Always Summer

A stretto giro di posta, ecco il secondo mixtape (vedi post precedente), o come volete chiamarlo. Always Summer è più o meno la seconda parte (più breve: 8 pezzi, poco più di mezzora) di I Feel 00’s (anche qui poche pretese di ricercatezza, atmosfera estiva e classici del primo decennio che non si sa come chiamare), con un po’ di elettronica in meno e di chitarrine in più, oltre a un paio di recuperi di pezzi anni 80 che però quasi neanche te ne accorgi.
Si ascolta in streaming al link sopra oppure cliccando a fondo post. Dura il tempo di una birra in spiaggia. Buon Ferragosto (così, tanto perché mi fa ridere fare degli auguri sul blog per una qualche ricorrenza a caso, dopo una vita).
NB: rispetto al primo mix, stavolta è più difficile indovinare entrambe le cover utilizzate nel collage per la “copertina”. Qualcuno però c’è riuscito, spremetevi le meningi e gli scaffali.

Always Summer
Peter Bjorn And John – Young Folks
Shout Out Louds – Tonight I Have To Leave It
Clap Your Hands Say Yeah – The Skin Of My Yellow Country Teeth
The Housemartins – Happy Hour
Phoenix – Lisztomania
I’m From Barcelona – Always Spring
Talking Heads – This Must Be The Place (Naive Melody)
Arcade Fire – Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)

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Between the click of the light and the start of the dream

Se l’ultimo dei Maximo Park si è seriamente candidato come album dell’anno *per me*, Neon Bible, opera seconda degli Arcade Fire, è forse per ora Il Disco del 2007 in assoluto, almeno a giudicare dal coro pressoché unanime di entusiasmo che ha suscitato (non solo in rete, ma anche ad esempio tra i miei conoscenti che lo hanno ascoltato).
Entusiasmo pienamente meritato, a mio parere: lo sto ascoltando da mesi e non stufa mai.
 
 
Condivido anche l’opinione di molti per cui questo album sia ancor più bello di Funeral, l’esordio del 2004 che aveva fatto gridare tutti al miracolo e regalato un grosso seguito di pubblico e critica all’ensemble del Québec (che ruota attorno ai due autori dei pezzi, il cantante e chitarrista Win Butler e la
polistrumentista e seconda voce Régine Chassagne, sua moglie).

Ad ascoltare Funeral con attenzione io ero arrivato con notevole ritardo, perchè all’epoca della sua uscita quel che di esso avevo sentito non mi aveva affatto sconvolto. Al primo approccio, tra le cose che non mi avevano convinto c’erano le voci (non troppo personale e a volte troppo urlata quella di lui, troppo eterea per le mie corde quella di lei) e un certo andamento troppo cantilenante di alcuni pezzi, che li rende inizialmente poco distinguibili tra di loro.
Col tempo e gli ascolti posso invece dire di averne apprezzato (anche se non idolatrato) il notevole spessore, le trovate geniali e le mille sfumature (altro che canzoni tutte uguali).

Tuttavia, passando a questo Neon Bible (uscito a inizio marzo e meritatamente schizzato in cima alle classifiche nordamericane, grazie anche a un’intelligente utilizzo della rete come strumento per creare ulteriore aspettativa rispetto a un prodotto già di grande qualità), posso dire che quelle caratteristiche che rendevano Funeral inizialmente un po’ ostico (almeno alle mie orecchie) non ci sono più.
La voce di Butler appare più ispirata e intensa; Règine è la prima voce soltanto in un ottimo mezzo-brano, e per il resto gioca un ruolo essenziale nei controcori; la qualità dei brani è più alta, e ogni pezzo è una storia a sè che si amalgama bene con le altre.
La musica degli Arcade Fire è meno "strana", meno folk e meno wave, e un po’ più classicamente rock…questo però senza mai risultare banale o rinunciare ai colpi a sorpresa.

Già in Funeral i mille riferimenti (il folk americano, l’indie di Flaming Lips e dintorni, la new wave più isterica alla Talking Heads e P.I.L., l’epos tipico di Bunnymen e primi U2, le tematiche musicali e non del dark…) erano immersi in una miscela assai personale, impressionante per un gruppo al primo disco; il "suono Arcade Fire" era quindi già ben definito, cosicchè per la loro seconda prova Win e Régine si sono potuti concentrare  sull’aspetto compositivo.

Il risultato di tutto ciò è un disco più accessibile, con un più ampio pubblico potenziale. Ma sono una maggiore "commerciabilità" e immediatezza raggiunte grazie alla maturazione naturale, non a uno svendersi. Un obiettivo ideale così raramente (sempre più raramente) raggiunto nella musica pop.

I testi sono generalmente meno vaghi e spesso contengono riferimenti all’attualità e alla società contemporanea, con particolare riferimento al Nordamerica (i soliti canadesi nel ruolo di grilli parlanti del vicino gigante a stelle e strisce), anche se non mancano i momenti più intimi ed esistenziali. Le frasi in francese che spuntano ogni tanto (elemento rimasto invariato rispetto all’esordio) non fanno impazzire un anglofilo come me, ma devo ammettere che musicalmente hanno il loro perché.
Il parco strumenti comprende al solito qualunque cosa, dagli organi ai fiati, dai violini ai sintetizzatori, dalle chitarre acide ai campanellini.

Black Mirror apre splendidamente il disco, preceduto da un rumore introduttivo di grande atmosfera (mare in tempesta?) che accompagnerà minacciosamente tutto il brano. La sua struttura innodica e un po’ ripetitiva, con abbondante e sempre crescente orchestrazione, ne fanno uno dei pezzi più simili a quelli dell’esordio.

L’altro singolo Keep The Car Running è forse quanto di più simile a "qualcosa di ballabile" gli Arcade Fire hanno mai prodotto finora. Basso potentissimo, hand-clapping che si aggiunge alla batteria pestona, filastrocca trascinante che però non esplode mai in un ritornello vero e proprio, urletti isterici al momento giusto.

La minimale title-track Neon Bible è il pezzo meno convincente, per i miei gusti. Un po’ troppo nenia, si salva per il bridge che alza un po’ il tono e per la durata (2 minuti) che non gli permette di diventare noiosa.

Intervention è uno dei picchi assoluti: ancora la classica struttura Arcade Fire, col suo crescendo drammatico, stavolta al servizio di un toccante testo contro la guerra interpretato con rabbia e passione. Magone.

You say it’s money that we need,
As if were only mouths to feed
I know no matter what you say,
There’s some debts you’ll never pay
.

Working for the Church while your family dies.
You take what they give you and you keep it inside.
Every spark of friendship and love
will die without a home.

Hear the soldier groan,
"We’ll go at it alone"

Black Wave/ Bad Vibration sono due canzoni cucite insieme in un pezzo unico. Il momento topico dell’album (il "cuore nero", a volersi sparare un po’ di maledettismo da due cent) è forse qui, quando dalla marcetta wave iniziale cantata per metà in francese da un’ispirata Régine il ritmo rallenta improvvisamente, e al suono di un inquietante campanello risuona il cavernoso appello di Win che apre la seconda parte ("Stop now before it’s too late!"). Una seconda parte che non è esattamente all’insegna dell’ottimismo ("Nothing lasts forever that’s the way it’s gotta be, there’s a great black wave in the middle of the sea"). Brividi assicurati.

E si prosegue sempre meglio, con la bellissima ballata Ocean Of Noise. Arrangiamento essenziale all’inizio e sovrabbondante nel finale (e questa di per sé non è una novità), a sottolineare la forza che ci vuole per "mettere a posto le cose, perchè non lo farà il tempo al tuo posto". Perché ne vale la pena, perché non c’è scelta.

Le due canzoni successive rappresentano il momento Springsteen (ultimamente sono diverse le nuove band che lo hanno riscoperto, ponendolo più o meno esplicitamente tra le proprie influenze). The Well And The Lighthouse è il pezzo di rock tradizionale americano (tirato e con coda rallentata sing-along) che i Killers di Sam’s Town avrebbero tanto voluto saper scrivere. I 5 minuti di (Antichrist Television Blues) sono poi l’omaggio più esplicito di tutto il disco al buon Bruce (il finale da cardiopalma è da applausi; così come il testo, incentrato su uno dei tanti sconfitti della società americana che proietta sulla figlia tutte le sue frustrazioni e speranze di riscatto).

Windowsill all’inizio sembra ben più rilassata e dall’atmosfera adolescenziale in stile O.C. ("I don’t wanna live in my father’s house no more"). Ma ben presto si fa esplicita la critica a 360° alla società occidentale del consumismo, della spersonalizzazione, delle guerre sacre e delle mille minacce che giungono dall’esterno e dall’interno. Un pezzo che cresce con gli ascolti.

Su No Cars Go (che addirittura scopro da qui essere la rielaborazione di un pezzo già pubblicato in versione più scarna in un EP precedente al primo album) potrei scrivere righe su righe: sul fatto che sia senza ombra di dubbio la mia canzone dell’anno (e che sia destinata a diventare un classico di sempre), su come siano travolgenti le prime strofe nella semplicità del loro testo da quinta elementare, su quanto faccia accapponare la pelle ogni suo coro e trovata strumentale (anche il buffo ingresso dei fiati), su quanto sia romantico l’inciso che dà il titolo a questo post, su come si vorrebbe che l’interminabile crescendo finale non terminasse mai, sul piacere di condividere con tante altre persone le emozioni che provoca, su discese ardite e su risalite, su ricordi, su momenti.
Ma mi fermo qui e invito semplicemente chiunque ad ascoltarsela.
Anche gli scettici a oltranza prima o poi dovranno ricredersi, ne sono sicuro.

My Body Is A Cage è una chiusa raffinatissima, consigliata soprattutto agli amanti di Rufus, Antony e compagnia. Un lacerante gospel, con la voce solista di Butler accompagnata dal relativo coro e dall’organo (il disco è stato in parte registrato in alcune chiese, del Québec e non solo). Io, si sarà capito, sono per le cose più ritmate.

Qui ci starebbe un commento finale ad effetto, ma direi di chiudere qui, visto che ho già parlato troppo.
Un album che tutti dovrebbero ascoltare, stop.

[Ah no, dimenticavo una cosa sulla copertina: io la trovo funzionale al tema del disco e per niente brutta come tanti l’hanno definita. E comunque si vede di molto peggio, ultimamente]