celluloid Closet (Lo schermo velato);

– The Perfect Family di Anne Renton (2011), film con Richard Chamberlain e soprattutto Kathleen Turner che interpreta il personaggio di una madre pia e premurosa ossessionata dal mantenere una famiglia perfetta. Non serve altro per farmi fiondare a vederlo;

il concorso VideoQueer, che regala spesso delle perle e che quest’anno ha “liberalizzato” la durata massima delle pellicole in gara portandola fino a mezzora, tant’è che i corti vengono proiettati in giorni diversi (in concorso c’è anche un video di Immanuel Casto “in panni borghesi”!);

Cloudburst di Thom Fitzgerald (2011), roadmovie interpretato dalle attrici premio Oscar Olympia Dukakis e Brenda Fricker;

Matthew Bourne’s Swan Lake 3D di Ross MacGibbon (2011). Quello che dice il titolo: il celebre coreografo inglese Matthew Bourne reinterpreta con un corpo di ballo maschile il Lago dei cigni di Tchaikovsky. Uno spettacolo andato in scena per la prima volta nel 1995 in un teatro del West End di Londra e coronato da grande successo, qui ripreso appunto in 3D;

… e poi tanti altri documentari e commedie in anteprima e/o in esclusiva, con approfondimenti su varie tematiche e squarci sulle realtà di paesi come Cuba, Turchia, Libano e Indonesia. Insomma, mano al programma – e ci vediamo (anche) all’Odeon!

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Jobriath A.D. (trailer)

Fabio Cinti – Loop

The Half Of Mary – Shiva Rasta Road

No more Shame

Insomma, è da un paio di mesi che si fa un gran parlare di Shame, il film drammatico/provocatorio dell’artista visuale e regista britannico Steve McQueen, uscito anche nelle sale italiane, che ha per protagonista l’attuale feticcio sessuale delle donne del pianeta Michael “me le faccio tutte io” Fassbender.

Qui sotto abbiamo però già in anteprima la locandina italiana dell’atteso sequel: diverso il protagonista, diversi il target e le atmosfere, ma stessa intensità e stesso plauso unanime della critica.
L’uscita nelle sale è prevista al momento per il mese di giugno.

[grazie al LULZ-consigliere gattonero per i pareri in fase di realizzazione]

Florence Queer Festival 2011

Insomma, oggi inizia all’Odeon la IX edizione del Florence Queer Festival 2011, di cui già ho abbondantemente parlato online in altre sedi.
Siccome non ho tempo di scrivere un post mio anche breve di presentazione, qui sul blog stavolta farò una cosa che non faccio mai, ovvero copia-incollare pari pari senza neanche cambiare la formattazione il comunicato stampa ufficiale diffuso nei giorni scorsi alla presentazione del Festival.
Aggiungo solo che qui si trova il programma completo dei film e che giovedì 1 dicembre, giorno di chiusura del Festival, ci sarà presso la discoteca Doris in via dei Pandolfini il Florence Queer Party, festa di chiusura che mi vedrà tra i dj.
Maggiori dettagli qui o altrove nei prossimi giorni.

Florence Queer Festival 2011

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COMUNICATO STAMPA

ll documentario candidato all’Oscar 2011 “We were here” di D. Weissman, retrospettiva W. Schroeter, focus Svezia

9° Florence Queer Festival: il valore sociale del cinema che racconta le differenze

William Burroughs, Fred Hersch, Frida Kahlo e Akihiro Miwa tra i protagonisti delle opere in programma

Con 48 titoli in programma, 21 anteprime nazionali e quattro focus speciali il cinema queer sbarca all’Odeon di Firenze, dal 25 novembre all’1 dicembre 2011, con la nona edizione del Florence Queer Festival all’interno della 50 Giorni di Cinema Internazionale a Firenze. Sul grande schermo saranno presenti, tra gli altri, la vita, le opere e i lati oscuri del leggendario autore americano della Beat Generation nel documentario “William Burroughs: the Man within” di Yony Leyser; uno dei più grandi pianisti e compositori jazz viventi, Fred Hersch, nel documentario “Let Yourself Go: The Lives of Jazz Pianist Fred Hersch” di Katja Duregger (prima nazionale); le torture e persecuzioni in Spagna durante la dittatura di Franco in “El muro rosa” di Enrique del Pozo e Julian Lara; I colori di Frida Kahlo e il suo incontro immaginario con la ballerina Anita Berber nella Berlino degli anni venti in “Frida e Anita” di Liz Rosenfeld; il documentario candidato all’Oscar “We were here” di David Weissman sul dramma dell’AIDS a San Francisco. In programma anche la prima nazionale di “The Green” di Steven Williford, nel cast Julia Ormond, nei panni di un avvocato lesbica, alle prese con un caso di molestie e il film indipendente e low budget “Weekend” di Andrew Haigh, fresco del successo al Festival del Cinema di Roma, sulla relazione tra un bagnino e un artista. E ancora una retrospettiva dedicata al cineasta tedesco, recentemente scomparso, Werner Schroeter(che include anche il documentario in anteprima nazionale “Mondo Lux” di Elfi Mikesch con le testimonianze di Isabelle Huppert e Wim Wenders), un focus sul cinema LGBTQ svedese contemporaneo, una selezione di cortometraggi provenienti dal Kashish 2011 Mumbai International Queer Festival, una giornata dedicata alla lotta all’AIDS e due concorsi video per registi emergenti.

“Il Festival, oltre che un importante evento culturale – sostiene Fabrizio Ungaro, presidente di Ireos (associazione che cura l’organizzazione del Festival) – è anche un’occasione di riflessione sul valore delle differenze e di rivendicazione sociale. Un’edizione articolata e ricca di opere che contribuisce, con la sua radiazione, a migliorare le condizioni non solo di lesbiche, gay e transgender ma anche di altre minoranze, sessuali e non, nel nostro paese”.

 

 ”Il Florence Queer Festival – affermano Bruno Casini e Roberta Vannucci direttori artistici del Festival –  è una manifestazione culturale di impegno e crescita sociale che offre a tutta la cittadinanza una ricca rappresentazione artistica della comunità gay, lesbica e transgender e un’occasione di stimolo e riflessione per combattere i pregiudizi, gli stereotipi e le discriminazioni”.

Evento inaugurale, 25 novembre ore 20.30

 

Il Trionfamento del Noi. Qual è lo stereotipo? Gay esibizionisti che cantano canzoni, in playback, di cantanti donne dalla vita più o meno tragica (e/o ridicola) in contesti di imbarazzante inadeguatezza. Abbattendo gli stereotipi, Il Trionfamento del Noi, un nutrito gruppo di gay canterini, presenterà un medley di canzoni che esprime tutto il queer di cui è capace.

 

A seguire sarà proiettato il film “Fit” di Rikki Beadle Blair, un gioioso omaggio al ritmo, alla recitazione, alla danza e alla vita attraverso le storie di sei teenager inglesi che frequentano una corso di danza alle scuole superiori e si interrogano sulla sessualità: le lezioni di ballo diventano incontri terapeutici sulla diversità, sui sentimenti repressi, sulla paura del coming out.  Alla presenza del regista.

Prima del film saranno proiettati, in anteprima nazionale, due cortometraggi del video-artista israeliano Roy Raz, presente in sala: “The Lady is dead”, un’opera onirica e surreale avente per fulcro l’amore omosessuale con il sottofondo musicale di “In this shirt” degli Irrepressibles e “I Won’t Let Go”, tra una ricostruzione chirurgica del corpo femminile e una surreale pioggia di pasticcini.

 

Documentari e film:

Nella sezione documentari il festival presenterà quattordici titoli: “William Burroughs: the Man within” di Yony Leyser, con le musiche di Patti Smith e Sonic Youth la storia dell’autore americano raccontata da Peter Weller (protagonista de Il Pasto Nudo di David Cronenberg), attraverso immagini d’archivio. “Soi Cumbio” (anteprima  nazionale)  di Andrea Yannino sul fenomeno dei flogger che in Argentina ha creato una versione particolare di social network.“Lost in the Crowd” di Susi Graf (anteprima nazionale), un toccante documentario che segue un gruppo di giovani, transgender e omosessuali, che vivono come senzatetto nelle strade di New York: una forte denuncia sociale di un fenomeno che solo a NYC riguarda oltre 20.000 giovani. “One of Seven” (anteprima  nazionale) di Goel Pinto, un viaggio affascinante attraverso i momenti più importanti della vita del giornalista e critico cinematografico Goel Pinto tra integralismo religioso, identità etnica e omosessualità; “Yo soy asi” (anteprima  nazionale) di Sonia Herman Dolz, dedicato al “Bodega Bohemia” storico locale di Drag Queen di Barcellona che ha ispirato anche lo spettacolo teatrale “Gardenia”; “Miwa: à la recherche du Lézard noir” di Pascal-Alex Vincent, sulla storia dell’eroina del film « Le Lézard Noir »(1968) interpretata da un uomo, Akihiro Miwa, popolarissima drag queen, cantante, cabarettista, attrice giapponese, attivista per i diritti LGBTQ, icona queer del Sol Levante. “Gen Silent” di Stu Maddux, sulla condizione delle persone LGBT anziane che dopo aver combattuto per i diritti della comunità, in vecchiaia si trovano nuovamente emarginati dal sistema e in alcuni casi dalle famiglie; “Orchids: My Intersex Adventure” (anteprima  nazionale) di Phoebe Hart, il viaggio della regista, intersessuale, alla scoperta di sé stessa nel suo tentativo di riconciliarsi con un passato fatto di silenzi e verità taciute. “Da Kings” di Kenneth Elvebakk, un docu – fiction sul primo gruppo di drag king norvegese. “365 without 377” di Adele Tulli, sulle celebrazioni del primo anniversario dello storico verdetto della Corte Suprema di Dehli che il 2 luglio 2009 ha cancellato l’articolo 377 del Codice Penale Indiano, imposto dagli inglesi nel 1860, che condannava penalmente l’omosessualità. “Too Much Pussy” di Emilie Jouvet, manifesto politico femminista, il documentario segue sette artiste durante gli spostamenti a bordo di un caravan in giro per l’Europa, per mettere in scena uno spettacolo alternativo che unisce scrittura, musica, attualità e sesso dal vivo, coinvolgendo anche il pubblico. The Sisterhood” (anteprima  nazionale) di Roger Horn, su tre atipici braccianti vinicoli sudafricani: Hope che aspira a vincere il concorso locale per drag queen, Rollie che sogna un marito e di conservare la corona di drag queen, Pietie che lotta con la sua educazione religiosa. Un’incredibile storia di orgoglio e accettazione dal Sud Africa nel post Apartheid. “El Muro Rosa” di Enrique del Pozo e Julian Lara, sulla memoria storica delle torture, persecuzioni e morti dei gay e delle lesbiche in Spagna durante la dittatura di Franco. I protagonisti di quell’epoca rievocano i tempi nei quali essere gay costituiva un crimine e la Chiesa si mostrava del tutto indifferente ma anche il mondo del cinema rimaneva in silenzio. “Çürük – The Pink Report” di Ulrike Böhnisch, un coraggioso documentario che raccoglie le testimonianze di giovani turchi, costretti a nascondere i loro volti, per la mancanza di libertà di parola. Ulrike Böhnisch racconta le storie di uomini gay che, rispetto al servizio militare, si trovano a fare scelte completamente diverse e dagli esiti spesso inaspettati. “East Bloc Love” (anteprima  nazionale) di Logan Mucha, la storia del giovane Sergey, attivista gay della Bielorussia, che ha subito violenze da parte della polizia e dalle teste rasate. Il regista segue la preparazione del Pride Slavo, il primo organizzato in Bielorussia, contro la dura repressione dell’ultima dittatura in Europa.

Undici i titoli dei film che saranno proiettati durante il festival:  “Weekend” di Andrew Haigh, film indipendente e a bassissimo budget accolto con grande successo da pubblico e critica, pluripremiato e presentato all’ultimo Festival del cinema di Roma, che racconta la relazione di Glen e Russell, un bagnino e un artista, ripresi nella quotidianità della loro vita. Fanno da sfondo temi importanti come le aggressioni omofobe, il tradimento, il matrimonio e i diritti.“Hannah and the Hasbian” di Gordon Napier, divertente commedia sul tentativo e le difficoltà di tornare all’eterosessualità da parte della protagonista Breigh che ha una relazione con Hannah. “Leading Ladies” di Erika e Daniel Randall Beahm, una storia tutta al femminile di una famiglia di campionesse di ballo da sala tra commedia e musical, una brillante risposta indipendente e irriverente ai patinati Glee e High School Musical. “Camminando verso” di Roberto Cuzzillo, la storia d’amore tra Antonia e Emina all’ombra degli spettri della guerra bosniaca. “Frida e Anita” di Liz Rosenfeld, ambientato a Berlino nel 1924 il film racconta l’incontro immaginario tra Frida Kahlo e la scandalosa ballerina Anita Berber. “The Night Watch” di Richard Laxton, adattamento di Paula Milne del romanzo “The Night Watch” di Sarah Waters che racconta la storia di tre giovani donne londinesi le cui vite, profondamente intrecciate tra loro, sono rimaste segnate dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale. “Bite Marks” (anteprima  nazionale) di Mark Bessenger, una storia irriverente e dissacrante di vampiri assetati di sangue. “Spork” di J.B. Ghuman Jr., un coloratissimo musical politicamente scorrettissimo che racconta la storia di una outsider tredicenne e intersessuale che vive nella roulotte col fratello e la sua amante. “Mila Caos” di Simon J. Paeta, sulla vita di Sebastiàn, un diciassettenne cubano, che ogni fine settimana allo spettacolo drag illegale nei sobborghi dell’Havana si trasforma in ‘Mila Caos’. “The Green” (anteprima  nazionale) di Steven Williford, un film drammatico che racconta la vicenda di un professore accusato di molestie verso un suo alunno, tra rigurgiti di inaspettata omofobia e un passato doloroso che ritorna. “So Hard To Forget” di Malu De Martino, la storia di Julia un’insegnante di letteratura inglese che, in seguito alla fine di una lunga storia d’amore, si abbandona a un periodo tormentato e disperato.

 

Retrospettiva Werner Schroeter

 

Il Florence Queer Festival dedicherà quest’anno, con il contributo del Goethe-Institut Mailand, una retrospettiva al regista Werner Schroeter, uno dei maggiori esponenti del nuovo cinema tedesco e pioniere del cinema queer, scomparso nel 2010 all’età di 65 anni. Con le sue opere che spaziano tra documentario e fiction, Schroeter ha ricevuto numerosi riconoscimenti nei più importanti festival internazionali (Teddy Award alla carriera Berlinale 2010, Orso d’Oro per “Palermo oder Wolfsburg” sulla vita di un immigrato italiano in Germania, Berlinale 1980; Pardo d’Onore nel 1996 al festival di Locarno; “Nuit de Chien (sua ultima opera) Leone speciale per ”L’insieme dell’opera alla Mostra di Venezia del 2008).

Saranno proiettate tre pellicole del cineasta: “Der Tod der Maria Malibran”, sulla figura della celebre cantante d’opera Maria Malibran, con una rete fitta di rimandi e allusioni a Goethe, Lautréamont, Elvis Presley e Janis Joplin; “Palermo oder Wolfsburg”, storie di emigrazione tra la Sicilia e la Germania, con un processo per omicidio in cui il vero imputato è l’esclusione e la mancata interculturalità; “Diese Nacht – Nuit de chien”, in una città assediata e sospesa tra la vita e la morte, Ossorio, l’eroe di un movimento di resistenza fallito cerca i suoi ex amici e le persone a lui care.

All’interno della retrospettiva sarà proiettato, in anteprima nazionale, il documentario “Mondo Lux – Die Bilderwelten des Werner Schroeter” di Elfi Mikesch, dedicato alla vita e alle opere dello stesso Schroeter, un ritratto degli ultimi suoi quattro anni di vita con le testimonianze, tra le altre, di Isabelle Huppert e Wim Wenders.

Focus cinema svedese LGBTQ

Il Festival, in collaborazione con lo Swedish Film Institute di Stoccolma, il Gender DocuFilm Fest di Roma e con il patrocinio dell’Ambasciata di Svezia a Roma, dedicherà quest’anno un focus al cinema svedese. La Svezia è uno dei paesi che maggiormente tutela i diritti delle persone LGBT: l’omosessualità è stata depenalizzata nel 1944, dal 1987 sono state introdotte leggi contro la discriminazione (quelle che in Italia sono state recentemente respinte come anticostituzionali), nel 1995 le unioni civili tra partner dello stesso sesso e nel 2002 le adozioni per coppie omosessuali. Il matrimonio omosessuale, civile e religioso, è legale dall’1 maggio 2009. Questo clima all’avanguardia, in grado di anticipare e accompagnare i cambiamenti sociali con politiche attente ed inclusive, si riflette anche nella produzione cinematografica.

Saranno presentati quattro titoli, selezionati tra il meglio della produzione contemporanea, di cui due anteprime nazionali: il pluripremato “Apflickorna (She monkeys)” dell’esordiente Lisa Achan, un moderno western che parla d’amore, controllo, sesso e difficoltà relazionali attraverso la storia di due cavallerizze; “Allt flyter (The Swimsuit Issue)” di Måns Herngren, una commedia sull’amicizia maschile, sul sessismo, sugli stereotipi di genere e sulle difficili relazioni familiari. Completano il programma “Ångrarna (Regretters)” di Marcus Lindeen, vincitore del premio del pubblico al Gender Docufilm Fest 2011 di Roma, un documentario che affronta il tema della riassegnazione sessuale attraverso la storia di  Mikael e Orlando, due sessantenni nati uomini, ora donne e pentiti delle scelte passate, e “Fyra år till (Four More Years)” di Tova Magnusson-Norling che racconta l’incontro che sfocierà in amore tra il leader del partito conservatore svedese e un suo avversario del partito socialista.

1° Dicembre World AIDS Day

Il 1° dicembre, Giornata Mondiale contro l’AIDS, il festival proporrà lungometraggi, documentari e corti sul tema, in collaborazione con l’Assessorato Diritto alla Salute della Regione Toscana. Cinque i titoli in programma: il documentario candidato all’Oscar 2011 “We Were Here” di David Weissman, un commosso tributo ad una generazione di vittime ed eroi che lottò contro tutto e tutti, arricchito da materiale d’epoca e dalla testimonianza di cinque “sopravvissuti” che ripercorrono la straziante storia dell’avvento dell’Aids a San Francisco, con i risvolti politici e umani che condussero la comunità lgbt a prendere coscienza a organizzarsi; “Let Yourself Go: The Lives of Jazz Pianist Fred Hersch” (anteprima  nazionale) di Katja Duregger, documentario dedicato a Fred Hersch, uno dei più importanti pianisti e compositori jazz della sua generazione e uno dei primi musicisti dichiararsi pubblicamente come gay e come sieropositivo. Hersch parla apertamente della sua vita, della sua carriera, della sua musica e della forza vitale che gli permette di convivere con la sua malattia.“Zai Yi Qi – Together”(anteprima  nazionale) di Zhao Liang, un toccante docu-drama che fa luce sulla condizione di profonda emarginazione dei malati di Aids in Cina, girato “dietro le quinte” del film “Love for Life” di Gu Changwei. Con ‘Together’ il regista si è posto l’obiettivo di promuovere il processo di comprensione del problema AIDS in Cina, mostrando al pubblico l’esistenza di una grossa comunità di persone con AIDS e le loro condizioni di vita; “Un Año Sin Amor” (anteprima  nazionale) di Anahí Berneri, la storia di giovane scrittore affetto da Aids che combatte giorno dopo giorno contro la sua malattia e riscoprendo con il sesso sadomaso l’attaccamento alla vita; “Life, Above All” di Oliver Schmitz, racconta la storia emozionante e universale di una giovane ragazza che combatte la paura e il pregiudizio che avvelenano la sua comunità.

Kashish 2011 Indian Queer Shorts:

 

Per la nona edizione del Festival in arrivo la nuova sezione di cortometraggi queer,presentata in collaborazione con il Mumbai International Queer Film Festival: sarà presentata una selezione dai Kashish 2011 Indian Queer Shorts, con 5 anteprime nazionali. Inaugurato nel 2010, il festival di Mumbai è una delle più importanti manifestazioni cinematografiche del subcontinente e rappresenta la più importante delle iniziative sorte all’indomani della storica decisione della Corte suprema di Dehli  che, nell’aprile 2009, ha abolito la Sezione 377 del Codice Penale Indiano, giudicandola in conflitto con la Costituzione e decriminalizzando così l’omosessualità per la prima volta dalla fine del dominio britannico.Ecco i titoli in programma: “Amen” di Udhajit Bagchi e Ranadeep Bhattacharyya, che racconta l’incontro tra Andy e Harry, iniziato in maniera leggera sul web ma che porterà violentemente alla luce domande che necessitano di una risposta; “In The Closet” di Mathew Menacherry e Miriam Chandy Menacherry, su un divertente appuntamento romantico di mezzogiorno che si trasformerà quando saranno svelate alcune verità; “The Flower Bud” di Shumona Banerjee, l’incontro tra una giovane prostituta transgender e un insegnante di letteratura inglese disoccupato e deciso a suicidarsi; “I Am A Women Too” di V. Ramanathan, la storia di una transessuale in lotta contro i pregiudizi sul posto di lavoro; “More than a Friend” di Debalina Majumder, sulla crescente consapevolezza riguardo le relazioni omosessuali in India attraverso le vite di Ruspa, una regista, e dellla sua ragazza Ranja, un’insegnante nelle scuole superiori.

 

Eventi speciali:

 

A tre anni da “Indagine su cittadini al di sopra di ogni sospetto” di Malvenuti e Di Gangi, il cortometraggio vincitore del Videoqueer 2008 che analizza con intelligente ironia i gusti sessuali dei fiorentini, i registi tornano a lavorare insieme su un cortometraggio ispirato ai film a episodi degli anni ’60. Quattro storie dolci-amare indipendenti ma legate tra loro dalla voglia di superare i propri limiti, la voglia di andare oltre. Le prime riprese del corto saranno effettuate al Cinema Odeon di Firenze, durante il Festival.

 

Nel foyer del cinema Odeon, a partire dal 25 novembre, si terrà l’installazione di AFORTWO CREATIVE GROUP, “Play With Us, Play Different!”: una rivisitazione, in chiave Queer, di ToyBoy e Dolls, quali Barbie, Ken, Big Jim, Power, Iron Man, artigianalmente e minuziosamente personalizzati e ri-assemblati, rigorosamente lavorati a mano. Una rappresentazione tangibile del mondo Queer, un omaggio alla “diversità”, alle “differenze” e al linguaggio del corpo. “Play With Us, Play Different!” vuole essere una finestra sull’immaginario che ci circonda, uno stimolo contro le discriminazioni sin dall’infanzia e il bullismo, anche per le case produttrici di giocattoli, per aprire il mercato ad un nuovo mondo di giochi senza pregiudizi.

Sabato 26 novembre ore 12 Cinema Odeon: presentazione del libro “Nient’altro da vedere. Cinema, omosessualità, differenze etniche” di Emanuel Billi (Edizioni ETS, 2011). Un viaggio illuminante ed appassionante attraverso le molteplici rappresentazioni e descrizioni delle omosessualità e delle alterità etniche ripercorrendo la cinematografia europea del Novecento. Sarà presente l’Autore.

Concorsi video:

Come di consueto nell’ambito del Festival si terrà la selezione e premiazione dei migliori video del concorso Videoqueer dedicati ai cortometraggi a tematica gay, lesbica e transgender, che mette in palio 1.000 euro per il vincitore. Il concorso è patrocinato dal Comune di Firenze (Assessorato alle Politiche Giovanili).

Per il secondo anno  il Festival dedicherà inoltre una sezione speciale del VideoQueer al tema dell’AIDS, percezione del rischio e prevenzione. Il titolo della sezione, che prevede un premio di 1.000 euro per il miglior video, è “SE HAI TESTA FAI IL TEST”. Il concorso è sostenuto dall’Assessorato per il Diritto alla Salute della Regione Toscana. Al premio in denaro si aggiunge la possibilità per il corto vincitore di essere proiettato nel circuito sale d’essai della Toscana.

La premiazione dei vincitori delle sezioni in concorso avverrà il 1° dicembre al Cinema Odeon durante la Giornata Mondiale contro l’AIDS.

Il Florence Queer Festival è organizzato dall’associazione Ireos – Centro Servizi Autogestiti per la Comunità Queer di Firenze, in collaborazione con Arcilesbica Firenze e Music Pool, con il contributo di Fondazione Sistema Toscana – Mediateca Regionale ed il patrocinio del Comune di Firenze. Direzione Artistica: Bruno Casini e Roberta Vannucci; organizzazione generale: Silvia Minelli; selezione e programmazione: Fabrizio Ungaro; consulenti al festival: Paolo Baldi e Massimo Poccianti.

 

Biglietti:

Pomeridiano: € 6, ridotto € 5 (miniabbonamento per tutte le proiezioni dalle 15 alle 20)

Serale: € 7, ridotto € 6 (miniabbonamento per tutte le proiezioni dalle 20.30 in poi)

Giornaliero: € 10, ridotto € 8

Abbonamento: € 50

Riduzioni per soci: IREOS, ARCILESBICA, ARCI, COOP, CONTRORADIO CLUB.

Informazioni:

Infoline: 347 8553836 Ireos: 055 216907 Music Pool: 055 240397

info@florencequeerfestival.ithttp://www.florencequeerfestival.it

Ireos – Via de’ Serragli, 3 – Firenze t. 055 216907

Cinema Odeon – Piazza Strozzi, Firenze – t. 055 214068

In The Mood For This

Ci siamo: oggi alle 19 a Firenze parte In The Mood For Queer, la rassegna co-organizzata da Ireos che per 5 giorni porterà un anticipo di Florence Queer Festival alla spiaggia sull’Arno di San Niccolò.


Non potevo non ridurmi a scriverne all’ultimo momento come mio solito. Quindi facciamo che per una volta non mi dilungo (!) e linko il programma completo sul sito di Ireos o quello aggiornato giorno per giorno sull’evento facebook della manifestazione.

Aggiungo soltanto (non esageriamo con la brevità!) che stasera e (quasi sempre) anche nei prossimi giorni sarò a mettere musica in serata dopo il film in programma. Ma non dovete venire per me: dall’orario dell’aperitivo in poi ci sono tutti i giorni incontri, presentazioni di libri, reading, spettacoli, e ogni sera un film o documentario. Stasera per l’apertura ci sarà anche la corsa sui tacchi! Mentre nel weekend è previsto un torneo di Beach Volley aperto a tutti, salvo preiscrizione (squadre miste e libere).

Ci vediamo in spiaggia!

Florence Queer Festival 2010

FQF2010Parte oggi, anzi sta partendo in queste ore l'edizione 2010 (l'ottava) del Florence Queer Festival – il festival internazionale di cinema e arte a tematico gay, lesbica e transgender di cui ho più volte parlato negli scorsi anni.

Potrei raccontare nel dettaglio le sezioni collaterali, spesso già iniziate e in parte svoltesi nelle scorse settimane e per le quali quindi questo post arriva un po' tardi (Queer Art, Queer Theatre con un appuntamento ancora da svolgersi al Teatro di Rifredi, Queer Music e Queer Book). Ma la cosa migliore è esplorare da soli il sito ufficiale, no?

Restiamo quindi sul cuore dell'evento: il cinema.
Per il secondo anno, nel mio piccolo ho dato una mano nella preparazione del Festival (come tanti altri volontari) e quindi in questi sette giorni di rassegna di film a tematica glbt (come sempre inquadrata nella 50 Giorni di cinema internazionale a Firenze) capiterò spesso al prestigioso Odeon che la ospita.

A cominciare da stasera, dove oltre allo spettacolo inaugurale vi segnalo la commedia leggera e divertente (lo dico perché l'ho già vista) Bear Cityforse più un Queer as Folk in versione cinematografica e "orsa" che il "Sex & the City peloso" (definizione con cui viene sinteticamente presentata.

Ora ho fretta, l'Odeon chiama. Magari aggiornerò più avanti questo post consigliando qualcos'altro in particolare, oppure scriverò nei prossimi giorni di qualche film visto. Intanto però raccomando di non perdersi Prayers for Bobby (domenica alle 18, in replica giovedì prossimo alle 15: in entrambi i casi con ingresso gratuito), toccante based on a true story premiato negli Stati Uniti dal GLAAD e con un'interprete d'eccezione, una certa Sigourney Weaver.

Il festival si terrà al cinema Odeon da oggi venerdì 26 novembre a giovedì 2 dicembre.

Qui l'evento facebook del festival, da cui si accede a vari altri link.

E sabato 4 dicembre, come negli scorsi anni, party Queer Aboard di chiusura del Festival al Viper (pure lì ci sono anch'io, ma stavolta in versione djistica): 2 piste, 3 dj, in apertura di serata il concerto dei Rio Mezzanino.

Sul mobile delle foto

Nelle incursioni che sono poi riuscito a fare al Florence Queer Festival ero riuscito soltanto a vedere 5 dei 10 video finalisti del concorso VideoQueer 2009.
Solo ora che sono tutti visibili sul sito da questa pagina (insieme a quelli delle edizioni precedenti), mi imbatto in quello che ne è stato il vincitore – ora posso dire strameritato.

In effetti El Mueble de las Fotos (regista italiano, Giovanni Maccelli, anche se racconta una storia spagnola, e non potrebbe essere altrimenti) si è già aggiudicato diversi altri premi e partecipazioni prestigiose nel corso dell’anno in concorsi dedicati ai corti (anche alcuni non "a tema").

La delicatezza del racconto e le trovate registiche semplici ma di effetto ne fanno a mio parere un corto delizioso. Quanto alla storia, il sottotitolo potrebbe essere "la necessità aguzza l’ingegno".

Il filmato è presente anche su Youtube, ma sul sito del festival lo trovate con i sottotitoli in italiano.

Florence Queer Festival 2009

Florence Queer Festival 2009Quest’anno arrivo "quasi" tempestivo alla consueta segnalazione della partenza del Florence Queer Festival, giunto ormai alla settima edizione.
"Quasi", nel senso che il cuore della rassegna – la settimana di proiezioni cinematograficheinizierà domani venerdì 27 novembre per chiudersi giovedì 3 dicembre, ma nelle sue appendici cultural-teatrali ("Queer Art", "Queer Book" e "Queer Theater") avrà degli appuntamenti anche nelle settimane successive e ha anche avuto alcune anticipazioni per cui era meglio non aspettare i miei avvisi (perché se così fosse… ormai ve le siete perse).

Fa molto piacere che il Festival confezionato da Ireos abbia trovato una sua collocazione stabile sia temporale (la settimana a cavallo tra novembre e dicembre) che logistico-organizzativa (nel prestigioso cinema Odeon nel centro di Firenze, e all’interno della macro-rassegna 50 Giorni di cinema internazionale a Firenze, a cura della Mediateca Regionale Toscana).
Valgono infatti le stesse considerazioni dell’anno scorso: anche per questa edizione ci saranno 7 giorni di proiezione ma senza repliche.

Quindi è il caso di scorrere il programma completo, che sta bello comodo e snello tutto su una pagina del sito del Festival (niente pdf impalla-browser, fiuuu – o meglio, se proprio volete stamparvi un facsimile del programma cartaceo c’è anche il pdf).

Sullo stesso sito trovate anche i dettagli sulle suddette appendici collaterali, e inoltre i prezzi (in calce al programma), gli orari dell’Happy Hour al bistrot dell’Odeon (comodo per chi sceglie la full immersion dal pomeriggio alla serata) e i dettagli sul concorso VideoQueer 2009 (proiezioni ogni giorno di alcuni dei corti in concorso, premiazione il 3 dicembre).

Ah, e il 5 dicembre il Festival si chiude ufficialmente con il Queer Aboard al Viper. Eccezionalmente di sabato (solitamente si tiene al venerdì, una o due volte al mese), Queer Aboard si fregia dall’anno scorso del prestigioso titolo (?) di unica serata glbtecc Outsiders-approved in Toscana. In soldoni, l’unica a cui il tenutario va spesso e volentieri, complici i prezzi onesti, l’atmosfera poco fescion e la musica solitamente carina e ballabile (anche per chi oltre a socializzare spererebbe di sentire qualcosa di più di Lady GaGa-Madonna-Rihanna) in entrambe le sale.

Quest’anno non so se presenzierò a quest’ultima serata, ma mi piacerebbe trascorrerne diverse all’Odeon.
Il programma al solito comprende un sacco di lungometraggi e documentari inediti da tutto in mondo (in anteprima e/o destinati a non esser mai distribuiti in Italia), con temi che spaziano dall’omogenitorialtà all’identità di genere (per andare oltre le tristi serate di Santoro sul caso Marrazzo…).
Per gli amanti dell’approfondimento storico-cinefilo, c’è anche un’ampia retrospettiva sul noto regista e attivista gay tedesco Rosa von Praunheim. Mentre il 1° dicembre, giornata mondiale contro l’AIDS, anche la programmazione sarà ovviamente incentrata sull’argomento.

Ecco, per arrivare (quasi) puntuale mi è toccato scrivere un post senza né un titolo fantasioso né una chiusura a effetto. Pazienza. Ci vediamo all’Odeon, io sono quello che abusa del buffet (se c’è).

«…e sono qui per reclutarvi tutti»

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"Oggi ho quarant’anni, e non ho fatto una sola cosa di cui andare fiero."
 

La storia narrata in Milk (il film) è una di quelle che sembrano essersi svolte appositamente per permettere un futuro "biopic": la storia di un uomo che arriva a una scadenza importante della sua vita e si rende conto che ha bisogno di un cambiamento radicale per darle un senso. La storia di un attivista gay che negli anni 70 partendo dal basso riesce con il suo entusiasmo e il suo pragmatismo prima a conquistare un quartiere, poi imporre la sua presenza nell’intera città (arrivando al consiglio comunale di San Francisco, primo omosessuale dichiarato a essere eletto a una carica pubblica) e infine a vincere una battaglia importante nell’intero stato della California (quella sulla Proposition 6, un referendum che voleva imporre il licenziamento per tutti gli insegnanti gay dello stato). La storia di starlette riciclatesi paladine del bigottismo fondamentalista (Anita Bryant) e di politici ultraconservatori che riescono paradossalmente a compattare, contro se stessi e quel che rappresentano, il movimento gay e tutte le persone che credono nei diritti dell’uomo (e non nel diritto di una religione di imporre i suoi giudizi e i suoi valori a tutti). La storia di tante altre persone, con i loro sogni, i loro errori, le loro sofferenze, il loro impegno.

"Se vogliamo convincere il 90% a occuparsi di noi 10%, dobbiamo fargli sapere chi siamo."

Quelli del film di Gus Van Sant erano tutti contenuti destinati a colpirmi pesantemente, sia dal punto di vista squisitamente personale che come cittadino dell’Italia di Veltrusconi e della Binetti (in cui l’obamismo, all’interno di uno scenario politico imbalsamato, può esprimersi al massimo in slogan senza contenuti né prospettive, e in cui il risultato più concreto dell’attivismo glbt è stato la vittoria di qualche reality show). Tanto che il mio giudizio positivo sulla forma della pellicola, già ben poco autorevole in generale, rischia di essere ancor meno attendibile. Nel linkare il post del ben più competente Kekkoz (che sottoscrivo), mi limito quindi a poche, banali annotazioni personali:
– questi biopic americani, per quanto autoriale o paracula sia la loro direzione, si assomigliano un po’ tutti, sia nell’incedere dell’intreccio che nelle performance istrioniche dei protagonisti, che si trasformano letteralmente nel personaggio interpretato;
– ciononostante le due ore di film scorrono senza un momento di stanca, l’ovvia dose di retorica è bilanciata da un buon ritmo e da alcune scene visivamente da brividi;
– Sean Penn è credibile, energico, misurato, semplicemente eccezionale;
– il gelido Josh Brolin (già visto di recente come impressionante protagonista di W. di Oliver Stone) è anch’egli apprezzabile; il personaggio di Emile Hirsch è troppo hipster per essere vero; quello di Diego Luna insopportabile;
– James Franco col baffo. James. Franco. Col. Baffo.
– la possibilità dell’omosessualità repressa di Dan White suggerita dal film è un chiaro tocco di Van Sant.

Quanto alle accuse di "svendita dell’integrita artistica" e simili, la butto lì: criticare Van Sant per questo film è come criticare gli Afterhours che vanno a Sanremo. L’operazione è per certi versi simile, ci si mette in gioco in un contesto non proprio e andando incontro a inevitabili critiche, al servizio di una causa. Il gruppo di Manuel Agnelli (che comunque avrà la sua personale e meritata esposizione mediatica) ha deciso di approfittare della partecipazione al carrozzone sanremese, in cui sarà percepito come entità aliena, per dare visibilità a una scena undeground italiana di cui quasi non fa più parte (avendo ormai da anni un pubblico *reale e pagante* assai più ampio di quello dei dinosauri da Ariston); Gus Van Sant, cineasta indipendente e ribelle dalle poche e controverse frequentazioni con le grosse produzioni, si sporca le mani con un’opera in cui viene declinata nella sua ennesima variante l’epopea dell’american dream, una biografia da corsa agli Oscar, un "film per tutti" con alto budget e cast stellare, destinato (miserie della distribuzione italiana a parte) alle sale "commerciali" di tutto il mondo. È il suo personale tributo ad Harvey Milk. È quello che come persona e artista omosessuale americano sente di dover fare: far fruttare il suo personale talento, che è quello della regia, per lasciare alla collettività qualcosa. Perché se ieri c’erano Anita Bryant e la Proposition 6, oggi ci sono Sarah Palin e la Proposition 8, che nella stessa California è invece passata (e chissà se questo film avrebbe cambiato qualcosa in questo risultato, uscendo qualche anno fa). Un Obama non fa primavera, così come un Milk non ha potuto risolvere tutti problemi degli omosessuali americani (e non solo a causa della stupida morte che gli è toccata in sorte). La battaglia è dura e forse infinita, e il gioco vale senz’altro la candela dell’incasso di qualche critica negativa da parte dei cinefili più oltranzisti.

Personalmente, per tutta la sua durata il film mi ha commosso, atterrito, coinvolto, inebriato. Non alleggerito: perché al di là dei progressi/regressi della realtà americana rappresentata, la mia esperienza di vita e il paese in cui vivo sono quelli che sono. Non posso capire fino in fondo l’effetto che può avere avuto la visione di Milk sugli spettatori eterosessuali (ai quali continuerò a consigliarlo), e nemmeno sugli altri spettatori omosessuali. Posso dire però che io dalla sala sono uscito con molti pensieri, e la forte sensazione che l’indomani sarebbe stato il primo giorno di una nuova fase della mia vita – se solo l’avessi voluto.
Harvey Milk ha fatto *qualcosa*. Gus Van Sant anche. E io, nel mio piccolo, fino a che punto mi lascerò "reclutare"? Cosa mi lascerò alle spalle, alla fine di tutto?

"So che non si può vivere solo di speranza, Ma senza la speranza la vita non vale la pena di essere vissuta."
(tratta dal podcast. Sì, Van Sant è talmente avanti che Milk praticamente registra un podcast – negli anni 70)

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Bonus track seria, per approfondire: The Times of Harvey Milk, documentario sulla vita e morte di Milk vincitore del premio Oscar nel 1984, si può trovare tutto intero su Youtube con sottotitoli in italiano [via]

Bonus track scema, aka Scene di cui in Italia vorremmo vedere protagoniste molte persone: Pie in the face   

Let me take you to the movies

Nelle classifiche sulla qualità della vita Firenze si piazza sempre al primo posto o comunque sul podio per quanto riguarda l’offerta di cinema. In effetti, ancora poco tempo fa la città offriva una quantità di sale notevole, e una conseguente ottima varietà di scelta per quanto riguarda i film proiettati. Se anche un film usciva in una manciata di copie in tutto il territorio nazionale, si poteva star quasi sicuri che in una sala a Firenze lo si poteva vedere.

Negli ultimi anni però, dopo l’apertura dei multiplex di periferia (il Warner Village all’imbocco della superstrada Fi-Pi-Li e prima ancora l’enorme Vis Pathè con 16 sale a Campi Bisenzio), l’offerta ha iniziato a calare. In particolare sul versante delle pellicole di qualità.

Sono stati sopratutto i cinema del centro a capitolare. Gli ultimi erano stati l’Alfieri, che un paio d’anni fa ha cessato la programmazione regolare (che era ottima) per dedicarsi a festival e proiezioni per le scuole, il Ciak in zona San Lorenzo e il Gambrinus vicino al Duomo. E a breve li seguirà lo Spazio Uno (meno prestigioso e frequentato, ma anch’esso dedicato ai Festival e ai film di nicchia). Il Goldoni in Oltrarno aveva chiuso nel 2004. Il Teatro della Compagnia nel 2003. Nello stesso periodo hanno chiuso i battenti anche Excelsior e Astra (che comunque proiettavano film più di cassetta). Ariston e Supercinema si erano fermati a inizio anni 2000 (e non andiamo più a ritroso, ma negli anni 90 ne chiusero diversi altri).

Non va molto meglio nei quartieri più periferici: negli ultimi 10 anni hanno chiuso Vittoria, Ideale e il multisala cecchigoriano Firenze a Novoli.
[Curiosa la storia di quest’ultimo: Cecchi Gori (ai tempi in cui il suo impero era florido e gestiva/possedeva diverse sale a Firenze) aveva ricavato tre sale dall’ex cinema porno Aldebaran, rinominandolo con grande fantasia C.G.Firenze. Poi un po’ il suo crac, un po’ la crisi generale dei cinema hanno portato alla sua chiusura. Per un breve periodo il cinema era tornato porno, riprendendo il vecchio nome (ma mantenendo la divisione in sale: un multisala porno!). Poi, forse per colpa dell’avvento di Youporn & co. e dello scaricamento, neanche quel business ha retto, e sono arrivate le ruspe – vedi la foto che scattai all’epoca]

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I cinema in cui non si respira forte l’odore di popcorn e di multinazionali ormai sono in numero limitato (anche se è vero che i sopravvissuti si sono quasi tutti dotati di una seconda sala). In centro sono rimasti praticamente solo l’Odeon e i commerciali Fulgor (5 sale) e Astra 2. Nel resto della città ci sono "soltanto" Colonna e Manzoni (sala unica), più Adriano, Fiamma, Marconi, Portico, Principe, Variety, Flora e Fiorella (tutti con più sale). Ma solo negli ultimi due e al Colonna si ha la quasi certezza di trovare sempre film guardabili.

Altrimenti, si finisce nelle 11 sale del Warner Village. E forse in futuro si finirà nel nuovo multiplex Medusa in costruzione a Novoli, un progetto losco (del resto ho detto "Medusa", eh) sotto il duplice punto di vista: in primo luogo il Comune aveva dato  il permesso di iniziare i lavori nonostante le regole della Regione proibissero l’apertura di nuovi cinema (a livello provinciale c’è una quota massima di posti a sedere che non poteva esser superata: il sospetto era che poi a lavori ultimati si sarebbe atteso la chiusura di ulteriori piccoli cinema per rilevarne le licenze e riuscire ad aprire comunque); in secondo luogo i lavori erano iniziati, pare, con una dichiarazione di inizio attività non idonea, tanto che attualmente il cantiere è sotto sequesto per ordine della magistratura.

Tutte queste considerazioni non sono dettate dal rimpianto della città com’era, ma nascono da un’amara constatazione fatta oggi. Milk, ovvero il film di Gus Van Sant con Sean Penn, ovvero il film indubbiamente più figo (ma anche l’unico figo, direi) tra quelli in uscita in questo weekeend, si può vedere soltanto al Fiorella. Oppure spostandosi in una delle 17 sale di Campi. Sì, perché le undici del Warner Village (che pure in passato qualche film bello l’ha dato) sono occupate da titoli imperdibili come Beverly Hills Chihuahua, Tutti Insieme Inevitabilmente, Viaggio Al Centro Della Terra, Italians (in 2 sale!), Sette Anime (in 2 sale!).

L’impressione è che, apra o meno il secondo multiplex cittadino, le cose andranno sempre peggiorando.

Il trailer di Milk.

[Ovviamente l’invito a tutti è di andare a vedere Milk in massa, a Firenze e non: un film del genere deve aver la maggior diffusione possibile, e magari un buon risultato nella prima settimana potrebbe fargli guadagnare una maggiore distribuzione in quelle successive]

[UPDATE DELLA SETTIMANA DOPO: dopo 7 giorni di programmazione si aggiunge una sala, Milk è anche al Flora! Non so se la cosa era già programmata o è dovuta al buon riscontro, comunque bene!]

Ordinary people discovering extraordinary powers

Questo sogno è breve (più del post che lo descrive), ma me lo voglio segnare perché curioso.

Sono in un cinema (non uno da me conosciuto nella realtà), da solo. Ho deciso all’ultimo minuto di uscire e venirci, non avevo neanche controllato cosa proiettavano le sue 3 sale. Ahimé, dai cartelloni mi accorgo che due sale propongono i 2 cinepanettoni italiani natalizi, Natale a Rio e il film di Aldo Giovanni e Giacomo. Il terzo titolo non lo riconosco, ma a questo punto non ci sono molte speranze che sia un film d’essai, o semplicemente decente.
Mi infilo in una sala a caso, sperando di evitare almeno De Sica & co. Va male: già dall’inizio dei titolo di testa mi sembra di capire che c’è proprio quello. Mi alzo disgustato.

Sto uscendo, per provare a intrufolarmi in una delle altre due sale, quand’ecco che mi ritrovo in tasca l’enorme telecomando di un vecchio televisore che avevo in casa da piccolo – il primo telecomando su cui abbia mai spippolato, in pratica.
Sono a fondo sala, è buio, nessuno mi vede, e mentre lo spettacolo osceno sta partendo decido di compiere un gesto inutile quanto simbolico: rivolgere il telecomando allo schermo gigante e premere il tasto rosso.
Ed ecco il colpo di scena: la proiezione si interrompe, e all’improvviso scende l’oscurità.

Brusio tra il pubblico. Io ho capito che ho una sola cosa da fare: scappare velocemente. Salgo delle scale, mi infilo ad un’altra proiezione senza incrociare alcuna maschera. Qui il film è già iniziato (non ho capito quale sia, ma qualunque cosa a questo punto va bene), ed è difficile trovare posti vuoti e in buona posizione. Mi sembra di averne individuato uno, ma mentre provo a sedermi uno spettatore antipatico me lo impedisce. Allora lo mando a quel paese e taglio la testa al toro, optando per un posto centrale in prima fila.

Purtroppo le cose si mettono male: giungono da fuori voci concitate, è chiaro che si è scoperto in qualche modo il boicottaggio (involontario, ma di cui vado comunque fiero dentro di me) e lo staff del multisala è stato sguinzagliato alla ricerca del colpevole di interruzione di pubblico spettacolo subumano. Mi sono fatto troppo notare qui, con il mio ingresso tardivo. Mi prenderanno, lo so. Non ho modo di fuggire. Purtroppo tra i miei superpoteri, in questo caso, c’è solo il possesso di un telecomando cinefilo.

«You’d better watch out for the straight!»

Sabato sono poi stato al Florence Queer Festival (di cui parlavo nel post precedente) e mi sono fatto l’intera maratona serale. Direi di saltare i preamboli, visto che parlerò di tutti e tre i film visti.

1. Chuecatown, il primo film, è stato il più apprezzato dal pubblico tra quelli in programma. Si tratta dell’ennesima versione di commedia grottesca gay spagnola, stavolta in chiave un po’ più thriller. I protagonisti principali sono una coppia ursina innamorata (e fastidiosamente ingenua) che convive nel noto quartiere gay madrileno, la Chueca; l’ingombrante madre di uno dei due, che per usare un eufemismo non vede troppo di buon occhio il genero (e quando si trasferirà accanto alla coppia saranno guai); un agente immobiliare/serial killer, che per realizzare il suo sogno di fare della Chueca un quartiere abitato da coppie gay giovani e trendy non esita ad accoppare le vecchine che rifiutano di vendergli le loro case (il personaggio è interpretato dall’ex Paso Adelante, ex popstar – ? – e tuttora manzo inespressivo Pablo Puyol, in una nuova parte gay dopo 20 Centimetri – chissà cosa ne dirà Lola); infine, un’ispettrice di polizia piena di fobie con figlio succube al seguito. Come ci si può immaginare, nella miglior tradizione dei film a soggetto e a target di pubblico gay (specie se di produzione iberica), sono i due summenzionati personaggi femminili forti a spiccare su tutti e a catalizzare l’attenzione e le risate. Un film disimpegnato e divertente insomma, con diverse idee scontate ma qualcuna esilarante.

Il trailer di Chuecatown

2. Personalmente però sono stato colpito di più dal secondo film in programma, che ha invece sconvolto e inorridito buona parte del pubblico in sala. L’emblematico titolo The Gay Bed And Breakfast Of Terror la dice lunga: quello dell’americano Jaymes Thompson è per molti versi un vero e proprio B-movie horror, con tutte le sue caratteristiche: effetti speciali tanto truculenti quanto ridicoli, recitazione approssimativa, idiozia dei personaggi. D’altra parte, nonostante le scene forti il film resta prima di tutto una parodia in salsa queer/camp del genere. Ecco quindi la rappresentazione del mondo gay e lesbico a 360 gradi, volutamente macchiettistica e auto-ironica, che troviamo nei personaggi:
– gli ospiti, tutti alloggiati al "Sahara Salvation" per via di una grande festa annuale in una città vicina (dove tutti gli alberghi erano esauriti), incarnano tutti gli stereotipi: tra le lesbiche ci sono la coppia di lipstick lesbians intellettuali e un po’ snob, la butch e l’artista incompresa; tra i gay ci sono il bravo-ragazzo-ma-non-troppo con il fidanzato yuppie, la drag queen accompagnata dal leather-man sessuomane e vanitoso, il ricco gay di mezza età con giovane e muscoloso mantenuto al seguito; e ovviamente non manca nemmeno la fag-hag grassa e sguaiata.
– la "famigliola" perbenista, repubblicana e devota che gestisce l’inquietante B&B apparentemente friendly è invece composta da 1) Luella, inguardabile figlia lesbica (poco) repressa e (molto) disturbata, 2) Helen, madre che uccide le ospiti lesbiche per evitare tentazioni alla figlia e spera di redimere prima o poi qualche ospite gay per offrirgliela in sposa, 3) Manfred, fratello-mostro-simil-zombie che si mangia gli ospiti gay per paura che la sorella fugga prima o poi con uno di loro.
Con queste premesse, è inutile dire che al mega-party della città vicina non arriverà nessuno…

Un film come questo, se chiaramente dirà poco a chi è facilmente impressionabile o a chi al contrario pur apprezzando gli horror non apprezza quelli in stile più trash, ha a mio parere un forte merito, rispetto a molti altri che si possono vedere in questo tipo di rassegne: quello di travalicare lo status di "film gay" ed essere per tutti, pur restando in altro senso film di nicchia. Mi spiego meglio: io mi sentirei di consigliare questo film in quanto film *di genere* a tutti gli *amanti del genere*, dove per *generi* si intendono però l’horror-trash o la parodia/camp (e NON i "film gay"). E questo nonostante ci siano personaggi quasi tutti omosessuali, coppie omosessuali e pure qualche scena di sesso (ma sempre ironica: e poi il sesso è un ingrediente dell’horror, oltre a una delle Cose Da Non Fare Per Sopravivvere, come il restare da soli o lo scendere in cantina…). Inoltre, pur restando una pellicola che vuole divertire, non mancano i riferimenti dissacranti nei confronti della religione e della politica, specie nella seconda parte del film (evito gli spoiler perché non voglio rovinare la sorpresa, ma anticipo che il momento in cui si scopre la genesi del mostriciattolo di casa Manfred è da standing ovation, e c’entra MOLTO il partito repubblicano; mentre sono notevoli anche i flashback con protagonista la povera Luella). Il finale poi non è da meno, come colpi di scena. Insomma, consigliatissimo – basta sapere a che tipo di film si va incontro.

Esistono tre brevi trailer del film, che ne illustrano i diversi lati:
Sexy version (e quel che si vede di osé nel film è praticamente tutto qui – Centovetrine insomma è più spinto)
Scary version (qui sembra un horror qualsiasi!)
Campy version (!)

Qui invece c’è la canzone che apre il film, arricchita con alcune scene.

3. La decisione di restare anche per il terzo e ultimo film della serata, iniziato abbastanza tardi e di durata non breve (95′), non era stata facile, e nella sua prima metà Otto; or, Up With Dead People me l’avrebbe fatta amaramente rimpiangere (vista l’estenuante lentezza con cui scorre).
Con il suo nuovo film l’irriverente Bruce LaBruce (wikisitoblog), che nel precedente The Raspberry Reich aveva provocatoriamente teorizzato l’homosexual intifada ("Heterosexuality is the Opiate of the Masses"!), continua a bastonare il capitalismo avanzato e la massificazione sociale ad esso legata, in questo caso effettuando una specie di parallelo tra l’oppressione degli omosessuali e quella degli zombie. Otto, un giovane ed efebico zombie semi-vegetariano, che ha a differenza dei suoi simili il dono della ragione ma non ricorda niente del suo passato, arriva a Berlino (e dove sennò), e lì incontra Medea, una visionaria regista underground che lo ingaggia per girare un documentario su di lui. Medea sta nel frattempo girando anche il suo film più ambizioso, un "political-porno-zombie movie" in cui una nuova generazione di zombie gay, più evoluta delle precedenti generazioni di non-morti, si ribella con successo alle oppressioni subite dal genere umano.

La carne al fuoco è tanta (per quanto anche le viscere crude sullo schermo non manchino): oltre all’elemento meta-cinematografico, c’è anche il rapporto tra l’orrore prodotto da chi discrimina e dai discriminati – con riferimento non solo all’omosessualità ma anche al disagio mentale, infatti non si capirà mai con certezza, neanche nel confuso finale, se Otto sia effettivamente un non-morto (come crede, o meglio come sa di essere lui) o un ragazzo disturbato (come lo credono gli altri).
Senz’altro è un film che dà alcuni input profondi, ma allo stesso tempo la sua lunghezza e pesantezza mi ha reso difficile arrivare alla fine (magari vederlo in dvd con più calma e con possibilità di skippaggio/interruzioni/pause può aiutare). Di certo stavolta non si tratta di un porno d’autore con una trama intorno, come lo zozzissimo e summenzionato The Rasperry Reich (che pure nella sua parte "narrativa" e nel suo "messaggio", con tutte le virgolette del caso, era forse più chiaro e riuscito). Non è nemmeno un horror, comunque. È una roba visionaria, pesante (l’ho già detto?), a volte stimolante, con alcune trovate registico-fotografiche interessanti e molte scene semplicemente truci (per i gattofili: c’è anche un micio vivo che fa una brutta fine)(ovviamente no, non lo si vede davvero sventrare!) e persino un paio di momenti commoventi nel finale (uno con questa canzone di Antony in sottofondo). In certi momenti, su quella poltrona, mi sembrava di essere Dylan Dog che era andato al cinema a vedere un film a sua volta tratto dalle sceneggiatura di una delle sue storie più cervellotiche (mi sembrava di essere in una storia  di Dylan Dog anche all’uscita dal cinema, vista la pioggia londinese)(e il centro poco affollato)(e insomma, a fine serata un po’ di strizza addosso ce l’avevo pure).
Sospendo il giudizio, ma non so se riuscirò mai a rivederlo per darne uno definitivo…

Grattugiate per la mente

fqf2008Si è aperta oggi pomeriggio, con la proiezione di una versione extended di un classico non solo di genere come Cruising di William Friedkin, la sesta edizione del Florence Queer Festival. E come nelle scorse edizioni sono qui a segnalarlo – in ritardo.

A una prima lettura del sito e del volantino (disponibile anche da scaricare in pdf: ma il programma completo si trova anche più comodamente su web), mi pare che le principali novità siano due:

1) la nuova location: è il cinema Odeon in centro, che ospiterà il FQF da oggi venerdì 28 a giovedì 4 dicembre (tra l’altro la manifestazione si colloca nell’ambito della più ampia rassegna di festival "50 giorni di cinema internazionale" a cura della Mediateca Regionale Toscana). Mentre il 5 e 6 novembre il festival si chiuderà al Teatro di Rifredi con lo spettacolo teatrale "Under my skin".

2) stavolta non ci sono repliche, ogni film verrà proiettato una volta sola. Quindi il consiglio è di spulciare attentamente il programma SUBITO e organizzarsi.

Le giornate che mi sembrano più interessanti nel loro complesso sono quelle di domani/sabato (impegno nel pomeriggio con vari documentari "politici", divertimento in serata con la commedia nera spagnola Chuecatown, il queer-horror The Gay Bed And Breakfast Of Terror e le avventure dello zombie Otto, nell’ultimo delirio di Bruce La Bruce) e di lunedì (giornata dedicata alla lotta all’AIDS in occasione della relativa giornata mondiale, con film a tema ma non solo).
Ma anche nelle altre giornate non mancano i titoli interessanti (per quelli stranieri, che spesso non sono né verranno mai distribuiti in Italia, la proiezione è quasi sempre in lingua originale con i sottotitoli): la domenica è interamente dedicata al cinema lesbico, e per il resto si va da commedie leggere a film sul tema dell’omogenitorialità, dalle riflessioni sul gender a quelle sul rapporto tra omosessualità e religione islamica. Giovedì sera ci sarà la premiazine del concorso Videoqueer, e per tutti gli altri eventi collaterali (così come per orari, prezzi, ecc) rimando al sito.

[All’inizio del post: la grattugia dal logo di questa edizione. Qui sotto, i loghi delle edizioni 2006 e 2007.]
 

fqf2006fqf2007

     

Erase hate

Matthew_ShepardDomenica scorsa ricorreva il decimo anniversario dell’assassinio di Matthew Shepard. Coloro a cui questo nome non dice niente possono leggere la sua storia sulla voce italiana di Wikipedia.
In ritardo, prendo spunto quasi interamente dal suo post e riporto anch’io le parole della madre di Matthew, apparse sul sito della Fondazione che di lui porta il nome.

Il post (che continua anche più sotto) è rivolto, tra gli altri, alle persone convinte che alle prossime elezioni americane "che vincano Obama o McCain/Palin è lo stesso". No, non sarà affatto la stessa cosa – anche se purtroppo dall’Italia non possiamo influire granché sull’esito di quel voto.

Ah, ed è rivolto anche anche a quelli che pensano che il Wyoming sia lontano. Se nellabbrutita società italiana di oggi non c’è ancora scappato il ragazzo gay pestato a morte da coetanei, temo che sia soltanto questione di fortuna.


TEN YEARS OF CHANGE – NO PROGRESS


It’s hard to believe that it has been ten years since Matthew’s death.  So much has changed yet so much remains the same. I want to thank all of you for your unwavering support for the Foundation.  I know that you understand our work is far from over.  I don’t mean the work of the Foundation exclusively I mean the work we all need to do at a personal level.  We need to continue talking to our friends, families and co-workers.  Unless we are honest about who we are and are able to share with those who love us what our lives are like, they will not know how to help us.  We need those allies in this struggle to achieve equality across the board to realize all of our civil rights.

Great advances have been made in changing people’s attitudes and eliminating ignorance about the gay community even in my wonderful state of Wyoming.  At least I thought so, until I read the readers’ comments following an article about the ten year observance of Matt’s death in the Cheyenne, Wyoming newspaper.

I understand that the readers who take the time to write in are doing so because they absolutely disagree with the article and those who do agree won’t bother to write comments.  However, it brought home to me how much work is left to do to make the world an accepting place.  The level of ignorance is astoundingThe continuing belief that what happened to Matt was not a hate crime and the notion that ‘special people shouldn’t have special rights’, is beyond my comprehension. The level of ‘hate’ is frightening.

The Foundation staff is very committed to doing all they can to ensure the message – ‘erase hate’ – is one that is known to the community and its allies as well as those who are trying learn more about the Foundation and the LGBT community at large.  It is ignorance that ultimately results in hate and that may escalate into physical violence.  The only way to combat the ignorance is to educate and tell our stories.

We are all aware of how important this election cycle is to all of us.  Please take the time to know the issues and what is at stake for the LGBT community.  Share your stories with those who care about you.  It is the only way they will know how to vote to support you.

The privilege of having the right to vote is also a responsibility.  We must remember that we are not voting only for a new President but also for representatives at the local, county, state and national level.  Please vote and encourage everyone you know to vote.  Apathy is unacceptable.  We are at a cross roads in the movement and we need to show our support for those who support the LGBT community.  We are all hoping the next ten years will be our time.

Thank you again for being a part of what we do!

Sincerely,
Judy Shepard

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The Laramie Project è un spettacolo teatrale del 2000, trasformato due anni dopo in documentario di successo, basato sulla storia di Matthew. Il documentario è praticamente visibile per intero su Youtube. Consiglio di partire dal trailer, in cui si possono scoprire i tanti attori celebri di tv e cinema che si sono prestati alla causa.
La chicca: al minuto 2’14” un pastore omofobo pronuncia a proposito del ragazzo ucciso parole che fanno rabbrividire. Gli appassionati di una certa serie televisiva già forse si immaginano chi possa esserne l’interprete…

Natale sulle Twin Towers

Dopo qualche anno si riunisce la storica coppia dagli incassi d’oro Boldi-De Sica, per un cinepanettone dal budget record e che sorprenderà tutti grazie a un finale col botto.

Roma, dicembre 2010
Nonostante i successi riscontrati separatamente al botteghino, Massimo Boldi e Christian De Sica avevano evidentemente nostalgia dei bei film corali di una volta. E così tornano in tutti i migliori cinema italiani, per quello che potrebbe essere l’ultimo di una lunga serie di film da tempo crudelmente etichettati come cinepanettoni e che però hanno fatto, almeno a livello di grande pubblico, la storia della comicità italiana degli ultimi decenni.

Se il cast è come sempre all-star, per accontentare tutta la famiglia, stavolta non mancheranno né le polemiche né le novità stilistiche, alla faccia di chi taccia questo tipo di produzioni di mancanza di coraggio e di immobilismo. "Per la prima volta verrà utilizzato un nuovo strumento, quello che alcuni chiamano flashback" – spiega il regista Neri Parenti. In effetti il film non è altro che un lungo racconto, ad opera della toccante voce narrante di Gabriel Garko (che avrà anche una particina secondaria nella trama). La narrazione è ambientata nel 2000, esattamente dieci anni fa. Secondo un formato a cui gli spettatori delle sale hanno dimostrato di essere affezionati, la trama si snoda su vari episodi, tutti relativi a personaggi italiani la cui vita ruota attorno alle attività del World Trade Center di New York (all’epoca ancora in piedi).

Christian De Sica interpreta un potente uomo d’affari che ha da tempo spostato la sua società di consulenza e mediazione finanziaria a Wall Street, e che tradisce la moglie (Sabrina Ferilli) con la giovane segretaria Martina Stella.

Massimo Boldi, il suo socio, è invece alle prese con la ninfomania della moglie Nancy Brilli, i propri gravi problemi di aerofagia e le bizze della figlia (una straordinaria Valentina Vezzali all’esordio assoluto), la quale minaccia di abbandonare il suo monastero del Connecticut dopo essersi presa una sbandata per un anziano e controverso uomo politico della madre patria, conosciuto a una cena di beneficenza all’ambasciata.

Alle dipendenze dei due lavora anche un terzo italiano, Biagio Izzo, che fingendosi gay dovrà salvare lo studio dalle accuse (fondate) di truffa e reati finanziari vari, corrompendo sessualmente l’integerrimo ispettore dell’autorità di vigilanza americana Leo Gullotta.

Nel frattempo, il figlio del personaggio di De Sica e il suo compagno di scorribande (Paolo Ruffini e Marco Cocci) fanno il bello e cattivo tempo nei locali più trendy di Manhattan, tradendo più volte le loro procaci fidanzate americane (le guest star di turno Hayden Panettiere ed Evangeline Lilly).

La figlia minore di De Sica, interpretata dall’altra new entry Martina Veltroni, è invece l’intellettuale di famiglia, ma il suo animo romantico è facile preda del cacciatore di dote Nicolas Vaporidis, barista presso il WTC, che vede in lei solo una ricca ereditiera da incastrare e sposare.

Le varie storie procedono non solo in parallelo, ma si incrociano anche, tra equivoci e gag che si annunciano esilaranti come non mai. La grande novità, su cui molto punta la promozione del film, è la presenza di un vero e proprio cattivo: un irriconoscibile Diego Abatantuono dà infatti vita a Osama Bin Laden, un ricco e potente arabo che tra le altre attività più o meno lecite gestisce un night in cui sono avventori abituali Ruffini e Cocci. Quando quest’ultimo si invaghirà della favorita di Bin Laden, la ballerina di lapdance Victoria Silvstedt, cercherà in tutti i modi di strappargliela, e ci riuscirà al culmine di una grandiosa scena comica finale. Il film sembra chiudersi dopo la torta in faccia ricevuta da Bin Laden-Abatantuono, il quale promette vendetta. Soltanto sui titoli di coda (preannunciati dalla scritta in sovraimpressione "qualche mese dopo") scorrono le immagini delle Torri Gemelle abbattute l’11 settembre dell’anno successivo, sulla musica dell’ultimo grande successo dance di Michelle Hunziker e Gennaro Gattuso (presenti anch’essi tra le numerose comparse vip del film, che faranno felici grandi e piccini).

La polemica
E’ subito polemica da parte delle autorità consolari americane e delle associazioni delle vittime del disastro del WTC, che premettono il rispetto per la libertà artistica, ma poi accusano il film di revisionismo ("il film vuole far passare il messaggio che quel vile e terribile attentato terroristico fu soltanto una reazione isterica e vendicativa, invece che un deliberato attacco allo Stato americano e alla cultura democratica occidentale").

Ma il regista Neri Parenti non vuole saperne: "Il film ha una sua coerenza interna, e indaga col sorriso sulle difficoltà dei lavoratori italiani emigrati in America: l’attentato alle Twin Towers è soltanto uno snodo secondario della trama, e comunque si tratta di fiction, non certo di un documentario che deve ricostruie la verità storica con precisione".

Il produttore Aurelio De Laurentiis rincara la dose: "Quando qualche anno fa Spike Lee intitolò Miracolo a Sant’Anna un film che parlava di tutt’altro, e che dava della strage nazista una spiegazione che contraddiceva 60 anni di indagini e 3 sentenze (che avevano stabilito che l’eccidio era preordinato e non frutto di una rappresaglia), il regista americano rivendicò il diritto di alterare la realtà e  accusò anzi l’Italia stessa di non avere memoria storica. Noi adesso potremmo dire lo stesso: anzi, risate e scoregge potranno aiutare finalmente il popolo americano a sdrammatizzare il ricordo dell’11 settembre! Basta con i piagnistei, ridiamoci sopra tutti insieme! Tra l’altro noi ci siamo ispirati ad alcune delle tante teorie alternative sugli attentati, che ne sapevamo di offendervi. E poi, l’importante è tenere vivo il ricordo di quella tragedia, non importa mica come"

Per inciso e fuor di paradosso, il film di Spike Lee pare proprio far schifo, al di là delle polemiche e della spocchia del regista. Qui comunque si sta dalla parte dei partigiani, e si inorridisce a sentir pronunciare parole come "aiuta il turismo" (UNICO VIRGOLETTATO VERO DI QUESTO POST, scriviamolo maiuscolo a beneficio dei navigatori distratti, che abbondano sempre) dal sindaco di Stazzema (Pd).

Eccidio di Sant’Anna di Stazzema – Wikipedia

Sito ufficiale su Sant’Anna di Stazzema.

«Mi pare verso fine agosto»

Bologna, ore 14 di ieri, di fronte alla locale Melbookstore. Un paio d’amici ed io ci troviamo davanti una vetrina dedicata allo scomparso Paul Newman (con dvd, foto ecc). Loro restano impietriti. Io, dispiaciuto ma più tranquillo: "Ma dai, non lo sapevate che è morto da qualche settimana? Credo verso fino agosto. Purtroppo stava molto male da tempo. Sì, immagino che scoprirlo così, da uno scaffale celebrativo/speculativo, dev’essere proprio brutto".

Casa mia, ore 18 circa sempre di ieri: appena rientrato a casa, accendo il computer e scopro che non era andata esattamente così. E stavolta, mentre medito sui danni dell’information overload [1], quello che si sente male sono io.

[1] In effetti durante l’estate era circolata la notizia che Newman era in fin di vita.

Due giornate particolari

Nello scorso weekend sono tornato dopo un po’ di tempo al cinema, con una scelta azzeccatissima: il "film delle vecchiette", come è stato da molti ribattezzato.

Presentato con successo alla Settimana della Critica della recente edizione del festival di Venezia, Pranzo di Ferragosto è l’esordio di Gianni Di Gregorio, già collaboratore alla sceneggiatura e alla regia di Matteo Garrone (che qui produce).
Il film dà l’impressione di non essere una produzione granché dispendiosa. Il regista stesso interpreta il protagonista Gianni, un uomo di mezza età semialcolizzato e disoccupato che vive tra i debiti prendendosi cura di una madre a dir poco ottuagenaria e dalla personalità piuttosto forte. In cambio di un aiuto economico di cui hanno urgente bisogno, madre e figlio accettano di ospitare in casa per un giorno e una notte altre tre vecchie signore più o meno estranee, che i rispettivi figli non vedono l’ora di "parcheggiare" altrove per trascorrere un più tranquillo e/o divertente Ferragosto.

Le quattro vecchiette, tutte interpretate da (bravissime) attrici non professioniste, sono il cuore della pellicola, che in poco più di un’ora e un quarto ripercorre in modo leggero ma mai superficiale il delirio che esse riescono a creare nella casa e nella vita di Gianni nell’arco di due giornate scarse.

Una vera boccata d’aria fresca per la cinematografia italiana, che spero venga apprezzata anche all’estero: al di là della scelta di rappresentare la vita della terza (ma pure quarta…) età, di solito piuttosto "invisibile" non solo al cinema ma ai media in generale, quello che colpisce è l’estremo realismo di questo ritratto. Queste anziane sono le nostre zie, le nostre nonne e bisnonne. Per certi versi tutte uguali, per altri no. C’è quella possessiva e gelosa dei suoi spazi; quella arrogante, che un po’ maschera la sua fragilità dietro una maggiore aggressività e invadenza, un po’ è sempre stata così; quella con la memoria che funziona a corrente alternata, che si rifugia con testardaggine nelle sue piccole certezze; quella apparentemente in salute e dal carattere più accondiscendente di tutte, che però va costantemente tenuta d’occhio affinché il prevalere del suo lato oscuro non le permetta di farsi del male.

Ma per quanto a certi momenti comici segua spesso un retrogusto di amare riflessioni, la malinconia non prevale mai davvero nello spettatore (grazie anche al finale, che evita colpi di scena pietistici). Si osservano piuttosto con tenerezza il ripetersi di dinamiche relazionali comuni a tutte le famiglie ed esperienze di convivenza: i piccoli egoismi e ripicche quotidiane, il deridere bonariamente sottovoce la persona che è appena uscita da una stanza, le gaffes incrociate (è impressionante il numero di gaffes che è in grado di inanellare una persona anziana senza rendersene conto).

Si devono prendere ad esempio film come questo, che descrivono l’Italia a cui non dà voce nessuno, ma che soprattutto presentano la vita vera.
Prendiamo la scena che dà il titolo al film. Il vero pranzo del dì di festa che si svolge nella maggior parte delle case italiane non assomiglia alla tavolata finto popolana e nella sostanza radicalchic di Ozpetec, forzatamente multietnica e multisessuale, né a quella rigida e impostata che popola fiction tv e film di tanti altri registi bolliti (entrambe piene di personaggi finti interpretati da attori finti che pronunciano frasi finte ad effetto fissando il vuoto con la loro monoespressione): è invece senz’altro ben rispecchiato dal banchetto improvvisato da questo gruppo di persone in una Roma deserta, con quei brindisi che seppelliscono tutte le polemiche e le diffidenze sotto un borghese volemose bene e danno l’illusione di un solido affetto reciproco che poi nella realtà di tutti i giorni evaporerà presto.

Un piccolo film assai godibile insomma, che consiglio a tutti: buffo come l’idea alla base della storia sia venuta al regista riflettendo su un’esperienza personale. Spesso in effetti la vita presenta occasioni e bivi più insoliti di quelli che può contenere una sceneggiatura.

Se solo nella generazione degli Accorsi, dei Pasotti e delle Incontrada (3 nomi tra i tanti, e ne ho presi tre che fanno soprattutto cinema, ché se ci si sposta sugli habitué della fiction è una tragedia) ci fosse qualche attore in più dotato della stessa naturalezza e credibilità di queste quattro signore, la qualità media dei film italiani sarebbe senz’altro migliore.

La bolla

Non è stata affatto una visione facile, quella di Improvvisamente l’inverno scorso.
E non certo a causa del film, che si è rivelato proprio il documentario agile e ironico che mi aspettavo.
Però è stata dura vedersi ripassare davanti agli occhi quasi un anno di dichiarazioni lette con rabbia, di post avviliti, di manifestazioni a cui si è partecipato con convinzione e speranza (nonostante lo scarso ottimismo) e il cui successo è poi stato oscurato dai media.

E così prima di scrivere questo post non ho potuto fare a meno di scorrere l’archivio di questo blog e ripercorrere la stessa vicenda filmata da Luca e Gustav dal mio piccolo, logorroico e acrimonioso punto di vista.

8 febbraio 2007: presentazione del progetto di legge dei Dico.
A me fa abbastanza schifo, ma sostengo l’idea di approvare almeno quello.
Gustav invece comincia insieme al suo compagno Luca ad avere la speranza di vedersi riconosciuti alcuni diritti, dopo anni di amore e di convivenza ignorati dalla legge e dallo Stato, e cerca di coinvolgerlo nella realizzazione di un documentario che testimoni il percorso legislativo di quello che sarebbe un provvedimento storico per l’Italia.

La reazione della Chiesa, e quella della politica ad essa asservita, deprime Luca e Gustav.
Io pure sono annichilito, anche se esprimo un certo ottimismo a lungo termine considerando la disaffezione alla Chiesa degli italiani nella realtà quotidiana.
[Oggi non so se sottoscriverei ancora quel post: l’ennesima squallida campagna elettorale mi ha fatto un po’ perdere le speranze sulla capacità degli italiani di reagire ai bombardamenti mediatici e di non farsi invece plasmare a colpi di slogan e programmi televisivi.]

Fine febbraio: il governo Prodi cade, e come me e molti altri italiani anche Gustav e Luca avanzano il sospetto che il tema delle coppie di fatto c’entri più delle questioni di politica estera su cui è stata votata la sfiducia. La legge sulle coppie di fatto diventa materia parlamentare.
Io nel frattempo ce l’ho un po’ con tutti ma soprattutto con la politica, mi preparo all’appuntamento di Piazza Farnese e penso ad altre possibili forme di protesta.

Marzo e aprile: Gustav e Luca continuano a presidiare la commissione parlamentare e tentano di avvicinare vari politici: Buttiglione dà prova della sua scarsa dimestichezza con la sintassi e la logica, Castelli è affabile ma deciso nel negare qualsiasi apertura, la Binetti sfugge qualsiasi contatto, la ministra Pollastrini è speranzosa e appassionata, la Bindi è inavvicinabile, la Finocchiaro e il presidente della commissione Giustizia Salvi si rifugiano in diplomatici "né insabbiare, né accelerare".
Nel frattempo iniziano a svolgersi nella capitale una serie di manifestazioni sia a favore che contro una legge sulle coppie di fatto: Gustav e Luca presenzieranno a tutte.
Il 10 marzo in piazza Farnese si sono loro e ci sono anch’io. Rivedendo le bandiere e quel palco, ripercorro mentalmente tutti gli interventi e mi commuovo nuovamente ripensando ad alcuni.

– A maggio si fronteggiano lo stesso giorno il Family Day e Coraggio Laico. Ma Gustav e Luca si spingeranno nel frattempo anche ai raduni dei PapaBoys, alle bizzarre commemorazioni di Militia Christi e alle fiaccolate anti-Dico di picchiatori fascisti poco mascherati.

– A giugno a Roma c’è il partecipatissimo Pride nazionale: ci sono per la prima volta anch’io e ci sono ovviamente Luca e Gustav, insieme a quasi un milione di persone. Tante erano la commozione e il senso di partecipazione provati in Piazza San Giovanni, quanta la rabbia nei giorni successivi nel vedere come quella partecipazione veniva snobbata da tv e giornali, che pure quando si tratta di sparare titoloni morbosi il tema dell’omosessualità lo sfruttano biecamente.

– A luglio la parabola dei Dico volge al termine: arrivano i CUS (che a me sembrano più coerenti, anche se ugualmente insufficienti), ma ovviamente la pausa estiva spegne ogni dibattito sull’argomento.

– A settembre sembrano passati anni: non c’è più spazio per discorsi sulle coppie di fatto nell’agenda politica, le primarie del Pd sono in corso, la fusione di Ds e Margherita pure, e questo tema è tabù (è anche per questo stesso motivo, forse, che a ridosso delle ultime elezioni un film come questo non ha trovato una distribuzione ufficiale neanche di nicchia, nonostante il riconoscimento ottenuto a Berlino: guai a evidenziare la divisione interna al Pd sui "temi etici"; certo, visto com’è andata, il Pd non avrebbe potuto fare molto peggio..)

Tra i punti di forza del film ci sono il montaggio scorrevole e l’autoironia dei due registi-protagonisti.
Quello che viene reso bene, nel film, è l’effetto di uscita dalla bolla, dal guscio protettivo in cui Luca e Gustav (pur consapevolmente) vivevano: la casa nel quartiere romano di sinistra, la routine quotidiana accettata da tutti, l’affetto delle famiglie, il lavoro nell’ambiente mentalmente aperto della tv e del giornalismo.
Ciò che Luca e Gustav vedono nelle piazze degli ultracattolici (e che provoca in loro reazioni diverse: bello anche il modo in cui vengono resi, artificialmente ma non troppo, i contrasti che in una coppia gay sorgono di fronte alla reazione dell’ambiente esterno al loro legame) è un’altra Italia: quella dell’ignoranza e dell’indottrinamento, degli slogan ripetuti che crollano nell’imbarazzo a una richiesta di spiegazioni logiche da parte dell’interlocutore, dell’odio atavico per il diverso (ed è un’Italia che in questi giorni ritroviamo nei pogrom contro i rom).

Dal punto di vista più strettamente politico, al di là del vuoto pneumatico dei Buttiglione e dell’aperto disprezzo dei politici di destra, è l’intervista alla fine gentilmente concessa dalla Binetti ad essere illuminante e a mostrare l’idea forte e irremovibile che c’è dietro al pensiero cattolico.
Un modello con una sua logica, seppur terribile. Il presupposto è che l’omosessualità non è una condizione, ma un vizio, da combattere e non da accettare. La famiglia è quindi una sola, quella tra uomo e donna (implicitamente fertili…); le persone omosessuali non possono né sposarsi, né avere il benché minimo diritto di coppia, perché per loro l’unica scelta è "curarsi" e reprimere il loro orientamento; la concessione di diritti, anche solo simbolici e a "costo zero", alle coppie gay e lesbiche è un rischio per la "famiglia tradizionale", perché "l’esempio dei gay" può nuocere alla sua felicità e capacità di procreare e assicurare la sopravvivenza della nostra società.

tensione Questo modo di pensare è quello con cui si scontrano Luca e Gustav, e quello con cui mi sono scontrato io ieri sera, per l’ennesima volta, in un cinema Colonna piuttosto affollato (considerata l’ampia capienza). Una sensazione terribile, che ho riscontrato anche nelle facce di chi era seduto vicino a me. Anche perché nessuno può dirsi sicuro che si tratti di un modo di pensare recessivo, anzi.

C’è da esser grati a Luca e Gustav per il loro essersi messi in gioco. Il fatto che esistano documentari come questo è positivo. Essi permettono innanzitutto di denunciare anche in giro per il mondo quello che sta succedendo in Italia; consentono inoltre di confrontare le proprie esperienze, come è successo nel dibattito col pubblico seguito alla proiezione, alla presenza di uno dei registi (dibattito in cui ha preso la parola anche un eterosessuale: e al di là di quello che ha detto, è importante che abbia preso la parola e posto le sue domande in una situazione del genere). Se poi si andasse oltre le serate in stile "Ambra Jovinelli" e documentari come questo avessero una distribuzione regolare e passaggi tv, sarebbe anche meglio.

Nonostante la soddisfazione per il film, però, all’uscita dal cinema il groppo in gola è rimasto. Nell’immagine quel che è rimasto del mio bicchiere di carta, nervosamente torturato per tutta la durata del film.

Improvvisamente anche a Firenze

Siamo nel febbraio 2007. Gustav e Luca sono una famiglia, stanno insieme da 8 anni, vivono insieme circondati dall’affetto di amici e parenti. L’unico che finora li ha ignorati li ha ignorati, non li considera una coppia e non riconosce loro nessun diritto è lo Stato.

Quando il governo Prodi presenta il timidissimo disegno di legge sui Dico, si accende in loro la speranza che le cose avrebbero potuto iniziare a cambiare.

Sappiamo tutti com’è andata a finire.


“IMPROVVISAMENTE L’INVERNO SCORSO”  racconta la storia di Luca e Gustav, una coppia che sta insieme da otto anni, e di quello che gli è successo improvvisamente l’inverno scorso, quando un’ondata inaspettata di omofobia ha sconvolto la loro quotidianità.

A Febbraio, dopo mesi di discussioni, il governo Prodi – come da programma – ha presentato una proposta di legge per le unioni civili estesa anche alle coppie omosessuali. e da lì è partita un’offensiva mediatica e politica di proporzioni inaspettate.

Il paese si è così diviso tra chi era a favore dei DiCo (il nome del disegno di legge) e chi gli sparava contro. Dai pulpiti delle chiese e dai salotti televisivi, si è arrivati a livelli parossistici di intolleranza.

Gustav ha cercato di convincere Luca a realizzare un documentario sull’argomento sentendo l’opinione della gente comune, delle associazioni religiose, dei politici di destra e di sinistra (tra gli altri Rocco Buttiglione, Paola Binetti, Barbara Pollastrini, Franco Grillini, Cesare Salvi, etc.) in occasione di manifestazioni e contromanifestazioni varie, e contemporaneamente per mesi e mesi hanno seguito la discussione generale al Senato.

Con un disagio crescente nei due protagonisti, il film registra, non senza ironia, mesi di polemiche sterili, strumentali e attacchi gratuiti.

Quello che ne viene fuori è un quadro poco edificante, e alquanto contraddittorio, del Belpaese.

Quella riportata qui sopra è la sinossi, tratta dal sito ufficiale del documentario che Gustav e Luca hanno realizzato. Non dev’essere stato facile per loro seguire il dibattito in corso, intervistare parlamentari e militanti del Family Day, assistere al fuoco di fila di dichiarazioni umilianti che si è scatenato in quei mesi. Ne è uscito un film già proiettato in varie rassegne internazionali, tra cui il Festival del cinema di Berlino, in cui ha ricevuto una menzione speciale.

loc_improvvisamente Al di là della segnalazione del suddetto sito, che oltre a contenere vari estratti video del film e delle sue proiezioni in giro per il mondo è ricco di altri materiali sulla condizione degli omosessuali in Italia (dai vari progetti di legge a una intera sezione sull’omofobia In Italia, per la gioia della Carfagna e dell’integrazione di cui tanto ciancia), avevo fino ad oggi colpevolmente tralasciato di pubblicizzare il “tour” che il film sta facendo nello Stivale, insieme con i suoi autori (in mancanza, almeno per ora, di una vera e propria distribuzione regolare), con un buon successo di pubblico di città in città ad affiancare quello di critica.

Questo giovedì 22 maggio Improvvisamente l’inverno scorso verrà proiettato al cinema Colonna di Firenze (alle ore 21).

Chi giovedì avesse altri impegni può andare anche a vederlo stasera stessa a Prato, al Terminale (alle ore 21.15, qui addirittura a ingresso gratuito).

C’è da aggiungere altro? Questi due ragazzi hanno compiuto il difficile sforzo di mettere in piazza la loro frustrazione e la loro discriminazione, con grande autoironia e forza d’animo.

Spesso ci chiediamo cosa si può fare per i diritti civili e per quelli degli omosessuali in particolare, di fronte al presente quadro politico. Ecco, andare a vedere un film come questo, portarci più persone possibili, parlarne in giro, è sicuramente un inizio.

Women you love to hate

Breve Fenomenologia semiseria della Stronza e della sua Disfatta

Il personaggio della Stronza è ben radicato nella cultura pop contemporanea. Cinema e telefilm in particolare ne hanno offerto esempi innumerevoli.

La Stronza è un’evoluzione più monodimensionale e decisamente più frocia del classico archetipo dell’eroina negativa tragica, piena di contraddizioni e tormenti interiori.
Al bando quindi le conversioni buoniste dell’ultim’ora e le cattive che alla fine diventano buone, si pentono, si impietosiscono o rivelano le motivazioni che stavano dietro alla loro apparente crudeltà. La vera Stronza è incarnata invece dalla delinquente irrecuperabile, dall’implacabile mangiauomini senza cuore, dalla donna di potere senza un briciolo di pietà e rispetto per il prossimo.
Personaggi comunque destinati alla sconfitta finale, perché il bene trionfa sempre: ma il momento della loro rovinosa caduta nella polvere è per forza di cose una scena grandiosa, esagerata, camp, destinata ad restare il momento più alto, più amato e più ricordato dell’intero spettacolo di cui fanno parte.

Spesso la Stronza è stata interpretata da una grande attrice, la cui notorietà non è rimasta legata a quel ruolo; anche se non mancano esempi di meteore.

Quello che accumuna la attrici famose che hanno dato vita a grandi Stronze è la forte personalità: e il primo esempio che viene in mente è Glenn Close, una che di parti da mattatrice negli anni ne ha macinate. Eccola qui ad esempio nei panni di Crudelia De Mon, mentre viene messa fuori combattimento da una serie di animali e trappole, un epilogo in pieno stile cartoon valorizzato però dalle sue battute stizzite.

Ci sono diverse varianti della Stronza. Può essere una completa psicopatica, come la strepitosa Kathleen Turner de La Signora Ammazzatutti (qui la scena del telefono).

Oppure la Stronza può essere una spregiudicata donna d’affari, come quella a cui dà il volto e una brutta permanente Sigourney Weaver nel cult anni 80 Una Donna In Carriera. Fantastica la rabbiosa reazione alla sua defenestrazione lavorativa.

Anche nella serialità televisiva, che nelle "catfights" (soprattutto verbali) e nei "characters you love to hate" ha alcuni dei suoi ingredienti più importanti, i personaggi femminili cattivi e cattivissimi abbondano. Più frequenti sono però le conversioni e i ravvedimenti della villain di turno, poiché col passare delle puntate o delle stagioni, sotto la costante minaccia del calo degli ascolti, gli sceneggiatori sono costretti a cambiare le carte in tavola e dare sviluppi imprevedibili e spesso poco credibili alla psicologia dei personaggi. Ma d’altra parte queste sono le regole del gioco.

Tra le "cattive" televisive più implacabili e costanti ne ricordo sempre con affetto un paio. Una ha tormentato i miei incubi fin da piccolo, ed è la perfida Diana di Visitors. Come dimenticare le immagini in cui viene spiata mentre si mangia una nutria? Per fortuna grazie a Youtube sono riuscito a rimuovere il trauma infantile, rendendomi conto di quanto la scena dell’orrido pasto fosse molto meno realistica di quanto ricordassi.
Purtroppo la produzione di V-Visitors fu interrotta all’improvviso, quindi non esiste una degna scena-clou finale in cui Diana muore o viene definitivamente debellata. Sono sicuro che sarebbe stata fantastica. Possiamo però ricordare Diana con affetto in questa bellissima lotta all’ultimo sangue e all’ultima permanente con la collega rettiliana e acerrima rivale Lydia. Una bionda, una mora e tanti danni provocati al buco dell’ozono.

Un po’ più sfaccettato, ma costantemente tendente alle trame e alla prevaricazione è il personaggio di Stephanie di Beautiful. Così come Brooke – il suo bersaglio preferito – è legata con l’elastico al letto di Ridge e a quello di tutti i suoi parenti maschi, anche Stephanie non può fare a meno di ricascarci ogni volta: per lei la famiglia è il valore più importante (dove l’ho già sentita questa?) e per proteggere la propria è disposta ad utilizzare qualsiasi mezzo. Quindi che ci sia da ricattare qualcuno, provocare o distruggere matrimoni altrui, fingere infarti o ingaggiare violentatori di Brooke, lei non si tira mai indietro. I nodi prima o poi vengono sempre al pettine, ma hey, siamo in una soap-opera, e nello spazio di due settimane tutto è dimenticato.

Ah, le grandi matrone di una volta!

Tornando però a bomba al tema principale di cui volevo parlare, ovvero il momento della Disfatta della Stronza, credo che poche scene raggiungano le vette di quella del duello tra la Sposa e Elle Driver in Kill Bill. Una Stronza con qualche motivazione plausibile contro una Stronza Pura, con annesso annientamento di quest’ultima (interpretata da Daryl Hannah). Occhio bambini, che fa un po’ impressione.

Kill Mara

Passando dalla fiction prodotta a livello industriale alla fiction casareccia rappresentata dalla politica italiana, peccato davvero che Youtube abbia dei limiti, e che le telecamere 2.0 non abbiano potuto riprendere i dietro le quinte che coinvolgono in questi giorni un personaggio in grande ascesa (fino all’altro ieri) e con le potenzialità per diventare una degna erede di questa tradizione di donne acide e spietate ma-con-classe. Sto parlando ovviamente di Michela Vittoria Brambilla.
Sì, perché pare che la rossa salmonata (sic!) più famosa d’Italia, dopo la schiacciante vittoria del suo mentore, debba accontentarsi dell’umile seggio di parlamentare appena conquistato o di poche briciole in più, mentre dall’alto della loro esperienza politica quasi-quinquennale note vallette andranno ad occupare con raro sprezzo del ridicolo ministeri tanto ininfluenti politicamente quanto ben coperti mediaticamente.

Ma come: e tutti gli zombie-club fondati in giro per l’Italia? E le investiture sorridenti da parte del Grande Capo in persona? E le faticose serate passate ad accavallare le gambe nei teatrini di Vespa e Floris? Tutto tempo, fatica e tinta buttate, ahimé.
Non solo non le si riesce a trovare facilmente neanche un sottosegretariato perché non la vuole nessuno tra le balle; non solo non è riuscita a trovare posto nemmeno nel governo-penombra della Mussolini (e ce ne voleva per essere esclusi da tal consesso di menti); l’ex Delfina deve ora pure sopportare le censure e il sarcasmo a viso aperto da parte dell’intero stato maggiore del suo ormai disciolto partito (pure da parte della Carlucci! Rendiamoci conto!).

Non c’è davvero alcun rispetto né gratitudine.
A Miche’, a questo punto sei in ballo e devi ballare: sfodera la tua ben nota grinta da imprenditrice e agit-prop di successo, e reagisci senza inibizioni davanti alle telecamere: regalaci una scena madre anche tu.

Io e te nell’appartamento

I soldout di Milano, Torino, e chissà quante altre date, così come le notizie che filtravano sull’andamento della prevendita, lasciavano presagire che il concerto dei Baustecche al Viper di giovedì scorso avrebbe fatto il tutto esaurito. Così è stato, e quando mi sono reso conto che sarei rimasto fuori l’ho presa con filosofia: ero io che avevo scelto di rischiare.

Non mi interessava infatti fare i salti mortali per esserci (andandomi a comprare il biglietto in prevendita, o cercando uno degli ultimi tagliandi disponibili all’apertura dei cancelli): in fondo già ho visto il gruppo toscano e milanese d’adozione varie volte in passato, e l’occasione per ascoltare anche i brani di Amen non mancherà (prima o poi da queste parti ripasseranno). E poi diciamocelo, le loro canzoni sono sempre piacevoli da ascoltare e canticchiare, ma quella dal vivo non è certo la loro miglior dimensione (da qui l’affettuoso soprannome di cui sopra).

Ma soprattutto per la stessa sera era pronto il piano B: grazie a questa poco pubblicizzata iniziativa, si poteva entrare in quasi tutti i cinema a 1 euro. E il film in cui ho investito la mia moneta è stato l’horror spagnolo [Rec].

Quella dei registi Jaume Balagueró e Paco Plaza è un’ennesima variazione sull’ormai abusato tema "incubo ripreso in soggettiva da una videocamera". In questo caso il personaggio che inquadra gli eventi non è un cineamatore ma un vero e proprio cameraman, che insieme a una giornalista televisiva ha in programma di trascorrere una serata in una caserma dei pompieri, nella speranza di ricevere delle chiamate e riprendere la brillante risoluzione di qualche caso di emergenza. Quando arriva la segnalazione di un misterioso problema che sembra affliggere una vecchia signora in un appartamento, i due non si immaginano di certo che da quel palazzo non sarà più tanto facile uscire, né per loro, né per le forze dell’ordine accorse, né per gli altri condòmini.

Rispetto alla commistione tra riprese amatoriali ed effetti speciali – nonché tra horror e fantascienza – di Cloverfield, questo è un film molto più semplice nel suo rispettare tutti i cliché del genere "moriremo tuuuutti", nel suo sottogenere che prevede l’incubo prendere possesso di un’ambientazione urbana normalmente rassicurante (per quanto rassicurante possa essere un condominio, nel dopo-Olindo & Rosa…).
C’è la curiosità della "protagonista principale" (la giornalista, con il suo "continua ad a girare"), ci sono le tensioni tra i personaggi, c’è l’elemento soprannaturale, c’è la bambina. [Rec] lo si guarda per saltare sulla sedia pur sapendo bene cosa ci aspetta, insomma. Ed effettivamente si salta, eccome se si salta. Niente di più e niente di meno.

La battuta-chiave: "Tonsillite un cazzo!" (che peraltro non può non ricordare Madre in questi sketch)

Tra l’altro, tanto per chiudere il cerchio e tornare al concerto saltato che mi ha permesso di vederlo, c’erano ben due brani della discografia dei Baustelle in tema con il film: quello che ho scelto si riferisce a una scena ad alta tensione nel finale ed è il meno spoileroso – mentre chi ha visto il film arriverà facilmente a capire qual è l’altro…