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Rispetto

"Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia"

Un paio di mesi fa avevo accolto con un certo sollievo l'intervista a Repubblica di Maria Luisa Busi, in cui la conduttrice di lungo corso del tg1 – anche consigliera FNSI – si ribellava alla piega apertamente e pesantemente propagandistica presa dal principale tg della tv pubblica, già da qualche anno ma sopratutto dopo l'ascesa alla direzione di Augusto Minzolini. Roba a cui spesso si è accenato anche qui.

La notizia di ieri è che la Busi ha annunciato l'intenzione di abbandonare la conduzione del Tg1 delle 20, tramite una lettera di "tre cartelle e mezzo affissa nella bacheca della redazione del telegiornale, indirizzata al direttore Augusto Minzolini e al Cdr, e per conoscenza al direttore generale della Rai Mauro Masi, al presidente dell'azienda Paolo Garimberti e al responsabile delle Risorse umane Luciano Flussi".

Così l'ANSA, che riporta anche il testo integrale della lettera. Lo riporto qui sotto, non prima di alcune mie riflessioni a margine:

1) Probabilmente la Busi ha soltanto anticipato la sua rimozione definitiva della conduzione, che è chiaro sarebbe stata molto vicina – dopo le critiche da lei recentemente fatte. Non la si poteva liquidare come la Ferrario o altri, perché più popolare e trasversalmente stimata.
E' coerente del resto con la linea dei servizi e degli "editoriali" del tg1 che alla conduzione ci stia gente come Giorgino, o come Susanna Petruni (all'edizione delle 20 in questi giorni), già inviata al seguito di Berlusconi, già protagonista di questo bell'episodio sotto la precedente gestione Riotta.
Il fatto che la Busi abbia solo "giocato d'anticipo" su Minzolini – che probabilmente attendeva che si calmassero le acque per farla fuori – non sminuisce comunque l'importanza del suo gesto.

2) Ho ben presente che la Busi non si dimette da giornalista del tg1 – si ritira soltanto dal ruolo di conduttrice. Le critiche della serie "sputi nel piatto in cui mangi" non hanno molto senso. Non vedo perché un giornalista non possa rifiutarsi di abbinare il suo volto a certe nefandezze senza tuttavia rinunciare al suo posto di lavoro (che può mantenere eventualmete rifiutandosi, di volta in volta, di mettere la firma e la voce su servizi il cui contenuto od orientamento gli viene imposto o stravolto).

3) Rispetto ad altri – come quel Di Giannantonio epurato a marzo, che non si era certo vergognato ad annunciare il falso nei titoli sul caso Mills – la Busi è ben più credibile nella sua "ribellione". Il suo atteggiamento nel condurre, per quel che mi ricordo, è sempre stato all'insegna dell'equilibrio e della professionalità. E quando negli ultimi tempi è stata costretta ad annunciare certi servizi vergognosi per la loro frivolezza, l'imbarazzo sul suo volto era percepibile.

4) A ciò va aggiunto che al di fuori del suo lavoro, in tanti anni di servizio e conduzione al tg1, non mi pare di averla mai sentita intervenire o schierarsi da una parte o dall'altra, pur avendo raggiunto una certa notorietà. Questo la differenzia dai Pionati e dai Giorgino, ma anche dai Sassoli e dalle Gruber, per dire.
Quando afferma di tenere il rispetto per i telespettatori il primo posto, insomma, direi che se lo può permettere più di tanti altri – il tutto sempre inquadrato nel contesto del tg1: un telegionale da sempre di tendenza nazionapopolare, filovaticana e filogovernativa, mai davvero consacrato alla "libera informazione".

Non aggiungo altro, perché le parole della Busi dicono molto sulla situazione di oggi al tg1, sulla Rai e sullo stato dell'informazione nel nostro paese (informazione che vede in questigiorni un attacco durissimo con la legge-bavaglio sulle intercettazioni).

"Caro direttore,
ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell'edizione delle 20 del TG1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori. Come ha detto il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: 'la piu'grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell'ascolto tradizionale'.

Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perché è un grande giornale. E' stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese.

Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l'informazione del TG1 è un'informazione parziale e di parte. Dov'é il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d'Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché negli asili nido non c'é posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l'onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell'Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est che si tolgono la vita perché falliti? Dov'é questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell'Italia esiste. Ma il tg1 l'ha eliminata.

Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.

L'Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un'informazione di parte – un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull'inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo – e l'infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale.

Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell'affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. E' lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori.

I fatti dell'Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. E' quello che accade quando si privilegia la comunicazione all'informazione, la propaganda alla verifica.

Ho fatto dell'onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente. Pertanto:

1)Respingo l'accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente – ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI – le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c'é più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.

2)Respingo l'accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.

3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l'intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all'azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di "danneggiare il giornale per cui lavoro", con le mie dichiarazioni sui dati d'ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni.

Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: 'il tg1 dara' conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche'.
Posso dirti che l'unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto.

Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama – anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta – hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita 'tosa ciacolante – ragazza chiacchierona – cronista senza cronaca, editorialista senza editoriali' e via di questo passo. Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20.

Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno.
Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del TG1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere"
.

La grotta di Anemone

[contiene Lost-spoiler dell'ultima stagione ma molto vaghi – niente di cui non abbiate già sentito parlare vostro malgrado, se siete indietro]

Non è che voglio far diventare questo blog Lost-centrico. Solo che l'attualità pretende la nostra attenzione, e adesso pare che questo Anemone del GrandiOpereGate, oltre alla famigerata lista, nascondesse anche una caverna segreta in cui segnare i nomi dei candidati (candidati a cosa non è dato sapere: fondi pubblici sottratti ai terremotati? ville in isola tropicale con vista-seconda-isola? eliminazione in un inceneritore abusivo campano con conseguente trasformazione in fumo nero?). I cognomi sono quelli venuti fuori finora, con tanto di cancellazione di quelli evidentemente troppo sputtanati. C'è anche qualcuno nascosto dietro a strani pseudonimi.

Il mistero si infittisce.
(cliccate per ingrandire l'immagine)

anemone_list

«Le tette, a casa le hai lasciate?»

ilcorpodelledonne
Di questa roba se ne può scrivere con più tranquilità oggi, con l’8 marzo alle spalle.
In realtà, se proprio vogliamo trovare una ricorrenza tutta italiana riguardante le donne, dobbiamo probabilmente lasciarlo perdere, l’8 marzo.

… potremmo per esempio aspettare poco più di un mese e prendere la data del 28 aprile, giorno in cui nel 2009 fu resa pubblica l’uscita dell’ex first lady Veronica Lario sul “ciarpame senza pudore” delle liste Pdl per le elezioni europee. Di lì a pochi mesi sarebbero arrivate Noemi Letizia, Patrizia D’Addario e tutte le altre, in una catena di rivelazioni sconcertanti su minorenni alla corte del presidente del consiglio, ragazze immagine che girano filmati o trascorrono notti prezzolate in sedi istituzionali, candidature promesse più o meno in cambio di favori sessuali.

courtney-francesPassata l’estate (periodo più favorevole ai polveroni mediatici più pruriginosi), sarebbero arrivati nuovi scandali di altro e vario genere: a un anno di distanza dall’inizio di tutto, abbiamo constatato quanto significativi siano stati gli scossoni alla popolarità dei protagonisti (qualcuno ci ha anche guadagnato i galloni di rockstar). E anche mantenendo il discorso sul piano più ristretto della dignità delle donne, non sembra che ci siano state reazioni culturali granché efficaci a invertire l’imbarazzante trend in atto da decenni nel nostro paese.

Naturalmente sarebbe ingenuo ridurre a questione da Italietta il tema dello sfruttamento dell’immagine femminile nello spettacolo e nella comucazione in generale (tema peraltro vastissimo – e il qui presente non maneggia gli strumenti culturali necessari per addentrarcisi con piena cognizione di causa). Anche limitandosi alla musica e alla cultura pop, gli spunti sarebbero infiniti. E una variabile importante è il comportamento delle stesse protagoniste del mondo dello spettacolo, a vari livelli (per una Amanda Palmer ci sono mille Rihanna pronte a sculettare come carne da macello, per dire).

Ciò premesso, mi sembra opportuno rilanciare anche qui il link al documentario Il Corpo Delle Donne (per quanto si sia ormai abbastanza diffuso in rete): la sua semplice visione, anche al netto delle riflessioni estetico-psicologiche della co-regista e co-autrice Lorella Zanardo sulla scomparsa delle donne come individualità dai media e sulla parallela scomparsa delle facce, è esperienza piuttosto forte. Una sorta di Videocracy più concentrato sull’uso del corpo femminile, non rivela niente di nuovo a chi ha un minimo di familiarità con il paese reale (quello la cui agenda politica e culturale è dettata da Striscia la Notizia e Amici Del Grande Fratello), ma le gallerie degli orrori che propone fanno comunque una certa impressione (per usare un eufemismo).

Gli auguri ce li meritiamo tutti quanti, altro che donne.

(il documentario dura 23′ e si può vedere tutto intero a questo indirizzo, dove è disponibile anche in altre lingue: se preferite Youtube potete iniziare dalla prima parte qui sotto, e poi proseguire con la seconda e la terza)

Manic Street Preachers – Little Baby Nothing (video)

In tutti i laghi

laura_palmer
(io mi son sempre sentito più a mio agio al mare)

Quanto sei bella

Cammina davanti a me. Una ragazza di una bellezza non troppo ricercata, dal look grintoso: stivaletti felpati, gonna abbastanza corta con fuseaux neri sotto e giubbotto sopra, capelli lunghi mossi e finto-spettinati (?); faccia pulita ma non troppo, dai lineamenti regolari.
Cammina davanti a me con andatura che svela la sua sensualità solo a uno sguardo più attento: quello che mi deciderò a concederle dopo, discretamente, per cercare di capire il perché di quel tono di voce, di quella confidenza non richiesta, di quel fastidioso incidente che incrina la tranquillità della mia passeggiata sotto un inaspettato sole invernale.

"Quanto sei bella OOOH!" "OOOH sì, proprio te!".
Sento risuonare i commenti che i due buzzurri rivolgono alla ragazza chiari e feroci nella strada affollata del centro.
Lei tira dritto senza neanche un cenno. Magari non ha neppure sentito. Magari è una di quelle che trae soddisfazione dal riuscire a suscitare in giro commenti da osteria (e in questo caso la volgarità stava solo nel tono e nella gestualità). O magari fa parte di quella che voglio sperare sia ancora una maggioranza tra le donne, quelle che scambierebbero ben volentieri cento commenti ingrifati e coreografici per un complimento galante o un semplice sorriso – anche se non hanno quasi mai la prontezza, e come non capirle, di rispondere a tono allo scaricatore di porno di turno: MA. COME. CAZZO. TI. PERMETTI. MUORI.

Io invece sento bene e provo all’improvviso un forte fastidio – sarà che già non ero di ottimo umore di mio. Da una parte mi vergogno per il genere maschile a cui appartengo; dall’altra mi tornano in mente le sciocchezze sull’esibizionismo e sulla mancata discrezione che ci vengono continuamente propinate quando si parla di Pride e di diritti delle minoranze in genere.
Perché no, mettere in imbarazzo delle estranee soltanto per affermare a gran voce davanti a se stessi o ai propri simili una virilità minacciata dall’educazione non è esibizionismo; è anzi un modello comportamentale permesso, tollerato e di fatto incoraggiato dalla nostra società.

Sarà ingiusto, sarà un atteggiamento snobistico e pure un po’ classista, ma proprio non provo istintivi sentimenti di pietà o vicinanza pasoliniana rispetto all’ignorante che trova nel machismo forzato uno degli pochi momenti di affermazione sociale; questo nonostante sia razionalmente consapevole che in buona parte la responsabilità del perdurare di certi schemi da età della clava è delle istituzioni sociali che dovrebbero contribuire a smussare le tendenze primitive e sviluppare in tutti i cittadini un minimo comune denominatore di rispetto per il prossimo (e per se stessi, perché il velinismo è l’altra faccia della stessa medaglia) (che periodo insopportabilmente lungo e saccente).
Se le passo rapidamente in rassegna, queste istituzioni di "controllo", mi viene da ridere per non piangere. La scuola dell’obbligo, o quel che ne rimane. Le religioni organizzate. La politica. E la principale: la televisione.

Ma mentre dentro di me faccio il sociologo da strapazzo del lunedì i due tizi staranno già omaggiando di bordate di fischi la prossima vittima, colpevole di preferire la luce del sole al burqa.

Su di noi ci avresti scommesso tu?

Allo spuntare nei giorni scorsi della lista dei partecipanti al prossimo Festival di Sanremo, qualcuno si è sorpreso di ritrovare di nuovo Pupo, impegnato a un anno di distanza in un nuovo trio inedito (dopo quello con Paolo Belli e Youssou N’Dour, è il turno stavolta del tenore Luca Canonici e di Emanuele Filiberto di Savoia, con un testo patriottico scritto proprio dall’erede della dinastia di noti benefattori del Belpaese).

Qui non si è affatto sorpresi però: già da giorni una talpa dalla fiorente industria della discografia ci aveva allungato sottobanco un prezioso documento, in cui sono contenuti progetti più o meno avanzati che potrebbero venire alla luce nei prossimi anni e far diventare i terzetti impossibili dell’eroe di Gelato Al Cioccolato un gradito appuntamento fisso dell’Ariston.
Eccone alcuni stralci. Dal 2011, quando uno dopo l’altro cominceranno a diventare realtà, mi renderete il merito dell’anteprima.

Pupo, Emanuele Filiberto e Paolo Brosio – "Faziosi"
Gli ecologisti erano già sul piede di guerra alle prime voci trapelate su questo progetto: un testo autocritico di Paolo Beldì, che rivaluta l’inceneritore dopo aver constatato i danni a lungo termine della differenziata e del riciclaggio a tutti i costi. Il pezzo è stato comunque accantonato quando è spuntata la canzone di quest’anno, con cui Pupo si è "bruciato" il Savoia (sempre in ballo comunque un’eventuale sostituzione di Filiberto con i Cugini di Campagna).

Pupo, Pete Doherty e Michael Douglas – "Dipendo solo da te"
Il crudo testo di Povia, che al solito promette grande scandalo, è in realtà un collage di storie positive su dipendenze di vario tipo, tutte vinte grazie alla forza salvifica dell’amore e della famiglia (anche più di una).

Pupo, Devendra Banhart e Piero Marrazzo – "Belli da morire"
Il romantico testo di Gigi D’Alessio affronta il dramma (vissuto anche dall’autore) dell’esagerato successo in amore e dell’insoddisfazione esistenziale che paradossalmente ne deriva – tema tradizionale della musica pop italiana, da Dieci Ragazze in poi. Il titolo è un omaggio al classico degli Homo Sapiens, con la speranza che il pezzo possa avere la stessa fortuna in gara.

Pupo, Rocco Siffredi e Felipe Melo – "Pacco, doppio pacco e contropaccotto"
Dietro la citazione cinematografica si cela un ironico testo di Daniele Silvestri, abbinato a una irresistibile bossanova con tutte le carte in regola per trasformarsi in tormentone estivo.

Pupo, Miguel Bosé e Dave Navarro – "Semiconduttori"

Un testo enigmatico e stralunato di Manlio Sgalambro, un po’ trattato di fisica, un po’ riflessione sulla difficoltà di reinventarsi in nuovi ruoli e restare se stessi.

Pupo, Cloris Brosca e il Gabibbo – "Vinca il migliore"
Testo autobiografico scritto a quattro mani da Antonio Ricci e Fabrizio Del Noce: confessioni a cuore aperto da due storici protagonisti della logorante sfida televisiva dell’access time. Basta con i testi cuore e amore, ecco che irrompono al Festival l’attualità e i problemi che interessano agli italiani!

"Papi" Berlusconi, Pep Guardiola, Pippo Baudo, Iggy Pop e Pupo – "A E I O U Ypsilon"
Il supercombo vocale (in tutti i sensi) definitivo: progetto finora rimasto irrealizzato a causa di legittimi impedimenti o impegni calcistico-musicali che hanno reso ogni volta difficoltoso riunire contemporaneamente i cinque componenti.
Testo di Gianni Boncompagni: già pronta la versione Canale 5 New Year’s Day Parade Infinite Remix.

Pupo, Antony Hegarty e Zucchero – "Trottolini duettosi"
Anni dopo Vattene Amore, Panella torna con una variazione su tema e propone un delizioso divertissement sulla pratica dell’abuso di collaborazioni improbabili.

(… e via così. Allo studio i progetti di un concorso a premi "quale vip vorresti a duettare con Pupo a Sanremo", e  di un reality per Diventare Proprio TU! quello che lo accompagnerà nella città dei fiori)

Hello, Dexter Morgan

Hello, Dexter Morgan 
La quarta serie di Dexter – appena finita di vedere – è stata ancora una volta all’altezza delle aspettative. Meglio della terza: colpi di scena e svolte continue, finale mozzafiato – nonostante grazie alla mia sbadataggine mi sia fatto rovinare parte di quest’ultimo dal terribile spoiler di qualcuno che voleva fare lo spiritoso [per i curiosi: non uno che conosco, ma un cretino che ha pensato bene di crearsi un account istantaneamente spoilerante e mostrarlo in giro nell’internets. Non riesco più a ritrovarlo: spero che sia stato bannato da qualunque sito e condannato alla pena capitale del 56k a vita].

Ora sono davvero curioso di sapere cosa si inventeranno per la prossima stagione (e il forte timore di salto dello squalo c’è, si sono creati un po’ troppi casini e un po’ troppe premesse per lo sviluppo futuro di trame "rosa" abbastanza ridicole).

Nel frattempo, dopo 4 stagioni a un livello medio altissimo, Dexter si colloca probabilmente sul podio delle mie serie tv preferite di sempre (non ne ho viste tantissime, va detto).

1 – Six Feet Under
2 – Lost
3 – Dexter

[Chiaro che Lost in una classifica parziale basata sul livello di "scimmia" indotto primeggerebbe con largo margine; ma se si tratta di qualità e di "importanza" anche affettiva e personale, Six Feet Under ancora a distanza di anni non ha trovato rivali. Magari un’altra volta scriverò della mia ultima allegra estate in sua compagnia…]

Age of consent

Il compleanno più importante, il giorno in cui ci si affaccia finalmente all’età adulta, il momento di ingresso nel novero delle persone responsabili e nella cittadinanza piena.

Stronzate. Il mio diciottesimo compleanno non lo ricordo nemmeno: sarà stato una noia mortale, come quasi tutti i compleanni (neanche sempre) festeggiati all’epoca. Alcool, sbattimenti assurdi per riunire un tot di persone (non sempre tutte davvero gradite), bidoni dell’ultimo momento, pizza unta e tris-di-primi, bombe carta ripiene di rifiuti inzuppati lanciate da un’estremità all’altra del tavolo in pieno stile scuole medie, alcool, sempre e solo gli altri che limonano, alcool, niente colpi di scena o momenti epocali. Che palle.

brindakonpapi
… ma non per tutti è così evidentemente: ad esempio la modella (?) e studentessa (?) campana Noemi Letizia, nella prestigiosa cornice di un locale sulla circonvallazione di Casoria, circa un paio di settimane fa lo festeggiava in grande stile e con invitati d’eccezione. E potrà raccontare per tutta la vita di quando l’innocente party con parenti e amici organizzato per il suo diciottesimo compleanno ha visto Papi entrare a sorpresa con un collier tutto per lei, e ha provocato a stretto giro di posta il divorzio della "coppia reale" italiana e una settimana di polemiche assortite.
Mica roba da tutti.

Ma il motivo di questo post non è riepilogare l’intera squallida vicenda (dalle interviste imbarazzanti di figlia/madre/padre alle balle improvvisate una dopo l’altra dall’entourage di Berlusconi per giustificare le frequentazioni equivoche, dal divorzio che ha messo fine all’ennesima Farsa Italiana al servizio fotografico palesemente contraffatto che tv e giornali di regime hanno tentato di accreditare come prova di buona fede, fino all’inevitabile riscossa finale di Papi nella puntata di Porta a Porta confezionatagli addosso).

Né questo post vuole riflettere ulteriormente (e fuori tempo massimo) su come sia ovvio che una maggioranza di elettori che non si scandalizza di fronte a nulla (amicizie con mafiosi e neofascisti, illegalità diffuse nell’avvento e nella permanenza al potere, condanne evitate con leggi ad hoc e via così) se ne freghi poi anche dell’incoerenza e delle palesi fregnacce diffuse sulla propria vita privata. Questi continuerebbero a votarlo e a fidarsi di lui pure se uscissero fuori foto o video (veri, falsi, che importa?) in cui pippa con Kate Moss e zompa addosso a suore quindicenni con una sesta di plastica. Figuriamoci poi se qualcuno si fa domande tipo "ma chi diavolo è allora questo Benedetto tizio di cui il premier è amico di famiglia"?

Né infine questo post vuole esprimere considerazioni su come anche stavolta la vicenda sia finita in caciara (anche sui media "seri"), da una parte permettendo al nano malefico di passarla liscia come sempre (quando nel resto del mondo ombre molto più lievi provocano dimissioni e stroncano carriere politiche) e dall’altra coprendo per qualche giorno notizie altrettanto o più importanti.

No, questo post vuole soltanto testimoniare ai pochi affezionati lettori di questo blog il personale momento Pete Best vissuto dal suo tenutario la scorsa settimana.

Avrete tutti presente Brinda con Papi, il geniale instant blog che nei giorni scorsi ironizzando sull’autenticità delle foto della festa incriminata ha raccolto centinaia di fotomontaggi inverosimili. Lo ha linkato chiunque in rete, ne hanno parlato i giornali e radio, il suo creatore Dietnam è stato intervistato ovunque. Un vero e proprio fenomeno della rete, che ha travalicato i confini nazionali (pure lo Spiegel!)
Se non l’avete ancora presente, fateci un giro perché è scemo ma divertentissimo (non tutti i montaggi sono orrendi come quello sopra, opera mia; e una risata non ci seppellirà, lo faranno semmai altri 10 anni di Berlusconi).

Ecco, senza nulla togliere a Dietnam e ai suoi collaboratori, che ci hanno messo la faccia, il nome e giornate intere spese attaccati al computer (e meritano quindi tutti gli onori e le menzioni del caso), indovinate un po’ CHI ha lanciato per primo l’idea, rivolgendosi pigramente proprio a chi sapeva l’avrebbe raccolta (visti i molti precedenti)?

Ebbene sì, c’est moi.
Non ci credete? Ecco le prove.

Potevo farlo io, o comunque ritagliarmi un ruolo più attivo in questa storia? Forse. Ma che volete farci, sono uno che preferisce rimanere un po’ nell’ombra.

Lorna – Papi Chulo (una concorrente dell’edizione di X-Factor appena conclusa si chiama Noemi. Voglio una sua cover di questo pezzo, subito!)

A Repubblica e alla Rai

Ultimamente ho trascurato un po’ più del solito il blog. Ho letto post altrui su vari argomenti, ho pensato a cose da scrivere, ma la scarsità di tempo e ispirazione mi hanno frenato. E poi non riuscivo a scrivere di nient’altro prima di aver parlato un po’ più diffusamente di quel che è successo in Abruzzo. Non che abbia contributi particolari miei da fornire: come tutti mi sono preoccupato per i pochi abruzzesi che conosco, sono rimasto colpito dagli oltre 300 morti (cifra ancora indicativa, temo), dalle città distrutte, dal dramma degli sfollati, dall’incubo delle nuove scosse a distanza di settimane. Avrei potuto limitarmi a qualche link a lato, ma a questo punto ne approfitto per raccogliere in un unico post un po’ di notizie e scritti altrui che mi hanno colpito e fatto riflettere.

Uno lo riporterò per intero, in fondo a questo post. Si tratta dello sfogo del giornalista siciliano Giacomo Di Girolamo, che partito dal suo sito e da facebook ha fatto il giro del web nei giorni immediatamente successivi a quelli delle scosse più violente, mentre ancora si stava scavando per recuperare gli ultimi corpi.
Mentre di fronte della tragedia abruzzese si scatenava l’inevitabile carrozzone mediatico all’italiana (ma ancora non c’erano state le foto quotidiane di Berlusconi abbracciato alla vecchina di turno, la new town, le battute sul campeggio e tutto il prevedibile campionario di orrori e strumentalizzazioni, da cui nemmeno l’opposizione di centro-destra stata del tutto esente), alcuni di quei pensieri amari e rabbiosi sono stati anche i miei. E leggerlo fa riflettere, al di là delle conclusioni (io per esempio sono d’accordo nelle critiche al modello di società che alterna malaffare e disinteresse sociale e politico alla solidarietà lava-coscienze in caso di emergenza, ma non sono convinto che sia giusto boicottare tutte le raccolte di solidarietà, che non ritengo inutili né dannose in sé).

Intanto però vado con tutto il resto:

– A proposito della solidarietà, per prima cosa potete trovare qui e qui informazioni su diverse raccolte in corso o su altri modi per rendersi utili – personalmente tendo a fidarmi poco di sms, generici fondi (perduti?) della protezione civile e cattolicume vario, e un po’ di più di associazioni serie di volontariato che si occupano di progetti precisi sul territorio.

The Big Picture – The L’Aquila Earthquake: raccolta di foto davvero impressionanti (c’è davvero differenza con il peluche – vedi commenti al mio post precedente – dei quotidiani online italiani? Non so dirlo, ma il contesto mi pare diverso, più in stile "documento per mostrare quel che è successo al mondo". E non c’è la colonnina con tette e culi accanto. E le foto non sono rubate da internet ma attribuite a chi le ha scattate)

Miss Kappa è una blogger de L’Aquila. O meglio, una blogger che abitava a L’Aquila.
Il 31 marzo scriveva:
Sono tre mesi che a L’Aquila la terra trema. Quasi trecento scosse.Ieri alle 15,38 c’è stata quella fortissima. Panico in tutta la città. A seguire, altre quattro abbastanza intense. E stamani alle 8 un’altra ancora. Io ho dormito in auto. Sono terrorizzata.
A presto. Spero.

E’ l’ultimo post scritto prima del terremoto. Gli aggiornamenti successivi sono avvenuti con connessioni di fortuna, dalla tenda o dal camper. Inutile dire che la situazione fotografata da lì non è esattamente quella dei tg.

L’ospedale de L’Aquila (uno dei simboli del terremoto, insieme alla maledetta casa dello studente) non risultava ancora nelle mappe catastali. Era stato aperto nel 2000 da un direttore generale che oggi è stato nominato consulente per l’Agenzia Regionale Sanitaria dal presidente della Regione di centrodestra Chiodi. Del resto la coalizine è quella di Berlusconi, per cui prima delle inchieste viene il ricostruire (non importa se magari l’appalto viene concesso alle stesse società che hanno decine di morti sulla coscienza).

Il caso Santoro. Andare contro la messa cantata, e puntare il dito sulle ombre nell’organizzazione dei soccorsi e nella prevenzione, significherebbe essere poco professionali (!), insensibili, remare contro la solidarietà. E una vignetta come quella di Vauro sulle cubature – che fa non ridere bensì riflettere sull’avvedutezza della politica del condonismo, la stessa che porta al crollo di palazzi che dovrebbero essere sicuri) sarebbe sciacallaggio e mancato rispetto dei defunti.
Mentre non lo sarebbero le sceneggiate di Berlusconi con il cappello da pompiere, lo spostamento del G8 estivo a L’Aquila (perché così "I no global non avranno cuore di ferire una città già colpita dal terremoto, non credo proprio che avrebbero la voglia e la faccia di venire qui a manifestare in modo duro") o la propaganda elettorale continua dei vari ministri (Brunetta che regala un pc+adsl a tutti gli studenti abruzzesi: così potranno agilmente twittare in diretta il crollo della prossima casa dello studente costruita con sabbia di mare).
(Su Santoro, vedi anche Michele Serra)
(E non mi interessa se Santoro e Travaglio sono opportunisti, se cercano nuove candidature o contratti migliori per il loro staff, se sono narcisisti. Attaccarli da sinistra su queste cose equivale alla posizione alla D’Alema sul conflitto d’interesse. O si è a favore del giornalismo libero da censure, anche se antipatico o controproducente o a volte in errore, oppure si è contro).

– Due post personali: il terremoto abruzzese vissuto da relativamente vicino (Giulia a Roma, con i suoi ricordi del Friuli), e da molto lontano (Totentanz, in Germania).

– Il Bdd su musica, coscienza e solidarietà.

…e per chiudere, il pezzo di Giacomo Di Girolamo di cui parlavo sopra. Centinaia di famiglie saranno ancora senza casa per diverso tempo, ma i problemi non si limitano a quello. C’è da vigilare sui soldi della ricostruzione e su come verranno impiegati, sugli appalti, sulla prevenzione. In Abruzzo e non solo, perché gran parte d’Italia è zona sismica. Anche se la notizia ha già perso la prima pagina, e la tv presto smetterà di occuparsene. La cosa più impegnativa sarà tenere alta l’attenzione da ora in poi.

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo.
So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede.
Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.
Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera.
Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.
Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.
Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo.
Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.
C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?
Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.

Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme – da generazioni – gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.
Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa?
A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.
Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata.
Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.
Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.
Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.
Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.
Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.
Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.
Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.
E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

Giacomo Di Girolamo

– – –

Baustelle – Alfredo  

Riotta vergognati

Trenta secondi di scossa (quella principale) per il terremoto che in Abruzzo ha provocato centinaia di vittime e di feriti, oltre ad migliaia di sfollati.
Settanta secondi di autofellatio per il Tg1 trionfatore negli ascolti.

You better get on your knees and pray, panic is on the way

panico-porta_a_portaIeri sera mi è capitato di guardare Porta A Porta, dopo tanto tempo – e non perché è rimasto acceso Raiuno: ho proprio deciso di guardare l’intera puntata. L’argomento, oltre a non riguardare politica e cronaca nera (altrimenti me ne sarei tenuto ben lontano), non era troppo trash, e oltretutto l’ho trovato particolarmente intonato al programma di Vespa e alle sensazioni che trasmette normalmente ai suoi telespettatori: si parlava infatti di attacchi di panico e fobie.

Purtroppo mi è capitato in passato (come del resto a vari conoscenti) di soffrire di lievi disturbi di ansia, perciò ero incuriosito. Devo dire che non è stato così male, anche se le cose interessanti dette dai vari ospiti intervenuti (in mezzo a un mare di fuffa e di autopromozione) già le sapevo. Purtroppo una trasmissione di due ore sull’argomento puoi alleggerirla quanto vuoi, ma è inevitabilmente ansiogena a sua volta: non il massimo quindi per i telespettatori che potrebbero averne più bisogno.

Tra l’altro, sono riuscito ad arrivare in fondo alla puntata sopravvivendo alle seguenti cose:

la rissa senza esclusione di colpi tra lo psichiatra Crepet e un neurologo (com’è naturale viste le diverse professioni, il primo privilegiava la natura di sintomo del disturbo di panico  e l’approccio psicoterapeutico, il secondo lo definiva come malattia e privilegiava il trattamento farmacologico)

i racconti di disturbi di ogni tipo degli ospiti in studio, ma soprattutto quelli angoscianti di Simona Izzo, l’ipocondria fatta persona ("sono nata dopo la mia gemella e mi hanno dimenticato 40 minuti nella pancia di mia madre. E me lo ricordo!")

– la presenza di Karina "sei faaalsa" Cascella della Talpa

– la confessione della fobia di Vespa: subire assalti sessuali  da una donna all’interno di un’ascensore della Rai, con successiva denuncia di molestie (a quanto pare cerca di evitare la situazione)

– un incomprensibile servizio finale con un neo-eletto Giovanni Paolo II che pronuncia le note parole "non abbiate paura" (ma infilato in un panino multi-partisan in stile Tg1 pre-sterminio dei partitini, con citazioni anche della Betancourt e di Obama)

Devo ricordarmi di avercela fatta ad arrivare in fondo, nel caso avessi qualche disturbo in futuro: mi rassicurerà senz’altro.

PS. un momento, Uma Thurman che soffre (così affermava uno dei servizi-riempitivo sulle paure dei vip) di claustrofobia??? E questa chi l’ha girata?

Nella foto sopra, il rilassante inizio di trasmissione.

Chi l’assaggia

Luca era gay / adesso sta con lei / Ma se fossi in lei / io non mi fiderei.

Perché è vero che di fronte a tanto sex appeal è difficile resistere, però la legge di Mariotto parla chiaro.

Quello spregevole personaggio potrà aver trionfato con la sua orribile filastrocchetta cattomofoba al festival della televisione italiana (emblematico il terzetto di finalisti, a rappresentare idealmente i poteri forti Mediaset Camorra e Vaticano, ormai assurti al ruolo di istituzioni de facto della Repubblica); potrà corrompere per un anno tanti bambini innocenti mettendo loro in bocca parole offensive e discriminatorie (già sperimentato di persona con enorme amarezza, ahimé); potrà continuare a imperversare nella tv spazzatura italiana (che nei “telegiornali” manda in onda roba così senza che nessuno dalle redazioni batta ciglio, figuriamoci altrove); potrà contribuire all’ulteriore imbarbarimento della società italiana.

Ma non potrà modificare la realtà (quella per cui l’omosessualità è un’inclinazione minoritaria ma naturale, non “contagiosa” né “curabile”), né il corso della civiltà, che prima o poi spazzerà via tutto questo schifo. Anche se da queste parti ormai anche la nostra generazione è probabilmente fottuta, e dovremo aspettare ancora molti anni (sempre che il problema-Italia non venga risolto alla radice in altro modo).
Parafrasando garbatamente quelli da cui è preso il mio avatar: Love will tear you apart, brutta merda.

Nessuno tra l’altro ha notato che Luca era gay è in realtà un prequel: il suo seguito ideale (o comunque il più probabile, per storie come quella che racconta) è stato infatti inciso molti anni fa.

UPDATE dei giorni successivi: é uscito il video ufficiale di Luca era gay, ed è qualcosa di notevole, roba da far impallidire di Mary dei Gemelli DiVersi o certe clip strappalacrime di Masini. Al confronto quello di Il Mio Amico della Tatangelo (sempre per restare nell’ambito “buttiamoci sul PROBLEMA-frosci che fa sempre pubblicità“) era una superproduzione patinata in stile J.Lo/Rihanna.

La trashcronaca del video meriterebbe un post a parte, ma il personaggio NO: quindi resterà confinato in questo update in ritardo che non leggerà nessuno.

Le cose di rilievo:

Povia in versione chattatore folle, che all’inizio e alla fine si rivolge ammiccante alla webcam (per strizzare l’occhio al popolo della rete che tanto lo ama)
Povia in versione cantante, capelli lunghi e unti e un campionario di mimica importante a sottolineare i passaggi della drammatica (?) storia: in pratica un incrocio tra Bono anni 80, Michael Hutchence e Piero Pelù.
l’attore Massimiliano Varrese, già gay ne Il Bello Delle Donne (mi pare), già nella scuderia Costanzo-Fascino (faceva il telefilm “Grandi domani“, l’imitazione sfigata del già sfigato Paso Adelante). Ecco, con quella bocchina a culo di gallina e quell’espressione melensa proprio uno con il giusto phisique du role, per interpretare il gay represso ed egodistonico.
– le immagini dei genitori litigiosi sullo sfondo: come noto, tutti i figli di separati diventano gay, mentre nessun gay viene da famiglie unite e felici.
– a partire da 2:00, la seconda strofa ha come sottofondo le immagini drammatiche della “fase gay” di Luca: dalla gelida manina del vecchio che sfiora la sua nel baretto fino alla sua discesa nella perdizione (?), intervallata da sfoghi rabbiosi.
– a 2:50 un momento chiave: Luca è seduto ad una “tavolata Ozpetec” ma si alza e la abbandona sdegnato, per correre incontro alla sua nuova vita. La scena della “festa” in cui incontra la sua salvi-fica figura femminile è girata (come il resto del video) con due lire, e più che di una festa si tratta di un poco poetico abbordaggio in un bar di quart’ordine.
– dopo il commovente perdono ai genitori, ecco il finale: “Luca” incontra un suo ex che passeggia con un altro uomo, ma tira dritto a testa bassa, per correre incontro alla sua donna che lo aspetta per stringerlo in un pudico e cattolico abbraccio. Nel frattempo (siamo a 3:55) parte il vocalizzo della corista infoiata (che rappresenta la donna che salta addosso al protagonista della canzone e lo converte), ed ecco il colpo di genio che non ti aspetti: il playback sugli acuti femminili lo fa Povia stesso. Un comin’out subliminale che ribalta l’apparente messaggio della canzone (Luca è tornato etero, ma io Povia no)? Problemi di budget? O semplice cialtroneria? Non lo sapremo mai, e neanche ci teniamo.

Fegiz, Povia e il gaysmo

Se pensate che Mario Luzzatto Fegiz sia impresentabile come giornalista musicale su carta stampata, non avete ancora ascoltato la sua trasmissione settimanale ospitata da Radio2 Rai, Fegiz Files (titolo scelto probabilmente più per l’allitterazione che per la familiarità di MLF con le nuove tecnologie e la modernità in genere).

Neanche io l’avevo mai fatto. Poi mi è stata segnalata la delirante intervista a Povia del 4 gennaio, e quindi sono andato sul sito di Radio Due, dove si può scaricare il podcast dell’intera puntata.

Per chi ha fretta – e visto che non ho idea di quanto tempo resterà online il podcast sul sito della Rai – ecco il link all’intero blocco che parla del caso-Povia (circa 11 minuti, mp3 da 7,62MB). Ovviamente mi riferisco alla presentazione al prossimo festival di Sanremo della canzone "Luca era gay".

Dopo una breve introduzione in cui MLF illustra la genesi della polemica, producendosi in espressioni come "del gaysmo si può guarire", parte la registrazione dell’intervista al cantante (che è la stessa finita anche in questo pezzo per il Corriere).

Al di là della profonda antipatia e ipocrisia di Povia (il cantore di piccioni e bambini molesti si bèa tra le altre cose di "sviluppare delle tematiche che non ha mai toccato nessuno, così nel profondo, ma senza presunzione naturalmente"), un momento topico è quello in cui Fegiz formula una vaga domanda su "cos’è il politically correct" (la domanda intelligente!).

La risposta di Povia, che merita una trascrizione integrale in stile Gialappa’s: "Beh, politica vuol dire polis-ticos, cioè amministrazione della città; corretto vuol dire amministrare correttamente la città, comunque il pensiero, comunque un’ideologia, quindi…come diceva Voltaire, ‘io non la penso come te però farò di tutto per difendere le tue idee’. Quindi il politically correct dovrebbe essere la libertà di pensiero, ognuno deve rispettare le idee degli altri oppure se non le rispetta almeno che le accetti"

Per chiarezza, questa la definizione di p.c. che invece danno Wikipedia e la lingua italiana (quella che ad esempio il giornalista MLF dovrebbe conoscere):

L’espressione politicamente corretto (traduzione letterale dell’inglese politically correct) designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto generale, soprattutto nel rifuggire l’offesa verso determinate categorie di persone. Qualsiasi idea o condotta in deroga più o meno aperta a tale indirizzo appare quindi, per contro, politicamente scorretta (politically incorrect): cioè, alla stregua di questa visione, inaccettabile e sbagliata.

L’opinione, comunque espressa
, che voglia aspirare alla correttezza politica dovrà perciò apparire chiaramente scevra, nella forma e nella sostanza, da ogni tipo di pregiudizio razziale, etnico, religioso, di genere, di età, di orientamento sessuale, o relativo a disabilità fisiche o psichiche della persona.

povia_ero_gayNon proprio la stessa cosa.
Altro che opinioni scevre da pregiudizi, comunque. L’omofobia strisciante di Fegiz, che per tutta l’intervista spalleggia il cantante e non fa che parlare di "problema" e "problematica", non è niente rispetto a quella di Povia, che non si lascia scappare l’occasione per attaccare l’Arcigay ("non è la voce ufficiale degli omosessuali" – invece lo sarebbe lui?), rivelando che oltre alle minacce avrebbe ricevuto parecchi messaggi "su Feisbùk" da parte di (ex?) omosessuali che la pensano come lui. Inoltre, Povia dice di non voler fare prediche e dice che non avrebbe mai toccato il tema se non avesse conosciuto questa persona. Se si tratti del Luca Di Tolve promotore in Italia della terapia riparativa di Joseph Nicolosi, di Povia stesso nella sua "fase gay", di uno dei due amici da lui poi convertiti (avrà provato a baciarli, per farli diventare fan della patatina?) o di qualcun altro ancora, non è dato sapere.

Dulcis in fundo: dopo l’intervista a Povia e un bel "medley di canzoni sul problema gay" interviene una agguerrita ascoltatrice milanese, sedicente fan di questo misero filastroccaro e sicura paladina anti-gay: ed è il delirio. Lei considera i gay come persone, sia chiaro, però i carrozzoni dei Gay Pride come sono offensivi signoramia.

Chissà se la sciura in questione troverebbe offensivo questo video che gira su Youtube: in effetti ci sono un po’ di parolacce (probabilmente è la prima versione di "Luca era gay", poi censurata per renderla più adatta al palco dell’Ariston), e soprattutto torna il temibile verso del piccione.

– – –

[APPENDICE SERIA: sull’argomento non avevo ancora linkato la video-inchiesta di Saverio Tommasi sui seguaci della terapia riparativa all’interno della Chiesa cattolica italiana]

See you in another life

broda!

Da qualche mese non faccio che imbattermi in scritte come quella nella foto qui sopra. Sono diffuse anche nel resto d’Italia?

Mi chiedo di cosa si tratti – internet non mi ha aiutato finora, e intanto ho considerato queste possibili soluzioni:

– slang poraccio da rapper americanofili;

– marketing virale (per cosa? e se così fosse, complimenti a chi insozza i muri a beneficio di un qualche “brand”);

citazione degli Skiantos, come suggerito da alcuni amici che li conoscono meglio di me (nonché da Lollodj nei commenti)

– semplice delirio collettivo dovuto ad alterazioni psicofisiche.

In realtà ce ne sarebbe una quinta, ed è la prima cosa che viene in mente a me (a proposito di alterazioni mentali) ogni volta che leggo la parola BRODA. Cioè che queste scritte testimonino in qualche modo il suo passaggio.

21 gennaio: destiny calls, brotha.

Terapia riparativa?

Ieri sera (poche ore fa per chi scrive) si sono conclusi gli ultimi gironi di Champions League. La Fiorentina (per colpa della terza fascia di sorteggio in cui era inserita) era impegnata nel difficile girone F, con Lione e Bayern Monaco. Non ce l’ha fatta a qualificarsi per il turno successivo: non bastasse la superiorità delle due avversarie, ci hanno messo lo zampino la sfortuna e l’inesperienza a livello europeo della rosa (il doppio vantaggio recuperato dal Lione nella prima partita ha segnato negativamente il cammino nel girone fin dall’inizio).

Nell’ultima partita di stasera è arrivata la prima vittoria su sei partite (in precedenza c’erano stati solo 3 pareggi), nella trasferta rumena in casa della Steaua Bucarest. Quindi ci sarà il paracadute della Uefa.

Ma non è di questo che volevo parlare. Volevo parlare della copertura televisiva fornita alla Champions League dalla RAI, che ne detiene i diritti in chiaro. Alla tv del servizio pubblico per la prima fase spetta solo la possibilità di trasmettere un match per ogni turno: uno dei due che si svolgeva il mercoledì.

La Fiorentina giocava in contemporanea alla Juventus, e tre sono state le occasioni in cui le due squadre erano impegnate il mercoledì (mentre Roma e Inter giocavano il martedì).
Ecco le scelte della Rai:

1) 17 settembre, primo turno:
Juventus – Zenit San Pietroburgo
Lione – Fiorentina

La Rai trasmette la Juventus. E qui va beh, è il primo turno (però la seconda partita era più equilibrata).

2) 5 novembre, quarto turno:
Real Madrid – Juventus
Fiorentina – Bayern Monaco

Le partite sono entrambe di richiamo. La situazione nel girone Juve prima della partita è: Juve 7 punti, Real Madrid 6, Bate Borisov 2, Zenit 1: insomma, ci si gioca il primo posto, con la qualificazione già in arrivo.
Girone dei viola: Bayern 7 punti, Lione 5, Fiorentina 2, Steaua 1. Per la Fiorentina è un’occasione decisiva per rimettersi in corsa, quindi.
La Rai trasmette la Juventus.

3) ieri, sesto e ultimo turno:
Juventus – Bate Borisov
Steaua Bucarest – Fiorentina

Girone Juve: Juve 11 punti e Real 9 (già qualificate), Zenit 5, Bate Borisov 2.
Girone Fiorentina: Bayern e Lione 11 punti (già qualificate), Fiorentina 3 e Steaua 1 (si giocano il posto in Uefa).

E la Rai per la terza volta trasmette la Juventus, in una partita di nessun interesse tecnico né agonistico.
E a fine partita nessun tesserato viola di presenta davanti alle telecamere Rai. Chissà perché.

L’odio anti-juventino si nutre anche di questi piccoli grandi privilegi (oltre che della boria, dello strapotere economico e politico, delle ruberie di decenni).

A tal proposito, approfitto del post per segnalare una delirante pubblicità sentita sull’emittente fiorentina Radioblu. Lo spot inizia così: "TUO FIGLIO POTREBBE DIVENTARE JUVENTINO!!!"
Il prodotto pubblicizzato (i toni dello speaker ovviamente sono goliardici) è niente meno che l’esilarante iniziativa editoriale delle FIABE VIOLA. Questa l’unica traccia che ne ho trovato su internet:

Campagna per la profilassi antijuventina e degobbizzazione dell’infanzia. Più di metà degli Italiani è tifoso di calcio. Tra questi, ben uno su tre – uno su tre! – tifa Juventus. Un’epidemia che non risparmia nemmeno i bambini! Per proteggere l’infanzia da questo terribile rischio i laboratori Mediapoint hanno selezionato un nuovo vaccino in grado – si spera – di sconfiggere il virus juventino: FIABE VIOLA. Vuoi contribuire anche tu a fermare l’epidemia bianconera? Vuoi dare una mano a salvare tanti bambini che rischiano di diventare gobbi? Aiutali a restare sani Aiutali a restare liberi Aiutali a diventare Viola! IN EDICOLA E LIBRERIA.

E qui sotto un’immagine. Notare il titolo della storia, "La dentiera bianconera". Geni.

fiabeviola
[Qui si scrive e ci si lamenta di cazzate, non vuol dire che non ci si allarmi per gli annunciate modifiche alla Costituzione a colpi di maggioranza]

Legge della maniglia: prendi un po’ chi ti si piglia

In Italia, mentre si censurano (in seconda serata!) film vincitori di premi Oscar perché rappresentano romantiche storie d’amore tra due uomini che durano una vita intera, tutti i giorni all’ora di pranzo e in chiaro va in onda Beautiful. Che a mio parere è divertentissimo, eh: ma le sue dinamiche affettive e familiari? Parliamone.

Tra i due uomini (principali) della sua vita, questo mese (per il prossimo non è dato sapere) Brooke sta preferendo Ridge al fratellastro Nick. Quest’ultimo ha divorziato da pochissimo da Taylor, già ex moglie di Ridge: il matrimonio è andato in frantumi perché il figlio avuto dai due con l’inseminazione artificiale è risultato figlio biologico di Nick e Brooke. Nick non ha perso tempo e si è subito rimesso con Bridget, figlia di Brooke (già sposata in passato e lasciata per la madre); allo stesso tempo però flirta e metterà pure incinta Katie, rediviva sorella di Brooke e zia di Bridget. L’altro figlio di Brooke, Rick, finora impegnato sentimentalmente con la figlia di Taylor e Ridge Phoebe, intreccia in segreto una torbida relazione con Taylor stessa.

Ah dimenticavo, è pure riapparsa l’altra sorella di Brooke, Donna, la quale al momento si sta spupazzando il patriarca Eric, ex marito di Brooke e padre di Rick e Bridget.

Io trovo incredibile e ipnotico come gli autori riescano a danzare sul labile confine tra trasgressione e incesto senza mai oltrepassarlo (ma siamo sicuri?). Ce n’è per una rivisitazione della classica legge della maniglia: oltre alla madre e alla figlia, butta un’occhio pure sulla zia e sulla nipote.
Diseducativo? A mio parere non più di tanto, vista la palese assurdità della trama: le casalinghe guardano un’opera camp e non lo sanno (in compenso sulla stessa rete vanno in onda i ben più volgari e pericolosi Uomini E Donne e Amici, che forniscono modelli comportamentali a una grossa fetta di teenager e trentenni del paese reale).

[amarcord autoreferenziale, visto che siamo quasi al terzo compleblog: il vecchio post su Beautiful]

Una lunga storia iniziata con Andrea Costa

Berlusconi è tornato al potere e vi rimarrà per chissà quanti anni.
La Carfagna è al governo.
La Binetti è all’opposizione.
Vladimir Luxuria però ha appena vinto l’Isola dei Famosi.
In ritardo di qualche mese, una specie di gioioso epitaffio per la sinistra italiana.

UPDATE MENO SINTETICO: se non si capisse, questo post non vuole esprimere riprovazione per Luxuria. Il vero spettacolo indecoroso non è costituito dalla sua partecipazione a un reality trash, ma semmai dal segretario Prc Ferrero che tenta di riprendersela tra i candidati ingolosito dai suoi successi al televoto (la risposta di Luxuria è ottima: «Continuerò a sostenere le mie idee e a dichiararle in qualsiasi sede, credo che anche questo sia politica»). E poi, poteva mancare il comunicato di Marrazzo di Arcigay Roma sulle magnifiche sorti e progressive per omosessuali e transessuali italiani che sarebbero annunciate da questa vittoria? «Se c’è ancora qualcuno che dubita che l’Italia è il Paese dove tutto è possibile e che è incerto sulla voglia di diritti e libertà degli italiani, ebbene, la risposta l’ha avuta». Bum!
La chiosa migliore è quella della RodotàBeato il Paese che non ha bisogno di reality per discutere di queste cose»).

Dark entries

Cuffaro
«Vedo che ci sono degli anchorman che hanno già una faccia un po’ gotica, un po’ dark», così Marcello Dell’Utri, dall’alto del suo curriculum giudiziario (e del suo scranno in Senato, tuttora occupato nonostante le varie condanne, definitive e non).

Qui ovviamente si solidarizza con la bella e brava e gothic Maria Cuffaro, che replica con giusto sdegnomi fa pensare a un’allusione non bella, a una minaccia velata, a quel "non mi piace la tua faccia" che si dice da noi… Perché qui non c’è una comunicazione diretta, ma un dire e non dire, che non è bello») e rivendica il diritto di utilizzare tutto il nero che vuole. Tra l’altro la Cuffaro, nelle sue molteplici incarnazioni, è anche ben più affascinante di molte sgallettate "giornaliste" di Mediaset.

Ma ammettiamo che in parte Dell’Utri abbia ragione: quale potrebbe essere la causa di quest’aria un po’ tetra e di questa serietà che si spinge fino alla incomprensibile rinuncia alle paillettes da sfoggiare tra un servizio e l’altro? I wear black on the outside, because black is how I feel on the inside? Forse. O forse i conduttori ormai cercano di adeguare anche il proprio look alle notizie che devono annunciare.

Notizie come queste delle ultime settimane (elenco non esaustivo):

– l’arrivo indisturbato in piazza Navona, lo scorso 29 ottobre, di un camioncino pieno di spranghe tricolori, pronte per essere brandite dal solito branco di fascistelli in mezzo a una manifestazione pacifica. Mentre la polizia assiste e non interviene;

squadracce_tricolori1l’aggressione e il pestaggio a spauriti ragazzini del liceo ad opera degli stessi fascistelli. Mentre la polizia assiste e non interviene (qui la testimonianza di una professoressa; qui il video trasmesso nei giorni successivi da Chi l’ha visto, un’altra trasmissione della rete dark);

squadracce_tricolori2– la successiva reazione di gruppi di sinistra, che attaccano i fascistelli. Mentre la polizia stavolta si sveglia e difende gli aggrediti, il cui capetto recita frattanto con voce maschia e impostata "Rimanete in linea, nessuno parta, non siamo qui per provocare" (nel racconto di Curzio Maltese l’intera sequenza dei fatti del 29 ottobre; nel video di Anno Zero le immagini della ritirata dei fascistelli; su questi due post di Anellidifumo i link ad altri racconti e video, per avere un quadro più completo e con versioni diverse);

 – Kossiga che gongola davanti alla puntuale attuazione pratica della ricetta da lui indicata pochi giorni fa, e che rilancia (stralci: «Serve una vittima e poi si potranno usare le maniere forti»; «l’ideale sarebbe che di queste manifestazioni fosse vittima un passante, meglio un vecchio, una donna o un bambino, rimanendo ferito da qualche colpo di arma da fuoco sparato dai dimostranti: basterebbe una ferita lieve, ma meglio sarebbe se fosse grave, ma senza pericolo per la vita»);

– i suddetti fascistelli che, ormai sputtanati, non trovano di meglio che organizzare una bella irruzione notturna negli studi di Chi l’ha visto (video): purtroppo per loro senza riscuotere troppo successo…la prossima volta, se proprio vogliono spacciare lo squadrismo per "azione futuristica" potrebbero inventarsi qualcosa di più scenografico, tipo mascherarsi da creature di Tolkien o fare esibizione di italica virilità arrivando tutti completamente nudi;

Licio Gelli che nel frattempo arriva in tv con tutti gli onori per compiacersi, in una trasmissione tutta incentrata su di sé, della quasi completa attuazione del "piano di rinascita democratica" della disciolta (per legge) Loggia P2;

– per concludere, Miriam Makeba che muore a un concerto di solidarietà per Roberto Saviano a Castel Volturno. Nonostante la tanto sbandierata preoccupazione del nostro governo per la sicurezza, evidentemente il posto era ritenuto particolarmente sicuro (…), e come fa notare anche lui non si è pensato di obbligare un’ambulanza a restare sul posto fino alla fine.

[E adesso vado ad ascoltarmi qualcosa di molto dark]

«Presidente, quale futuro si augura per i nostri bambini?»

L’emblematica risposta di Giulio Andreotti a questa domanda è qui.

[per completezza, in seguito il senatore a vita si è ripreso: peccato che a causa del malore la Perego non abbia potuto formulare il quesito più scomodo, che era previsto in coda all’intervista: "è lei la Talpa?"]