Abbandono degli animali? so 00’s…

Quando partono queste catene di casi di cronaca tutti uguali a stretto giro di posta ci si chiede sempre: ma succedeva anche prima? e perché finora nessuno ha detto niente?

Fatto sta a quanto pare il trend giornalistico babau dell’estate 2011 non saranno i pitbull, né le rapine in villa, né i rumeni violentatori. Quest’anno solo bambini abbandonati dai genitori nelle auto per i motivi più vari: normale orario di lavoro, feste, sessioni di slot-machine.
A quando le nuove campagne di sensibilizzazione?

[nel frattempo, i consigli agli italiani per l’estate sono
1) non perdete di vista i pupi,
2) non fate gli stronzi con i cuccioli pensando che le norme anti-abbandono siano passate di moda e non vi arrestino più,
3) NON seguite Tg1-2-4-5-6 e la loro cronaca nera, perché ai pian alti del Palazzo, tra rese dei conti e catene di arresti, ne stanno succedendo di tutti i colori. Sveglia.
]

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Record Store Years (inside Black Candy Store)

[la prima parte è più noiosa. Per chi ha poco tempo: più sotto si parla di un bel negozio e c’è un’intervista]

Mi piacerebbe raccontare aneddoti divertenti e musicalmente romantici sui negozi di dischi frequentati nella mia adolescenza, davvero. Storie come quelle che leggo nei vari post pubblicati ogni anno in questo periodo all’avvicinarsi del Record Store Day, la giornata dedicata ai negozi di musica indipendenti.
Quest’anno in particolare da Vitaminic è partito un invito a una serie di blogger (più importanti e regolari del sottoscritto), per pubblicare i propri post lungo tutta la settimana che precede il Record Store Day 2011 (che cade domani sabato 16 aprile) e raccoglierli virtualmente sotto questo tag, giorno dopo giorno. E’ stato un piacere leggere molti dei pezzi pubblicati, e vorrei dare anch’io un mio piccolo contributo.

… il problema è che io, nonostante l’età non più troppo verde, non ho grandi storie da raccontare sul mio passato nei negozi di dischi. Ho iniziato molto, troppo tardi a comprare cassette e poi cd. Questi ultimi solo a fine anni 90, perché prima non possedevo neanche il lettore – e ciò dice molto su quanto la casa in cui sono cresciuto fosse music-friendly. Sorvoliamo.
I primi cd che ho comprato sono la raccolta What Hits!? dei Red Hot Chili Peppers (poteva andare molto peggio) e uno dei miei dischi preferiti, Siamese Dream degli Smashing Pumpkins (avevo già Mellon Collie, uno dei pochi album comprati in precedenza in cassetta) (il mio primo acquisto riferibile in cassetta era stato Dookie dei Green Day).
Il negozio alla periferia dell’impero dove li ho acquistati (niente di speciale, ma del resto per quanto ne sapevo di musica io…) ha chiuso da quasi 10 anni e non mi manca.
Poi ci sono stati gli anni dell’università, con i negozi del centro di Firenze presi d’assalto dopo gli esami. Spesso anche prima.
Quei negozi per lo più (r)esistono ancora, grazie ai turisti, ai dvd, a tante altre cose che nel 2011 vendono più dei cd. Io nel frattempo ho scoperto anche internet e napster e i blog e tutto il resto, ho ampliato i miei orizzonti musicali e la mia fame di dischi, e dopo un po’ li ho abbandonati per più convenienti e ancor più anonimi megastore. Che nell’ineccepibile logica da consumatore-massaia del “tagliamo ancora la spesa per ogni singolo cd così ne posso acquistare di più” hanno fatto anch’essi il loro tempo, sostituiti dai negozi online che tutti conoscete e dai loro prezzi stracciati.
Insomma, niente sabati pomeriggio passati con gli amici (?) a decidere come dividersi i cd da comprare e poi copiarsi reciprocamente, niente negozietti polverosi popolati da personaggi pittoreschi, niente negozianti saggi e capelloni a consigliarmi. Ho sempre comprato tutto di testa mia, scartabellando e ravanando negli espositori per ore da solo, seguendo gli appunti che mi preparavo a casa sui dischi da cercare – in rigoroso ordine di priorità. Che vita triste.
Oggi dividerei i miei acquisti di cd quasi soltanto tra internet e i banchini dei concerti, se il negozio di cd indipendente, accogliente e pure conveniente (spesso pure rispetto ai megastore) non si fosse assurdamente materializzato a Firenze a fine 2009.
L’anno scorso, all’interno di un post più ampio su altre cose, lo presentavo così (ricopio, più o meno):
Il Black Candy Store (via Caduti di Cefalonia n. 74, zona Novoli) è il negozio nato pochi mesi fa come appendice della omonima etichetta fiorentina. Nelle tre-quattro volte in cui ci sono capitato, ho notato un assortimento sempre crescente e meglio sistemato. La filosofia di questo negozio è quella del vero e proprio negozio indipendente: non comprende il “tenere di tutto” (ci troverete ben poche cose da pomeriggio su Mtv), ma punta su alcuni generi e sul soddisfare chi li segue; ci si può andare sapendo che se i dischi che cerchiamo non ci sono, basterà scorrere i suoi scaffali per imbattersi in decine di tentazioni e occasioni, scoprendo anche qualcosa di nuovo. E comunque si può ordinare quello che non si trova. 
Inoltre, vista la vicinanza con realtà come Audioglobe (distribuzione) e RealityBites (il principale organizzatore di concerti indie internazionali a Firenze e dintorni), i dischi di molte etichette estere si trovano a prezzi assolutamente vantaggiosi. Il reparto italiano, poi, è davvero ampio.
Se a ciò aggiungiamo la presenza di una selezione piccola ma oculata di libri e dvd (a tema musicale e non), ecco che il Black Candy Store diventa il negozio perfetto dove comprare un regalo (almeno per me, che sono in grado di scegliere regali solo in questo ambito merceologico). Ed è praticamente impossibile uscirne senza aver comprato qualcosa anche per sé. I due-tre euri in più rispetto all’acquisto su internet (quando ci sono) valgono assolutamente il gusto di tornare a comprare un cd in un negozio (io avevo praticamente smesso, da qualche anno), togliere il cellophan appena usciti e ascoltarselo subito in auto. Tutto questo dopo aver dato un’occhiata alle copertine delle ultime novità più interessanti e aver scambiato qualche commento con qualcun altro che alla musica ci tiene.

E’ passato un anno e ho continuato a passarci spesso, al Black Candy Store. Ho conosciuto alcuni di quelli che ci lavorano (dj, musicisti, organizzatori di concerti). Non posso dire di spendere lì la maggior parte dei soldi che investo in cd, ma ci ho comprato l’ultimo degli Hidden Cameras, dischi degli Stars e Sufjan Stevens e Dinosaur Jr., decine di compilation fighe con cui far bella figura nei djset. Ho sempre la tentazione di spendere più di quanto posso in dischi britpop e indieammericani. Ci ho incrociato Dente che passava in città, o il Fiumani in uno dei suoi giri da musicomane impenitente.
Insomma, per quanto mi riguarda – ma forse anche per altri che ascoltano un certo tipo di musica a Firenze – più che di Record Store Day bisognerebbe parlare di Record Store Years. Non voglio negare l’esistenza da queste parti (nel passato e tuttora) di altri negozi in cui si è vissuto e si vive tuttora lo stesso clima: ma io non li ho mai incontrati. Probabilmente non erano sulla mia lunghezza d’onda, o non ero pronto io a viverli in quel modo.
Paradossi del mainstrindie (definizione scema con cui a volte riassumo i miei gusti musicali, e che forse si adatta bene anche al mio percorso di appassionato di musica). Gli anni del negozio di cd indipendente per me non sono i ’90, sono questi. E il “vecchio negozio di dischi locale da salvare” è un negozio aperto da neanche due anni.
Per dire a mio modo grazie al BCS ho pensato che no, un post così lungo non bastava, e quindi ho chiesto ad Alessandro Gallicchio, uno dei gestori, di rispondere a qualche domanda.
Ne è venuta fuori una chiacchierata a ruota libera su vari argomenti, alcuni già affrontati fino allo sfinimento nei post che parlano di dischi, altri meno. Io sono quello in corsivo e più logorroico.
***

Dis: Com’è nata l’avventura del Black Candy Store? Da quali esperienze provenivi, e tra quali altri lavori oltre a questo ti dividi?

Alessandro.: L’estate del 2009 è stata molto calda. Ci ha dato alla testa, lo ammetto. E’ così che abbiamo deciso di aprire il nostro negozio di dischi. Eravamo stanchi di andare in quei negozi di dischi ormai diventati il take-away delle ultime novità major e basta. E poi mancava a Firenze un negozio dove con 20 euro puoi uscire contento, con il sorriso e probabilmente con almeno due o tre cd. Ovvio: al Black Candy Store devi decidere di venire e dedicare almeno dieci minuti, non siamo il McDonald dei cd come certe catene o supermercati.
Per quanto mi riguarda (dedico al negozio tre/quattro giorni alla settimana) oltre al direttore del negozio faccio anche altri lavori sempre collegati al mondo della musica, diciamo così: organizzo piccoli eventi a Firenze ormai da un po’ di anni (ultimo tra tutti la direzione artistica dei concerti del Glue), faccio il disc-jockey in giro per la toscana, avevo una piccola agenzia di proto-booking (che sto rimettendo in piedi) e un altro paio di cosette tra Firenze, Siena e Grosseto.

Anche se un’iniziativa come il Record Store Day è volta a preservare/supportare (e aperta alla partecipazione di) un po’ tutti i “vecchi negozi di dischi” (anche “generalisti”, basta che non appartengano a grosse catene), a volte penso che ci possa essere futuro solo per quelli “specializzati” come il BCS, in cui non si trova “di tutto” ma si va per trovare a botta sicura le uscite dei propri generi preferiti o scoprire qualcosa di nuovo nell’ambito degli stessi, in cui vengono privilegiati, anche per scelta artistica, i dischi di (alcune) etichette/distributori indipendenti… 
Tu come la vedi?

Ormai i negozi di dischi sono come i panda: anche se hanno un occhio nero non sono ancora andati KO.

Ovviamente non intendevo stigmatizzare la differenziazione di per sé (che anzi se oculata può contribuire a rendere più accogliente e vitale un posto), o sostenere che oggi nel 2011 un negozio si possa sostenere soltanto con la vendita di cd. Al Black Candy Store, ad esempio, mi pare che attiri diversa gente il servizio di prevendita per gli eventi, e avete anche un reparto libri, dvd, etc. Con quale criterio scegliete cosa tenere?

Teniamo tutto quello che ci piace. Prevalentemente musica che ha un’attitudine rock!

Il vinile: sì, no, forse, quanti, di chi.

Un mio umile parere personale? Il vinile bisogna saperlo comprare. A mio avviso bisogna saper scegliere cosa si preferisce comprare in cd e cosa in vinile. Il vinile richiede un ascolto più “impegnativo” e il cd è molto più fruibile. Mi sento di dire, ad esempio, che non sempre i dischi in vinile hanno una grafica più bella, spesso è solo maggiore la superficie su cui vediamo le immagini dell’artwork. Quindi risponderei alla domanda con un generalissimo “vinile poco e ben selezionato”. Di chi? Beh, ognuno ha i propri gusti personali: io ad esempio ho tutto dei Righeira e dei Nine Inch Nails in vinile (album, mix, 7 pollici).. ma contemporaneamente anche in cd. Quindi sono la persona meno adatta per rispondere a questa domanda.

Fin dall’apertura del negozio ho notato il grande spazio concesso ai dischi delle (più o meno piccole) etichette italiane, sia per quanto riguarda le novità sia come catalogo. Oltre all’omonima e “gemella” Black Candy Records, che per ovvi motivi è quella a cui tenete di più, ce n’è qualcun’altra a cui sei particolarmente affezionato, o che va per la maggiore tra la vostra clientela? E inoltre, passate sempre per i classici distributori oppure avete con qualcuna un canale più diretto?

Il negozio è nato contattando direttamente le piccole etichette italiane, solo alcune però hanno preferito (per motivi loro o per semplice amministrazione) bypassare il loro distributore. Beh, sì, oltre a Black Candy Records (sono usciti di recente il primo disco dei The Hacienda e il nuovo dei Tomviolence; a breve usciranno la ristampa del primo disco dei Bad Love Experience e dopo l’estate un ep – di cover – degli Zen Circus) sono affezionato essenzialmente a due etichette italiane: La Tempesta Dischi e Pippola. Entrambe sono gestite da persone che conosco e stimo moltissimo (Matteo ed Enrico). Con Pippola riusciamo ad avere un rapporto diretto e devo dire che questo fa si che riusciamo a vendere i dischi ad un prezzo minore. Ovviamente non vendiamo solo Brunori, sono andati molto bene anche i dischi di Jang Senato, Dimartino e Dilaila. Per quanto riguarda La Tempesta è un marchio, un collettivo di artisti che amo tantissimo, non solo per le mie origini naoniane [=di Pordenone, NdD]. Purtroppo non mi è possibile lavorare direttamente con Enrico e quindi mi fornisco direttamente dal distributore, Venus Dischi di Milano. Ma mai dire mai…

Più in generale, raccontami qualcosa della clientela del negozio, in particolare quella che lo frequenta e lo “popola” abitualmente. Cosa apprezza o ti chiede di più? Hai notato cambiamenti/ampliamenti del suo spettro di gusti in quasi un anno e mezzo di apertura, oppure facce nuove si aggiungono via via ma è sempre gente dello stesso “giro”?

Fortunatamente la “fauna” del negozio cresce, si creano nuovi appassionati. C’è sempre gente che ci chiede da quanto siamo aperti. Nessuno ci chiede come mai abbiamo deciso di aprire un negozio di dischi un paio di anni fa. Diciamo che la prima cosa che si nota nel nostro negozio sono le novità ma appena la gente abbassa lo sguardo e scopre che abbiamo un catalogo (seppur selezionato) a prezzi decisamente competitivi, beh, spesso oltre a comprare l’ultimo cd per cui è venuta, esce con un paio di buoni dischi. E’ ovvio che se i cd costassero ovunque come da noi, cioè poco più di un pacchetto di sigarete, forse la gente smetterebbe di fumare e comprerebbe più musica. Voglio smentire la diceria che chi compra i dischi è ormai un numero chiuso di persone: vado orgoglioso del fatto che spesso ci sono persone (spesso giovani) che si avvicinano all’acquisto della musica o di un libro proprio nel nostro negozietto.

Ecco, i gggiovani. Per quelli fino alla nostra generazione (trentenni cresciuti con i cd e inepoca pre-Napster) che sono ancora legati all’oggetto “disco”, la possibilità di scaricare “tutto” ha senza dubbio cambiato radicalmente le modalità di selezione dei cd da comprare. Per come la vedo io, lo scaricamento/ascolto in streaming si può assimilare quasi a una radio personalizzata. Ti cerchi le cose, guidato dai consigli di riviste o amici o contatti vari che ne sanno e di cui ti fidi (l’offerta è talmente infinita che già c’è una preselezione sul cosa cercare basata su pregiudizi), te le ascolti più volte, poi via via che le finanze te lo permettono ti compri quello che per te davvero vale la pena avere. Il dubbio però è che per ben pochi ventenni sia così, e che per loro possedere il supporto della musica che amano non abbia alcuna importanza. Ti prego, dimmi che (per la tua esperienza) non è così e che c’è chi compra (buona) musica in cd.

La buona musica non esiste, dipende dai gusti personali che ognuno di noi ha. Anche la “cattiva” (?!?) musica ha il suo pubblico, ed è giusto così. Per molti la buona musica è il jazz, per altri la classica, per altri ancora il progressive rock anni settanta. Io sono una persona che rispetta molto i gusti musicali della gente, molto probabilmente proprio perché anche io ho dei gusti decisamente variegati e bizzarri. Spesso quando compro dei dischi e penso a dove andranno a finire a casa mia (non tengo assolutamente i dischi in ordine alfabetico, questa è una cosa che va fatta in un negozio e non a casa!) e mi immagino ad esempio un disco dei Perturbazione che può andare a finire tra un cd degli Slayer e uno dei Coil. Purtroppo i ragazzi di oggi pensano più a possedere un hard-disc di musica compressa che non un centinaio di cd o vinili. E’ la quantità che conta per loro. Io forse sono un po’ all’antica, ma se compro un disco lo ascolto nello stereo e non penso a metterlo subito nella mia libreria di iTunes appena decompresso. Prendo, annuso il libretto (anche se è un solo foglio!), leggo tutte le note che ci sono, tolgo il cd dalla confezione e me lo ascolto. Lo ascolto!, hai letto bene, e non lo valuto solo per i megabytes che occupa nel mio computer. La moda degli ultimi anni ha portato però molti teenager a comprarsi il giradischi e di conseguenza i vinili. Se questo può servire a (ri)avvicinare i giovani alla musica, ben venga.

I compromessi, aka “il momento Hornby”. Puoi farmi qualche esempio di disco (per te) osceno che hai accettato di ordinare e vendere, e di qualcuno per cui invece hai opposto il “gran rifiuto” oppure gli hai riso in faccia?

Il disco più osceno che ho ordinato? Beh, non posso dirlo, era di un gruppo di amici musicisti ed è uscito per un’etichetta italiana che entrambi ben conosciamo. Non mi sono mai rifiutato di ordinare né ho riso in faccia alla gente… ogni tanto sorrido alle richieste che mi vengono fatte. Penso che lavorare in un negozio di dischi sia divertente, più divertente che andare a fare le multe alle macchine in divieto di sosta. Non va preso come un hobby ma come lavoro, e come tale va preso fatto nel modo più serio possibile (risate). La richiesta di dischi più bizzarra che mi è capitata? Un signore una volta anni fa, quando lavoravo in un negozio specializzato nel metal, mi ha chiesto se era uscito l’ultimo disco di “Satana”. Era molto insistente e convinto. Ci ho messo un quarto d’ora a capire che voleva il nuovo disco di Carlos Santana! Ma forse è un problema mio: non ho mai sopportato le schitarrate di Santana.

A proposito del rischio di autoreferenzialità: un’altra cosa che apprezzo del Black Candy Store è il suo “andare in tour”, ovvero uscire dal negozio di Novoli per presentarsi ai vari concerti al Viper, alla Limonaia di Fucecchio o in altre location, con una piccola selezione di dischi spesso calibrata per genere sul tipo di pubblico e di concerto. Oltre al vantaggio indiretto di far conoscere il negozio, c’è un buon riscontro? E in particolare, ci sono generi/artisti che “vanno via” più facilmente in quelle sedi rispetto a quando li si espongono in negozio, e viceversa?

Abbastanza. Se il cliente non viene al Black Candy Store, il Black Candy Store va dal cliente (cit.). Inoltre sono convinto che ogni disco abbia il proprio acquirente, basta aspettare che passi… e se non passa glielo portiamo noi con i nostri banchini itineranti! E’ un po’ come quella vocina che hanno le donne con le scarpe e/o con le borse, quella vocina che sentono ogni tanto e che dice “Comprami! Comprami!”

La pagina facebook del negozio, che vedo utilizzate abbastanza, è un canale efficace per comunicare con i clienti (richieste, ordini etc.)? Oppure non fa altro che sostituire la vecchia e-mail?

Siamo nel 2011 e il mondo finirà il prossimo anno. Quindi tanto vale provarle tutte, no?


Personalmente, quando ogni anno in occasione del Record Store Day leggo del profluvio di split ed edizioni speciali e limitate per collezionisti, in un rigurgito insieme di snobismo (o anti/snobismo?) mi viene da pensare che in realtà le due strade per riportare davvero nei negozi di dischi chi ama la musica e
non li frequenta già abitualmente siano 1) sconti e offerte mirate, 2) piccoli eventi dal vivo. Due cose che al BCS in effetti si trovano anche nel resto dell’anno. Quanta partecipazione c’è ai piccoli live acustici che organizzate ogni tanto (per lo più con gli artisti che si esibiranno poi la sera stessa in città)?

L’affluenza c’é. Sono molto contento delle parole che dici. Grazie. Il fatto di poter riuscire a far incontrare gli artisti e i propri fan è una cosa importante. Purtroppo ogni tanto veniamo “fnac-culati” a causa di accordi più grandi del nostro piccolo negozietto della periferia nord di Firenze ma poco male. Le soddisfazioni sono proprio quando gli artisti passano a salutare mentre si trovano in città.

E questo ci porta alla stretta attualità: cosa avete in programma al BCS per il Record Store Day di questo sabato [domani]?
Poi ho finito eh :)

Per questa risposta penso puoi fare riferimento al nostro evento su Facebook. Il Record Store Day qui al Black Candy Store sarà un modo per dire che i negozi di musica esistono ancora e vivono; una sorta di resistenza armata, dove le nostre armi sono la musica e la passione.

***

Complimenti! sei arrivato alla fine del post! Ora partendo da qui puoi trovarne tanti altri sullo stesso argomento. Tutti belli e molto più corti!

Le foto del post sono tratte dalla pagina facebook del Black Candy Store.

Per i non facebook-dotati, copio il programma per domani:

10:00 – 11:30 > sconto del 20% su tutti i cd in catalogo
(escluse le novità esposte al muro e i cd ordinati) + sconto del 10% sui cd novità
11:30 – 13:00 > sconto del 40% su tutti i libri
(pausa)
15:00 – 16:00 > sconto del 20% su tutti i cd in catalogo
16:00 – 18:00 > sconto del 30% su tutti i libri
18:00 – 20:00 > sconto del 15% su tutti i cd (catalogo + novità)
dalle 9:00 alle 13:00 ascolto in anteprima del nuovo disco dei tomviolence “God Is Busy” per l’occasione in vendita a 8 €

Sul nostro divano suoneranno:
– alle ore 17:00 > (sorpresa)
– alle ore 18:00 > Nicola (The Rent)
…e altri ospiti musicali durante la giornata.

Infine, durante tutta la giornata:
– “muro del pianto” con cd da 1€ a 6€
– sconto del 25% su tutti i 33 giri presenti in negozio
– 45 giri tutti a 2€ cad.
– film in dvd a 5 € cad. (sono esclusi i dvd musicali e i cofanetti)
– tutti i cd dell’etichetta Black Candy Records a prezzo speciale di 8 € cad, 33 giri a 9 € cad, e 7″ a 3,5 € cad.

(io ci passo)

Tuo figlio si droga. E pure il tuo banchiere

Non si può non segnalare l'oltritudine giornalistica di questa intervista di Andrea Muccioli a La Nazione, pubblicata oggi. Soprattutto per il risalto che le viene dato nella versione cartacea: l'intervista occupa le pagine 2 e 3, mentre una foto di Muccioli Jr. è utilizzata per coprire praticamente l'intera prima pagina.

Il titolone è niente meno che FINANZA, UN CRAC ALLA COCAINA.
Segue estratto: "Nelle borse ci sono broker strafatti che sniffano di tutto, la crisi è anche figlia di questo mondo. Ma la droga peggiore è il vuoto interiore."

True story. Uno si preoccupa di derivati, bolle speculative, politiche monetarie internazionali e modelli industriali decotti, mentre la ricetta per uscirne è semplicissima: cacci per sempre Morgan dalla tv, affidi i pieni poteri a Giovanardi ed ecco che la ripresa è già dietro l'angolo.

Pino, il tuo broker si droga. Ed è gay.

Bluvertigo – La crisi (crack alert!)

Sono il vuoto che c'è dentro di te 

Rispetto

"Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia"

Un paio di mesi fa avevo accolto con un certo sollievo l'intervista a Repubblica di Maria Luisa Busi, in cui la conduttrice di lungo corso del tg1 – anche consigliera FNSI – si ribellava alla piega apertamente e pesantemente propagandistica presa dal principale tg della tv pubblica, già da qualche anno ma sopratutto dopo l'ascesa alla direzione di Augusto Minzolini. Roba a cui spesso si è accenato anche qui.

La notizia di ieri è che la Busi ha annunciato l'intenzione di abbandonare la conduzione del Tg1 delle 20, tramite una lettera di "tre cartelle e mezzo affissa nella bacheca della redazione del telegiornale, indirizzata al direttore Augusto Minzolini e al Cdr, e per conoscenza al direttore generale della Rai Mauro Masi, al presidente dell'azienda Paolo Garimberti e al responsabile delle Risorse umane Luciano Flussi".

Così l'ANSA, che riporta anche il testo integrale della lettera. Lo riporto qui sotto, non prima di alcune mie riflessioni a margine:

1) Probabilmente la Busi ha soltanto anticipato la sua rimozione definitiva della conduzione, che è chiaro sarebbe stata molto vicina – dopo le critiche da lei recentemente fatte. Non la si poteva liquidare come la Ferrario o altri, perché più popolare e trasversalmente stimata.
E' coerente del resto con la linea dei servizi e degli "editoriali" del tg1 che alla conduzione ci stia gente come Giorgino, o come Susanna Petruni (all'edizione delle 20 in questi giorni), già inviata al seguito di Berlusconi, già protagonista di questo bell'episodio sotto la precedente gestione Riotta.
Il fatto che la Busi abbia solo "giocato d'anticipo" su Minzolini – che probabilmente attendeva che si calmassero le acque per farla fuori – non sminuisce comunque l'importanza del suo gesto.

2) Ho ben presente che la Busi non si dimette da giornalista del tg1 – si ritira soltanto dal ruolo di conduttrice. Le critiche della serie "sputi nel piatto in cui mangi" non hanno molto senso. Non vedo perché un giornalista non possa rifiutarsi di abbinare il suo volto a certe nefandezze senza tuttavia rinunciare al suo posto di lavoro (che può mantenere eventualmete rifiutandosi, di volta in volta, di mettere la firma e la voce su servizi il cui contenuto od orientamento gli viene imposto o stravolto).

3) Rispetto ad altri – come quel Di Giannantonio epurato a marzo, che non si era certo vergognato ad annunciare il falso nei titoli sul caso Mills – la Busi è ben più credibile nella sua "ribellione". Il suo atteggiamento nel condurre, per quel che mi ricordo, è sempre stato all'insegna dell'equilibrio e della professionalità. E quando negli ultimi tempi è stata costretta ad annunciare certi servizi vergognosi per la loro frivolezza, l'imbarazzo sul suo volto era percepibile.

4) A ciò va aggiunto che al di fuori del suo lavoro, in tanti anni di servizio e conduzione al tg1, non mi pare di averla mai sentita intervenire o schierarsi da una parte o dall'altra, pur avendo raggiunto una certa notorietà. Questo la differenzia dai Pionati e dai Giorgino, ma anche dai Sassoli e dalle Gruber, per dire.
Quando afferma di tenere il rispetto per i telespettatori il primo posto, insomma, direi che se lo può permettere più di tanti altri – il tutto sempre inquadrato nel contesto del tg1: un telegionale da sempre di tendenza nazionapopolare, filovaticana e filogovernativa, mai davvero consacrato alla "libera informazione".

Non aggiungo altro, perché le parole della Busi dicono molto sulla situazione di oggi al tg1, sulla Rai e sullo stato dell'informazione nel nostro paese (informazione che vede in questigiorni un attacco durissimo con la legge-bavaglio sulle intercettazioni).

"Caro direttore,
ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell'edizione delle 20 del TG1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori. Come ha detto il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: 'la piu'grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell'ascolto tradizionale'.

Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perché è un grande giornale. E' stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese.

Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l'informazione del TG1 è un'informazione parziale e di parte. Dov'é il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d'Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché negli asili nido non c'é posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l'onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell'Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est che si tolgono la vita perché falliti? Dov'é questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell'Italia esiste. Ma il tg1 l'ha eliminata.

Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.

L'Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un'informazione di parte – un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull'inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo – e l'infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale.

Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell'affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. E' lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori.

I fatti dell'Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. E' quello che accade quando si privilegia la comunicazione all'informazione, la propaganda alla verifica.

Ho fatto dell'onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente. Pertanto:

1)Respingo l'accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente – ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI – le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c'é più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.

2)Respingo l'accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.

3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l'intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all'azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di "danneggiare il giornale per cui lavoro", con le mie dichiarazioni sui dati d'ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni.

Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: 'il tg1 dara' conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche'.
Posso dirti che l'unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto.

Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama – anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta – hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita 'tosa ciacolante – ragazza chiacchierona – cronista senza cronaca, editorialista senza editoriali' e via di questo passo. Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20.

Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno.
Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del TG1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere"
.

Record Stoned Day

[ovvero: Fnac, strizzoni e Black Candy Store]

fnac-inaugurazioneIl titolo di questo post lo avevo deciso oggi pomeriggio, quando trovandomi nelle vicinanze sono passato all'inauguraizone della FNAC "di Firenze", in realtà insediatasi nel centro commerciale I Gigli a Campi Bisenzio. Il programma dell'inaugurazione, che secondo il sito Fnac doveva essere presentata da Paola "ora anche al gusto burlesque!" Maugeri, prevedeva infatti alle 21 l'esibizione di NoemidiXFactor, ma soprattutto alle 1930 Gianluca Grignani. Memore delle sensazionali testimonianze rock and roll regalate dal nostro a Youtube, già pregustavo la sbroccata, il farfugliamento, il collassone, la gaffe.

E' andata a finire diversamente: prima di tutto [Inizio Update] perché ormai come blogger perdo colpi, e l'inaugurazione con gli ospiti come da link sopra era giovedì sera (e quindi anche il titolo del post è tutto un film mio, ma magari proprio per questo ci sta bene lo stesso) [Fine Update]; erano in compenso presenti in uno shoecase acustico i Motel Connection (poche ore dopo in concerto a Prato). E poi perché mentre Samuel cantava un paio di canzoni (ripetute più volte? mi sembravano sempre le stesse), il qui presente blogger veniva colto da attacco di colite fulminante. Beh, non proprio fulminante grazie al cielo, sono anche riuscito a tornare a casa agilmente (=tra atroci dolori).
Ho comunque avuto il tempo di un veloce giro perlustrativo dei reparti cd e libri (il resto l'ho completamente ignorato, come continuerò probabilmente a fare nelle prossime occasioni). E ho fatto la mia conoscenza con il sistema del tesseramento Fnac (fino ad ora non mi ero mai interessato al suo funzionamento, vista la mancanza di punti vendita vicini).

Diciamo subito che la convenienza della Fnac sta tutta in un uso intelligente di promozioni e tessera. Soprattutto per quanto riguarda i cd, infatti, i prezzi sono senz'altro concorrenziali rispetto ai negozi e agli altri megastore, ma più o meno equivalenti – salvo qualche caso di disco di catalogo superfamoso piazzato come prodotto civetta –  rispetto alle possibilità che offre l'acquisto online (Play, CdWow, Amazon etc.).
Per quanto riguarda il reparto "alternative" (plauso per la dicitura, senz'altro più adatta di "indie" per contenere tutto il calderone del poprock meno da classifica, da Joanna Newsom ai Soft Pack, dai Magnetic Fields ai Joy Division), è ben fornito anche se non omnicomprensivo (ma nessun negozio di musica può davvero esserlo); i prezzi per le cose di importazione americana sono alti come su internet, e poco meno che nei piccoli negozi.
Bocciato in pieno il reparto italiano. Nessun disco di etichetta indipendente, poche differenze con l'assortimento di un'Ipercoop (nemmeno di un Mediaworld!), pareti intere All-Ligabue tra le offerte (ma c'era anche di peggio).
Buono infine il reparto di repertorio "generalista" internazionale.

Dove le cose vanno meglio è tra i libri: assortimento discreto (ottimo rispetto agli standard che offre un centro commerciale, ma non al livello di una Fnac di città, per quel che mi ricordo di quelle che ho visto, né delle più importanti librerie del centro di Firenze), buone offerte.

Se si fa la tessera se ne ammortizza presto il prezzo, perché i soci hanno sempre il 10% di sconto su libri e cd (per i dvd invece bisogna approfittare delle giornate di benvenuto o dedicate ai soci; giornate in cui lo sconto sui libri sale al 15%).
Va detto che sulle cose già in offerta tale sconto non si applica: però alla lunga c'è comunque risparmio, grazie all'immancabile raccolta-punti. Ogni scontrino anche minimo – non più di uno al giorno – dà infatti diritto a diversi punti sulla tessera. Il massimo risparmio si ha comprando poco ogni volta e accumulando quindi "velocemente" e con "meno spesa" i punti per i buoni sconto. Questa tattica naturalmente sarebbe molto più sfruttabile in un negozio di città, davanti al quale si può capitare molto spesso (penso ad esempio al popolo degli studenti universitari) senza doversi muovere apposta.

Morale della favola? Io ho per ora rimandato il tesseramento, e sono incredibilmente riuscito a uscire senza acquisti (!). Consumismo sconfitto. Il malessere ha aiutato.
Sono comunque felice di questa apertura, più per i libri (anche se ci comprerò sicuramente anche qualche cd). Continuo a essere perplesso sulla scelta della catena europea di aprire a Firenze in un non-luogo come un centro commerciale di periferia, mediamente frequentato da gente in mood "prendi l'offerta e scappa" (del resto io stesso finora ho parlato di soldi), oltre che da un target complessivamente più "basso" a livello di consumi culturali. Quello che temo è che questo negozio si adegui passivamente a tale target invece di "influenzarlo" o di crearsene uno nuovo, privilegiando inoltre la cura della parte hi-tech (telefonia, hi-fi, informatica, videogiochi) rispetto a quella contenutistica (assortimento di qualità e aggiornato per libri e audiovisivi).

Per quanto riguarda i cd, le mie fonti di approvvigionamento principali resteranno i banchini dei concerti e i negozi online. E quando ho voglia di comprare qualcosa in un negozio, prima che dalla Fnac continuerò a rivolgermi in primis al Black Candy Store.

blackcandystoreIl Black Candy Store (via Caduti di Cefalonia n. 74, zona Novoli) è il negozio nato pochi mesi fa come appendice della omonima etichetta fiorentina. Nelle tre-quattro volte in cui ci sono capitato, ho notato un assortimento sempre crescente e meglio sistemato. La filosofia di questo negozio è quella del vero e proprio negozio indipendente: non comprende il "tenere di tutto" (ci troverete ben poche cose da pomeriggio su Mtv), ma punta su alcuni generi e sul soddisfare chi li segue; ci si può andare sapendo che se i dischi che cerchiamo non ci sono (dipende anche dai propri gusti, qui il catalogo è un po' più sbilanciato su britpop e britrock), basterà scorrere i suoi scaffali per imbattersi in decine di tentazioni e occasioni, scoprendo anche qualcosa di nuovo. E comunque si può ordinare quello che non si trova. 
Inoltre, vista la parentela/vicinanza con realtà come Audioglobe (distribuzione) e RealityBites (il principale organizzatore di concerti indie internazionali a Firenze e dintorni), i dischi di molte etichette estere si trovano a prezzi assolutamente vantaggiosi. Il reparto italiano, poi, è davvero ampio.

Se a ciò aggiungiamo la presenza di una selezione piccola ma oculata di libri e dvd (a tema musicale e non), ecco che il Black Candy Store diventa il negozio perfetto dove comprare un regalo (almeno per me, che sono in grado di scegliere regali solo in questo ambito merceologico). Ed è praticamente impossibile uscirne senza aver comprato qualcosa anche per sé. I due euri in più rispetto all'acquisto su internet (quando ci sono) valgono assolutamente il gusto di tornare a comprare un cd in un negozio (io avevo praticamente smesso, da qualche anno), togliere il cellophan appena usciti e ascoltarselo subito in auto. Tutto questo dopo aver dato un'occhiata alle copertine delle ultime novità più interessanti e aver scambiato qualche commento con qualcun altro che alla musica ci tiene.

Domani, sabato 17 aprile,  è il Record Store Day, giornata dedicata in tutto il mondo alla tutela di negozi come questo. Se andate da Black Candy Store domani, troverete un sacco di sconti: vi conviene leggere qui (o qui) e scegliere oculatamente l'orario in cui visitarlo, perché le offerte si alterneranno nell'arco della giornata.

Ma al di là della ricorrenza, il consiglio (per i fiorentini o i visitatori musicofili) è comunque di farci un salto appena avrete tempo. Oltretutto, vista la collocazione in zona semi-centrale, è ben raggiungibile sia con i mezzi che con l'auto.

Emosessualità, cosa ci vuoi fare?

Interrompiamo momentaneamente le trasmissioni di questo blog per suicidarci (visto? il disagio giovanile c'è davvero! e c'entrano i blog, l'avevo detto!) dopo aver dato un'occhiata a questa cosa comparsa oggi su Repubblica.it (con tanto di richiamo in prima pagina del tutto, test psicologico degno di radiazione dall'albo compreso).
Moda nel look e nelle acconciature, autolesionismo, orientamento sessuale e identità di genere: tutte questioni chiaramente collegate e indistinguibili…

Identità sessuale, ‘emo’ nel segno dell’ambiguità
La bisessualità nell'adolescenza è sempre esistita. Il fenomeno oggi è in aumento, tra gli 11 e i 16 anni sei ragazzi su dieci hanno avuto esperienze omosessuali. E ora gli specialisti si chiedono se sia una moda o un 'modo' di essere. Gli 'Emo' sono il simbolo del cambiamento e dichiarano: "Siamo bisex e bi-curious"
L'ARTICOLO Adolescenti nell'ambiguità. IL TEST Maschio o femmina?

Le 3 slide messe frettolosamente a corredo delle solite due ricerche pressappochiste da pagina di costume sono esilaranti. Tra i pericolosi accessori tipicamente emo-sessuali troviamo addirittura il lettore MP3. Dal paniere ISTAT a segnale allarmante di deviazioni irreparabili senza passare dal via. Ma attenzione (care mamme previdenti all'ascolto) anche alle scarpe Converse ("Coverse" nella grafica) e alle felpe con lo zip! Non parliamo poi di presagi di sciagura imminente come i tatuaggi a forma di farfallina e le cinture con colori sgargianti.

barbie-gaga
Il top comunque si raggiunge con la pagina dedicata alla musica mortifera. Questa qui sopra. Un trionfo del LOL, dalla Barbie-GaGa ai simboletti emo (i miei preriti sono il "Taglio Nelle Vene" e il "Teddy Mutilato"), fino ai Black Eyed Peas (?) inseriti tra gli eroi musicali emo insieme ai Tokio Hotel e alla stessa Lady GaGa (la quale dopo esser stata scambiata per drag queen ed essersi spacciata per ermafrodita, ora mi diventa magicamente "popstar bisex").

(cliccate sullo screenshot per ingrandirlo: lo riporto perché, in un impeto di ingiustificato ottimismo, ho sperato per un momento che – proteste o meno – qualcuno della direzione del giornale si renda conto del trojajo e per decenza elimini dal web tutto quanto -se proprio non può licenziare in tronco "redazione Salute" al completo e ideatori delle slide).

Elio E Le Storie Tese – Omosessualità 

«Le tette, a casa le hai lasciate?»

ilcorpodelledonne
Di questa roba se ne può scrivere con più tranquilità oggi, con l’8 marzo alle spalle.
In realtà, se proprio vogliamo trovare una ricorrenza tutta italiana riguardante le donne, dobbiamo probabilmente lasciarlo perdere, l’8 marzo.

… potremmo per esempio aspettare poco più di un mese e prendere la data del 28 aprile, giorno in cui nel 2009 fu resa pubblica l’uscita dell’ex first lady Veronica Lario sul “ciarpame senza pudore” delle liste Pdl per le elezioni europee. Di lì a pochi mesi sarebbero arrivate Noemi Letizia, Patrizia D’Addario e tutte le altre, in una catena di rivelazioni sconcertanti su minorenni alla corte del presidente del consiglio, ragazze immagine che girano filmati o trascorrono notti prezzolate in sedi istituzionali, candidature promesse più o meno in cambio di favori sessuali.

courtney-francesPassata l’estate (periodo più favorevole ai polveroni mediatici più pruriginosi), sarebbero arrivati nuovi scandali di altro e vario genere: a un anno di distanza dall’inizio di tutto, abbiamo constatato quanto significativi siano stati gli scossoni alla popolarità dei protagonisti (qualcuno ci ha anche guadagnato i galloni di rockstar). E anche mantenendo il discorso sul piano più ristretto della dignità delle donne, non sembra che ci siano state reazioni culturali granché efficaci a invertire l’imbarazzante trend in atto da decenni nel nostro paese.

Naturalmente sarebbe ingenuo ridurre a questione da Italietta il tema dello sfruttamento dell’immagine femminile nello spettacolo e nella comucazione in generale (tema peraltro vastissimo – e il qui presente non maneggia gli strumenti culturali necessari per addentrarcisi con piena cognizione di causa). Anche limitandosi alla musica e alla cultura pop, gli spunti sarebbero infiniti. E una variabile importante è il comportamento delle stesse protagoniste del mondo dello spettacolo, a vari livelli (per una Amanda Palmer ci sono mille Rihanna pronte a sculettare come carne da macello, per dire).

Ciò premesso, mi sembra opportuno rilanciare anche qui il link al documentario Il Corpo Delle Donne (per quanto si sia ormai abbastanza diffuso in rete): la sua semplice visione, anche al netto delle riflessioni estetico-psicologiche della co-regista e co-autrice Lorella Zanardo sulla scomparsa delle donne come individualità dai media e sulla parallela scomparsa delle facce, è esperienza piuttosto forte. Una sorta di Videocracy più concentrato sull’uso del corpo femminile, non rivela niente di nuovo a chi ha un minimo di familiarità con il paese reale (quello la cui agenda politica e culturale è dettata da Striscia la Notizia e Amici Del Grande Fratello), ma le gallerie degli orrori che propone fanno comunque una certa impressione (per usare un eufemismo).

Gli auguri ce li meritiamo tutti quanti, altro che donne.

(il documentario dura 23′ e si può vedere tutto intero a questo indirizzo, dove è disponibile anche in altre lingue: se preferite Youtube potete iniziare dalla prima parte qui sotto, e poi proseguire con la seconda e la terza)

Manic Street Preachers – Little Baby Nothing (video)

Berlusconi’s censorship in Italy: on public tv David Mills becomes «acquitted»

Last Thursday, Italy’s highest appeals court (“Supreme Court of Cassation”) invalidated last year’s sentence which found english lawyer David Mills guilty of taking a bribe from italian Prime Minister Silvio Berlusconi.

David Mills, the estranged husband of British Olympics minister Tessa Jowell, was convicted and sentenced to four and a half years’ jail both by the first Court (on 17 February 2009) and by the Court of Appeal (on 27 October 2009).

The “Cassazione” Court never settles the merits of the cases. The charge has just been “timed out” by a statute of limitations, because in Italy the time limit for bribery crime is 10 years. However Gianfranco Ciani, the Assistant Chief Prosecutor of the Court of Cassation, added that “there are not the grounds for David Mills to be acquitted on the facts of the case” (we could add that the british lawyer is so “clean” that he has to pay €250,000 to the Italian state as compensation for giving evasive evidence, plus legal costs).

… so far, nothing new for you people from abroad, who perhaps come here to this blog from the web. These news are available worldwide.

What you probably don’t know is how the news about the last verdict was given by TG1, the broadcasting newscast on the main italian public tv-channel Raiuno (which has always followed a strictly “censorship policy” on all of Berlusconi’s scandals and criminal issues, including the ad personam laws, the various sentences which acknowledged connections between the Mafia and politicians close to him, and the various 2009 “sex-gates”).

[ alternative links for the same video (26 February 2010, 13.30h edition): 1, 2, 3 ]

According to the TG1 headlines and its speaker’s introduction to the filmed report about the news, the verdict for David Mills was not “CHARGE TIMED OUT  BY THE STATUTE OF LIMITATIONS” , but “ACQUITTED”, “NOT GUILTY” (“assoluzione“). Subliminally meaning that Berlusconi was found innocent as well.
And no, “charges timed out” and “not guilty” are not exactly the same thing.

Only in the subsequent film report from the Court you could hear the correspondent from the Court talking about “prescrizione” (=the statute of limitation) as the legal ground for the quashing of the Court of Appeal sentence.

Further information: despite the facts being the same, David Mills and Silvio Berlusconi haven’t been judged in the same trial. Berlusconi was scratched from the trial and prosecution against him was suspended because of the Immunity Law called “Lodo Alfano”. Italy’s Constitutional Court threw out this law on 8 October 2009 (it wasn’t the first “ad personam law” he prepared and got voted in 15 years, and not the first Immunity Law thrown out by the same Court).

The trial against Berlusconi still has to begin from the first Court, and even if their judges will maintain the same decision on the merits (it’s already been proved that Mills received money from Berlusconi, but just in the Mills’ trial) it’s pretty sure that by the time the trial arrives to the “Cassazione” Court  the charges against him will be “timed out” by the same statute of limitations (the trial will be “timed out” in less than a year…).

That day, the TG1 speakers will probably repeat this NOT GUILTY declaration.

Many italians believe in the “state of law” and democracy, didn’t vote Berlusconi’s majority, don’t accept all of this shameful, unceasing propaganda. This part of italian people doesn’t seem to have any political chance to defeat Berlusconi’s huge concentration of political, economical and information power (in a country where most of the people – 69,3%, according to this recent survey – only gets information from television, he directly controls or exerts censorship on the 3 national public channels, and OWNS the other 3 most important channels).

This post is just another message in the bottle directed to the world, before media control by this anti-democratic majority possibly extends to the internet.

La Cina è vicina (“China is near”) is the title of a 1967 movie, but due to the rhyme is commonly used in Italy as a joke or a verbal phrase when we speak about China and its economical-political threats.However, the world must know that China is not near: China, with its regime bulletins, is already in Europe. In Italy.

– – –

P.S. & Disclaimer
– Sorry for my approximate english, I’m not an english native neither a professional english writer (this is an italian-written blog). Any correction about mistakes is welcome, and I’d be glad if many people spread these news across the world in their own – better – way. [UPDATE: thanks to Kay and Evaristo for some advices and corrections]

In this post (italian language) you can read about some spontaneous protests in Italy against TG1 censorship and lies.

The day the music died

beatles_usbFor the first time ever, the "Fab Four’s" incredible legacy is finally available in USB format. Every discerning music fan has been waiting for this: the biggest, most anticipated catalogue reissue in music history. Following four years of painstaking work at the legendary Abbey Road Studios with cutting-edge technology, this superbly presented Apple-shaped stick includes all The Beatles’ 14 stereo titles, including 13 mini-documentary films about the recordings.

The 16GB USB’s audio and visual contents are provided in FLAC 44.1 Khz bit and MP3 320 Kbps formats. This groundbreaking release is fully compatible with both PC and Mac.

No Beatles follower should be without this incredibly comprehensive collection, finally delivering the fans what they’ve always been waiting for.

C’è forse bisogno di argomentare il titolo del post? Penso che questa roba qui sopra (per ingrandire e vedere meglio i prezzi cliccateci, o andate sulla pagina di Play.com da cui proviene lo screenshot) si commenti da sola.

Nell’epoca della morte del supporto cd il marketing discografico sembra seguire mille direzioni. Ai due estremi sembrano esserci il revival del più scomodo vinile e dell’inutilizzabile musicassetta da una parte e la musica senza supporto dall’altra. Questo è un caso ibrido, con contenuti audio e video "liquidi" (ma EHI, di qualità altissima!) contenuti in un gadget figo (per chi è molto attento al design), così figo da giustificare il fatto di costare più dell’intero cofanetto con i cd e dvd in stereo).
MA. PER. FAVORE.

E sì, lo so che ripeto sempre le stesse cose: però io non ho cambiato idea. Mi piace la buona musica ("buona" è una qualificazione soggettiva, certo: ma sul fatto che i Beatles vi rientrino penso che la maggior parte delle persone abbastanza di buon gusto e abbastanza poco snob da leggere questo blog sia d’accordo); e mi piace che la musica che amo sia sprigionata da un oggetto fisso. Precisamente un oggetto come il cd, che posso utilizzare e che accompagni la musica con l’artwork che per essa è stato concepito. Non un soprammobile nella cui memoria, dopo aver cancellato la cartella Rubber Soul, posso caricare impunemente il video di Bad Romance o l’ultima scoreggia dub-step.

The Beatles – I Want You (She’s So Heavy)

Scampati all’ennesima figuraccia. Anzi, no.

Il terribile terremoto che lo scorso 12 gennaio si è abbattuto su Haiti, provocando centinaia di migliaia di vittime e mettendo in ginocchio il poverissimo paese caraibico, si è portato via anche una vittima fiorentina. Si chiamava Guido Galli ed era un funzionario dell’ONU che lavorava dal 2008 ad Haiti presso la missione di peacekeeping "Minusth". Stava partecipando ad una riunione in un albergo che è crollato su se stesso.

Qui il commovente sito commemorativo (via Controradio), pieno di messaggi di affetto provenienti da tutto il mondo, creato dal suo compagno – compagno la cui esistenza, per inciso, risulta a livello di stampa nazionale solo da questa Apcom e dai trafiletti che la riportano, mentre ogni articolo più "corposo" descrive minuziosamente nella biografia ed aneddotica sul defunto soltanto il resto della famiglia, cancellando la persona a lui più vicina. Ma non è il momento di fare polemiche su questo.

Perché c’è purtroppo da registrare uno sfondone ben più clamoroso (a certe censure in questo paese siamo abituati): responsabile è tanto per cambiare La Nazione, che seguendo il trend (molto in voga dopo le tragedie di questo tipo) del lanciare notizie del tipo "persona (ma meglio bimbo o neonato) ritrovata dopo tot giorni viva sotto le macerie", il 14 gennaio lancia questo titolo a tutta pagina

«Solo morte e macerie
Scampato per miracolo al disastro di Haiti»
Guido Galli, fiorentino, superstite della sciagura

Nel link qui sopra potete vedere con i vostri occhi la pagina di giornale e leggere il testo di quella che viene presentata come "intervista", e che consiste in realtà di una sola frase («E’ stato un inferno — ha detto Galli —. Il mio capo e il collega che stava con me sono morti nel crollo del palazzo in cui in quel momento stavamo lavorando»).

Leggere l’intero articolo, che infiocchetta di particolari rassicuranti quella frase – non si sa bene se inventata (e da chi) o se pronunciata da qualcun altro e poi male attribuita -, è semplicemente agghiacciante ("si è salvato, nonostante tutto intorno continuassero a crollare macerie e si levassero grida e immagini di morte"; (…) "non risulterebbe neppure tra i feriti").

Per dovere di chiarezza, ecco il triste seguito (perché prima di tirare ognuno le proprie conclusioni è giusto avere informazioni più complete):
– il 16 gennaio su La Nazione appare un articolo non firmato in cui si dà la notizia che Galli si era salvato era infondata (senza alcun accenno al fatto di aver ampiamente contribuito a diffonderla come giornale), e nonostante il fiorentino non risultasse nelle liste di morti e feriti ancora non si sapeva niente;
– in un articolo del 18 gennaio (non firmato) Galli è segnalato come ufficialmente disperso;
– infine il 19 gennaio ecco la notizia del ritrovamento del corpo (comunicata un giorno prima alla famiglia), con ampio corredo di articoli (con le dovute omissioni di cui sopra).

Solo il 20 gennaio appare, nella cronaca di Firenze, un articolo di scuse del giornalista che aveva firmato l’articolo bufala con il virgolettato falso che ha probabilmente illuso, se non la famiglia che aveva fonti più dirette, tanti conoscenti della vittima.
Ecco le sue giustificazioni:

"La frase attribuita a Galli mi è stata riferita nel corso di decine di telefonate di controllo.
Con una quarantina di persone sono riuscito a parlare, altre utenze invece non erano raggiungibili. Poi ho controllato se c’erano siti internet che ne parlavano, siti locali di giornali in lingua italiana. E’ stato un lavoro di ricerca e di verifica lungo e difficile nel corso del quale mi è stata riferita quella frase attribuita al funzionario italiano scampato al terremoto: in realtà non era stata pronunciata dal nostro concittadino, ma da un altro dipendente delle Nazioni Unite, fortunatamente e realmente scampato al disastro. Ma questo l’ho potuto sapere solo un giorno e mezzo più tardi.
Per scrupolo, comunque non avevo scritto nulla della vicenda fino a quando – in nottata – la notizia che Guido era salvo ci è stata confermata dalla famiglia, informata al riguardo da organi ufficiali, famiglia che ha aggiunto anche altri particolari di cui era venuta a conoscenza e che coincidevano con le informazioni da me raccolte.
"

Personalmente comprendo le difficoltà di comunicazione in un contesto simile, e prendo atto che certi errori possono verificarsi e che la notizia rivelatasi poi fasulla è stata almeno data dopo aver effettuato un riscontro con quello che al momento sapevano la famiglia e le autorità. Ma continuo a ritenere abbastanza vergognosa la pratica di imbastire articoli a tutta pagina che per puri scopi sensazionalistici "vendono" storie a lieto fine con interviste rassicuranti, quando l’intero articolo è montato attorno a un breve virgolettato che non si è ottenuto di persona né evidentemente controllato a sufficienza.

Potrei aggiungere molte altre osservazioni su come da un foglietto provinciale come La Nazione (sempre più tristemente ridotto al binomio cronaca sportiva + alimentatore dell’agenda politico-culturale delle destre) mi aspetti questo e altro. Ma mi limiterò a dire che a mio modesto parere questo comportamento, se non si chiama sciacallaggio, di certo non è nemmeno giornalismo.

Scrivere questo post è stato sgradevole, sotto vari punti di vista, e lo sarà probabilmente anche leggerlo; ma certe nefandezze non devono passare sotto silenzio, e mi sembrava giusto fare la mia piccola parte perché più persone possibili sapessero.

Star 69

Certe chicche non possono restare confinate ai social network. Tipo l’ennesima immensa, colossale, impareggiabile figura di cacca de Il Giornale meno credibile del mondo:


Volantino Br alla sede del Giornale: se lo sono scritto da soli
E’ stato lo stesso destinatario delle minacce, un giornalista collaboratore della sede genovese del Giornale, a scrivere il presunto volantino delle Brigate Rosse recapitato in redazione. Lo hanno accertato gli agenti della Digos di Genova che hanno denunciato l’uomo per simulazione di reato e procurato allarme, come spiega l’Ansa.
La lettera minatoria, scritta a mano e con una stella a cinque punte, era stata rinvenuta la settimana scorsa sotto la porta d’ingresso della redazione genovese del quotidiano.
(…continua) [via colas]

E pensare che tutti sospettavano una cellula formata dai temibili parcheggiatori di auto sui marciapiedi o da "gli extracomunitari che bivaccano nella zona. Indisturbati".

Che poi uno preso dala curiosità si mette a spippolare su googlenews, e scopre che quelli de Il Giornale si erano pure lamentati perché per giorni nessuno li aveva cagati (quando si dice avere una credibilità tra i colleghi):
L’agenzia Apcom «batte» la notizia alle 17.26 di ieri: «Lettera minatoria a giornalisti redazione genovese del Giornale. Stella a cinque punte, per gli articoli sulla Valbisagno». Cinque giorni dopo il primo articolo uscito sul caso, è anche la prima agenzia a dare la notizia. Nessuno dei colleghi se n’era accorto prima che un volantino con minacce di morte a Francesco Guzzardi e in genere contro l’intera redazione era stato consegnato alla nostra sede.

In realtà la solidarietà degli altri quotidiani è trasversale, visto che sempre stando a googlenews pochissimi quotidiani (solo il Secolo XIX di Genova e il Messaggero tra i più importanti) hanno parlato della poracciata, almeno fino ad oggi.
Forse più che solidarietà è volontà di non infierire.

Star 69

Rockstar dell’anno

La mia rockstar dell’anno non è quella di Rolling Stone (immagine presa qui).

rockstardelcazzo
E capisco tutto, eh. Mi rendo conto la scelta di scherzare su Berlusconi in questo modo è una mossa di comunicazione geniale. Ma personalmente non mi fa ridere, non mi piace e – se lo facessi abitualmente – non credo che comprerei Rolling Stone questo mese (i dati di vendita sicuramente mi daranno contro, la polemica – a cui sto io stesso contribuendo – tira sempre).

In questi casi mi sento sempre più spesso un brontolone serioso e insopportabile (non anche del tutto solitario, per fortuna), che grida all’emergenza anche nel momento in cui gli altri vogliono rilassarsi e farsi due risate.
Però lo ripeto, non mi piace una scelta di questo genere, paracula perché fa parlare della propria rivista ed è in grado di suscitare l’ammirazione di tutti. Quelli contro Berlusconi (perché comunque c’è sarcasmo), e quelli a favore: oggi i vari Tg ormai occupati militarmente dal Pdl davano il lieto annunzio della copertina tra un sorriso e un colpetto di gomito, sorvolando allegramente sulle intenzioni ironiche.

Lo stile di Rolling Stone è da anni quello, lo so. Mi ricordo (ma ce ne saranno state altre ancor più provocatorie) una copertina di anni fa su G.W. Bush (anche lui "rockstar"). Ma Bush è lontano, ed è il presidente di un paese in cui c’è libertà d’informazione e di critica. Berlusconi è qui, sta facendo a pezzi la nostra società e la nostra democrazia. C’è bisogno di alimentare ulteriormente il culto attorno alla sua persona?

Mi si potrà obiettare che dal punto di visti degli effetti – voluti o meno – Repubblica, con la sua campagna permanente contro la persona del presidente del consiglio, ha fatto ben di peggio. E non ci possiamo nascondere che dietro al diecidomandismo non c’è soltanto (giusta, fondata) critica socio-politica, ma anche la precisa volontà di attirare visite e vendere copie.

Ma Repubblica è un quotidiano, non può evitare di parlare di politica. Deve dare notizie. Preferisco che lo faccia denunciando con livore le sconcezze di cui altri tacciono,  anche se non ottiene altro risultato che di vendere più copie.

Rolling Stone si occupa di intrattenimento. E se per farti pubblicità nel campo dell’intrattenimento utilizzi un messaggio ambivalente come questo…beh, sei libero di farlo. E io di criticarti.
Anche per aver fatto finire la scritta PEARL JAM sopra il capello trapiantato di una persona che disprezzo.

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Per inciso: la mia rockstar dell’anno (ma non solo di quest’anno) è quella della foto sotto. Questo è solo l’ultimo di una lunga serie di motivi (per aggiungere qualcos’altro, potrei dire che trovo molto più rock vivere da anni sotto scorta che dare feste con minorenni e mignottone nei palazzi sede del governo o di vertici internazionali; che trovo molto più rock rischiare la vita tutti i giorni per il fatto di essere un giornalista, piuttosto che tenere giornalisti sotto ricatto o sotto stipendio per pilotare l’informazione a proprio favore; che trovo più rock combattere la criminalità organizzata che offrire posti in parlamento o nella propria villa a personaggi che con essa sono compromessi. Ma naturalmente il concetto di rock è soggettivo).

Rockstar dell
Una scelta scontata, sì, che se fatta per una rivista si attirerebbe accuse di buonismo ben peggiori di quelle di opportunismo che si è attirata (e si attirerà) la scelta di Berlusconi da parte di RS.
Però questo è solo un inutile blog. Un blog dove – pur consapevoli del fatto che in Italia ci sia poco da ridere di questi tempi – si scherza e si cazzeggia. E che – proprio per questo – vuole ribadire la differenza tra scherzo e ambiguità.

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DOPPIO UPDATE:

1) Mi fa notare il provvidenziale Onan che Saviano ha avuto per l’appunto la cover come "rockstar dell’anno" da RS esattamente un anno fa (esattamente con le polemiche che avevo ipotizzato). Il che rende se vogliamo un po’ ridicola la seconda metà di questo post, ma non cambia la mia impressione sulla copertina di quest’anno. Può esser triste allo stesso modo ridurre a "rockstar" da rivista Saviano e Berlusconi, ma non è la stessa cosa.

2) Proprio a tal proposito: potete considerare questo post una versione "demo" (e non credete agli indie-fans, i demo sono sempre PEGGIORI delle versioni finite); ho rielaborato il post aggiungendo qualche altra riflessione, e il risultato sta su Inkiostro (OMG!).

Rotten Apples

Con riferimento al penultimo post mi hanno dato privatamente di nerd.
Giusto in tempo per questo post, in cui mi propongo di attaccare quello che è il feticcio nerd-snob per eccellenza: il Mac.

Il dibattito tra adepti e detrattori della Apple esiste da anni, e ha senz’altro visto interventi più competenti ed esaustivi del mio.
Io voglio limitarmi a qualche considerazione sui motivi per cui, per quel che mi riguarda, Apple=no buono.

1) L’altro giorno mi trovavo in un megastore appartenente a una nota catena, con prezzi mediamente competitivi. Ho dato un’occhiata al costo dei portatili. Lasciando da parte la categoria dei mini-portatili con schermo a 8 pollici, il più economico notebook completo di tutto il necessario a un utente medio (160 giga di harddisc, memoria decente, webcam, wifi, dvd, prese usb, schermo 15′) lo si portava a casa a 399 euro. c’erano poi decine di altre soluzioni a prezzi più alti.

Nell’isola accanto c’erano in bellissima mostra i Mac. Tre modelli soltanto, perché si sa, less is more. I prezzi: 950 euro il modello più sfigato, 1150 il mediano, 1700 e rotti il Macbook Air.

Ora, io non dubito che i Mac siano computer eccellenti sia nel design che quanto a usabilità. E ammetto che pochissimi tra i Mac-users che frequento/leggo si lamentano dei loro computer, e che praticamente nessuno di mia conoscenza è tornato al pc abbandonando il Mac. Questo vorrà dire senz’altro qualcosa: l’azienda di Jobs sa come tenersi stretti i clienti, in qualunque modo faccia.

Però mi spiace, io certi prezzi non li accetto. Il mio utilizzo del computer è alto dal punto di vista quantitativo e medio-alto dal punto di vista qualitativo (tengo aperte tante applicazioni contemporaneamente per lungo tempo, pur non utilizzando i programmi di grafica o editing audio-video in cui mi dicono il Mac essere "superiore"), e di certo mi lamento spesso di come Windows o alcuni programmi che ci girano si "impallino" periodicamente o vadano lenti.
Niente però mi toglie dalla testa che almeno per le mie esigenze (che penso siano simili a quelle di una parte significativa della ormai allargata nicchia di Mac-users) con neanche metà della cifra richiesta per un Mac si possa acquistare un pc fisso o portatile di medio-alto livello che assicuri la stessa stabilità e le stesse funzionalità.

Inutile che veniate a dirmi che da quando avete scelto Mac la vostra vita è cambiata e non tornereste mai indietro: vi credo. Sono sicuro che anche per me sarebbe così, se lo provassi per un po’! Il fatto è che non ne sento il bisogno. Come non sento il bisogno di un vestito firmato che costa 10 volte quello comprato ai saldi al mercato.
Anche da Firefox, nonostante tutit i difetti che ha iniziato a mostrare con le ultime versioni, non so se riuscirò mai a tornare ad Internet Explorer. Troppo più veloce, figo, comodo. La differenza è che Firefox è gratuito: per provarlo non mi sono dovuto far rapinare.

2) Veniamo agli accessori. Mi ero recato nel suddetto negozio per ricomprarmi il mouse per il pc, visto che il mio era deceduto dopo anni di onorato servizio.
C’erano mouse per tutte le tasche, anche se non capisco cosa abbiano in più i mouse da 60 euro (forse massaggiano le nocche?). Comunque dopo aver "scartato" (ma sarebbero stati comunque ottimi) un mouse della Trust a 9,90 e uno di altra marca sconosciuta ancor più economico (5 euro), ne ho acquistato uno Logitech dal design fighissimo (il mio primo mouse ottico!). Stesso prezzo del Trust: 9,90.

Dopo la scelta, do un’occhiata ai mouse per il Mac (i Mac hanno standard diversi per TUTTO). C’erano in mostra solo mouse dell’economica Trust, di due formati. Guardo il prezzo di quello più piccolo e presumibilmente meno costoso: 29,90. Trenta-euro-per-un-fottuto-pidocchioso-mouse-Trust.

3) Gli iPod e i loro prezzi: vogliamo parlarne? Va detto che ultimamente la Apple ha tirato fuori modelli per tutte le tasche (quando esistevano solo gli iPod con grande capienza, bisognava sborsare roba come 300 euro per averne uno!). Ma resta il fatto che esistono concorrenti come la Creative ed esistono le sottomarche, e potrai sempre avere un prodotto equivalente per memoria e funzioni e altrettanto (se non più) duraturo, a una cifra anche molto inferiore.

4) da non-utente Mac e iPod, il mio contatto con i prodotti Apple si limita ai software. E non si può dire che tali software – anche quelli gratuiti – mi rendano la casa di Steve Jobs simpatica.
Il mio computer è Apple-free: o almeno, VORREBBE esserlo. Perché non ho mai installato iTunes e ho disinstallato da tempo l’ancor più inutile Quicktime (impossibile da utilizzare e aggiornare), ma grazie ai maneggi della Apple a volte basta aprire una pagina web nel sito di un gruppo per far scattare un collegamento spammoso al sito di iTunes e una richiesta di installazione del relativo programma. Mentre a volte tutto si blocca senza motivo, e dal nulla appare una simpatica finestra che mi propone di installare Quicktime, iTunes e Safari. No-neeee. Non-li-vo-glio!

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Detto tutto ciò, non sono un oltranzista: regalatemi un Mac e lo utilizzerò, pronto a cambiare idea su tutto. Come dite, un po’ costoso come regalo? Ecco, appunto.
E anche se non fosse costoso per voi, avrei più piacere che sprecaste molti meno soldi per un regalo al sottoscritto. Niente Mac, ma (con la differenza) opere di bene.

Age of consent

Il compleanno più importante, il giorno in cui ci si affaccia finalmente all’età adulta, il momento di ingresso nel novero delle persone responsabili e nella cittadinanza piena.

Stronzate. Il mio diciottesimo compleanno non lo ricordo nemmeno: sarà stato una noia mortale, come quasi tutti i compleanni (neanche sempre) festeggiati all’epoca. Alcool, sbattimenti assurdi per riunire un tot di persone (non sempre tutte davvero gradite), bidoni dell’ultimo momento, pizza unta e tris-di-primi, bombe carta ripiene di rifiuti inzuppati lanciate da un’estremità all’altra del tavolo in pieno stile scuole medie, alcool, sempre e solo gli altri che limonano, alcool, niente colpi di scena o momenti epocali. Che palle.

brindakonpapi
… ma non per tutti è così evidentemente: ad esempio la modella (?) e studentessa (?) campana Noemi Letizia, nella prestigiosa cornice di un locale sulla circonvallazione di Casoria, circa un paio di settimane fa lo festeggiava in grande stile e con invitati d’eccezione. E potrà raccontare per tutta la vita di quando l’innocente party con parenti e amici organizzato per il suo diciottesimo compleanno ha visto Papi entrare a sorpresa con un collier tutto per lei, e ha provocato a stretto giro di posta il divorzio della "coppia reale" italiana e una settimana di polemiche assortite.
Mica roba da tutti.

Ma il motivo di questo post non è riepilogare l’intera squallida vicenda (dalle interviste imbarazzanti di figlia/madre/padre alle balle improvvisate una dopo l’altra dall’entourage di Berlusconi per giustificare le frequentazioni equivoche, dal divorzio che ha messo fine all’ennesima Farsa Italiana al servizio fotografico palesemente contraffatto che tv e giornali di regime hanno tentato di accreditare come prova di buona fede, fino all’inevitabile riscossa finale di Papi nella puntata di Porta a Porta confezionatagli addosso).

Né questo post vuole riflettere ulteriormente (e fuori tempo massimo) su come sia ovvio che una maggioranza di elettori che non si scandalizza di fronte a nulla (amicizie con mafiosi e neofascisti, illegalità diffuse nell’avvento e nella permanenza al potere, condanne evitate con leggi ad hoc e via così) se ne freghi poi anche dell’incoerenza e delle palesi fregnacce diffuse sulla propria vita privata. Questi continuerebbero a votarlo e a fidarsi di lui pure se uscissero fuori foto o video (veri, falsi, che importa?) in cui pippa con Kate Moss e zompa addosso a suore quindicenni con una sesta di plastica. Figuriamoci poi se qualcuno si fa domande tipo "ma chi diavolo è allora questo Benedetto tizio di cui il premier è amico di famiglia"?

Né infine questo post vuole esprimere considerazioni su come anche stavolta la vicenda sia finita in caciara (anche sui media "seri"), da una parte permettendo al nano malefico di passarla liscia come sempre (quando nel resto del mondo ombre molto più lievi provocano dimissioni e stroncano carriere politiche) e dall’altra coprendo per qualche giorno notizie altrettanto o più importanti.

No, questo post vuole soltanto testimoniare ai pochi affezionati lettori di questo blog il personale momento Pete Best vissuto dal suo tenutario la scorsa settimana.

Avrete tutti presente Brinda con Papi, il geniale instant blog che nei giorni scorsi ironizzando sull’autenticità delle foto della festa incriminata ha raccolto centinaia di fotomontaggi inverosimili. Lo ha linkato chiunque in rete, ne hanno parlato i giornali e radio, il suo creatore Dietnam è stato intervistato ovunque. Un vero e proprio fenomeno della rete, che ha travalicato i confini nazionali (pure lo Spiegel!)
Se non l’avete ancora presente, fateci un giro perché è scemo ma divertentissimo (non tutti i montaggi sono orrendi come quello sopra, opera mia; e una risata non ci seppellirà, lo faranno semmai altri 10 anni di Berlusconi).

Ecco, senza nulla togliere a Dietnam e ai suoi collaboratori, che ci hanno messo la faccia, il nome e giornate intere spese attaccati al computer (e meritano quindi tutti gli onori e le menzioni del caso), indovinate un po’ CHI ha lanciato per primo l’idea, rivolgendosi pigramente proprio a chi sapeva l’avrebbe raccolta (visti i molti precedenti)?

Ebbene sì, c’est moi.
Non ci credete? Ecco le prove.

Potevo farlo io, o comunque ritagliarmi un ruolo più attivo in questa storia? Forse. Ma che volete farci, sono uno che preferisce rimanere un po’ nell’ombra.

Lorna – Papi Chulo (una concorrente dell’edizione di X-Factor appena conclusa si chiama Noemi. Voglio una sua cover di questo pezzo, subito!)

A Repubblica e alla Rai

Ultimamente ho trascurato un po’ più del solito il blog. Ho letto post altrui su vari argomenti, ho pensato a cose da scrivere, ma la scarsità di tempo e ispirazione mi hanno frenato. E poi non riuscivo a scrivere di nient’altro prima di aver parlato un po’ più diffusamente di quel che è successo in Abruzzo. Non che abbia contributi particolari miei da fornire: come tutti mi sono preoccupato per i pochi abruzzesi che conosco, sono rimasto colpito dagli oltre 300 morti (cifra ancora indicativa, temo), dalle città distrutte, dal dramma degli sfollati, dall’incubo delle nuove scosse a distanza di settimane. Avrei potuto limitarmi a qualche link a lato, ma a questo punto ne approfitto per raccogliere in un unico post un po’ di notizie e scritti altrui che mi hanno colpito e fatto riflettere.

Uno lo riporterò per intero, in fondo a questo post. Si tratta dello sfogo del giornalista siciliano Giacomo Di Girolamo, che partito dal suo sito e da facebook ha fatto il giro del web nei giorni immediatamente successivi a quelli delle scosse più violente, mentre ancora si stava scavando per recuperare gli ultimi corpi.
Mentre di fronte della tragedia abruzzese si scatenava l’inevitabile carrozzone mediatico all’italiana (ma ancora non c’erano state le foto quotidiane di Berlusconi abbracciato alla vecchina di turno, la new town, le battute sul campeggio e tutto il prevedibile campionario di orrori e strumentalizzazioni, da cui nemmeno l’opposizione di centro-destra stata del tutto esente), alcuni di quei pensieri amari e rabbiosi sono stati anche i miei. E leggerlo fa riflettere, al di là delle conclusioni (io per esempio sono d’accordo nelle critiche al modello di società che alterna malaffare e disinteresse sociale e politico alla solidarietà lava-coscienze in caso di emergenza, ma non sono convinto che sia giusto boicottare tutte le raccolte di solidarietà, che non ritengo inutili né dannose in sé).

Intanto però vado con tutto il resto:

– A proposito della solidarietà, per prima cosa potete trovare qui e qui informazioni su diverse raccolte in corso o su altri modi per rendersi utili – personalmente tendo a fidarmi poco di sms, generici fondi (perduti?) della protezione civile e cattolicume vario, e un po’ di più di associazioni serie di volontariato che si occupano di progetti precisi sul territorio.

The Big Picture – The L’Aquila Earthquake: raccolta di foto davvero impressionanti (c’è davvero differenza con il peluche – vedi commenti al mio post precedente – dei quotidiani online italiani? Non so dirlo, ma il contesto mi pare diverso, più in stile "documento per mostrare quel che è successo al mondo". E non c’è la colonnina con tette e culi accanto. E le foto non sono rubate da internet ma attribuite a chi le ha scattate)

Miss Kappa è una blogger de L’Aquila. O meglio, una blogger che abitava a L’Aquila.
Il 31 marzo scriveva:
Sono tre mesi che a L’Aquila la terra trema. Quasi trecento scosse.Ieri alle 15,38 c’è stata quella fortissima. Panico in tutta la città. A seguire, altre quattro abbastanza intense. E stamani alle 8 un’altra ancora. Io ho dormito in auto. Sono terrorizzata.
A presto. Spero.

E’ l’ultimo post scritto prima del terremoto. Gli aggiornamenti successivi sono avvenuti con connessioni di fortuna, dalla tenda o dal camper. Inutile dire che la situazione fotografata da lì non è esattamente quella dei tg.

L’ospedale de L’Aquila (uno dei simboli del terremoto, insieme alla maledetta casa dello studente) non risultava ancora nelle mappe catastali. Era stato aperto nel 2000 da un direttore generale che oggi è stato nominato consulente per l’Agenzia Regionale Sanitaria dal presidente della Regione di centrodestra Chiodi. Del resto la coalizine è quella di Berlusconi, per cui prima delle inchieste viene il ricostruire (non importa se magari l’appalto viene concesso alle stesse società che hanno decine di morti sulla coscienza).

Il caso Santoro. Andare contro la messa cantata, e puntare il dito sulle ombre nell’organizzazione dei soccorsi e nella prevenzione, significherebbe essere poco professionali (!), insensibili, remare contro la solidarietà. E una vignetta come quella di Vauro sulle cubature – che fa non ridere bensì riflettere sull’avvedutezza della politica del condonismo, la stessa che porta al crollo di palazzi che dovrebbero essere sicuri) sarebbe sciacallaggio e mancato rispetto dei defunti.
Mentre non lo sarebbero le sceneggiate di Berlusconi con il cappello da pompiere, lo spostamento del G8 estivo a L’Aquila (perché così "I no global non avranno cuore di ferire una città già colpita dal terremoto, non credo proprio che avrebbero la voglia e la faccia di venire qui a manifestare in modo duro") o la propaganda elettorale continua dei vari ministri (Brunetta che regala un pc+adsl a tutti gli studenti abruzzesi: così potranno agilmente twittare in diretta il crollo della prossima casa dello studente costruita con sabbia di mare).
(Su Santoro, vedi anche Michele Serra)
(E non mi interessa se Santoro e Travaglio sono opportunisti, se cercano nuove candidature o contratti migliori per il loro staff, se sono narcisisti. Attaccarli da sinistra su queste cose equivale alla posizione alla D’Alema sul conflitto d’interesse. O si è a favore del giornalismo libero da censure, anche se antipatico o controproducente o a volte in errore, oppure si è contro).

– Due post personali: il terremoto abruzzese vissuto da relativamente vicino (Giulia a Roma, con i suoi ricordi del Friuli), e da molto lontano (Totentanz, in Germania).

– Il Bdd su musica, coscienza e solidarietà.

…e per chiudere, il pezzo di Giacomo Di Girolamo di cui parlavo sopra. Centinaia di famiglie saranno ancora senza casa per diverso tempo, ma i problemi non si limitano a quello. C’è da vigilare sui soldi della ricostruzione e su come verranno impiegati, sugli appalti, sulla prevenzione. In Abruzzo e non solo, perché gran parte d’Italia è zona sismica. Anche se la notizia ha già perso la prima pagina, e la tv presto smetterà di occuparsene. La cosa più impegnativa sarà tenere alta l’attenzione da ora in poi.

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo.
So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede.
Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.
Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera.
Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.
Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.
Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo.
Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.
C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?
Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.

Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme – da generazioni – gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.
Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa?
A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.
Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata.
Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.
Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.
Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.
Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.
Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.
Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.
Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.
E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

Giacomo Di Girolamo

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Baustelle – Alfredo  

Riotta vergognati

Trenta secondi di scossa (quella principale) per il terremoto che in Abruzzo ha provocato centinaia di vittime e di feriti, oltre ad migliaia di sfollati.
Settanta secondi di autofellatio per il Tg1 trionfatore negli ascolti.

Che segno sei? Leone

darkroomSono senza parole. Non solo oggi scopro che quelli di Repubblica.it, più che alla frutta ormai evidentemente al terzo ammazzacaffè, hanno intitolato una rubrica di interviste Darkroom (!). La annunciano pure, ovviamente nella colonna (mai troppo) svergognata, con un sobrio richiamino come quello qui sopra.

Il giorno in cui Ranieri dovesse rimproverare a chicchessia di alimentare voci di qualunque tipo su di lui, ecco, magari potrebbe iniziare dicendone quattro al suo ufficio stampa…

Vignettristi/1: Forattini

forattristi 
Stavo pensando che i siti e blog che pubblicano o riportano fumetti e vignette divertenti sono decisamente troppi, e invece si sente il bisogno di un tumblr o almeno di una sporadica rubrica dedicata alle vignette tristi.

Direi quindi di inaugurare Vignettristi [*] con questo bozzetto del sempre simpatico Giorgio Forattini (inutile aggiungere altro sulla sua lunga e fulgida carriera, la pagina Wikipedia basta e avanza), apparsa sabato scorso sulla prima pagina di un quotidiano già recentemente celebrato su queste pagine.

La tristezza, badate bene, non sta tanto nel significato umoristico (?), peraltro a tratti anche discutibile visto che la falce e martello sono vive e lottano insieme a noi (e ci sentiamo tutti molto più sollevati…).

No, è una semplice, noiosa questione di ablativo.

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[*] anche solo per la soddisfazione di utilizzare questo titolo stupido e giustificare questo post. In realtà la rubrica potrebbe anche iniziare a finire qui. Eventualmente segnalatene altre, o riprendete altrove l’idea. Non mi offendo.

Fatta l’Italia, strafatti gli italiani

[Disclaimer: Hai fretta? Non sopporti i post verbosi e lamentosi e musoni? Puoi scendere subito a guardare l’immagine alla fine del post. Il resto è solo contorno inutile, forse. Ma finché attori o ex soubrette improvvisati parlamentari non vareranno leggi che proibiscono i blog e i post con contenuto anti-italiano (e non è detto che manchi molto tempo) lasciatemi sfogare.]

Fatta l’Italia andavano fatti gli italiani, si cominciò a dire dopo la spedizione dei Mille (1860).
Oggi, nel 2009, si può dire che nonostante i mille localismi e le tante sperequazioni economiche e sociali alcuni caratteri comuni alla maggioranza degli abitanti dello Stivale e invariati da Trieste a Lampedusa sono emersi. Il cammino è stato lungo e tortuoso: ci sono state guerre di indipendenza, lotte e conquiste sociali, due guerre mondiali, il fascismo e la resistenza, l’espansione economica del secondo Novecento, gli anni di piombo, Licio Gelli. Ma alla fine certi tratti (forse da sempre storicamente connaturati alle popolazioni delle varie regioni) hanno prevalso: sono quelli degli italiani qualunquisti, degli italiani diffidenti e poco velatamente razzisti, degli italiani provinciali, degli italiani opportunisti, degli italiani maggioranza silenziosa.

Un discorso estremizzato, se volete: ma sostenere posizioni più ottimiste è difficile, guardando all’evoluzione politico-elettorale negli ultimi 15 anni: metà degli italiani ormai vota e sostiene in parte a cuor leggero, in parte con piena convinzione una coalizione di xenofobi, populisti, nostalgici del Ventennio, aspiranti sostenitori dello Stato etico e totalitario, persone a cui è estraneo il senso della democrazia e della legalità. Mentre l’altra metà si allontana inesorabilmente dalle urne e dalla partecipazione civile (quando non materialmente dal paese), disgustata da una classe politica di opposizione incapace e pavida quando non maneggiona e in malafede.

Una de-voluzione sconfortante, che come capita per tutte le sconfitte ha molti colpevoli: la televisione e conseguente berlusconizzazione culturale generalizzata, il Vaticano, ciascuno di noi.
E in un paese che non legge, non si sa quanto la grande stampa possa essere accusata di aver contribuito attivamente a peggiorare le cose e quanto invece sia solo colpevole di essersi allineata – ai fini della sopravvivenza commerciale – ai trend della superficialità, della spettacolarizzazione e della manipolazione della notizia imposti dalla televisione (principale fonte di informazione degli italiani ormai da generazioni).

La mia, come dicevo, è una visione di parte: di quella parte minoritaria di italiani che prova disgusto crescente per i telegiornali oscillanti tra marchetta e min.cul.pop nani & ballerine, per gli allarmi sicurezza alimentati ad hoc a fini elettorali e culturali (in senso lato), per le ronde incoraggiate dalle istituzioni, per i pestaggi omofobi o razzisti di cui nessuno più si scandalizza, per i provvedimenti razzisti che non si fermano neanche di fronte ai bambini, per le sentenze definitive disattese, e potrei continuare per molto.

Ma c’è anche un’altra Italia, più ottimista nonostante la crisi, più sicura dei suoi valori (?), più felice di essere italiana. E’ l’Italia a cui si rivolgono e che allo stesso tempo è rappresentata da giornali come La Nazione – avamposto del vuoto culturale berlusconian-renziano in Toscana, almeno a mia memoria storica (non sono preparato ad esempio sulla linea editoriale in epoca giolittiana).

Quest’anno si festeggiano i 150 anni del giornale fiorentino, fondato nel 1859 e quindi coetaneo dello stato unitario. A Firenze, per chi fosse interessato, c’è una mostra celebrativa a cui si incontra bella gente.

Per festeggiare La Fazione, che ho la "fortuna" di ritrovarmi spesso fra le mani
(e che quindi visto il mio quasi totale abbandono del mezzo televisivo e della frequentazione sociale di elettori del centrodestra rappresenta per il sottoscritto un importante punto di collegamento con il paese reale e una fonte costante di risate amare), non rivangherò la finta obiettività con cui si accosta (con il gruppo editoriale di cui fa parte) alle competizioni elettorali nazionali e locali; non mi metterò ad elencare i prestigiosi editorialisti che hanno allietato negli anni i suoi lettori (si va da Brunone Vespa ad Alessandra Borghese, dall’indimenticato monsignor Maggiolini a Luca Volonté – giuro); non prenderò ad esempio della sua indipendenza dai poteri forti il fatto che qualche settimana fa, all’indomani della sentenza di condanna di primo grado per danni ambientali dei vertici Cavet (per i lavori della Tav nel Mugello, Toscana), la notizia non compariva nella prima pagina nazionale né in quella locale; e soprattutto non ricorderò i giochetti bipartisan che qualche mese fa, una volta scoperti dalla magistratura, hanno costretto alle dimissioni il precedente direttore (toh, nell’articolo si legge il nome di Impregilo, che è anche nel consorzio Cavet).

Mi limito invece alla cronaca spicciola. Eccolo qui sotto il giornalismo d’inchiesta, eccola qui l’informazione vicina alle esigenze di vita quotidiana fornita da La Nazione, in questo paginone attira-guardoni in pieno stile Dracula contro Godzilla apparso la scorsa settimana (sicuramente anche sul Carlino bolognese) che fa impallidire decenni di copertine di Cronaca Vera.

Da 150 anni vicino al cittadino. E i risultati si vedono.

Franzoni_vs_Marchi

Nascondismo

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"…sì, per gli italiani" [a. in msn]

La notizia di apertura di Corriere.it, in questo momento. Che immagine lugubre.

UPDATE: al Corriere sono dei geni della crudeltà, hanno allestito una vera e propria Fotogallery Della Sconfitta, con rotazione automatica delle foto (chissà da quanto tempo le accumulavano).

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