Say goodbye to everyone (no al mito del concerto come rito collettivo)

Mentre tornavo dal concerto degli Editors di stasera ho riflettuto su quanto e perché mi fosse piaciuto, e pensavo di scriverne qualcosa in un post su Facebook. Poi sono arrivato alla decisione un po’ matta di parlarne rispolverando questo vecchio blog, che non è attivo con continuità ormai da un lustro ma che non si è mai fatto problemi a ospitare “lenzuolate”.
Una decisione che ha alcune premesse. La prima premessa è la domanda che mi hanno fatto anche di recente alcuni amici sul perché non scriva più e se avrei voglia di rifarlo, perché potrebbe avere un qualche senso etc. – io rispondo più o meno sempre nello stesso modo, cioè che a me piaceva essenzialmente scrivere di musica, ma da quando ho iniziato a metterla come dj, la musica, sento di far uscire “la mia voce” molto meglio in questo modo. Ma ogni tanto a scriverci ci ripenso. La seconda premessa è il consiglio di altri amici di “contenere” la mia logorrea “social”  e sociale (online e offline), perché il fantomatico mistero e l’essenzialità funzionano sempre meglio, sotto vari punti di vista. Bene, quindi facciamo che queste tante righe non ho voglia di darle in pasto a Zucky e le metto qui, dove si spingeranno a leggerle quei due o tre interessati davvero: gli altri restino a postare e commentare sui meme del giorno.

Ma veniamo al concerto (il mio primo “vero” concerto degli Editors, perché quando aprirono al mio primo concerto dei R.E.M. non gli dedicai alcuna attenzione – lo so, non si fa, ma *il mio primo concerto dei R.E.M.*). Gli spunti su cui scrivere sarebbero tanti (anche se forse questo dipende anche dall’interruzione della mia “astinenza”: ho visto centinaia di concerti senza scriverne, in questi anni).

C’è il contrasto tra il pubblico degli Editors e quello dei The Cult, solo in parte sovrapposto (le due band sono state abbinate dal Pistoia Blues in una non troppo fortunata serata “doppio headliner”, gli Editors a chiudere). Le aspettative un po’ di tutti erano per degli Editors che avrebbero portato più gente dei Cult, e non mi sembra andata esattamente così. Qui si potrebbe anche aprire una parentesi su come questa estate toscana di concerti stia dimostrando ancora una volta quanto il pubblico premi in modo differente i gruppi “pre” e “post” 2000. Vecchi discorsi.

 

interpol guns

Il pubblico degli Editors e quello dei Cult, facilmente distinguibili

 

C’è il contrasto tra i due concerti: ma su quello piuttosto monocorde e hard-rock vecchio stile dei Cult non vorrei soffermarmi troppo, sapevo che si trattava di un gruppo valido che frequenta un genere “poco nelle mie corde” (stesso eufemismo che uso per Guns n’ Roses e altre band che si collocano più o meno all’opposto della mia concezione di rock), il live non ha fatto che consolidare questa impressione. Un consolidamento durato un’interminabile ora e mezzo.

C’è la scaletta bella ed equilibrata (la vetta a mio parere il trittico Ocean of Night/All the Kings/The Racing Rats); ci sono i pezzi nuovi molto belli e ci sono alcuni pezzoni di inizio carriera (Munich, Blood) suonati e cantati a inizio set senza troppa grinta, a ennesima dimostrazione di quanto, complici anche i cambi in lineup, la band abbia ormai da tempo intrapreso (non senza retromarce incoerenti) una direzione molto diversa da quella degli esordi.

C’è Tom Smith – ho avuto modo di raggiungere le primissime file e osservarlo a lungo. Anche qui se ne potrebbe fare un post a parte. Buona prova vocale a parte (soprattutto a voce più scaldata, da metà live), come frontman “funziona” per il suo essere “normie” e patatone e allo stesso tempo esuberante, anche tanto: però non c’è lascivia nel suo danzare e darsi al pubblico ma un’eleganza naturale, non forzata. Per fare due nomi musicalmente non casuali, non fa il Curtisfa il Gahan (che noia la retorica del “tutt* se lo farebbero” ritirata fuori come commento a tutti i live dei Depeche, peraltro). Potrei addirittura giocarmi la pericolosa parola “autenticità” per l’effetto di insieme.

tom smith

Il motivo centrale per cui ho amato questo (non certo perfetto) live, quello che mi ha dato la voglia per scrivere questo post-di-social poi trasformato in post-di-blog (mica cosa da poco, dopo tutto questo tempo), è però un altro.
La retorica del concerto come rito collettivo è vecchia quanto la musica rock, più o meno, ed è ormai piuttosto trita. Tra i motivi per cui ormai da tempo preferisco decisamente vivermi concerti medio-piccoli e faccio eccezioni rare (un altro motivo è quello economico, certo) è che invece per me spesso vale il contrario. Io di base non la cerco l’esperienza collettiva. Se l’elemento del “perdersi nel mare umano” o in un pubblico di anime affini qualche volta mi ha toccato, in realtà per molti dei concerti che mi hanno coinvolto di più negli anni è valso proprio il meccanismo opposto. Il live cioè che ti dà tanto proprio perché ti fa sentire più isolato, diverso, lontano che mai: lontano dagli amici con cui sei andato o che hai trovato al concerto, lontano dai puristi che amavano soltanto i primi dischi o il demo, lontano da chi va a troppi concerti o da quelli per cui è l’unico concerto dell’anno (ma come si può…), lontano dalle persone che spintonano e da quelle che protestano per gli spintoni, lontano da chi si agita troppo e da chi non si lascia andare MAI, lontano dai tanti che riprendono con smartphone dalla fotocamera troppo perfetta mentre tu ti accontenti di quelle due foto con ombre colorate rubate però in quel momento lì. Lontano anche da chi si commuove come te, perché gli anni te l’hanno insegnato: certe sensazioni viaggiano su binari separati, destinati ad allontanarsi subito dopo gli eventuali incroci fortuiti di sguardi.
Quel tipo di live che insomma amplifica i mille gradi di solitudine e di senso di vuoto della tua intera esistenza e in qualche modo li concentra simbolicamente nel tuo sentirti solo in quel momento lì – un meccanismo catartico che va in direzione diversa (forse solo apparentemente diversa) da quella del “rito collettivo”. Dopo averti ricordato che quel vuoto c’è, la musica lo riempie anche un po’, per fortuna. È un momento in cui vien da pensare che, forse, ci si può anche convivere. Mica roba da poco.
Di certo il live di stasera degli Editors non è stato *questo* nella sua interezza. Però qualche momento così l’ha avuto. Quasi non me l’aspettavo, e anche grazie a ciò da oggi ai loro dischi vorrò un po’ più bene di quanto gliene volevo già.

PS. Non c’entra veramente nulla con il resto del post, ma da domani (tra poche ore per chi legge) metterò musica con il mio djset Outsiders (stavolta in coppia) al benemerito Lars Rock Fest di Chiusi (SI), che ospiterà in tre giorni di concerti a ingresso gratuito gruppi come Gang Of Four, Austra e Public Service Broadcasting. Già c’ero stato l’anno scorso nella serata dei canadesi Suuns ed era stato bellissimo, quest’anno non vedo l’ora di buttarmi nella tre giorni intera.
Non c’entra con il resto del post, dicevo, però uno a parte non ho tempo di farlo e non potevo proprio “riaprire” il blog senza lasciarci un ricordo (chissà mai quando arriverà il prossimo post!) della più grande soddisfazione djistica in anni di battaglie e frustrazioni varie all’interno di una scena musicale toscana come dire, discutibile.

Top ten dei concerti 2013 dopo cui ho messo dischi (featuring: THE COMEBACK)

Ultimamente sento spesso la voglia di tornare a scrivere qualcosa sul blog. Capita sempre quando non sono a casa. Poi appena torno online mail, social network e mille altre cose più o meno serie a cui star dietro fagocitano la mia attenzione. Il 2013 però per me è stato un anno importante e qualcosa prima della sua fine voglio postarla, ed ecco quindi la stramba classifica di cui al titolo.

Il perché abbia scelto di fare una classifica del genere ha a che fare con il perché il mio blog versi da anni in stato di semiabbandono (esclusa la sottopagina del quasi omonimo djset).
Il cuore musicale del vecchio blog Outsiders, quello su cui più mi impegnavo, erano le recensioni o post sui dischi da una parte e i live report dall’altra.

I post sui dischi sono spariti dapprima quando ho iniziato a scrivere di musica sull’oggi defunto Vitaminic.it (a questa cosa pure dovevo dedicare un post a parte, e non l’ho fatto. Magari lo farò. Intanto sappiate che le recensioni – un po’ più seriose – pubblicate lì sono oggi leggibili qui sul blog, sotto questo tag – mentre qui c’è un archivio alfabetico dei dischi di cui ho parlato che comprende tutto, anche i post vecchi e più lungagnoni sul blog)

In seguito, ho iniziato a fare il dj con una certa regolarità. Ecco, è successo questo: pur con tutti i “ma rispetto a questo scriverei cento volte meglio” che potevo collezionare leggendo recensioni in rete, in realtà nel mio rapportarmi alla musica mi sono reso conto di trarre più soddisfazione e soprattutto di poter probabilmente dare qualcosa di più agli altri mettendo dischi in pubblico, facendo ascoltare certe canzoni in certi contesti in un certo ordine, piuttosto che scrivendone.

Per quanto riguarda invece i live, mi spiace forse ancora di più di aver smesso di scriverne – tanti sono stati in questi ultimi anni i concerti così emozionanti che mi hanno fatto ripromettere a me stesso, durante il rientro a casa in macchina, che avrei assolutamente fermato il loro ricordo in un post sul blog… poi ogni volta qualche veloce e caduco status/commento sui social network si è preso tutto.

Ma non è tutta colpa dei social network in sé: è anche colpa della quantità di concerti che vado a vedere, che negli ultimi anni è aumentata considerevolmente, rendendo difficile anche solo spendere le parole necessarie per ricordare a dovere i più importanti. Anche su questo magari scriverò (quante promesse da marinaio oggi) un post a parte, magari con qualche considerazione specifica sulla scena concertistica di Firenze e dintorni che mi trovo a frequentare. Basti per ora sapere che, da un calcolo abbastanza preciso fatto grazie a Last.Fm, nel 2013 sono uscito per concerti un totale di 126 (centoventiquattro) sere. Esclusi i 4 giorni di maratona massacrante al Primavera Sound, che mi sono sciroppato avidamente per il secondo anno di fila.
(La maggior parte dei concerti visti in zona era per fortuna a ingresso gratuito o gratuito con una tessera annuale, per la fortuna delle mie tasche)
(E comunque “get a life”, lo so)

[QUI FINISCE LA LUNGA PREMESSA E INIZIA LA TOP TEN]

Per terminare l’ormai lunga (strano eh?) premessa e passare alla classifica oggetto del post: ho pensato a scrivere una classifica dei migliori live dell’anno, poi ho pensato che sarebbe stata impresa titanica considerare tutti i suddetti live, infine ho pensato che però potevo restringere il campo ai live (prima e) dopo dei quali ho avuto la fortuna di poter mettere musica – in questo modo facendo anche un parziale bilancio delle soddisfazioni djistiche personali.
Le serate in cui ho messo musica dopo dei concerti in tutto l’anno solare sono 24, numero più umano. Ecco quindi i dieci che mi hanno emozionato o coinvolto di più tra questi – con qualche ulteriore e doverosa citazione in coda.
L’ordine è cronologico, perché l’anno finisce tra poche ore, ho un djset di capodanno che mi aspetta e insomma non ho più tempo.

Blue Willa @ Glue (Firenze), 1 febbraio.
Poco dopo l’uscita del primo disco con il nuovo moniker (che frutterà loro vari riconoscimenti della critica e soddisfazioni come la partecipazione al Primavera Sound), gli ex Baby Blue lo presentano integralmente su un palco che esalta la teatralità sia della frontwoman Serena Altavilla, sia delle stesse canzoni a cui i 4 di Prato hanno dato vita insieme alla produttrice Carla Bozulich. E a seguire anche pezzi dagli album precedenti. Forse l’aftershow che sono stato più orgoglioso di fare tra i tanti della stagione scorsa al Glue.

Diaframma @ Capanno Blackout (Prato), 17 aprile.
E’ un mercoledì ma è anche il compleanno del locale, è anche la prima serata a nome “Outsiders” che ci faccio, è anche il primo concerto di una delle mie band del cuore dopo il quale metto dischi (dopo qualche aftershow a Fiumani da solo). Un traguardo che è una soddisfazione immensa. Anche il concerto è una bomba, ma quello non è certo una novità (pure nel 2013 li ho visti varie volte, com’è giusto per chi li ama e ha la fortuna di abitare nella loro regione).

Luminal @ secret concert a Pistoia, 22 giugno.
Location intima e pubblico complice e attento per il primo concerto in Toscana con la nuova formazione per la band romana che con Amatoriale Italia ha semplicemente ridefinito a calci nel culo il concetto di rock indipendente in italiano con attitudine (?) punk. Il mini-party tra amici annesso è una ulteriore ciliegina sulla serata.

Schonwald @ Controsenso (Prato), 21 settembre
Solo in due a sprigionare un’energia wave notevole, il tutto con la grazia e la naturalezza che solo musicisti di grande professionalità ed esperienza come loro possono permettersi sul palco.

Ka Mate Ka Ora @ Rullante (Firenze), 18 settembre.
I pistoiesi Ka Mate Ka Ora li ho già sentiti diverse volte, ma questo è il loro miglior concerto che ricordo. Grande la soddisfazione di far parte di una serata in cui un gruppo tra slowcore e shoegaze approda in un club più avvezzo a generi diversi, fa un concerto in cui tutto funziona e convince tutti, compresi spettatori che non li conoscevano.

Ghost To Falco @ Tender (Firenze), 24 settembre.
I tre di Portland offrono un live convincente ed energico, mai scontato, su atmosfere alla National/Shearwater. Peccato solo non sia un set più lungo, ma il palco non è tutto per loro. E peccato anche l’assenza di cd comprabili al banchino, piaga ahimé sempre più diffusa a livello internazionale.

Chewingum @ Ponterotto (Montelupo, Firenze), 7 dicembre.
Per una sera riapre ai concerti del sabato il circolino Arci in cui ho iniziato a metter musica, e già questo basta a rendere la serata speciale, in più tornano i Chewingum che sono sempre i soliti matti e sanno sempre divertirsi divertendo il pubblico. E’ uno degli ultimi live dell’infinito tour del riuscito secondo album Nilo.

JoyCut @ Tender (Firenze), 12 dicembre.
Un concerto di elettronica waveggiante pazzesco, che ti costringe a porti delle domande e darti delle brutte risposte, se pensi al pubblico che ha raccolto (seppur di giovedì) rapportato al pubblico più numeroso di tanti concerti ben più cheap. Il loro disco del 2013 PiecesOfUsWereLeftOnTheGround era già imponente per lunghezza e intensità, il live è assolutamente all’altezza.

Sadside Project @ Controsenso (Prato), 20 dicembre.
Anche qui vale il discorso dei Ka Mate Ka Ora: ho già visto diverse volte anche i romani, e l’atmosfera raccolta del locale mi permette di godermi appieno il loro garage-blues sempre più indiavolato e dai tempi perfetti, nonostante la tensione da djset imminente.

Iosonouncane @ Glue (Firenze), 21 dicembre.
Nel minitour insieme a Paolo Iocca (Boxeur The Coeur e prima con Franklin Delano, Blake/e/e/e, …A Toys Orchestra) all’elettronica e a Simone Cavina dei Junkfood alle percussioni, Iosonouncane (che ora si alterna tra elettronica e chitarra, oltre a concentrarsi maggiormente sul cantato) ha dato vita a una specie di versione italiana e cantautorale degli Animal Collective, facendo crescere dal punto di vista musicale il vecchio repertorio (quello su cui si può fare il confronto, ma vengono eseguiti anche pezzi nuovi). Una collaborazione che si auspica duratura, in vista di un futuro nuovo album.

Altri concerti sono stati altrettanto o maggiormente validi, ma non stanno nei dieci per vari motivi (a volte una minore affinità musicale, a volte semplicemente mi sono lasciato più andare nelle serate di cui sopra). Voglio citare almeno Umberto Maria Giardini che a gennaio ha riempito il Glue ed emozionato fans e non con un live superbo, gli Electric Superfuzz al Capanno che mi gasarono tantissimo per il djset di quella sera e che sono lieto di incrociare di nuovo presto (gennaio 2014) nella stessa modalità, gli Iori’s Eyes che dopo una mia iniziale diffidenza mi hanno definitivamente conquistato al terzo loro concerto a cui ho assistito (quello al Glue), Il Pan del Diavolo che propongono un genere che non mastico molto ma sono stati bravissimi e mi hanno dato modo di tornare al Glue di autunno con una seratona, gli Eterea Post Bong Band (Glue) che spaccano ancora come anni fa, gli inglesi Spectral Park al Tender con la loro psichedelia anfetaminica, e poi vabbe’ tali Elio e Le Storie Tese con cui ho diviso – anche se io ero al palco secondario – la serata al Marea Festival a Fucecchio. Non proprio cose che capitano tutti i giorni.

(Devo un grosso grazie a queste e a tutte le altre band dopo cui ho messo i dischi, e ancor più ai locali e organizzatori che mi hanno concesso l’onore di esserci – per questi concerti e per tutti gli altri che ho visto da semplice spettatore. Buon 2014 a tutti quanti)

(NB: la maggior parte dei miei djset di cui sopra sono state serate “Outsiders” – sulla relativa pagina facebook, nella sezione Foto, potete trovare qualche scatto mio – per lo più pessimo – delle serate, a volte corredato da link a fotogallery più belle)

Le canzoni del parco

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Lo sapevo che avrei fatto tardi anche stavolta. Con i concerti a Villa Solaria (Sesto Fiorentino), che iniziano e finiscono sempre molto presto, è praticamente una tradizione.
Dopo l'annullamento per diluvio universale della data del 20 giugno, è arrivata finalmente la data estiva dei Baustelle versione Mistici dell'Occidente.

Suonano nell'ambito della Festa della Musica FNAC, una giornata a ingresso gratuito sponsorizzata dalla omonima catena di megastore che prevedeva altri concerti nel pomeriggio e – da programma, chissà se c'è poi effettivamente stata – una interruzione pre-Baustelle per trasmettere la partita dei quarti di finale del mondiale (scelta probabimente fatta ex ante per cautelarsi contro un'eventuale qualificazione dell'Italia che avrebbe portato via pubblico, ahahah).

Lo dico subito: parto pieno di scetticismo. Ho deciso di venire a vederli giusto perché era gratis.
Non sono uno spettatore casuale, eh. L'ultimo disco l'ho comprato il giorno dell'uscita a scatola chiusa: ha per buona parte deluso anche me (lo confermo dopo averlo "digerito"), ma sapevo che sarebbe comunque stato un album di qualità e infatti quella manciata di canzoni che valgono l'acquisto ci sono. Pochi gruppi oggi in Italia possono garantire lo stesso.

Per il live il discorso è diverso. I Baustelle sono sempre partiti con l'handicap dal vivo, sostanzialmente per due motivi: il loro genere, un raffinato pop con inserti elettronici difficile da riprodurre e "sparare" a tutto volume, e la vocalità non proprio sicura e potente di Bianconi e Bastreghi (in proposito circolano su Youtube delle clip terrificanti, provenienti sia dal passato remoto che da tour o apparizioni televisive più recenti).

Il fatto che partano con l'handicap naturalmente non vuol dire che non riescano mai a superarlo: da qualche anno i Baustelle offrono per lo più – in base ad esperienze personali e altrui – uno spettacolo complessivamente dignitoso e soddisfacente per le grandi platee che ormai il gruppo tosco-milanese raduna. Il prezzo inevitabile da pagare per questo risultato comprende una lineup allargata e una produzione in grande stile, che in qualche modo trasforma e snatura alcuni pezzi. Ma del resto anche il loro suono su disco è diventato sempre più potente e stratificato, quindi i brani recenti non soffrono più troppo della cura ormonale.

Queste considerazioni contrastanti mi accompagnano mentre mi affretto nel percorrere la viuzza che porta al parco di Villa Solaria. Da lontano si sente risuonare Le Rane, so già che ormai quel pezzo l'ho perso, ma voglio arrivare vicino al palco in tempo per l'inizio del successivo. Per questo sono costretto allo slalom selvaggio in mezzo ai gruppi di persone (la maggior parte delle gente arriva ai concerti – a volte anche a quelli per cui paga! – con tutta calma, anche se si è accorta che sono già iniziati. Un fenomeno che trovo inconcepibile).

Non mi spiace troppo di essermi perso Le Rane. È un pezzo che mi piace e mi irrita allo stesso tempo: una delle canzoni più struggenti de I Mistici Dell'Occidente e al tempo stesso forse la più rovinata in sede di arrangiamento (l'assolo finale alla Carlos Santana mi fa rabbrividire ogni volta).

Il tempo di informarmi su quello che ho perso (soltanto I Provinciali in apertura, pare) e sono al mio posto. Non troppo vicino, non ho voglia di sudare e le mie foto sarebbero venute orrende come quelle che vedete anche da lì. Non troppo lontano o laterale, però. Si sente discretamente bene – voci comprese.
 

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Il colpo d'occhio intorno a me è impressionante, le tribune mobili sono strapiene e tutto lo spazio davanti al palco è gremito di gente. La gratuità ci ha messo del suo, ma la quantità di ragazzi entusiasti e canterini attorno a me (e non sono nelle prime file) dice molto sulla popolarità conquistata dal gruppo nato anni fa a Montepulciano. Ci sono sì le tizie in preda agli estrogeni che in risposta a "avrei bisogno di scopare con te" (da Gomma) rispondono a Bianconi urlando "ANCH'IOOO" (true story!); ma ci sono tanti altri giovani, giovanissimi e meno giovani che paiono sinceramente emozionati. Dalla musica. E poi, mi viene da pensare, che problema c'è se i Baustelle hanno richiamato anche del pubblico distratto o "televisivo", che ne conosce solo 4 canzoni o che ascolta anche Biagio Antonacci? Evviva i Baustelle: loro questo successo se lo meritano tutto, e se arriveranno alle orecchie di un pubblico musicalmente irrecuperabile chi se ne importa. Non contribuiranno nemmeno ad abbrutirlo ulteriormente.

Il concerto oltretutto mi piace. A tratti mi entusiasma pure.
Sul palco si presentano in otto. Accanto a Francesco Bianconi, a Rachele Bastreghi e al chitarrista Claudio Brasini, i tre Baustelle "ufficiali", la linea di attacco è completata dall'altro chitarrista Diego Palazzo (degli Egokid).
Le retrovie propongono invece Ettore Bianconi alle tastiere, Alessandro Maiorino al basso, Paolo Inserra alla batteria e il polistrumentista rasta-prog Roberto Romano. È quest'ultimo (che si alterna al flauto, clarinetto, sax etc.) a dare il contributo decisivo per ricreare le orchestrazioni dei pezzi più retro-beat-sinfonici de I Mistici Dell'Occidente (la title track, San Francesco). Anche su altre canzoni questo vestito sta bene (penso ad Antropophagus, la cui coda è più riuscita e d'effetto della canzone stessa), mentre ad esempio non mi è piaciuta proprio l'invadenza del pifferino sul synthpop di Gomma.

Favoriti dall'abbondanza del repertorio (5 album, diversi tra loro e tutti molto amati da diverse parti del proprio pubblico), i Baustelle compongono la scaletta pescando un po' ovunque (5 brani dall'ultimo, solo 2 dal precedente Amen!), privilegiando probabilmente quelli in cui i due cantanti possono dare il meglio. I effetti si "soffre" solo con i saliscendi vocali di San Francesco, perché ad esempio con Il Liberismo Ha I Giorni Contati si sarebbe rischiato molto più che Panico! (comunque simpatica scelta – ed esecuzione), mentre il giro melodico del ritornello de La Moda Del Lento è riadattato verso i toni bassi.
Non solo trucchi, comunque: Bianconi è in serata, e ad esempio in EN e Il Sottoscritto (quest'ultima una canzone così spudoratamente sanremese che sembra una parodia, è invece fa sul serio) tira fuori intonazione, forza e intensità a sufficienza.

Per quanto riguarda Rachele, vale lo stesso discorso: un po' l'esclusione di pezzi come L'Aeroplano diminuisce i rischi, un po' quel suo procedere delicato e sofferto finisce per valorizzare le canzoni: vedi l'accoppiata La Bambolina / La Canzone Del Parco.

Diverse le canzoni che ho atteso invano, ma anche le sorprese (il medley d'annata tra Noi Bambine Non Abbiamo Scelta, Cinecittà e Beethoven O Chopin?).
Tra le  conferme, La Guerra È Finita ha una risposta di pubblico eccezionale (come Gomma). Il Corvo Joe è ancora una volta il momento su cui più mi commuovo.
Il bis si apre con un'inaspettata (per me) cover di Spirit In The Sky, hit fine anni 60 di Norman Greenbaum, coerente con il percorso di avvicinamento alle sonorità beat. Mi viene da ridere prima di tutto perché io quella canzone la associo istintivamente alla cover glam-trash anni 80 di Doctor and the Medics, poi perché il testo è tradotto in italiano quasi letterale. Quasi. Ad esempio il finale

Never been a sinner, I never sin
I got a friend in Jesus
So you know that when I die
He's gonna set me up with the spirit in the sky
Oh, set me up with the spirit in the sky

diventa qualcosa tipo:

peccatore io lo sono però
chiedo l'amicizia a Cristo
così nel giorno dell'addio
mi aprirà la strada per lo spirito di Dio
Cristo è la strada per lo spirito di Dio
c'è lui nell'ora dell'addio
quando poi io lascio Cristo così
salgo su nel cielo e vi guardo da lì
salgo su nel cielo e vi guardo da lì
salgo su nel cielo e vi fotto da lì

Ci si avvia alla fine sol sorriso, insomma. Tante belle canzoni e bei ricordi che riaffiorano.
E poi un concertone di massa in cui tutti ascoltano (si spera) i testi di A Vita Bassa, Antropophagus o La Bambolina fa bene al cuore.
Tutto sommato sarebbe valso ampiamente anche il prezzo del biglietto.

Scaletta:

I Provinciali
Le Rane
Gli Spietati
La Moda Del Lento
San Francesco
La Guerra È Finita
Panico!
La Bambolina
La Canzone Del Parco
Il Sottoscritto
Antropophagus

I Mistici Dell'Occidente
EN
Il Corvo Joe
A Vita Bassa
Medley: Noi Bambine Non Abbiamo Scelta / Cinecittà / Beethoven O Chopin?

Spirit in The Sky (Norman Greenbaum cover)
Gomma

(alcune foto decisamente migliori delle mie)

Previously, on Ponterotto

[Farmer Sea. Elettrofandango. Late Guest (At The Party). The Gentlemen's Agreement. Prossime puntate. ]

Che un po' sono di parte, in quanto frequentatore affezionato e (in questa stagione) presenza quasi fissa nelle selezioni pre e post-live, già lo sapete. Però il mio giudizio positivo sulla bontà dei concerti che il circolo Arci di Ponterotto sta proponendo quest'anno è obiettivo. Da una settimana all'altra cambiano sempre i generi e le atmosfere, ma alla varietà si accompagna un'alta qualità media dei gruppi ospiti. Bravi Alice e tutti gli altri.
Ora due righe di commento e un po' di foto sulle ultime band che ho visto (tutte per la prima volta dal vivo) a Ponterotto.

Ma prima di partire, un piccolo spazio pubblicitario.

ponterotto-gelatiEbbene sì, i post sui concerti di Ponterotto hanno trovato uno sponsor!
Nella foto, due Farmer Sea fanno da testimonial, omaggiando al contempo Ponterotto e la frazione empolese adiacente, che dà il nome a un noto marchio di gelati.

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 • Farmer Sea, sabato 13 febbraio

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Degli ultimi concerti visti qui, quello dei Farmer Sea è stato il mio preferito. Il quartetto di Torino (se non ricordo male, per la prima volta live in Toscana), che nelle sue canzoni ricorda band come i Grandaddy per gli inserti elettronici in un impianto di base indie-rock, o altre come i "nostri" Canadians nei brani più semplicemente chitarristici, ha presentato praticamente nella sua interezza (insieme a qualche inedito) l'album Low Fidelity In Relationships, uscito nella primavera del 2009. Un disco poco adatto all'ascolto distratto e frettoloso nel computer, ascolto da cui non spicca troppo rispetto alla media delle uscite simili. Discorso diverso quando si passa a una fedeltà un po' più alta (nell'impianto, visto che nel titolo resta "bassa"…) e si agisce sulla manopola del volume: ecco che pezzi come Neil Young Is Watching Me e il singolo Teenage Love si fanno finalmente coinvolgenti.

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Ma è dal vivo che i Farmer Sea danno il meglio. Dopo il riscaldamento con la molleggiata She Dreams Of Airports And Planes (scherzosamente ribattezzata "Shemale" nella scaletta cartacea – e lo scrivo perché questa parola  mi aiuterà moltissimo per le visite da Google), il concerto accelera e non cala più di intensità, tra intrecci di riff, cori, momenti più intimi con il cantante-chitarrista Andy impegnato al casiotone/piano e crescendo strumentali travolgenti (quello più gasa il pubblico e anche la stessa band è in Blurry Nation, con la base inizialmente scarna, poi accompagnata e infine travolta da un'apoteosi di chitarre).

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L'affiatamento della band è ottimo (tra l'altro i 4 si scambiano più volte gli strumenti), e dalla mia posizione defilata osservo con molto piacere che la sala, poco affollata all'inizio del concerto, si riempie sempre di più e risponde con entusiasmo. E i ragazzi sul palco sembrano accorgersene e trarne calore a loro volta. Un feeling reciproco che non sempre si instaura, ma che soprattutto non sempre può coinvolgere tutto il pubblico (perché ovviamente ognuno ha il suo background musicale e la sua sensibilità): in questa occasione è toccato a me essere tra i fortunati, e non essendomelo aspettato prima la sensazione è ancora più bella.

Uno dei due bis è una irriconoscibile cover di The Queen Is Dead degli Smiths. Non proprio entusiasmante, per un Morrissey-addicted come me. Però se non altro una versione coraggiosa, che mantiene praticamente solo il testo e qualche linea vocale rivestendola di un arrangiamento completamente diverso – in linea con i pezzi propri. Insomma, in pratica è un'altra canzone, quindi niente commenti stile "al sacrilegio!".

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Scaletta-quasi-precisa-ma-non-sono-poi-così-sicuro:

She Dreams Of Airports And Planes
Blurry Nation
A Brighter Sunday
Neil Young Is Watching Me
The Place Where I Sleep At Day
(nuova)
Is This Your Folk Dance?
Helsinki Under The Great Snow
(nuova)
(nuova)
(nuova)
Teenage Love
Everywhere You Are
Sedinho

Dream? Science!
The Queen Is Dead (The Smiths cover)

Farmer Sea – Teenage Love (video)

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Elettrofandango, sabato 20 febbraio

Degli Elettrofandango, al contrario della maggior parte degli altri gruppi in arrivo da queste parti, non avevo ancora ascoltato l'ultimo album (ch è uscito nel 2009 ed è il secondo). Anche perché quel poco che avevo sentito non mi aveva molto incoraggiato. A un primo impatto i pezzi del gruppo veneto (i componenti provengono da vari paesi del trevigiano) ricordano subito, per l'aggressività rock coniugata all'autorialità dei testi, i corregionali Il Teatro Degli Orrori (di cui non a caso hanno aperto qualche data di recente), e ci avevo colto qualcosa anche di Capossela (abbastanza per distogliermi dall'approfondire, visto che come il TdO nemmeno Capossela rientra tra i miei ascolti abituali).

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Beh, pregiudizi superati [ora posso confessarlo: un'altro motivo di diffidenza era il nome del gruppo, che non riuscivo a non abbinare istintivamente ai Litfiba di Ghigo & Cabo…].
In Quanto Già Peccato è un disco potente e compatto, una spaventosa discesa sonora all'inferno che scuote e rapisce. Questa recensione ne descrive piuttosto bene l'atmosfera.
Se però mi sono deciso all'acquisto e a un ascolto attento (nonostante non impazzisca né per proposte musicalmente così aggressive né per questo immaginario bukowskiano-maledetto – su disco c'è anche ospite Remo Remotti, non esattamente uno dei miei guru) è proprio grazie al live, che ha rappresentato una piacevolissima sorpresa e che è ovviamente tutto incentrato sull'ultima produzione.

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Gli Elettrofandango si presentano sul palco in formazione "classica" a 4, indossando all'inizio inquietanti maschere da uomini-corvo, che richiamano l'artwork dell'album. Il frontman Giovanni Battista Rizzo ogni tanto interviene sui synth, ma soprattutto canta e tiene il palco a meraviglia, visto che non gli mancano polmoni né carisma.
In realtà non si tratta di un quartetto "puro": parte integrante della formazione dal vivo è Alberto Boem, quinto elemento fuori campo che si occupa delle videoproiezioni che accompagnano l'intero concerto.

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Il risultato dell'incontro di musica e video è un'ora di spettacolo ad alta tensione. Un carosello ubriaco, disturbante e spaventoso, che miete numerosi consensi tra il pubblico (e viene anche ripreso per l'occasione da diverse telecamere "professionali": chissà che prima o poi il girato della serata di Ponterotto non finisca su qualche supporto o sito).

Elettrofandango – Verrà La Morte E Avrà I Tuoi Occhi (mp3)

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                                                                                             – – –
 
 
 • Late Guest (At The Party), sabato 27 febbraio

Al concerto dei riminesi Late Guest (At The Party) c'è meno gente rispetto ai due sabati precedenti. Come preannunciato si cambia completamente genere, passando al punk-funk dei pezzi di Come Back Bobby Perù (disco d'esordio per loro, pubblicato un annetto fa).

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Il live dei LGATP non stupisce con troppi effetti speciali (non c'è ovviamente né la strumentazione né l'esperienza di James Murphy et similia) ma è godibile, almeno per me che mastico abbastanza questo tipo di musica; synth, cori e cialtronaggine quanto basta. Mattatore il cantante, con la camicia improponibile sfoggiata da metà concerto e l'accento romagnolo che mi fa ridere come un cretino perché mi fa venire in mente Maurizio Ferrini (i quattro sono peraltro degli inguaribili cazzoni anche fuori dal palco, ho assistito a scene deliranti a fine serata nella compilazione del b*r*e*ò).

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Tra una We Were Young, una Pphantastic e una Revolution In Her Closet, il set fugge via veloce. Spiace che non venga proposta Another Session: una delle mie preferite in un album che forse non abbonda di pezzi-killer, ma è efficace nelle variazioni su tema in un genere molto sfruttato nel decennio appena concluso (probabilmente troppo sfruttato, da lì il poco seguito di cui gode attualmente). Sono curioso di sentire come si evolverà il suono dei LGATP in futuro.

Late Guest (At The Party) – Tears And Champagne (mp3)

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                                                                                                  – – –

 • The Gentlemen's Agreement, sabato 13 marzo

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Avendo il sottoscritto saltato la serata dedicata ai Wolfango, il live che conclude il filotto di questo post è quello di ieri sera – l'unica delle 4 band di questo post che a Ponterotto aveva già suonato anni fa.
Che dire, sui Gentlemen's Agreement (che recuperano la data saltata per neve a dicembre): molto bravi nella loro miscela di alt/folk/country/swing, e vivaci intrattenitori come la provenienza partenopea lasciava supporre. Oltre alle canzoni di Let Me Be A Child (l'album uscito nel 2008, che presto avrà un seguito) regalano anche varie cover: Tre Numeri Al Lotto (tributo a Peter Van Wood appena passato a miglior vita), Love Me Do, ripescaggi d'altri tempi come Mille Lire Al Mese e Parlami D'Amore Mariù.
E nel finale non poteva mancare la caciara, con il gruppo che scende a suonare tra il pubblico.

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Chi mi conosce lo sa (cit.), questo genere non mi scalda molto (ovviamente il paese reale la pensa diversamente: Ponterotto è pieno e la gente si mette anche a ballare spontaneamente sotto il palco, cosa qui non comune). Però devo ammetterlo, la quasi ora e mezza del live dei Gentlemen's Agreement (che era stata preceduta dall'esibizione più intimista di Atterraggio Alieno, progetto chitarra+voce con base a Castelfiorentino) passa anche per me in un baleno.

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Non c'è niente da fare, questa è roba che se ti lasci un attimo trascinare, quando è fatta bene, nell'immediato vince sempre (anche se poi magari nella tua cameretta/auto/cuffia continui fieramente ad ascoltare tutt'altro).

The Gentlemen's Agreement – Blonde Country Girl (video)

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                                                                                                  – – –

                                             I prossimi appuntamenti di Ponterotto
                              (forse saranno ripresentati in altri post appositi, ma intanto li butto lì)

 •  sabato 20 marzo: Chewingum (twee pop, Senigallia/Roma) + Dis0rder djset (twit-pop)

 •  sabato 27 marzo: København Store (indie/postrock, Piacenza) + Disørder djset (alt-pop-rock)

 •  sabato 3 aprile:     Federico Fiumani Confidenziale (Diaframma) + Dis0rder djset (postpunk, google-wave)

(e più avanti: 10/4 No Seduction; 17/4 Ka Mate Ka Ora + S.U.S. – Succede Una Sega; 24/4 Zeus! + Karl Marx Was A Broker )

(tutti i concerti sono a ingresso libero, con tessera Arci)

STOP joking about her loneliness!

Due parole al volo su alcuni concerti delle scorse settimane (no more arretrati!).
Tutti visti nello stesso posto stavolta, l'ExFila. E tutti caratterizzati da miei arrivi sul filo di lana o in ritardo
(in un paio di occasioni ho pure sbadatamente dimenticato la fotocamera a casa, per cui niente foto) (però avete i report quasi in tempo reale, tutto non si può avere!).

                                                                                                – – –

 • The Vickers, giovedì 18 febbraio

A quasi un anno di distanza dal concerto di presentazione del debut album Keep Clear, tornano sulla scena del delitto i Vickers. Stavolta non c'è lo straboccare di gente fino a fuori ma la sala-auditorium è comunque piena, e il pubblico forse più partecipe. Del rock piuttosto classicheggiante dei Vickers avevo già parlato qui. Sulla resa live valgono quindi le stesse considerazioni.
La scaletta però riserva però diverse sorprese, stavolta: innanzitutto si inizia con un set tutto acustico di sei canzoni (che mi perdo in blocco, ahimé).

Inoltre tra i brani proposti abbondano le novità (in molti casi primizie assolute per il pubblico fiorentino): delle 12 canzoni di Keep Clear ne vengono suonate poco più della metà (tra le escluse anche Silence, pezzo risalente agli esordi richiesto a gran voce dal pubblico più di lunga data: ma personalmente ho approvato la scelta di guardare avanti). Il concerto, pur di durata abbondante, scorre via piacevole, anche perché i brani nuovi rivelano un "cambiamento nella continuità" nella scrittura del gruppo: le radici restano saldamente britrock, ma con suoni un po' più freschi e sgarzolini. In alcuni episodi si annuncia in particolare una piacevole "svolta Blur" (periodo Coxon ovviamente).
Il materiale inedito insomma è abbondante, ancora non trapela nessuna notizia ufficiale ma sicuramente il 2010 vedrà presto qualche nuova uscita del gruppo fiorentino (forse anche più di una).

Scaletta cartacea rubata (rispettata, per quel che ho visto/conosco):

(Acoustic set)
I Could Fall
Catch The Wind
Bring The Sun
Home
End Of The Season
These Days

(Electric Set)
William
David Blame
You Think I'm Playing
It's Not Easy
Here Again
I'll Wait
Baby G
They Need To Dance
The Only One
Days Pass Away
A Big Decision
Time Out

I've Got You On My Mind
Come On Come On

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                                                                                               – – –

 • Bad Apple Sons, giovedì 25 febbraio

I vincitori del RockContest 2008 si esibiscono come "headliner" dopo che la serata era stata aperta dai romani Seaside Project, recenti vincitori dell'edizione 2009. Questi ultimi sono un duo garage-blues-rock chitarra + batteria: per loro mi limito a rimandare al myspace senza pronunciarmi sul live, perché arrivando tardi faccio in tempo ad ascoltare soltanto l'ultimo pezzo del loro set.

Il concerto dei Bad Apple Sons mi è piaciuto molto. Già avevo incrociato il quartetto fiorentino un paio di volte in cui suonava di supporto ad altri, ma non ero mai riuscito ad ascoltarli con attenzione (oh, il più delle volte arrivo per tempo e ascolto le band spalla, anche se da questo post potrà sembrare che le snobbi sistematicamente…). Questa è l'occasione per concentrarmi sulla loro musica, tanto più che si tratta della serata di presentazione del loro disco (omonimo) di debutto. I pezzi di Bad Apple Sons (che avrei poi ascoltato in seguito) dovrebbero essere tutti presenti in scaletta.

Premesso che dei BAS non padroneggio alla perfezione tutte le coordinate musicali (dai Birthday Party agli Einstürzende Neubaten, dai Bauhaus più sperimentali ai Liars e al noise), l'effetto dal vivo è notevole. Per 3-4 pezzi si unisce a loro come quinto elemento Wassilij Kropotkin, ad arricchire il loro suono con il suo violino o con…un tubo (già session man o collaboratore di diverse band fiorentine, WK è presente in alcune tracce di Bad Apple Sons ma anche negli imminenti nuovi album di Piet Mondrian e Samuel Katarro, quest'ultimo a lungo supportato in tour). Ma oltre a questi pezzi – i più psichedelici e d'atmosfera del lotto – i BAS si fanno apprezzare anche negli episodi più violenti, in cui il frontman Clemente Biancalani (occasionalmente impegnato anche alla tastiera/organo o alle percussioni) dà il meglio sfoderando una voce cavernosa/ululante e una personalità che richiamano con forza Nick Cave.
Inutile dilungarsi in descrizioni che non mi competono e in cui sarei poco credibile, visto il mio background e i miei gusti più pop: mi limito a segnalare alcune canzoni (le selvagge Namby Pamby e The Claim e la mia preferita Backroom Facials, che si dipana tutta su un riff teso e nostalgico), e a raccomandarvi di tenere d'occhio il myspace e non perdervi le loro future date dal vivo. Specialmente se i nomi citati sopra vi dicono qualcosa.
 
Tra l'altro, degno di considerazione è anche il disco (autoprodotto e venduto per ora ai banchini a prezzo onestissimo): Bad Apple Sons è un viaggio ipnotico, allucinante, compatto e scorrevole nel suo susseguirsi di svolte ritmiche e di inquietanti sorprese.
40 minuti che visto il genere a me poco familiare non mi sarei aspettato così "corti". Allo stesso modo in cui non mi ha pesato seguire con continuità l'ora abbondante di concerto – per quanto si tratti di un tipo di live fisicamente "faticoso", che per non annoiare richiede una certa concentrazione e volontà di abbandonarsi alle sue atmosfere.

                                                                                                – – –

 • A Classic Education, venerdì 5 marzo

Venerdì scorso era la prima assoluta a Firenze (e mia) per gli emiliani A Classic Education, che possono forse considerarsi attualmente il progetto principale del versatile Jonathan Clancy (già cantante dei Settlefish qui da tempo apprezzati, e anche impegnato come indie-crooner solista con il moniker His Clancyness).

Gli ACE, ensemble attualmente assestato a sei elementi (2 chitarre + basso + batteria + tastiera + violino) propongono un indie rock orchestrale dalle forti tinte canadesi (Arcade Fire e Fanfarlo sono forse i nomi più noti da cui si può partire per descriverli).
Sono in giro da 2-3 anni e hanno prodotto un complessivamente convincente Ep di 5 pezzi (First EP, 2008) e una serie di singoli e brani sciolti – tutto quanto rigorosamente in vinile e/o free download. Di un album vero e proprio ancora non si hanno notizie, ma evidentemente la cosa non è una loro priorità (così come il proporre la loro musica in cd: io l'Ep l'avrei preso volentieri, peccato).

Considerato l'apprezzamento di cui la band gode a livello di critica (anche e soprattutto internazionale), e il fatto che abbia aperto in passato nella natìa Emilia-Romagna per nomi di un certo livello (Okkervil River, Modest Mouse, i già nominati Arcade Fire) e che nei prossimi giorni volerà negli States (per esibirsi a New York e al megaindiefestivalplanetario SXSW di Austin), devo dire che le mie aspettative sul live erano abbastanza alte. Chissà perché, poi: in fondo ho sempre preferito l'ascolto dei più "rudi" Settlefish (quando tornano???), in cui le melodie e la voce di Clancy si sposano con un suono più chitarristico (anche se fattosi molto più pop negli anni).

Sarà per tali aspettative che il concerto mi ha per alcuni tratti soddisfatto (la recente What My Life Could Have Been eseguita in chiusura è una bomba, forse il loro pezzo più catchy di sempre), ma per altri un po' deluso (dalla stessa Stay Son, uno dei momenti più alti, mi aspettavo un impatto live maggiore), se non lasciato annoiato/indifferente. Può darsi che abbiano influito sull'effetto finale anche alcuni problemi tecnici (voce spesso rimasta troppo bassa nel mixaggio); può anche darsi che l'affiatamento dal vivo abbia ulteriori margini di miglioramento: ma visto l'apprezzamento manifestato da buona parte del pubblico presente all'Exfila, tendo più a pensare che il live abbia semplicemente funzionato come cartina di tornasole sui miei gusti personali. Evidentemente, nella sua attuale incarnazione, è il suono degli ACE che mi attrae poco. Senza una direzione precisa imboccata (com'è normale, vista la produzione discografica scarsa e disomogenea), molto indie-retto e sofisticato: perfetto per certo pubblico e critica, probabilmente. Io non riesco a capire dove vadano a parare buona parte dei loro pezzi, che quindi mi coinvolgono poco.
Poi magari tra due mesi mi stupiranno, tirando fuori dei singoloni killer (per ora siamo alle cover di Gilbert Bécaud…che dire, rockenròll!). O magari (orrore!) un cd.

A Classic Education – What My Life Could Have Been (unofficial video)
A Classic Education – What My Life Could Have Been + Toi (Gilbert Bécaud cover) (free download single)

                                                                                            – – –
 

 •  Heike Has The Giggles, sabato 6 febbraio

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La sera dopo, stesso posto, si gioca su un campo completamente diverso. Preceduti dal garage-punk molto scazzone dei White Pagoda (momento top: "adesso facciamo un pezzo del disco vecchio", e parte la cover di Orgasm Addict dei Buzzcocks), salgono sul palco i tre Heike Has The Giggles. In comune con i bolognesi A Classic Education c'è la provenienza da oltre appennino: gli HHTG sono infatti romagnoli di Solarolo (il paese della Pausini!).

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I punti in comune (con gli ACE – ma anche con la Laurona nazionale) finiscono qui. Gli HHTG sono poco più che ventenni, cosa che si riflette sull'immediatezza e semplicità della loro formula musicale: quella di un power trio sulla scia di Gossip e Yeah Yeah Yeah e altre formazioni affini (ma anche dal suono più aggressivo). La voce di Emanuela, anche brava chitarrista, ricorda a tratti (tra le altre) Karen O e PJ Harvey, e dal vivo regge bene nel riproporre i pezzi di Sh! (sì, perché i tre hanno già un album fuori, appena uscito). Certo, rispetto ai grossi nomi succitati le manca ancora, e ci mancherebbe altro, quella sfrontatezza scenica che potrebbe fare la fortuna del gruppo (dei tre, quello che pare più gasato e "rockstar" nei movimenti è il bassista), ma per quello c'è tutto il tempo: nel frattempo la preoccupazione principale è giustamente eseguire e cantare bene i propri pezzi (anche perché fatto questo il concerto si è già portato a casa, con un disco pieno di canzoni riuscite e appiccicose come Two Sisters, Stop Joking About Britney Spears o il singolo Robot).
Mirare prima alla sostanza, insomma: e l'obiettivo pare centrato. Un live leggero (in senso positivo), con poche sorprese, ma col piedino sempre in movimento. E un sorriso malinconico trattenuto pensando a quanto questi pischelli appaiono sì ingenui e pucci, ma già bravi.

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Setlist:

Doctor S.
Too Many DJ's
Chewing Gum (Under Your Shoe)
?
?
Stop Joking About Britney Spears
Sh!
June 16
Commutatio Loci
Breathe
Crazy In Love (Beyonce cover)
Robot
Two Sisters

Heike Has The Giggles – Robot (video) 

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Quantificando il male che mi fai


Questa donna non è una donna
questa donna è un miracolo
per il modo che ha
di morire e poi rinascere
di moltiplicare i baci
starmi accanto anche quando è a casa usa
far muovere i miei occhi
di capire tutto ciò che ho
darmi tutto quello che non ho

di non sapere che non è una donna
di non sapere che è un miracol
[*]

dente-lamorenonebello
Posto che la mia anglofilia musicale non mi permette di scegliere tra infiniti ascolti, se dovessi indicare il mio disco italiano *in italiano* del 2009 non avrei dubbi: indicherei quello pubblicato da Dente. L'Amore Non È Bello, uscito più o meno 12 mesi fa, ha raccolto un successo notevole proiettando lo spettinato Giuseppe Peveri da Fidenza verso una notorietà non proprio nazional-popolare, ma senz'altro più ampia rispetto al pubblico di noi quattro gatti che andiamo ai concerti di musica indipendente (passaggi su Radio Deejay; piazzamento al primo posto tra i dischi italiani del decennio in un pur statisticamente ridicolo sondaggio di Corriere.it; rubrica musicale tenuta su Il Fatto Quotidiano). Sono ormai fuori tempo massimo per parlarne? Per i tempi di questo blog, decisamente no.

Se di L'Amore Non È Bello quasi tutti hanno riconosciuto il buon livello di songwriting, senz'altro a qualche fan della prima ora è rimasto nel cuore il vecchio Dente: quello solo voce e chitarra, in cui i calembour, l'autoironia e la capacità di creare bozzetti acustici semplici e giocosi vengono prima della melodia e dell'interpretazione. Insomma, quello dei primi due album Anice In Bocca e Non C'è Due Senza Te e dell'ep Le Cose Che Contano.

Io ho invece salutato con più entusiasmo la raffinatezza degli arrangiamenti di questa ultima fatica, le cui canzoni vanno oltre il cantautorato lo-fi e naif (genere di cui non sono particolarmente appassionato; tra l'altro il brano più in stile "primo Dente" è Finalmente, l'unico che non mi piace), per lasciare, diciamolo, più di una traccia importante nella musica pop italiana. Come non amare un disco che si apre con una dichiarazione d'amore delicata e sognante come quella del capolavoro La Presunta Santità Di Irene (i versi che aprivano questo post), e che più avanti passa alla descrizione più banalmente cupa dell'abbandono e della conseguente disperazione nella splendida Buon Appetito? Quest'ultima (pezzo da struggimento dell'anno) ti mette il magone addosso fin dai primi accordi, prosegue sul filo dell'imprecazione con strofe e ritornello, per poi sfociare, dopo un mezzo minuto di "pausa" ritmica che aumenta la tensione, nel terribile finale. Perché a volte alla fase dell'accettazione non ci si arriva mai.

e quando fai la spesa cosa comperi
di che colore hai colorato i mobili
vorrei non sapere più nemmeno dove abiti

Il primo nome che viene in mente all'ascolto di questo disco – e soprattutto della coppia di canzoni piazzata al centro della tracklist – è senz'altro il Lucio Battisti più delicato, non più beat e non ancora pop da fm, di album come Il Mio Canto Libero e Il Nostro Caro Angelo (per Parlando Di Lei A Te), oppure quello successivo più rilassato di pezzi come Sì viaggiare (per Sole); personalmente non ho colto però nessun effetto-calco, per la maggiore essenzialità che comunque permane e anche per merito dei testi – che non indulgono certo in stereotipi alla Mogol.

Ecco, i testi. Come da titolo dell'album, nelle storie di Dente non c'è molto spesso il rasserenante lieto fine. Non importa se sia o no litigarello, l'amore non è bello e basta. Comporta scazzi ("Andata in modo poco elegante, forse è meglio per te", in Solo Andata). Sacrifici. Compromessi. Insicurezze (Incubo). Può finire così, senza un motivo, lasciandoti distrutto o svuotato (sulla cover del disco c'è una coppia che si bacia, ma solo se apri il libretto riesci a inquadrare la foto integrale: dall'altro lato del vagone della metropolitana c'è un ragazzo solo, che a quella coppia felice dà le spalle).

La lieve disillusione che anima parte di questi brani (non si può parlare di vero e proprio concept, visto che brani dalle atmosfere più serene o più tristi si susseguono piuttosto alla rinfusa, con effetto talvolta spiazzante) non deriva comunque da spirito superomistico, né da angoscia esistenziale o collera verso una partner che ti succhia l'anima e ti butta via. Più semplicemente, si descrivono il retrogusto amaro degli investimenti sentimentali fallimentari (Sempre Uguale A Mai), degli amori contrastati sul nascere dall'ostacolo dell'etilometro (l'irresistibile leggerezza di Quel Mazzolino), la voglia di provare a costruire qualcosa insieme, consapevoli dei rischi e delle difficoltà materiali e psicologiche (l'impegno solenne preso in Vieni A Vivere). Insomma, "faccio una cazzata, la più grande che ci sia" (l'essenziale dichiarazione di Mi Fido Di Te). Storie degli anni zero per gente degli anni zero, che alla citazione bohémien o al maledettismo pretenzioso preferisce un linguaggio della realtà e un romanticismo dell'esperienza (le doppie punte di A Me Piace Lei), spezzato e reso "vero" da frequenti battute e giochi di parole (e qui la continuità con i vecchi dischi c'è tutta). "Posati sul cuscino, sogna che sogno che sogni che sono vicino", "bombola gasolina, scoppiami nel cuore quando vuoi" (Voce Piccolina, altra chicca).
Un disco per innamorarsi, per sognare, per rimuginare, per piangersi addosso senza sprofondare nella depressione totale. E l'acne lasciamola pure combattere ai più giovani.

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Nel 2009 ho sentito Dente dal vivo due volte: in entrambi i casi con la band a quattro, composta oltre a lui dal Signor Solo alle tastiere (fondamentale nel ricreare con precisione e calore il suono di L'Amore Non È Bello), da Nicola Faimali al basso e da Gianluca Gambini alla batteria. In entrambi i casi non sono mancate le canzoni del vecchio repertorio ad arricchire la scaletta (con Baby Building che vince sempre al pelledocometro), insieme alla cover di Verde dei Diaframma (già nell'album tributo alla band di Fiumani Il Dono), a quella Beato Me che è stata uno dei brani di punta della compila Il Paese È Reale, e a qualche sorpresa (La Cena Di Addio, singolo free download di qualche anno fa).

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Il concerto che ho preferito è stato il primo, quello alla Corte dei Miracoli a Siena (a cui si riferiscono tutte le foto di questo post).
Una serata di cui serbo bellissimi ricordi (anche per la bella compagnia che si era creata), in cui Dente aveva mostrato tutta la sua capacità di intrattenitore e improvvisatore (mi si dice che quando in passato girava da solo, la parte "cabarettistica" era ancor più sviluppata: io non ho potuto giudicarlo dal vivo all'epoca, ma senz'altro quello attuale è un ottimo equilibrio tra spessore musicale e carisma sul palco).

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In autunno poi, forte di un'esposizione mediatica crescente, Dente è approdato al Viper: anche lì, come già alla Corte, la maggior parte dello show era suonato full band e dedicato ai pezzi nuovi (o all'arricchimento dei vecchi), ma non è mancata una parentesi "vecchio stile", voce e chitarra. In qualche modo però non è stato del tutto indolore il salto alla dimensione enorme di un locale così grande (a Firenze-città, come già notato più volte anche qui, c'è penuria – ExFila a parte –  di locali "di mezzo" stile Covo o Circolo degli Artisti, e si passa dall'aperibar con capienza 30 persone alle gigantesche e impegnative Viper e Flog). L'atmosfera creatasi non era la stessa, un po' per alcuni problemi tecnici (e lì è stata sfiga), un po' perché l'ironia dimessa e la presenza scenica di Dente sono tarate su una dimensione leggermente più intima.
Si tratta però forse di una preferenza personale dettata dal fatto che la prima volta era stata più emozionante in quanto tale: la maggior parte dei pezzi suonavano comunque bene, e le variazioni in scaletta mi hanno permesso di sentire alcuni brani non eseguiti nella prima occasione (Due Gocce, Stella).

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Surreale (e forse significativo di quanto la scena fiorentina non sia particolarmente varia, se ci si vuole limitare alle proposte più accessibili e di qualità) la scelta del gruppo locale di supporto al Viper: i Bad Apple Sons, vincitori del RockContest 2008, non li avevo ancora mai visti e dal vivo sono potenti e promettenti, però il loro noise-rock psichedelico (tra Nick Cave e i Sonic Youth) con Dente non ci incastrava proprio per nulla (del loro concerto ho comunque sentito solo una piccola parte, in questa occasione: più di recente ho però assistito a un loro intero live e credo ne parlerò).

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Chiudo il post con una segnalazione che per una volta mi vede "sul pezzo". Terminato da poco il lunghissimo tour di presentazione dell'album, Dente si già rimesso in marcia. Il nuovo tour, che si svolge in teatri o location similari, si chiama 1910 e pare che preveda il rimescolamento delle scalette con riproposizione di pezzi vecchi e qualche cambiamento nella veste dei brani (meno elettronica – anche se la band resta la stessa).

Tra le date ancora a venire ce n'è anche una a Firenze: venerdì 26 marzo alla Sala Vanni.

Scalette quasi precise:

Corte dei Miracoli (Siena),  7/3/2009

A Me Piace Lei
Incubo
L'Amore Non È Un'Opinione
Buon Appetito
28 Agosto
Sole
Scanto Di Sirene
Diecicentomille
Vieni A Vivere
Le Cose Che Contano
Canzone di Non Amore
Voce Piccolina
Baby Building
Quel Mazzolino
Sempre Uguale A Mai
Verde (Diaframma cover)

Parlando Di Lei A Te
Ti Regalo Un Anello
Beato Me

Viper (Firenze),  13/11/2009

Stella
L'Amore Non È Un'Opinione
Buon Appetito
Sole
Incubo
Le Cose Che Contano
Due Gocce
A Me Piace Lei
Scanto Di Sirene
Beato Me
Baby Building
Vieni A Vivere
Quel Mazzolino

Sempre Uguale A Mai
La Cena Di Addio
Verde (Diaframma cover)

 – – –

Dente – Baby Building (video)
Dente – Buon Appetito (video)
Dente – Vieni A Vivere (video)

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Veni, vidi, blogui (Part 1: Limonaia Calling)

[1990s. Let’s Wrestle. Pete & the Pirates. The Joy Formidable. Eugene McGuinness. The Vickers. IDavoli]

Che maratona di minipost sia!

Cominciamo con i 1990s, per i quali qualche settimana fa alla Limonaia di Fucecchio mi ero fatto previsioni troppo basse rispetto all’affluenza. Che è stata massiccia: e non credo fosse tutto merito degli italiani The Peep Ones e Cruel che suonavano di supporto (io ho visto solo i secondi, mai sentiti prima e di cui non riesco a rintracciare il myspace, e ne ho apprezzato l’impatto); evidentemente il trio scozzese capitanato da Jackie McKeown esercita, dopo due album e vari passaggi in Italia (già due anni fa erano passati di qui) una certa attrattiva, superiore alla media delle band similari, sulle giovani generazioni seguaci dei suoni brit-rocknroll.

1990s-2010
Riascoltando dal vivo, dopo averle digerite da tempo su disco, le canzoni dell’esordio Cookies e del seguito Kicks (queste ultime prevalgono ovviamente in scaletta, anche perché non hanno niente di invidiare a quelle vecchie) si nota una certa uniformità nel livello dei pezzi. Ok, il pubblico si scalda molto di più sui singoli più ballati o ascoltati in questi anni (dalla recente 59, uno dei brani cantati dal batterista Michael McGaughrin, alle vecchie You’re Supposed To Be My Friend e You Made Me Like It, quest’ultima con contorno di danze scatenate sotto il palco). Tuttavia anche il resto è di ascolto piacevole (in particolare i coretti di Tell Me When You’re Ready e la ruffianissima The Box). Il contraltare è che insomma, mi pare manchino anche i guizzi che possano elevare una onesta live band a gruppo del cuore di qualcuno – o comunque rappresentativo di un’epoca o di un suono.
Niente di male, per carità: i 1990s tengono le loro stesse aspettative basse e offrono solo un po’ di rock and roll britannico. Come su Kicks, anche dal vivo  McKeown (simpatico ma non proprio un frontman sconvolgente) spartisce con i due compagni Dino Bardot e  soprattutto Michael McGaughrin le parti vocali soliste, e la cosa rende ancor più scorrevole l’ora di concerto.

Setlist:

?
See You At The Lights
Everybody Please Relax
Tell Me When You’re Ready
Is There a Switch For That?
I Don’t Even Know What It Is
59
Kickstrasse
You’re Supposed To Be My Friend
Vondelpark
Balthazar
You Made Me Like It

The Box
Giddy Up
Cult Status

1990s – 59 (Live @ Limonaia-Fucecchio, 2010!)
1990s – You Made Me Like It (Live @ Limonaia-Fucecchio, 2010)

– – –

L’occasione è buona, come dicevo, per pubblicare qualche foto e annotare qualcosa (smaltendo così un po’ del pauroso arretrato di questo blog) su altri concerti musicalmente affini visti più o meno nell’ultimo anno, quasi tutti nello stesso locale.

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L’ultimo, sempre nell’ambito della sempiterna rassegna "British Invasion" (curata da Reality Bites), era stato quello dei Let’s Wrestle, autori con In The Court Of The Wrestling Let’s (la dissacrante citazione è elementare) di uno dei miei dischi preferiti del 2009.
Anche la loro formula non inventa nulla: la freschezza e incoscienza di tante indie band albioniche di età pre/postpuberale (i Let’s Wrestle sono poco più che maggiorenni, anche se già suonano nei locali londinesi da anni), uno spiccato senso melodico che ne fa a tratti dei novelli Buzzcocks un po’ più arty, cantante dalla voce coinvolgente e dall’accento adorabile, testi non banali. Dal vivo non si preannunciano esattamente come una forza della natura, a vederli in stato catatonico sul divano della Limonaia cinque minuti prima dell’inizio. Quando tocca a loro invece portano bene a casa il concerto, pur senza strafare. Il batterista appare quello più tecnicamente in difficoltà nel tenere botta, mentre il bassista è più rilassato nel suo interpretare il ruolo del Figo Del Gruppo; il cantante/chitarrista  Wesley Patrick Gonzalez (quel Patrick come secondo nome l’ho già sentito da qualche parte…) è buffo, nel suo look da liceale sfigato.
Spiace solo che di un album così ricco (16 tracce!) vengano tralasciate molte canzoni, in favore di inediti o brani da ep (anche se tra quelle non poteva certo mancare Let’s – fucking! – Wrestle). La scarsa durata del concerto invece me l’attendevo, e del resto è in linea con quella dei gruppi ggiovani d’oggi. L’importante comunque è che non sia mancata I’m In Love With Destruction (la mia preferita). E poi andavano provati, perché per i Let’s Wrestle vale il discorso opposto ai 1990s (rispetto ai quali hanno richiamato un pubblico ahimé più che dimezzato): mentre l’esperienza dal vivo è scarsa, loro di canzoni e personalità ne hanno. Speriamo che maturino bene.

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Aneddoto: per la prima di diverse date italiane, i Let’s Wrestle erano arrivati con una sola copia rimasta dell’album (che ripeto, è fichissimo). O voi che li avete visti altrove, siete rimasti senza? Mi spiace: l’ho comprata io.
Mi hanno candidamente raccontato che sì insomma, c’era questa data londinese superaffollata qualche giorno prima e li hanno venduti quasi tutti lì e non ne avevano altri stampati. Geni del marketing, visto come i banchini ai concerti ormai siano il posto dove si vendono più cd…

letSetlist (riportata da scaletta cartacea, visto che l’alcool in questo caso aveva ridotto la memoria. Tra l’altro nella foto qui accanto trovate i disegni fatti dai Let’s Wrestle stessi sul retro)

My Arms Don’t Bend That Way, Damn It!
I’m In Love With Destruction
We Are The Men You’ll Grow To Love Soon
Diana’s Hair
Insects
I Won’t Lie To You
"Dear John"
Song For Man With Pica Syndrome
"Lazy"
I Want To Be In Hüsker Dü
"True Love"
"Not Give In"
Let’s Wrestle

Tanks
Song For Old People

Let’s Wrestle – I Won’t Lie To You (video)
Let’s Wrestle – We Are The Men You’ll Grow To Love Soon (mp3, via)
Let’s Wrestle acoustic live + intervista @ Maps, RCDC

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pete_and_the_pirates1
pete_and_the_pirates2Anche i Pete & The Pirates erano venuti alla Limonaia, ma a inizio 2008. Io me li ero persi, ma li recuperai nell’autunno successivo a una delle prime serate di Queer Aboard (la serata glbt & friends di cui avevo parlato qui, e che nel frattempo si è felicemente stabilizzata, abbinando una selezione musicale danzereccia decente alla proposta di concerti o spettacoli vari).
Un peccato che la combinazione disco + concerto non fosse stata sfruttata dai più, visto che tra il pubblico del live e quello del ballo ci fu un ricambio quasi totale. Peggio per loro, a me la cosa fece molto piacere.

Il concerto dei Pirates fu figo, una performance migliore di quella dei compagni d’etichetta Let’s Wrestle che avrei poi visto l’anno dopo (vedi sopra). Del resto i pirati sono anche un po’ più grandicelli d’età. Formazione a cinque, canzoni in stile Futureheads/Bloc Party, altrettanto ben scritte rispetto ai suddetti Let’s Wrestle (Knots e Mr Understanding su tutte) ma suonate con tiro invidiabile, cantante (Thomas Sanders) con voce all’altezza e presenza scenica notevole (con anche una bella presenza che non guasta mai).

pete_and_the_pirates3Qui si attende speranzosi il successore dell’ottimo esordio Little Death (che era del 2008, quindi non dovremmo aspettare troppo) per verificare se tengono.

Setlist (tra parentesi i pezzi non sicuri):

Knots
Lost In The Woods
(Bears)
Eyes Like Tar
Bright Lights
She Doesn’t Belong To Me
This Thyme
(Blood Gets Thin)
Dry Wings
(?)
Jennifer
Not A Friend
Mr Understanding
Come On Feet

Pete & The Pirates – Knots (video)

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eugene_mcguinnessRestando in ambito brit-rock ma tornando alla Limonaia: Eugene McGuinness, giovane singer-songwriter autore di un disco d’esordio omonimo piuttosto interessante (che seguiva a un demo/mini album altrettanto apprezzato; come stile potremmo citare tra le tante influenze Paul Weller e Billy Bragg) ci suonò a fine 2008. Il suo live una piccola delusione, e non tanto perché McGuinness si presentò da solo voce e chitarra (con una band i pezzi avrebbero reso meglio, ma d’altra parte poteva essere l’occasione per testarli in versione più essenziale), bensì per la durata davvero scarsa: una mezzoretta risicata.
Samuel Katarro, il giovane alt-bluesman pistoiese/fiorentino che era di supporto (nella sua incarnazione live che ho ascoltato più volentieri, quella in cui è accompagnato da un violinista) aveva suonato addirittura di più, e nonostante non sia affatto il mio genere (ho qualche problema con quel tipo di vocalità, e comunque le mie orecchie sono troppo pop-oriented anche per azzardare giudizi) ci mise senz’altro più intensità.

Tornando a McGuinness, va detto che il suo album contiene in effetti solo mezzora di musica; però avrebbe potuto attingere di più dal mini-album del 2007. E poi, nel momento in cui ti presenti da solo e senza orpelli, dovresti "darti" un po’ di più al pubblico. Non è necessario arrivare a certi sacrifici: a volte bastano anche qualche cover in più (oltre a Ask) o un medley improvvisato o qualche battuta per stabilire un bel feeling e lasciare un buon ricordo. Invece niente, una manciata di brani eseguiti puntualmente e tanti saluti. Non so se anche le altre date di quel tour italiano fossero in versione solo, magari quest’ultima (di domenica) lo vedeva stanco per le precedenti e abbandonato dalla band. In caso contrario, non capirei il senso di un live del genere.

Setlist:

Moscow State Circus
Nightshift
Wendy Wonders
Fonz
Those Old Black And White Movies Were True
Rings Around Rosa
A Child Lost In Tesco
Ask (Smiths cover)
(?)
Atlas
Bold Street

Eugene McGuinness – Fonz (video)

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Discorso inverso per The Joy Formidable (visti ad aprile, stessa location): nel loro esordio A Balloon Called Moaning la personalità nella scrittura e nella produzione è scarsina, mentre dal vivo i tre gallesi scatenano ritmi tra il wave-revival e il puro power-pop e si dimostrano precisi e potenti, lasciandomi soddisfatto e divertito. Menzione d’onore per la biondissima cantante/chitarrista (con il look di una sorta di Dolores O’Riordan indie), solo per il fatto di chiamarsi Ritzy(…). Per fortuna credo che buona parte del pubblico non ne fosse a conoscenza.

The Joy Formidable – Whirring (video)
The Joy Formidable – Cradle (Live @ Limonaia-Fucecchio, 2010) (qui altri pezzi dello stesso concerto)

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In apertura ai Joy Formidable avevano suonato The Vickers,band fiorentina che ho già avuto modo di vedere diverse volte da quando a inizio 2009 è uscito il loro album d’esordio, Keep Clear.
Nel corso delle varie date il miglioramento nel live è stato progressivo: il merito però va forse ascritto anche alla mia maggiore confidenza con le loro canzoni.

La musica dei Vickers, rispetto alla maggior parte delle nuove band indipendenti attuali, non si ispira a modelli particolarmente attuali o d’avanguardia, né si butta nel collaudatissimo filone del revival postpunk/wave/etc. I Vickers guardano piuttosto al rock anglosassone "classico": si ritrovano nelle loro canzoni il Dylan elettrico, gli Stones più dylaniani, gli Wilco più classicheggianti (o al massimo gruppi attuali dal sound più vintage, à la The Coral).
Il pregio di queste sonorità è che dal vivo risultano familiari e gradevoli un po’ a tutti, anche al primo impatto (così è stato anche alla Limonaia, nonostante sia stato il loro concerto con pubblico più scarso tra quelli che ho visto).
Il rovescio della medaglia è che, in mancanza di una vocalità particolarmente caratterizzata (ma dagli ultimi live si nota che la personalità delle voci è in crescita, il che probabilmente si rifletterà nelle auspicate uscite future), paradossalmente i loro pezzi non si impongono subito all’attenzione dell’ascoltatore dai gusti un po’ più "moderni". Con gli ascolti successivi però le cose iniziano a cambiare, e brani come Here Again, il singolo The Only One e Days Pass Away si fanno apprezzare.

[I Vickers suoneranno di nuovo a Firenze, dopo un po’ di mesi di assenza, all’ExFila. Stasera – lo dico giusto nel caso qualcuno leggesse questo post nelle prime ore]

The Vickers – The Only One (video)

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Termino infine questo (primo?) filotto di note arretrate parlando di un altro live italiano stavolta più recente, quello de IDavoli (pare che si scriva così, tutto attaccato. grrr, come odio questi dubbi). Il gruppo pistoiese ha avuto l’occasione di esibirsi qualche venerdì fa al Viper – dove peraltro lo avevo già visto in azione nel 2008, insieme ad altre band, in occasione di una (mi pare) semifinale del Rockcontest. Il quintetto pare sensibilmente migliorato rispetto a quella esibizione un po’ scalcagnata. Non presentano niente di rivoluzionario: un punk-funk-wave dalle solite influenze (Rapture, LCD Soundsystem, Gang Of Four etc.). Però stavolta sono più precisi (scopro tra l’altro che hanno in comune il batterista con i Karl Marx Was A Broker, che non fanno esattamente lo stesso genere), e la loro musica dal synth invadente fa il suo dovere, che è semplicemente quello di pompare adrenalina e far ballare. O almeno lo farebbe in una situazione più affollata (il Viper per un gruppo emergente è enorme, e inoltre siamo nella serata QueerAboard che non abbonda di appassionati di musica live – vedi sopra). C’è da dire poi che il concerto va in crescendo: mentre i pezzi eseguiti all’inizio non mi convincono (Death, probabilmente una delle canzoni più vecchie, vorrebbe giocare sul ritornello appiccicoso ma risulta fastidiosa nella sua monotonia), in seguito ne arrivano altri finalmente un po’ più elaborati, che non perdono in tiro ma mostrano qualche idea in più che fa ben sperare.

[Fine! I prossimi filotti saranno più corti e sintetici. Forse]

New decade’s lack of self explanation

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Dopo due concerti ad alto tasso di adrenalina e cazzoneria (quelli di Eterea PostBong Band e The Calorifer Is Very Hot!), sabato scorso a Ponterotto è arrivato il momento di tirare un po’ il fiato e rilassarsi, facendosi trasportare da atmosfere circolari e ipnotiche dei Blake/e/e/e.

Ho scoperto solo sul momento che trattavasi oltretutto dell’ultima data (salvo ulteriori concerti isolati nei prossimi mesi) di un percorso live che va avanti senza troppe pause da circa un paio d’anni.

La storia del gruppo bolognese prende il via dalla fine dell’esperienza alt-folk dei Franklin Delano (tre dischi, di cui uno uscito con etichetta americana), quando Paolo Iocca e Marcella Riccardi hanno deciso di continuare con un nuovo nome e con un progetto più ambizioso e a 360 gradi. I Blake/e/e/e partono da una base weird-folk a due voci e vi innestano di volta in volta ritmi dub, beat elettronici, schegge di postpunk.
Formato il gruppo in quel di Chicago e terminate la registrazione del disco d’esordio (anch’esso uscito pure negli States) e le prime date insieme a un paio di musicisti locali, il tour dei Blake/e/e/e è proseguito in giro per l’Italia con una formazione a 4 che ha visto alternarsi accanto ai due fondatori vari musicisti (tra cui Bruno Germano dei Settlefish, Egle Sommacal e l’ex bassista dei Franklin Delano Marcello Petruzzi, ora solista come 33ore). Da un po’ di tempo invece la formazione si è ridotta a tre, con Iocca & Riccardi accompagnati dal giovane Mattia Boscolo alla batteria.

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Un live rodato quindi, ma in cui comunque l’attenzione al dettaglio è forte come se per i tre fossero le prime date: vedasi ad esempio la cura con cui sono preparati gli svariati effetti utilizzati sulle due voci (la cui armonizzazione è uno delle caratteristiche peculiari della band). Paolo e Marcella si dividono (anche nella stessa canzone) tra basso, chitarra acustica ed elettrica, drum-machine, diamonica, tastiera, percussioni.
Per un’ora abbondante i Blake/e/e/e trasportano i presenti in un trip psichedelico attraverso un’America profonda e misteriosa, riproponendo quasi tutti i pezzi di Border Radio. I più coinvolgenti per me, data la mia scarsa dimestichezza con il folk, non possono che essere quelli in cui la batteria si fa più sferzante e il ritmo più da rock storto e "dronico": Time Machine e quella New Millennium’s Lack Of Self Explanation che viene eseguita in chiusura e fatta decollare a dovere dopo l’unico e sfortunato intoppo tecnico del concerto (ai synth). Non mancano comunque momenti di grande atmosfera anche tra quelli più rilassati.

In attesa dei prossimi progetti della band, sono felice di aver colto l’ultima occasione utile per sentirli in questa incarnazione.

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… and now something completely different: sabato 13 febbraio è il turno dei torinesi Farmer Sea: si passa a un pop lo-fi nel segno di Death Cab For Cutie e Grandaddy (il titolo dell’album uscito lo scorso anno, Low Fidelity in Relationships, è tutto un programma). L’ingresso è come sempre libero (tess. Arci) e il qui presente sta meditando sul modo più brillantemente depresso per trascinarvi fino a San Valentino.

farmersea_ponterotto [*immagine originale via myspace]

Farmer Sea + My Bloody St.Valentine Dis:Order djset @ Ponterotto

Farmer Sea – Teenage Love (video)

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Ah, questo il programma delle prossime settimane di Ponterotto:

sabato 20 febbraio  Elettrofandango + Torgal’s Heads

sabato 27 febbraio  Late Guest (At The Party)
   
sabato 6 marzo        Wolfango    
   
sabato 13 marzo     The Gentlemen’s Agreement

sabato 20 marzo     Chewingum
     
sabato 27 marzo     København Store

sabato 3  aprile       Federico Fiumani confidenziale   

I don’t want to live in a dream, I want something real

buzzcocks1Non avendoli mai visti, non potevo certo lasciarmi sfuggire il concerto dei Buzzcocks che qualche giorno fa suonavano nella patria del punk, che è come tutti sanno Colle Val D’Elsa (?).
Quando iniziano, più tardi di quel che avrei immaginato vista l’età non verdissima di alcuni membri del gruppo, il Sonar è giustamente pieno. E si parte subito alla grande con Boredom, doppiamente storica perché del primissimo e più sperimentale periodo (quello dell’EP Spiral Scratch del 1977, con in formazione Howard Devoto poi fondatore dei Magazine).
In realtà sul resto non c’è molto da dilungarsi: non è niente di sorprendente, si tratta semplicemente di un’ora strepitosa di chitarre pogo & cori con in scaletta tutte le hit, da Autonomy a Promises, fino a Orgasm Addict che chiuderà il bis. Verso la fine arriva anche il loro pezzo più universamente noto, Ever Fallen In Love, che insieme a You Say You Don’t Love Me (non a caso coverizzata spesso dal vivo da Zio Ciuffo) è una delle migliori testimonianze della vena melodica e pop che affiora spesso e volentieri dai riff punk delle loro canzoni.
Per quanto riguarda la band, c’è da dire che i superstiti della line-up classica anni 70 sono solo due, il leader Pete Shelley e il chitarrista Steve Diggle. Il primo sarebbe la storica voce della band, ma ormai dal vivo questa distinzione non c’è più, i due si smezzano le canzoni con ottimi risultati. Per la verità tra i due Diggle è decisamente più rockstar, con il suo aspetto da gentleman ubriaco e le pose da guitar hero con un filo di autoironia. Shelley è invece tragicamente appesantito nel fisico (io non lo avevo visto in immagini recenti e avevo scambiato Diggle per lui, perché non concepivo una simile trasformazione), ma di questo non importa ovviamente nulla a nessuno mentre canta imbracciado la chitarra, fasciato nella sua maglia figa e grottesca al tempo stesso.

Almeno una volta nella vita i Buzzcocks andavano visti. Però se in futuro tornassero in zona mi ci ritroveranno senz’altro, perché saranno sì un pezzo di storia del rock ma non puzzano affatto di museo.

Setlist (*)

Boredom
[Fast Cars]
I Don’t Mind
Autonomy
[Get On Your Own]
[What ever Happened To?]
Why She’s The Girl From The Chainsaw
[Sick City Sometimes]
Why Can’t I Touch It?
I Don’t Know What To Do With My Life
You Say You Don’t Love Me
Noise Annoys
Promises
Love You More
What Do I Get?
Harmony In My Head

[?]
Oh Shit!
Ever Fallen In Love (With Someone You Shouldn’t’ve)
Orgasm Addict

(*) le parentesi quadre sono brani che non conoscevo/non ho riconosciuto/non mi sono ricordato. Le ho riempite in via puramente ipotetica, basandomi sulle scalette di altre date dell’ultimo tour (sono tutte molto simili)

buzzcocks2

Me, You and Ponterotto

calorifer_ponterotto1
La foto calorifera di cui sopra apre un nuovo post lievemente auto-marchettoso  ma anche ad alto tasso di buona musica.

Innanzitutto l’attualità: stasera a Ponterotto sono di scena gli emiliani Blake/e/e/e.

blakeeeeFondati nel 2007 da Paolo Iocca e Marcella Riccardi, già nei quotati Franklin Delano, sono il diretto proseguimento del’esperienza post-folk-psichedelica del gruppo precedente, arricchita però di contaminazioni dub ed elettroniche. Il loro primo album Border Radio si è fatto notare come una delle novità più interessanti del 2008.
Roba di sostanza, insomma. Io al confronto farò come al solito la figura del peracottaro.
See you there brotha!

Blake/e/e/e + Dis:Order djset/t/t/t @ Ponterotto, Montelupo Fiorentino

Blake/e/e/e – New Millennium’s Lack Of Self Explanation (video)

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E veniamo alle puntate precedenti.

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Degli Eterea PostBong Band, dopo il post-fiume che scrissi sul concerto di Siena, poco da dire se non che si sono ripetuti, riuscendo ad agitare anche fisicamente il pubblico di Ponterotto come pochi prima di loro. Un concerto che si è fatto seguire in piedi da quasi tutti, e vicino al palco per farsi travolgere dal loro suono electro-folle. Scle-Dance, Cavalcata n.1 e gli altri pezzi di Epyks 1.0 hanno portato il concerto alla fine che neanche ce ne siamo accorti. Qui c’è un altro report più dettagliato.

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calorifer_ponterotto2Quanto a sabato scorso, sono rimasto molto colpito dalla crescita dal vivo dei The Calorifer Is Very Hot!, visti sempre qui un paio d’anni fa, ai tempi del tour di Marzipan In Zurich.

La formazione è stavolta stabilmente a tre, con Samuele che alternandosi a contrabbasso, piano e percussioni arricchisce notevolmente il suono live di Nicola e Nani (la scorsa volta gli ultimi due suonavano da soli, con l’ausilio di qualche base, riuscendo comunque a creare un live assai coinvolgente). Così come preannunciavano le canzoni del nuovo disco Evolution On Stand-by in versione studio, adesso il peso dell’elettronica si è assai ridotto, nella direzione che già prennunciavano pezzi dell’album d’esordio come Wocko e Panda Loser (ma Outside Is Cold For Us fa sempre la sua porca figura); in generale i ferraresi sono diventati bravi e potenti quanto divertenti.

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Di grande effetto il folkeggiante singolo Lester, eseguito in apertura, così come la più elaborata Evolution on Stand-by e le più riflessive Wandering Twins e Pink Door; non mancano poi i pezzi scazzoni come Me, You And Hugh o Dying Bursting Out, che segnano la continuità di atteggiamento rilassato ed entusiasta della band, che si accompagna alla maggior precisione e incisività di scrittura. Per il capitolo cover (che avevano arricchito e insaporito il concerto di due anni fa, quando il repertorio constava di un solo album), la sera prima in quel di Siena era stata eseguita addirittura There Is A Light That Never Goes Out (!), ma resto deluso perché non c’è replica. Arriva però in compenso una Be My Baby rocckeggiante ed eccezionale. Tra Nicola che scende a cantare tra il pubblico danzante, ospiti che salgono sul palco e addirittura, mai visti qui, striscioni ("Panda Loser"), un’altra gran serata.

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Tra l’altro, in apertura c’era stata la gradita aggiunta del breve set degli Eleven Fingers, gruppo del modenese. Hanno all’attivo soltanto un Ep per ora (We Lost Everything Just To Find Ourselves); il suono della loro formazione a 5 (ampliata a sei per alcuni pezzi, in cui un’altra cantante sostituisce alla voce o si aggiunge al leader e tastierista David Merighi) non è troppo distante da quello di gruppi come gli A Classic Education o gli stessi Caloriferi, e i testi sembrano caratterizzarsi per temi più legati al sociale rispetto alla media dei gruppi musicamente affini. Vediamo come proseguono, per ora mi ha colpito la loro Everything Is Far Away, che sto riascoltando di continuo.

eleven_fingers

Hey you! What’s new? I saw your face

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[Disclaimer: questo post, come altri che sono venuti e che verranno, manca drasticamente di attualità. Il mio blog è (anche) un quaderno di ricordi, ergo posto le cose quando voglio; magari se cercate roba fresca non vi interessa]

Per i concerti che si attendono e si vivono come momenti importanti, il passare dei mesi può far sbiadire il ricordo dei particolari o dell’esecuzione più o meno soddisfacente di questo o quel brano (per le scalette sapete bene che questo blog non dimentica e non perdona, come la sposa tarantiniana). Ma certe sensazioni, così come la soddisfazione data dall’esserti preso con la forza quel momento di cui avevi un maledetto bisogno, non svaniscono mai del tutto, e ti restano dentro anche quando non sarai più in grado di descriverle.

E’ il caso del concerto che forse più ho atteso nel 2009 (durante il quale di live ne ho visti tanti, ma di “gruppi della mia vita” ne ho incrociati meno rispetto al 2008). Concerto che ho iniziato a programmare circa un anno fa, e che per me è anche iniziato, inaspettatamente, già nel pomeriggio.

MP_gswLo spazio presentazioni di HMV è abbastanza affollato. Gente della mia età ma anche molto più giovane, com’è normale. Chissà, magari qualcuno di loro ha scoperto come me solo poche ore fa che i Maxïmo Park, che si esibiranno stasera in città, hanno in programma qui un mini-showcase promozionale acustico. Per me non poteva essere altrimenti: fino a poche ore fa in questo posto non ci avevo mai messo piede (né era particolarmente in alto nella mia lista delle mete turistiche da visitare al più presto). Poi invece arrivo, neanche il tempo di orientarsi un minimo e viene fuori che ho appena il tempo di registrarmi all’ostello se non voglio perdermi perdermi la possibilità del goloso “bis” a babbo morto.

Arrivano. Si esibiscono solo in tre, Paul Smith con il chitarrista Duncan Lloyd e il tastierista Lukas Wooller armato di diamonica (in pratica, i tre a cui si devono tutte le canzoni della band); fanno solo due canzoni, ma mi basta. La prima è Questing, Not Coasting – a distanza di tempo, il brano a cui mi sono più attaccato tra quelli di Quicken The Heart. La nuova Books From Boxes. E’ forse in questo momento che scopro di amarla.
La seconda è I Haven’t Seen Her In Ages, il pezzo che chiude il disco nuovo e che non verrà eseguito in serata.

Fine della pacchia. C’è però ancora il momento degli autografi, e io mi metto diligentemente in fila in mezzo a teenager e ventenni autoctoni con una copia dell’edizione speciale di Quicken The Heart, con la copertina rossa anziché dorata. Generalmente evito le edizioni speciali con copertina diversa, in qualche modo mi piace avere il disco “normale”, con la cover che passerà alla “storia”.
Generalmente, in effetti, non chiedo neanche mai gli autografi a nessuno; né prendo un aereo per sentire un concerto. E invece per i Maxïmo Park, che in Italia si sarebbero concessi pochi gorni dopo solo una striminzita data milanese infrasettimanale in una discoteca, sono volato qui con un low cost per vederli a Glasgow, non molto distante da quell’Inghilterra del nord da cui provengono.
Non ho il tempo, ma soprattutto non ho le parole giuste per far capire a Paul Smith e agli altri (a firmare ci sono tutti e cinque) perché *per me* i Maxïmo Park non sono stati in questi anni un gruppo come tanti, nonostante la loro musica sia per molti versi simile a quella di tanti, e quanto sia loro stupidamente grato per quelle canzoni che sono state esaltante, terribile e consolatoria colonna sonora di tanti miei mesi, e quanto tutto ciò capiti ormai così di rado dopo tanti anni di ascolti e di scoperte musicali. Riesco solo a balbettare che sono venuto dall’Italia apposta e che grazie, davvero, grazie.

MaxïmoParkHMV

Il terzo album del quintetto di Newcastle, ora posso ammetterlo anche qui, non ha mantenuto le sue promesse. Forse è solo colpa del troppo amore per il precedente Our Earthly Pleasures – che me li ha fatti sopravvalutare o che mi ha alzato troppo le aspettative, fate voi. Il fatto che abbia dei momenti di stanca non vuol dire però che la voce di Smith e le stilettate di tastiera o chitarra non mi freghino mai, o che l’ascolto sia privo di emozioni.

L’effetto è poi amplificato se Calm la ascolti nel tragitto in treno che unisce le due maggiori città scozzesi attraversando il nulla. Oppure se la sequenza iniziale Wraithlike/The Penultimate Clinch/The Kids Are Sick Again te la spari negli auricolari mentre attraversi di notte da solo il finto ponte di Edimburgo (città deliziosa), con da una parte la città nuova brulicante fino a poche ore prima di vita e di traffico, sotto di te la ferrovia e dall’altra parte la città vecchia, con il castello e le vie medievali del Royal Mile e le scalinate e le salite su cui interpicarsi e le abbazie da spiare da fuori e i negozietti da setacciare.  Roba da accelerarti il cuore. Nothing to look forward to.

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Alla O2 Academy della più grigia e londinese Glasgow (londinese per la somiglianza delle vie dello shopping e per la pioggia) i brani da QTH saranno 8, e si confermeranno adatti all’esecuzione live come avevo previsto fin dai primi ascolti. Ci guadagnano in particolare Tanned (un’orgia di synth impazziti) e Let’s Get Clinical (la canzone più sensuale mai prodotta dai MP), i pezzi più “strani” e che su disco in qualche modo ti lasciano più perplesso. L’effetto di the Kids Are Sick Again me lo aspettavo migliore invece.  Wraithlike è un ciclone che finisce senza che neanche me ne sia accorto.

E poi c’è il valore aggiunto di Paul Smith, parliamone: una vera forza della natura. Ricky Wilson dei Kaiser Chiefs o Alex Kapranos dei Franz Ferdinand (per citare due buone live band inglesi della stessa generazione che ho visto, dal repertorio altrettanto vasto e altrettanto/più famoso) al confronto appaiono semplici mestieranti. Smith valorizza la potenza di fuoco impressionante tirata su dai compagni con un carisma e una “cattiveria” glaciale che non gli daresti, guardando il suo aspetto da gentleman un po’ sfigato (vedi il solito cappello che su e giù dal palco non toglie MAI, e nessuno più crede sia una scelta di look…). La voce è potente, calda e proprio come su disco, senza possedere un timbro particolare né forzarla su soluzioni sofisticate, riesce ad accarezzare e a fare male.

Cinque pezzi a testa anche per i primi due album, con la fanbase britannica che reagisce in modo nettamente più folle a quelli dell’esordio A Certain Trigger. Graffiti è l’apertura indiavolata del live; Going Missing e I Want You To Stay grandiose; su Apply some Pressure che chiuderà lo spettacolo pogo in modo forsennato buttando fuori tutto quanto, non solo le parole del ritornello.

Poi ci sono i piaceri terreni. Girls Who Play Guitars e Our Velocity sono una goduria adrenalinica per le orecchie. Su Books From Boxes non c’è bisogno che racconti nulla, davvero. E l’arrivo sperato ma non preventivato di Parisian Skies e By The Monument mi commuove e annienta definitivamente.

In una scaletta ampiamente soddisfacente (avrei voluto anche The Coast Is Always Changing, Postcard Of A Painting e Your Urge, ma non saprei dire al posto di quali altri pezzi vecchi) c’è spazio verso la fine anche per un inedito (outtake dell’ultimo disco, in seguito bside di Questiong, Not Coasting), eseguito pare spesso: si intitola That Beating Heart, è lenta e non conoscendola è l’unico momento in cui riesco a rifiatare.
Per il resto è un susseguirsi di immagini, entusiasmi e ferite che tornano alla mente senza sosta. Il tutto in mezzo a una bolgia di sconosciuti altrettanto teneramente entusiasti, con i vestiti mezzi zuppi per la pioggia presa per arrivare, con la gambe spossate da un paio di giorni passati in giro a camminare.
Cazzo se lo rifarei mille volte.

Vedere un concerto all’interno di una fuga dalla realtà che gli hai costruito attorno, con vicino a te le persone giuste con cui condividere la propria solitudine, non ha prezzo (in realtà economicamente ce l’ha ed è pure basso, tiè).
Senza contare che la locale O2 Academy, teatrone per concerti fighissimo con galleria e platea, non è esattamente l’equivalente dei Magazzini Generali.

[altre foto a fine post, cliccare per ingrandirle]

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I gruppi di supporto erano stati due. Entrambi hanno voci femminili: questo dice qualcosa sul pubblico e quindi sulla musica dei Maximo Park (non li vedo molto bene gruppi con voce femminile di supporto ai Kaiser Chiefs, per dire).

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I supporter principali (quelli che poi suoneranno con loro anche in Italia) sono i Noisettes. La cantante è una sorta di Skin dei poveri che vuol fare la panterona à la Grace Jones. Stacco di coscia imperioso, pose da strappona, bella voce esibita pacchianamente. La musica è davvero insignificante: già non mi aveva detto granché quel che avevo ascoltato, ma dal vivo il loro mainstrindie-poprock da sfilata di moda si rivela in tutto il suo fintume. L’ultimo Lenny Kravitz al confronto è da pelle d’oca. Ridateci gli ultimi Garbage, piuttosto.

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I primissimi a esibirsi invece si chiamano Stricken City, di loro al momento del concerto non è ancora uscito neanche un Ep (il mini album Songs About People I Know sarebbe poi uscito nell’estate) ma sono molto più interessanti; le canzoni un po’ stile Orange Juice vs. Siouxsie vs. Metric acquistano più vivacità, la cantante Rebekah Raa tiene bene il palco e dà una lezione di autenticità alla patinata e pettinata frontwoman che l’avrebbe seguita. Mi pare strano che a distanza di mesi di loro non si parli ancora granché, probabilmente non hanno incontrato il favore dei blog e delle webzine “giuste”.

Maxïmo Park setlist

Graffiti
Wraithlike
A Cloud Of Mistery
Our Velocity
I Want You To Stay
The Kids Are Sick Again
In Another World (You Wouldn’t Have Found Me By Now)
Books From Boxes
Going Missing
Let’s Get Clinical
Parisian Skies
Tanned
By The Monument
Calm
Now I’m All Over The Shop
Girls Who Play Guitars
That Beating Heart
Questing, Not Coasting
Apply Some Pressure

Maxïmo Park – Questing, Not Coasting (video)
Maxïmo Park – I Want You To Stay (Live @ The O2 Academy Glasgow 15/05/09)
Maxïmo Park – (gig opening with) Graffiti @ The O2 Academy Glasgow 15/05/09)

 


Maxïmo Park – I Haven’t Seen Her In Ages (acoustic live @ Glasgow HMV)

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Necrophiliac Rock&Roll (Eterea PostBong Band @ Ponterotto)


Eterea PostBong Band @ Arci Ponterotto, Montelupo Fiorentino, 23/01/09

Come al solito, lo spettacolo si apre prima che il concerto abbia inizio.
Il concerto è quello degli Eterea PostBong Band. Teatro della loro incursione è stavolta il circolo di Ponterotto, che in questa stagione ha riaperto la sua appetitosa programmazione musicale per la gioia degli appassionati di concerti dell’empolese e non solo.

Anche stavolta (per chi ne ha visto altre date in passato) l’entrata in scena del quartetto elettro-funk-rock di Schio è preceduta da apparizioni nelle varie stanze del locale dei suoi membri, rigorosamente chiusi dentro le soffocanti tute anticontaminazione che ne costituiscono la divisa d’ordinanza. Piccoli trucchi del mestiere per destare curiosità di cui non ci sarebbe neanche bisogno, perché quando i vicentini salgono sul palco e ancora con le maschere addosso iniziano a suonare ci pensa il loro vortice sonoro a travolgere tutti, distogliendo anche molti degli avventori più distratti dalla routine birrinochiacchiera-cicchino fuori. Si parte con Scle-dance, brano geniale fin dal titolo (che richiama cripticamente l’origine geografica della band), contenuto ne La Chiave del 20 (lo split album con gli Uochi Toki del 2007); si prosegue con altri pezzi sia dai primi e ormai lontani lavori autoprodotti che dal recentissimo Epyks 1.0 (la prima parte di un concept incentrato sul rapporto malato con la comunicazione e l’alta tecnologia). Un’ora e mezzo di musica quasi completamente strumentale (campionamenti e allegro cabaret a parte) che scivola via come un ottimo cocktail goduto in bella compagnia. Salta alla mente un accostamento con un’altra potente live band emersa negli ultimi anni, i Calibro 35, per la capacità di coinvolgere un uditorio trasversale senza l’utilizzo della vera e propria forma canzone, ma restando pur sempre nel campo dell’immediatezza e della fruibilità. Le analogie finiscono ovviamente qui: ove la band di Enrico Gabrielli e soci (i Calibro 35, val la pena precisarlo: negli Eterea PostBong Band il prezzemolino Gabrielli non suona, *per ora*) elabora la propria proposta filologico-rinnovatrice bazzicando territori consolidati dal punto di vista stilistico e della strumentazione come quelli delle soundtrack vintage italiane, i profeti vicentini del “post bong” propongono una musica postatomica, totale e senza regole, a partire dalla line-up insolita (due chitarre, un tastierista/campionaturista, un addetto alle percussioni che si divide tra tamburi, macchine da scrivere e congegni elettronici). Il suono nerd e giocoso (come da garanzia Trovarobato) di una provincia meccanica che trova sfogo applicando la tecnologia al rock muscolare, innestando inaspettate melodie morriconiane su ritmi elettronici postmoderni, sfruttando a scopo ludico gli stereotipi della musica da ballo più becera mentre glieli rivolta contro sadicamente. Bene, bravi, bong.

myspace

[ già su http://www.vitaminic.it ]

«Quanti viaggi ci facciamo con la musicaaa, la nostra macchina del tempooo»

new Dharma Station-ponte
[Ci risiamo: continua la serie di post in conflitto di interessi. ]

Dove eravamo rimasti con Ponterotto? Ah sì, i Jules Not Jude, sabato 9 gennaio. Bravi e simpatici i ragazzi, anche se per ora sul palco è soprattutto il cantante Simone Ferrari a gigioneggiare con il pubblico (normale che sia così, del resto. E’ un duro lavoro quello del frontman, ma qualcuno lo deve pur fare!). I bresciani ci hanno regalato un’oretta di piacevole brit/indiepop; i pezzi non hanno tutti la stessa immediatezza (va anche detto che la band in questa formazione non ha una storia live lunghissima: nell’ep Clouds Of Fish alla batteria c’era Budo degli Annie Hall, e anche il bassista non è con loro dall’inizio), ma la stoffa c’è e l’ora abbondante di concerto finisce in un lampo!

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Le canzoni proposte sono molte più delle 5 dell’ep comunque: c’è stato spazio anche per una cover (With A Little Help From My Friend nella versione Joe Cocker), e in almeno un brano si sono sentite le influenze vagamente balcaniche che i Jules Not Jude promettevano di tirare un po’ fuori col tempo (influenze dovute all’origine del chitarrista Mirza Sahman, l’altro autore e membro fondatore del progetto insieme a Ferrari). Una componente apparentemente lontana dall’indiepop di partenza, vicino a gruppi come i Le Man Avec Les Lunettes, il che aumenta la curiosità per come si evolverà il loro suono (un album dovrebbe essere in lavorazione e in arrivo entro l’anno, lo attenderò al varco).

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La settimana successiva sono passati i Gamera Gamera, gruppo del circondario che propone una miscela di noise, rock, postgrunge e quant’altro, con voce sia maschile che femminile e testi per lo più in italiano. Il suono complessivo ne risulta un po’ acerbo e disomogeneo (ma loro sono di formazione ancora più recente, e le esperienze live si limitano a posti in zona); già buona la grinta mostrata però. Di loro non ho potuto scattare foto (purtroppo, perché il pigiama sfoggiato del chitarrista/cantante e le babbucce della cantante meritavano).

– – –

eterea_ponterottoE domani arrivano gli Eterea PostBong Band!

Definire il suono Post Bong non è facile, potrei aggiungere altrettanti aggettivi a quelli spesi qualche tempo fa parlando del loro concerto senese, ma renderei comunque poco l’idea. Di sicuro è uno dei live più divertenti visti ultimamente, dal punto di vista coreografico e del coinvolgimento. Qui potete ascoltare in streaming l’ultimo album Epiks 1.0 (ma mentre per apprezzare in pieno il disco si deve essere appassionati di certa electro-rock avant-freakkettone, l’impatto live resta decisamente un’altra cosa).

Prima e dopo, cercherò di dimostrarmi all’altezza della follia sonora dei postbongers e di contribuire a farvi muovere – almeno simbolicamente – il fondoschiena.

L’immagine accanto (e quella di inizio post) sono in onore della Lost-mania, che con l’approssimarsi dell’inizio dell’ultima serie si fa sempre più forte (anche tra gli Eterea stessi, immagino).

Non aprite quella botola!

(Prossimi appuntamenti: 30/1The Calorifer is Very Hot!; 6/2 Blake/e/e/e; 13/2 Farmer Sea. Qui il calendario completo fino a tutto marzo)

Eterea Post Bong Band – Brus Bros 

Eterea Post Bong Band – Cavalcata Pt.1 (video, featuring Desmond in the hatch)

…ed è per questo che la voglio cantare

[Double feature stavolta: disco + live!]

brunorisascoverQuello che mi accingo a scrivere non è probabilmente "il solito post su Brunori Sas", come i tanti che avete letto negli ultimi sei mesi. Non mi dilungherò per l’ennesima volta (se nel 2009 non avete mai neanche sentito nominare Brunori Sas vuol dire che probabilmente trovate carina e solare la voce di Alessandra Amoroso) di quando Dario Brunori stava in Toscana e suonava nei glitchosi Blume, di come sia poi tornato in Calabria per motivi familiari e di come si sia poi trasformato, all’inizio per hobby e poi facendo sul serio, in cantautore/urlatore pop voce & chitarra. Ma soprattutto eviterò gli sdilinquimenti, di cui peraltro queste pagine sono solitamente pieni, tipici di chi si appassiona a certa musica che ascolta fino all’identificazione e al sentirsela addosso.
Perché per me in questo caso non è (in buona parte) così.

Il punto è che proprio questa è la forza delle canzoni contenute in Vol.1, album uscito l’estate scorsa e che è valso a Brunori Sas il premio Ciampi come migliore opera prima (oltre a consensi trasversali nella critica e in un pubblico che concerto dopo concerto si va espandendo): arrivare comunque alle orecchie e talvolta al cuore – anche di coloro a cui non arrivano alla pancia.

Io sono tra questi, e infatti la musica di Brunori non mi ha convinto immediatamente. Perché i suoi brani sono così diretti (nelle diverse sfumature del termine, dall’ingenuo al tenero allo sguaiato), diretti nel linguaggio e nei riferimenti di vita vissuta e osservata, che ai primi ascolti possono sì conquistarti subito, ma anche lasciarti piuttosto indifferente e freddo se – come me – ti senti lontano da un certo immaginario. E’ una questione di percorsi e di esperienze diverse: nelle canzoni di Vol.1 sono spesso presenti i temi della semplicità, del richiamo della provincia (solo a tratti caratterizzata come provincia del sud) e di certe convenzioni familiari, del ritiro nel privato, che in questo momento proprio non sento né voglio sentire vicini (emblematico in questo senso un pezzo come Paolo, che "non lo sa per chi voterà, sa soltanto che vuole una moglie"). Non è questione di snobismo o di politicizzazione; oltretutto lo sguardo e la scrittura sono spesso ironici (un’ironia a volte esplicita, a volte sotterranea, quasi sempre bonaria; a volte magari in realtà assente, e altre volte presente e non colta).

Si aggiunga, dal punto di vista musicale, che io sono anche poco sensibile a certo cantautorato melodico italiano a cui Brunori è stato accostato (i nomi più gettonati sono quelli di Rino Gaetano – per la verve e talvolta per il cantato – e Ivan Graziani – per la delicatezza e per certi arrangiamenti).

Poi però succede che ci torni sopra, che riascolti, e ti rendi conto che le cose cambiano: e come spesso succede inaspettatamente e meravigliosamente nella musica pop, è la forza delle canzoni che scava nei preconcetti e nelle impressioni iniziali e le modifica. In questo album ci sono – su 9 – almeno un paio di pezzi bellissimi, e diversi altri azzeccati. Come Stai svetta su tutte: il tema della perdita, della nostalgia e dell’amarezza nell’affrontare la vita che deve andare avanti ("e il mutuo, il pensiero peggiore del mondo") è universale, e di fronte alla levità con cui è trattato il magone è inevitabile e difficilmente descrivibile a parole. Pure l’altro cavallo di battaglia Guardia ’82, con le sue criptiche citazioni baglioniane, coglie un sentimento che va al di là delle generazioni e del singolo vissuto di ciascuno, quello della crescita e dei ricordi estivi (e quando arriva il crescendo di "sulla spiaggia lattine anni ottanta…" è difficile non provare qualche brivido).

Gradita da queste parti anche Il Pugile, inserita a inizio disco probabilmente per la sua atipicità: un bozzetto più essenziale nella musica, candido nel suo sfogo a cuore aperto ("perché io sono un fiore"). E come dimenticare Italian Dandy, un divertissement che gioca a prendere in giro la vita bohémien fin nello stile del relativo canzoniere "maledetto", vedi alla voce Baustelle ("amami come quella volta all’Esselunga, quando in preda alla fame rubammo una baguette").

E alla fine succede, magari grazie alla dolcezza degli archi in sottofondo, che ti ritrovi a canticchiare e a commuoverti su una canzone come Nanà, vero e proprio manifesto della vita orgogliosamente normale cui si accennava sopra. Un gradino sotto invece (nei miei gusti) Di Così e L’Imprenditore, confessioni malinconiche tra orgoglio e insoddisfazione. Completa il lotto una cover di una vecchia canzone d’amore italiana, Stella D’Argento di Gino Santercole (chiii?), che ben s’intona con l’atmosfera del disco. Disco che complessivamente dimostra di meritare gli elogi ricevuti: una manciata di canzoni semplici e fruibili da tutti, che però rifuggono la banalità del cuoreamore in favore di un lessico più quotidiano e "vero", e che vengono impreziosite da arrangiamenti sempre azzeccati (si va dal voce+chitarra al suono più propriamente rock, a volte arricchito di fiati e archi: diversi gli ospiti dai Camera237 e gli Annie Hall, senza considerare il produttore Matteo Zanobini, amico ed ex compagno d’avventura nei Blume).

Non è stato uno dei miei dischi dell’anno, però non sempre devi sentire tue le cose per apprezzarle con convinzione.

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Il concerto dello scorso novembre alla Casa del Popolo di Settignano, prima apparizione fiorentina di Brunori Sas, ha visto l’esecuzione dell’intera tracklist di Vol.1, con Guardia ’82 e Nanà che grazie alla trascinante spinta della band hanno eguagliato Come Stai nelle mie preferenze. Ma tutti i brani si sono difesi bene: sì, si ascolta volentieri anche quella Paolo che su disco skippo sempre, anche per la sgradevolezza del riferimento a Padre Pio.

La band, dicevamo: dal vivo si chiarisce meglio il senso di questo moniker societario. Un progetto individuale nell’origine dei pezzi ma che si fa gioiosamente collettivo nell’esecuzione. Assieme a Dario ci sono l’inseparabile "Moglie-Sas" Simona (cori, handclapping, percussioni, arnesi vari), Dario Della Rossa alle tastiere e Mirko Onofrio al sax (bisognerebbe al proposito proporre a Brunori un album di brani suoi rifatti in stile Papetti, solo per poterlo intitolare "Brunori Sax"). Manca la batteria, ma l’effetto d’insieme è piacevolissimo – e ancor più agguerrito è il pubblico che gremisce la Casa del Popolo, che segue, applaude e in buona parte le canta tutte a memoria (!). Brunori tira fuori la sua parte più ruffiana e intrattiene l’uditorio alla grande (rischiando anche battute sulla tragica fine che stanno facendo le casedelpopolo e il relativo partito di riferimento, forse il motivo per cui qualcuno sprovvisto di ironia a fine serata si inquieterà…), ma lungo il concerto si trasforma anche in interprete misurato o rocker scatenato. Il feeling con Simona (vocale e scenico) è poi tenerissimo. Se proprio devo trovare qualche appunto, preferirei ci fosse un uso minore del "na-na-na" – speranza valida sia per i futuri pezzi in studio sia per il live, dove però il birignao è più che giustificato nel caso dei brani inediti con scrittura ancora "in progress" (questione di idiosincrasie personali, comunque: il fatto è che il na-na-na-na, oggettivamente, ci sta bene).

Tre, a proposito, gli inediti presentati: oltre a due di cui non ricordo il nome (e neanche il testo, dovrei scrivere i post lievemente più a ridosso dei concerti visti…), c’è l’immediata e divertente Con Lo Spray (che gioca sul giustaporre una serie di scritte sui muri. soooo smelling like teen spirit!). La chicca è poi, nel finale, la scanzonata cover dei Litfiba El Diablo, più che mai appropriata vista la sede (proprio nei locali del circolo aveva sede la storica Rockoteca Brighton!).

MA SOPRATTUTTO.
Brunori Sas suonerà(nno) dal vivo a Scandicci (FI) domani sabato 23 gennaio, al Ginger Zone. Il concerto, rispetto a quello di Settignano, sarà in versione full band (con batterista). Un buon motivo per recuperarlo o per fare il bis.

Io purtroppo non ci sarò perché impegnato dagli Eterea Post Bong Band di là e non ancora fornito del dono dell’ubiquità. Sono due concerti entrambi fighi e gratuiti: se ve li perdete entrambi, non vi basterà la giustificazione che vi siete firmati da soli in quanto maggiorenni. Ripresentatevi come minimo con certificato medico.

Scaletta:

Nanà
Italian Dandy
Paolo
Come Stai
L’Imprenditore
(inedito)
Di Così
Con Lo Spray (inedito)
Il Pugile
Guardia ’82
El Diablo
(inedito)
Stella D’Argento

Brunori Sas – Come Stai (video)

Di seguito altre foto. Notare l’ultima, in cui Brunori si riassicura eterna credibilità indie grazie al poster strategico piazzato dietro.

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I’m going to dance until you’ll fall asleep tonight

I
Non avevo ancora parlato, da queste parti, della riapertura di Ponterotto dello scorso novembre. Lo farò più diffusamente nel prossimo post, per esigenze di chiarezza.

Tra tutte le band passate da quel palco negli scorsi anni, un posto speciale nel cuore dei gestori e frequentatori di Ponterotto lo occupano i bresciani Annie Hall, il cui primo album Cloud Cuckoo Land fu addirittura co-prodotto dal circolo stesso.

Ecco quindi che quando Ponterotto ha finalmente riaperto dopo una stagione di pausa in cui tanto ci era mancato (quella 2008/2009), all’apertura non potevano esserci che loro.
A poco più di due anni dall’ultimo passaggio qui (per presentare il suddetto disco d’esordio), Fabio, Andrea, Giorgio e "Budo" sono tornati con un live ancora più energico e godurioso: soprattutto perché in scaletta c’erano anche tante canzoni del secondo disco, l’altrettanto ben accolto in giro Carousel (in uscita proprio in quei giorni: un vero e proprio – bellissimo – déjà vu).
Carousel ha un suono diverso, e alterna episodi vicini al "rural-pop" di Cloud Cuckoo Land a pezzi più rockeggianti e che, dalla prima volta che li ho sentiti, mi sono sembrati perfettamente in linea con il suono live della band. Io ascolto più volentieri Carousel per i miei gusti personali un po’ più elettrici e fracassoni, altri preferiscono Cloud Cuckoo Land per il motivo opposto: quel che conta è che la conferma che speravo e in cui confidavo c’è stata. Paralyzed dal vivo "spacca" come previsto (tanto che viene eseguita anche in coda al concerto, in una versione più "free" e allungata), ma Morning News, Letters e Do You Wanna Dance With Me? non sono da meno.
L’alternanza con i pezzi forti del repertorio vecchio rende la scaletta una passeggiata. Uncle Pig e Ghosts’ Legs sono delle sicurezze; Gone For Good è al solito micidiale nel riaprire e al tempo stesso curare certe vecchie ferite; Violet vede alla voce il bassista Giorgio Marcelli, mentre per il resto del concerto è Fabio Dondelli a calarsi divertito nel ruolo del frontman (alternandosi tra chitarra e piano). Si spazia piacevolmente dai momenti acustici più intimi, che vedono protagonista il solo Fabio con il chitarrista Andrea Abeni, a quelli full band.

Non posso dire che il concerto sia stato sorprendente, perché dopo averne visti diversi la qualità degli Annie Hall e le belle sensazioni filtrate da quelle chitarre e da quelle delicate armonie non sono più per me una sorpresa. Ma è stata la conferma che mi aspettavo, nonché la prima occasione – spero ce ne siano presto altre senza far passare altri 2 anni! – di ascoltare dal vivo i pezzi di un album che ha fatto la parte del leone nella mia autoradio per tutto l’autunno.

La serata con gli Annie Hall è stata speciale anche per un altro motivo, ma di questo parlerò nel post successivo. Qui intanto manteniamo le tradizioni…

Scaletta:

Rainy Day
Letters
Uncle Pig
Paralyzed
Violet
Jelly’s Dream
[new song]
Hugs & Kisses
Here Is Love
Tea Boy Ballad
Mushrooms
Do You Wanna Dance With Me?
Morning News
Gone For Good
Open 24 Hours
Ghosts’ Legs
Grandmother’s Smile
Paralyzed (extended)

IIIII

Thursday I’m in live

Ultimamente, non so se per pura casualità o per l’imporsi (solo in Toscana?) di una qualche tendenza, mi è capitato spesso che concerti che mi interessavano fossero di giovedì. Come non cogliere quindi l’occasione per recuperare con un post collettivo alcuni concerti visti di recente al giovedì… che in comune non hanno quasi nient’altro (a cominciare dalle location).

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Edie Sedgwick, Exfila, 5/11/09

Edie Sedgwick, come l’attrice e modella resa icona pop da Andy Warhol. Questo il nome scelto da Justin Moyer (già nei disciolti El Guapo/Supersystem) come moniker per il progetto personale che porta in giro con una band più o meno nutrita (progetto caratterizzato da canzoni quasi tutte intitolate a un personaggio famoso, da Rob Lowe ad Angiolina Jolie, da Molly Ringwald a G.W.Bush). Nel tour europeo passato in Italia un mesetto fa (approdato a Firenze all’Exfila) la formazione era ridotta all’osso: in pratica solo lui (voce, qualche percussione, abbigliamento stile "versione punkabbestia del cantante dei Billie the Vision & the Dancers") e una simpatica corista, sosia di Summer di The O.C.. Oltre alle basi.
Il modo di cantare di Moyer ne fa un po’ una versione più electro/rappusa e molto più casereccia di James Murphy. Il live non è esattamente raffinato, dal punto di vista musicale (voci su base, essenzialmente). Però i pezzi scorrono via uno dopo l’altro, non ci si esalta ma neanche ci si annoia, soprattutto grazie al surreale video che accompagna ciascuno dei pezzi (i più divertenti sono quello con gli spezzoni di Glenn Close e Michael Douglas in Attrazione Fatale e quello con protagonista Robert Downey Jr.). Questo è il video che (anche dal vivo) accompagna Sissy Spacek, per esempio.

Affluenza di pubblico scarsa nonostante l’ingresso gratuito e la mancata concorrenza in quella serata (mi pare). Ok che non si trattava di un progetto né particolarmente hyped né imperdibile, però…

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…la cosa è indicativa di quanto sia pressoché assente a Firenze un giro di persone che si informa e va ai concerti per la curiosità di sentire cose nuove. Se il nome è forte, si fa cassa. Altrimenti è il deserto o quasi, anche se non c’è concorrenza e il posto si trova in città ed è facilmente raggiungibile: il risultato è che alla fine i posti medio-piccoli in città non nascono. E in effetti di locali della dimensione analoga a quella di un bolognese Covo/Locomotiv o di un romano Circolo degli Artisti…non ce ne sono. Con la duplice logica conseguenza che, in un circolo vizioso, 1) non si cresce un pubblico "sensibile" a certi generi; 2) gran parte dei tour internazionali "piccoli" saltano la Toscana a piè pari.
Unica meritoria eccezione, al momento (a Firenze città) è appunto l’ancora giovane Exfila (aperto da inizio 2009 nella sede fiorentina dell’Arci in zona Coverciano/San Salvi, a due passi dal Saschall): che ha una programmazione piuttosto variegata, ma si sta caratterizzando ultimamente per una certa continuità tematica ("indie" e affini) soprattutto il giovedì (nelle settimane successive c’è passato anche, con un ottimo riscontro di pubblico, l’ex bassista dei Minutemen Mike Watt). Il locale tra l’altro è grande, con varie sale e ampio patio per i fumatori rompipalle al piano terra. La massa dei fiorentini (anche quelli "alternativi") sembra preferire i luoghi da aperitivo fighetto, ok. Però voglio essere fiducioso che un’altra Firenze sia possibile, e intanto vi raccomando di tenere d’occhio il programma.

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Thursday I
Thursday I

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The Horrors + Gliss, Flog, 19/11/09

Ecco, alla Flog per gli Horrors un po’ di pubblico c’è (anche se comunque il locale è ben lontano dal soldout: più o meno la stesso numero di persone che ci sarebbe stato un paio di settimane dopo per Benvegnù. Non che gli Horrors musicalmente ne meritassero di più eh).

In apertura ci sono i Gliss, band californiana dalla classica formazione a tre basso/batteria/chitarra. Quando arrivo io (un paio di pezzi dopo l’inizio) il leader, cantante [*] e autore, Martin Klingman, sta suonando la chitarra, ma mi dicono che in precedenza era stato al basso (ora occupato dalla bionda Victoria). E l’ultima parte del concerto la passerà alla batteria, dopo un ultimo rimescolamento di strumenti. Se la lineup lascia confusi, il loro shoegaze/garage alla Black Rebel Motorcycle Club è molto rassicurante. Una band onesta dal bell’effetto live e con qualche canzone molto carina (come Lovers In The Bathroom), anche se non dice granché di nuovo (come conferma l’ascolto di Devotion Implosion, il loro ultimo album).
[*] qualche canzone la canta anche la bassista, dal vivo. Su disco in realtà sembra che canti sempre lei, visto il timbro un po’ androgino di Klingman.

Gli Horrors quest’anno hanno dato alla luce uno dei dischi più chiacchierati dell’anno. Personalmente avevo pressoché ignorato il loro esordio Strange House (a tratti divertente ma strettamente riservato agli amanti di un certo goth/psichobilly tra Misfits e Cramps), mentre mi trovo d’accordo con quanti hanno considerato la diversissima opera seconda Primary Colours uno degli album di rock wave/psichedelico dell’anno (per la bella produzione, per il livello uniforme e buono dei pezzi, con picchi come i singoloni Sea Within A Sea e Who Can Say). Dal vivo mi aspetto una scaletta incentrata soprattutto sulle cose nuove, e così è: tra l’altro il tutto suona meglio del previsto (le mie aspetttative erano bassine), i 5 sul palco riescono a portare a casa i pezzi (con abbondanza di synth), così come regge bene la voce dello spilungone Faris Badwan. Viene eseguito tutto Primary Colours (tranne Do You Remember, ma compreso il recente singolo extra album Whole New Way), e solo nel finale mi pare che i londinesi scricchiolino un po’ (Sea Within a Sea non mi piace granché, ma rifarla uguale era impossibile).
Nel bis vengono riproposti (preceduti da una cover dei Suicide) alcuni pezzi vecchi, e il pubblico dei fans (mi aspettavo gente conciata in modo inverecondo, invece quasi tutti ragazzi tranquillissimi) si scatena.
A fine serata sento qualche commento deluso tra il pubblico (al di là delle consuete lamentele sull’acustica della Flog: sì, quando il locale è semivuoto è tremenda, non c’è soluzione. Però stare vicino al palco aiuta a stare dentro i confini della decenza): chi voleva più pezzi dal primo disco (?), chi invece si aspettava di assistere a chissà cosa, sul palco. Io mi accontento di aver sentito delle canzoni spesso poco originali (e dal vivo si percepiscono di più i momenti in cui ci si "ispira" a Joy Division & co.) ma mediamente buone, e suonate decentemente (!).

Nota a margine: Faris Badwan, che già mi dicono si aggirasse per la Flog prima del concerto, è rimasto disponibile per foto chiacchiere & autografi con i fans per quasi un’ora dopo il live (e non si affacciava dal backstage: stava proprio vicino all’entrata del locale!). Uno dei frontman più disponibili tra i gruppi e gruppetti stranieri visti negli ultimi anni. Fa piacere che gossip, hype e copertine di riviste da NME in giù (o in sù…) possano coesistere con un atteggiamento empatico (e realista, perché in Italia non stai suonando in un palasport e non sei nessuno), a fronte delle bizze (sul palco e non) che a volte caratterizzano sia artisti stranieri molto meno noti che italiani anche alle prime armi.

Seconda nota a margine: molto meno simpatico l’energumeno che si aggirava tra il pubblico  "facendo gentilmente presente" che non si potevano fare foto con il flash. Perché con tutto il campionario di sobri effetti stroboscopici da epilessia mandati a nastro per tutta la durata del concerto evidentemente era proprio qualche flash che avrebbe potuto disturbare la band…

Setlist (The Horrors):

Mirror’s Image
Three Decades
Primary Colours
I can’t Control Myself
New Ice Age
Scarlet Fields
I Only Think Of You
Whole New Way
Who Can Say
Sea Within A Sea

Ghost Rider/ Draw Japan
Count In Fives
Sheena Is A Parasite
Gloves

Gliss – Morning Light (video)
The Horrors – New Ice Age (Live in Athens) (video) (credo Atene-Grecia, non Georgia)

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Zu + Karl Marx was a broker, Controsenso, 10/12/09

Il concerto degli Zu è di qualche giorno fa, e se ci ripenso mi tremano ancora le orecchie. Nella cornice spartana ma simpatica del pratese Controsenso (abbastanza stipato: del resto il locale consta di un’unica sala quadrata non enorme, con palco/bar/mixer/bagno/entrata sparpagliati sui vari lati/angoli), il loro live è stato l’esperienza forte che mi attendevo – e di cui in quella serata avevo francamente un gran bisogno, tra l’altro. Il trio romano (batteria, sassofono e basso, con qualche additivo digitale alla miscela) da anni ormai gira l’Italia e non solo galvanizzando l’uditorio e pubblica dischi da solo, in formazione allargata o in split con altre band (l’ultimo album Carboniferous è uscito quest’anno per l’etichetta di Mike Patton e ha quindi incrementato la loro esposizione mediatica all’estero).

Per gli Zu si è utizzata (insieme a molte altre) l’etichetta trasversale di jazz-core. E in effetti del jazz ci sono gli assolo di sax e l’effetto avvolgente dato dalla struttura dei pezzi (strumentali). A questo si unisce però l’impatto devastante del loro suono, selvaggio e pesante, dai volumi pazzeschi (a tratti troppo e con qualche difetto di acustica, forse).
Non saprei descrivere gli Zu molto meglio: come immaginerete non sono esattamente il mio pane quotidiano. Li raccomando senz’altro caldamente a chiunque abbia un minimo di background o interesse nel campo del jazz, nel metal o nell’hardcore. Ma anche chi ascolta normalmente cose più leggere rimarrà colpito, se dotato di una certa curiosità e se nel mood giusto.

Di supporto, il duo Karl Marx was a broker (con base a Pistoia, secondo il myspace): batteria più basso. Non suonano sul palco degli Zu ma sotto, circondati dalla gente, quindi già dalla quarta fila non si vede praticamente nulla. Tutto ciò fa molto club sotterraneo.
La loro musica è giocoforza meno ricca di quella degli headliner (vuoi per la formazione ridotta, vuoi per la differenza di personalità ed esperienza), ma siamo su coordinate non troppo distanti e l’abbinamento è senz’altro indovinatissimo. Fanno la loro bella figura, insomma (sia con i sostenitori più appassionati degli Zu che con i mezzi imbucati come me).

Zu – Ostia (audio)
 

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Thursday I
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Thursday I

Don’t ask me How you feel

La risposta alla domanda con cui terminavo il post precedente arriva subito: proprio Il Mare Verticale è il pezzo con cui Paolo Benvegnù apre il concerto alla Flog. Magari qualcuno che non l’aveva sentita al Sonar gliel’aveva espressamente richiesta. Poco dopo, in uno dei numerosi siparietti che contraddistingueranno anche questa data (inutile anche descriverli: l’impressione è che non ci sia nulla di fisso, e che ogni sera Benvegnù e i suoi compari si prendano reciprocamente per il culo improvvisando scherzi su quello di cui hanno parlato a cena), si riferirà a quelli proposti per primi come "brani prettamente mainstream, interpretati da artisti del calibro di Gaetanoska Ferrerova" (o qualcosa del genere). Applausi.

Aperta parentesi: la serata era stata aperta dal set dei supporter QuartaDeriva: un quartetto aretino che tiene bene il palco, anche se il loro rock chitarristico sa un po’ troppo di anni 90 (anni 90 alla Malfunk…) per i miei gusti. Fanno circa 6 canzoni in italiano, tra cui una cover de Gli Uccelli di Battiato che pare essere stata co-arrangiata da Benvegnù stesso, e che però non mi convince: la trovo un po’ troppo "normalizzata" e xfactor-style (confermo il giudizio dopo un nuovo ascolto sul myspace). Gli altri pezzi sono più o meno convincenti, spicca comunque una voce notevole.

Tornando a Benvegnù, della scelta di concedermi un bis a distanza di neanche due mesi non mi pentirò neanche un po’. La scaletta ancor più abbondante ha diverse novità, con un po’ di turn over sia tra i pezzi degli album solisti che tra i recuperi degli Scisma. E dopo Rosemary Plexiglas, ecco Tungsteno (emoziooone: plìn, plìn, plìn!).
Proprio Tungsteno chiuderà felicemente un concerto di gran classe e intenso come quello di cui scrivevo giovedì scorso, purtroppo lievemente danneggiato nella parte centrale da un problema al microfono di Benvegnù risolto con qualche difficoltà (ne fanno le spese soprattutto Nel Silenzio e Cosa Sono Le Nuvole – davvero frustrante aver davanti un cantante che mette tutto il cuore e tre polmoni in un pezzo come il secondo, e sentire quel momento "scheggiato" ignobilmente da un guasto tecnico).
Ma è davvero poca cosa. Se a gennaio tornassero in Toscana, quasi quasi…

(nella foto sotto, la rockstar navigata che affronta indomita l’ostacolo del Microfono Gracchiante e Relativa Attesa della Sostituzione)

benvegnù_flog
Scaletta
:

Il Mare Verticale
Il Sentimento Delle Cose
La Distanza
Rosemary Plexiglas
Io E Il Mio Amore
Cerchi Nell’Acqua
La Schiena
La Peste
Il Nemico
Interno Notte
Nel Silenzio
Cosa Sono Le Nuvole
Jeremy
Sintesi Di Un Modello Matematico
Suggestionabili

500
Simmetrie
Quando Passa Lei
Jetsons High Speed
Tungsteno

Frantumare le distanze

Frantumare le distanze

Respira. Guarda il cielo. Guarda le stagioni passare.
Prendi posizione. Viaggia.
Ricerca la tua parte migliore.
Non hai nemmeno un idolo da venerare.
Nemmeno quattro soldi per andare al mare
di notte a immaginare.
Nuotare.

Potrei essere arrivato qui addirittura in scooter. Sono ancora giovane, poco sveglio e non sono ancora praticamente MAI andato a vedere un concerto vero e proprio in vita mia – uno di quelli per cui compri il biglietto in prevendita, o di quelli per i quali semplicemente raggiungi un posto appositamente per sentirci qualcuno suonare dal vivo (e non "vai in un locale e ascolti quel che eventualmente ti propone").

 Frantumare le distanze 
Sono al Cencio’s, locale assai in voga che occupa un enorme capannone perso nella periferia di Prato; siamo in un momento imprecisato della seconda metà degli anni novanta e davanti a me sta suonando il gruppo di questo venerdì, o sabato. Mi colpisce questa formazione che mi ricorda a tratti quegli Smashing Pumpkins che adoro alla follia, ha ben due donne (almeno) in formazione, ha un suono di chitarre affascinante e dei pezzi che sembrano decisamente ben scritti. Una di queste canzoni la risentirò presto alla radio, e si intitola Rosemary Plexiglas [oppure mi sto ricordando male: l’album Rosemary Plexiglas è già uscito, e la title track l’ho quindi riconosciuta per averla sentita alla radio (Deejay eh, non Popolare). Ma conta poco, alla fine, che sia andata in un modo o nell’altro].

Quel gruppo sono gli Scisma, e lì per lì, mentre gradisco il loro concerto controllandone il nome sul programma mensile che stringo fra le mani (li colleziono, i programmi mensili del Cencio’s), non mi rendo neanche ben conto che c’è una seconda voce maschile. Eppure quel chitarrista dalla presenza scenica poco appariscente è il vero leader e autore del gruppo: sto parlando ovviamente di Paolo Benvegnù.

Frantumare le distanze
Frantumare le distanze   
Incredibile che siano dovuti passare da allora circa una dozzina d’anni perché mi capitasse – è stato poco più di un mese fa, al Sonar di Colle Val d’Elsa – di assistere a un concerto intero di Paolo Benvegnù (l’avevo incrociato qualche volta, in occasione di festival o apparizioni televisive, ma soltanto per piccoli spezzoni).

Sono successe diverse cose nel frattempo: il Cencio’s non esiste più, chiuso dopo una lunga decadenza (anche se i flyer con i programmi mensili non li ho buttati, devono essere ancora da qualche parte); gli Scisma nemmeno (da circa un decennio).
Io invece di concerti, di band italiane e non, ne ho poi visti diversi.
Non ho quindi giustificazioni per non aver approfondito con attenzione già da almeno 2-3 anni la discografia di Benvegnù, apprezzandone l’immensa statura autoriale, che ne fa forse il "cantautore rock solista" italiano più significativo del decennio.

Che poi "solista" non è definizione granché adeguata, visto che la band di Benvegnù è fissa e affiatatissima nei suoi 5 elementi (a tal punto che spesso si fanno curiosamente chiamare "i Paolo Benvegnù"). Alla chitarra di un indiavolato Benvegnù si aggiungono quelle di Igor Cardeti e di Guglielmo Ridolfo Gagliano (ma quest’ultimo si alterna anche al violoncello e al piano), e completa l’ensemble la sezione ritmica di Luca Baldini (basso, forse il più gigione sul palco se si esclude Benvegnù stesso) e Andrea Franchi (batteria).

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Forse solo i concerti degli Afterhours di qualche anno fa (considerando le band italiane) mi hanno coinvolto così a molteplici livelli: la potenza di un rock viscerale e mai scontato pur nella sua fruibilità, la delicatezza dei testi, una voce di un’energia eccezionale, la sintonia con il pubblico, il divertimento sprigionato dai 5 sul palco, che alternano momenti furiosi ad altri più rilassati e scherzosi.
Tutto, insomma. E una scalettadellamadonna, che pesca a piene mani dal secondo e ultimo album Le Labbra (2008), ma anche dal precedente Piccoli Fragilissimi Film (Cerchi Nell’Acqua, Suggestionabili) e dagli ep (500, Nel Silenzio, l’istrionica cover di Modugno Cosa Sono Le Nuvole). C’è anche Io E Il Mio Amore, il pezzo contenuto nella compila-Afterhours Il Paese è Reale.
Ci sono, infine, un sacco di pezzi degli Scisma. La rarità In Dissolvenza; Rosemary Plexiglas, proprio quella, che presentata come secondo pezzo mi sprofonda da subito nel brodo di giuggiole da cui mi riprenderò solo un’ora e mezzo dopo; e tre pezzi dall’ultimo album Armstrong: Simmetrie, È Stupido e Troppo Poco Intelligente, che chiude il concerto.

In realtà nella scaletta recuperata a fine serata – stavolta non mi bastava ricordarmi i pezzi, esigevo il feticcio materiale da conservare dentro al cd – era prevista come chiusura Il Mare Verticale, e infatti Benvegnù ci chiede se preferiamo una chiusura molto triste o una più agitata. Il pubblico, unanime: "triiisteeee". Lui ovviamente decide beffardo per l’altra soluzione, e va benissimo così.

Frantumare le distanze  Frantumare le distanze
Tra l’altro, chissà se Il Mare Verticale verrà rinnegata e non più eseguita, ora che dopo Marina Rei l’ha coverizzata anche Giusy Gaetana.
Ve lo saprò dire a breve. Visto che domani sera Benvegnù suona alla Flog, e io sarò lì di nuovo. Ci mancherebbe altro.

Frantumare le distanze

– – –

Scaletta:

Interno Notte
Rosemary Plexiglas
Io E Il Mio Amore
La Distanza
Cerchi Nell’Acqua
La Schiena
Amore Santo E Blasfemo
La Peste
Il Nemico
Cinque Secondi
È Stupido
In Dissolvenza
Suggestionabili

500
Nel Silenzio
Cosa Sono Le Nuvole
Simmetrie
Troppo Poco Intelligente

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Scisma – Rosemary Plexiglas (video – 1997)
Paolo Benvegnù – Rosemary Plexiglas (live, preceduta da cazzeggio – 2008) 
Paolo Benvegnù – Cerchi Nell’Acqua (video) 
Paolo Benvegnù – La Schiena (live)

I see a whole new way now (The Horrors + Gliss @ Flog)

The Horrors + Gliss @ Auditorium Flog, Firenze, 19/11/09

Inutile negarlo: gli Horrors, in Italia nei giorni scorsi per il tour di supporto al secondo e ben più apprezzato disco Primary Colours, li aspettavamo tutti quanti un po’ al varco, seppure per motivi diversi. Nella data fiorentina alla Flog si possono facilmente distinguere le due fasce di pubblico. Sotto il palco i fans accaniti (non troppi, più giovani, dall’aspetto mediamente meno modaiolo di quanto mi sarei aspettato), che seguono Faris Badwan e soci dai tempi di Strange House e sperano in una scaletta omnicomprensiva. Nelle retrovie tutti gli altri, che invece in buona parte si accontenterebbero di ascoltare le canzoni dell’ultimo disco – come dire – riconoscendole. Sulle aspettative basse influiscono i racconti di alcuni live recenti, ma anche il (doveroso?) pregiudizio negativo che da qualche anno accompagna le giovani band britanniche, soprattutto se revivaliste, soprattutto se sbarcate sulla copertina di NME all’esordio o ancor prima. Insomma, bel cd, ma dal vivo “vi ci voglio”.

Quasi in ossequio a questa spartizione dell’uditorio, nonché alla netta cesura di stile tra i due dischi finora pubblicati, il concerto è come spezzato in due parti. Nella prima gli Horrors eseguono quasi integralmente Primary Colours, ed ecco la sorpresa: funziona. Dal crescendo iniziale di Mirror’s Image in poi le canzoni vengono riproposte con sufficiente fedeltà (con New Ice Age in particolare che acquista un ulteriore ed eccitante vigore); il frontman spilungone tiene il palco ma anche le note. Nel riproporre pezzi come questi dal vivo era forse inevitabile dar loro una veste più spoglia e post-punk, con il conseguente rischio di farli suonare più freddi e derivativi di quanto non siano: per limitare questo effetto gli Horrors giocano la carta dei volumi altissimi e dei synth invadenti, con risultati accettabili anche per chi di cloni dei Joy Division ne ha sentiti tanti: si batte il piedino, si canticchia qualcosa, ci si sente gggiovani. L’autonomia purtroppo non è infinita: e dispiace che, dopo il nuovo singolo Whole New Way, i cinque londinesi  cedano leggermente proprio nel gran finale, su Who Can Say (voce che si incrina e mezza papera nello “stop and go” parlato, il picco drammatico del singolone) e Sea Within a Sea (che nel complesso non fa un grandissimo effetto: ma del resto ci si poteva aspettare, da un pezzo così ben prodotto in studio).

Un live comunque più che dignitoso – se davvero nel loro primo tour gli Horrors non sapevano tenere in mano gli strumenti, le cose sono cambiate.

Poi ci sarebbe la seconda parte: nel bis vengono riproposti uno dopo l’altro alcuni pezzi forti dell’esordio (Count in FivesSheena is a ParasiteGloves). Come prevedibile, non ci sono più un tempo né regole né volumi da seguire: è caciara senza freni sia sopra il palco sia sotto. Ma va bene così. Gli aficionados se ne andranno soddisfatti, anche se avrebbero preferito averne ancora.

… io sono a posto così, grazie. Anche perché la serata era iniziata con la felice scoperta dei Gliss, trio californiano che propone uno shoegaze-pop psichedelico non particolarmente originale, ma di impatto piacevole: una sorta di reboot dei Black Rebel Motorcycle con spruzzatine di Smashing Pumpkins e pure Metric, grazie alla voce femminile che sull’ultimo disco Devotion Implosion sembra predominare. In realtà dal vivo la maggior parte dei pezzi li canta il leader (chiamiamolo così visto che scrive i testi) Martin Klingman, che dovrebbe essere il batterista (con la bionda Victoria Cecilia al basso e David Reiss alla chitarra). Il condizionale è d’obbligo, perché i tre si scambiano un paio di volte gli strumenti durante il loro breve ma piacevole set, e da quel che se ne legge in rete la cosa pare essere un’abitudine.
I Gliss tornano in Italia per altre tre date proprio in questi giorni, stavolta in locali più piccoli e da headliner: potrebbero valere una visita, per valutare se il loro live regge e sfrutta la distanza più lunga.

[ già su http://www.vitaminic.it ]

pong. blog. post. bong.

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Ho una serie interminabile di grandi e piccoli concerti da raccontare su questo blog da tempo un po’ trascurato. Voglio farlo, non m’interessa se per alcuni è passato un sacco di tempo (anche un anno!): questo blog è per prima cosa un serbatoio di appunti e ricordi per me, non un magazine. Da dove cominciare? "Prova dall’inizio", mi si risponderebbe languidamente in una sceneggiatura da quattro soldi.
E invece no: andrò probabilmente in ordine sparso e non so se smaltirò mai tutto, ma voglio partire proprio dall’ultimissimo concerto, quello a cui ho assistito sabato sera, alla Corte dei Miracoli di Siena.

Mi sono deciso quasi all’ultimo ad andare a vedere gli Eterea Post Bong Band [a proposito: sull’ultimo cd, su Wikipedia e sul myspace sembra che il nome ufficiale del gruppo sia questo, però su altri social network e su buona parte degli articoli che si trovano su di loro in rete la dizione è Eterea Postbong Band: il fatto che queste discordanze e conseguenti incertezze sulla esatta ragione sociale di una band mi disturbino non depone a mio favore, lo so].
Mi sono deciso all’ultimo, dicevo, approfittando della (sempre più rara) occasione di una scampagnata in compagnia, senza conoscere granché la produzione della band di Schio (avevo solo ascoltato distrattamente lo streaming del nuovo disco, in questi giorni ospitato su Rockit, e mi era parso curioso ma non sconvolgente); ebbene, è stata una scelta azzeccatissima.

L’ingresso sul palco dei quattro postbongers è in punta di piedi: indossano le tute anti-contaminazione che li caratterizzano anche in molte foto promozionali. Con la stessa mise nei minuti precedenti si erano anche palesati nelle altre stanze della Corte, per ricordare (intimare?) ai frequentatori più distratti di spostarsi nella saletta concerti. Un abbigliamento che pare molto rinfrescante, tra l’altro (infatti della maschera e della parte superiore della tuta se ne libereranno presto).

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Il genere degli EPBB è di difficile definizione, per sintetizzare potrei buttare lì un electro-surf o un tropical-industrial, o più omnicomprensivamente una via italiana al post-tutto di fine anni zero. Enver su Italian Embassy parla diffusamente della band e del relativo ultimo disco epyks 1.0, dando qualche coordinata in più. Comunque: due chitarre selvagge, un percussionista che percuote un po’ di tutto (anche una macchina da scrivere!), il tastierista-effettista-jolly che droneggia e campioneggia e dirige le danze; questi ultimi due sono anche i più loquaci nell’intrattenere il pubblico. Il quale pubblico è dapprima incuriosito, poi soddisfatto e nell’ultima mezzora in gran parte sciolto e saltellante (sembra di tornare ai bei tempi degli !!!).
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I brani si susseguono uno dopo l’altro freneticamente, la sensazione (pur non maneggiando il repertorio, che conta anche alcuni Ep e un disco in collaborazione con gli Uochi Toki) è che spesso nell’eseguire i loro pezzi gli EPBB non si limitino ai cambi di ritmo ad essi interni, ma che li mescolino tra loro remixandoli, in un trionfo di improvvisazione calcolata e giocosa (con uno spirito cazzone che non può che ricordare gli Elio e le storie Tese). Molte gag e trovate soniche assurde sono volute (l’etichetta a cui sono ora accasati è la Trovarobato, del resto), alcune potrebbero anche celare incidenti tecnici: ma quel che conta è il risultato, che è un’ora e mezza ininterrotta di groove postatomico, un misto di suggestioni digital-latino-kraut-funk-tarantiniane frullate insieme e servite fresche con divertimento reciproco (e lo scambio di entusiasmo tra pubblico e musicisti è un ingrediente essenziale).
 
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Mi tornano in mente i Calibro 35 visti quest’estate – che pure sono ben diversi perché più legati alla strumentazione vintage e chiusi in confini musicali precisi (quelli delle colonne sonore dei polizieschi italiani anni 70, peraltro una delle tante ispirazioni anche della EPBB). Probabilmente il punto in comune tra le 2 band è essere tra le cose dal vivo più coinvolgenti in questo momento in Italia; e coinvolgenti in maniera trasversale, perché questa "roba" può piacere ai fricchettoni come ai rocchettari, fino agli indie-snob che di questi tempi sbavano tutti dietro al rumorismo di Fuck Buttons & compagnia alienante.
 
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A proposito di entusiasmo: di certo un’ora e mezzo può essere una durata lunga per un concerto del genere, se l’esperienza dell’ascolto è statica (in fondo non ci sono testi, campionamenti a parte; i pezzi sono "canzoni" e non semplice flusso, ma pur sempre canzoni da ballare/assorbire e non da cantare). Infatti il pubblico si divide equamente tra chi nelle ultime file si ascolta una mezzora di live e poi dà il cambio ad altri, e tra chi invece balla o sta comunque immerso nel magma sonoro dei vicentini, si beve l’intero live con gusto e ne avrebbe anche gradito ancora. Io ero tra i secondi (ma non sono il figlio del Monni della foto qui sopra, giuro), e nonostante tanti concerti visti non può che rallegrarmi l’idea che ci può essere sempre qualche nome nuovo che ti può sorprendere (e che si diverte a restare sul palco a lungo senza risparmiarsi).

Il consiglio, insomma, è di seguire gli Eterea Post Bong Band e andare a vederli anche se le tracce ascoltate in rete non sembrano dirvi molto lì per lì (ma crescono, decisamente). Perché vanno giudicati dal vivo; perché sono originali e ballabili; perché sono più divertenti di molte pitchfork sensations il cui concerto vi costerebbe il triplo; perché vendono i loro album al prezzo anti-crisi di 9,99 euro dandovi anche il centesimo di resto; perché l’ultimo epyks 1.0 (skype al contrario) è la prima parte di un concept sulla comunicazione malata in cui tutti noi duepuntoqualcosa siamo infognati; perché tra le altre emanazioni virtuali hanno un blog su Splinder (che fa tanta nostalgia); e infine perché sono fanatici di Lost, come potete constatare guardando questo video di Cavalcata pt.1.

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