Built to Spill – There Is No Enemy

Built to Spill: There Is No Enemy (Warner Bros, 2009)

Che li si segua da pochi anni o dall’inizio della loro longeva carriera (che ha sempre privilegiato la qualità sulla quantità, con 6 album distribuiti in quindicennio di attività e neanche un passo falso), un nuovo album dei Built to Spill è un evento sulla cui rilevanza non si discute. There Is No Enemy, settimo sigillo nella discografia della band guidata da Doug Martsch, non sfugge alla regola e le sue canzoni ti avvolgono subito come un abbraccio fraterno e rassicurante che da tempo attendevi di ricevere un’altra volta ancora. Non siamo comunque di fronte a una delle prove migliori del gruppo dell’Idaho: There Is No Enemy sconta probabilmente il fatto di venire dopo un album intenso, acido e micidiale come You in Reverse, rispetto al quale i suoi arrangiamenti (dall’uso dei fiati al profluvio di “yeah” nel cantato) trasmettono maggiore rilassatezza e serenità. Un cambiamento di mood che di per sé potrebbe non costituire un difetto (un pezzo come Hindsight è un vero e proprio ricostituente per l’umore da depresso-latente del fan medio della band): solo che alcuni brani (Life’s a DreamDone) annacquano quelle aperture con cui i nostri riescono sempre a scuoterti in strutture un po’ troppo già sentite o a tratti fastidiose. Questione di sensazioni, sia chiaro, visto che altrove (nella scheggia “flanellosa” Pat, nel consueto numero strappamutande Nowhere Lullaby, nell’altrettanto classica cavalcata chitarristica Good Ol’ Boredom) i Built to Spill ripetono se stessi in modo un po’ più convincente. Tutti questi discorsi comunque finiscono nella spazzatura nel momento in cui, quasi in coda, parte Things Fall Apart, probabilmente la loro ballad più triste e commovente di sempre: un riff acustico che accompagna il lamento di Martsch come un rintocco di campana che sottolinea le amarezze della vita e delle relazioni. Fade out serenità, bentornati Built to Spill.

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una versione live di Hindsight

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Carry The Zero (Built to Spill + Disco Doom @ Locomotiv)

Built to Spill + Disco Doom @ Locomotiv, Bologna, 24/10/08

Il caloroso pubblico che affollava venerdì il Locomotiv per il concerto dei Built to Spill aveva alte aspettative, visto il ricordo ancora fresco dell’intenso live bolognese del 2007 (all’Estragon). L’occasione era poi particolarmente ghiotta perché in questo tour è prevista l’esecuzione integrale di Perfect From Now On, raccolta di 8 eccezionali cavalcate di rock viscerale datata 1997 (undici anni e non sentirli affatto).

A introdurre la serata ci avevano pensato i Disco Doom, quartetto svizzero in giro da qualche anno e in uscita a novembre con il primo album Dream Electric per la Ikarus Records. La formazione di Zurigo, capitanata dal chitarrista-cantante Gabriele De Mario, a dispetto della provenienza propone un indie-rock di ispirazione americana a bassa fedeltà ed alta presenza di chitarre; dei brani suonati, quelli più lenti e ariosi ricordano gli stessi Built to Spill, mentre altri più nervosi e noise si muovono sul versante Sonic Youth. I quarantacinque minuti del loro set (durata d’altri tempi per un gruppo spalla) vedono da parte del pubblico una buona risposta: e in effetti pur con qualche episodio poco incisivo o troppo derivativo, il loro live si mantiene complessivamente sopra la sufficienza, migliorando nel finale.


Il tempo necessario alle operazioni di cambio palco e il concerto dei Built to Spilldovrebbe seguire a ruota, ma alcuni inconvenienti tecnici al microfono fanno attendere ancora svariati minuti. Ma già dalle prime note di Randy Described Eternity si capisce che l’attesa sarà ampiamente ripagata. La formazione a 6, con 3 chitarre e violoncellista/pianista, ricrea le lunghe e “piene” suite di Perfect From Now On in modo fedele e vivido. Come e meglio del disco: spariscono solo i fade-out a fine canzone, mentre vengono ricreati tutti gli intrecci di chitarre, gli assoli, i cambi di tempo e soprattutto le atmosfere (in questo sono d’aiuto anche l’intimità del Locomotiv, locale della giusta grandezza per una band che non si rivolge alle grandi masse, e le luci, che pur essenziali “colorano” ogni canzone in modo diverso). Doug Martsch, letteralmente grondante di sudore per tutto il concerto a causa del microclima da sauna, offre una prova vocale tutta cuore (impressionante come al primo pezzo abbandoni subito l’espressione beffarda tenuta nel fastidioso soundcheck supplementare, per cadere nella sua abituale trance da palco). L’incedere epico del brano di apertura, l’aggressiva ripartenza del finale di I Would Hurt A Fly, il crescendo di Stop The Show, le aperture psichedeliche di Velvet Waltz sono solo alcuni dei picchi emotivi della prima parte del live. Sul finale diUntrustable, che chiude l’album eseguito per intero, parte senza alcuna soluzione di continuità Goin’ Against Your Mind (l’instant classic che apre l’ultimo disco del 2006 You in Reverse: quasi dieci minuti di lotta al’ultimo sangue tra Morricone e Neil Young). Immediata è l’ovazione tra il pubblico, anche se purtroppo la rottura di una corda costringe la band a far ripartire il pezzo.

Dopo una breve pausa, il lungo bis regalerà altri evergreen della band dell’Idaho, come Car (per lo struggimento di tutti i presenti), ElseTime Trap e la conclusiva Carry The Zero: ma c’è anche spazio per l’indie scazzone e divertito di Big Dipper(in cui Martsch e compagni si lasciano andare a qualche sorriso rilassato) e per un nuovo pezzo (intitolato provvisoriamente Canada secondo alcuni tube-fansHindsight secondo altri).
Quasi due ore di rock pieno ed appassionato, fuori dal tempo e dalle mode, e con una scaletta che copre i momenti più creativi della carriera del gruppo: è quello che il popolo dei Built to Spill si attendeva. Nessuno è rimasto deluso, e c’è da scommettere che molti torneranno anche la prossima volta.

sito dei Built To Spill
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il video di I Would Hurt A Fly dalla data di Boston di questo stesso tour

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Me in reverse

Per chi ama la musica e ne ascolta da tempo, per chi la vive (che lo voglia o no) oltre la superficie e si approccia al formato-album con attenzione, ci sono dei dischi che ben presto si rivelano come brutti e inascoltabili (pochi tra quelli valutati, perché con gli anni il profumo di schifezza si sente da lontano, e in quei casi già l’ascolto del singolo di turno dissuade dall’approfondire); molti dischi ben fatti e gradevoli all’ascolto, anche se non aggiungono niente e non sorprendono l’orecchio né il cuore; pochi dischi ottimi e innovativi sotto tutti i profili che però non ci entrano dentro per davvero, perchè non li si é scoperti nel momento giusto o perchè semplicemente non li si sente nelle proprie corde.

E infine ci sono i dischi che, a volte da subito e a volte dopo un tot di ascolti, si amano e si sentono propri. 

 


Per me uno di questi dischi é You In Reverse, l’ultimo album (e anche unico da me conosciuto) dei Built To Spill, uscito più o meno un anno fa.
Da mesi e mesi non riesco proprio ad abbandonarlo, soprattutto nei viaggi solitari in auto, la situazione in cui meglio riesco a godermelo. La scintilla é scoccata subito, quando ho avuto occasione di ascoltare le sue canzoni per la prima volta e ho ritrovato la piacevole sensazione (sempre più rara, per chi ha già ascoltato tanta musica) di scoprire un suono nuovo e sentirlo a me congeniale. Ma l’amore é cresciuto col tempo, con i viaggi, con i brividi che mi ha provocato.

Avrei poi scoperto che i Built To Spill, terzetto (almeno all’inizio) dell’Idaho capitanato dal cantante e chitarrista Doug Martsch, sono in giro addirittura dal 1993 (con qualche avvicendamento nel resto della formazione), non senza qualche pausa di riflessione (5 gli album in studio registrati in precedenza, l’ultimo datato 2001). E che da tempo sono contrattualizzati-major (la Warner), cosa che non sembra influire minimamente sul loro approccio artistico né sui loro ritmi produttivi. D’altra parte, se la Warner ha sempre lasciato loro ampia libertà, non si é certo sforzata più di tanto nella distribuzione (in Italia quest’ultimo cd é quasi introvabile). Ed è un peccato.

I Built To Spill fanno semplicemente rock, anche se qualcuno potrebbe appiccicargli addosso di volta in volta le etichette (inutili in questo caso) di indie-rock, alternative, math-rock o post-grunge.
Queste 10 canzoni, abbastanza varie stilisticamente, hanno come comune denominatore la voce di Martsch (che a volte richiama Neil Young, a volte il Dave Grohl dei brani più rilassati), il suono "liquido" e limpido della sua chitarra (ma spesso se ne intrecciano più di una) e la struttura mai banale.

Già l’inizio é fuori dai canoni, con la batteria secca di Goin’ Against Your Mind. Un entusiasmante e sudaticcio saliscendi di ritmo e di schitarrate, di corsa attraverso il deserto e di battaglia con le life’s rich demands (cit.), con un momento di pausa a metà per rifiatare, seguito da una nuova accelerazione e un finale che incredibilmente dopo 9 minuti ti lascia ancora con la voglia di continuare.

People think that we don’t understand
What it takes to want to be a man
I don’t care much for that
I don’t know why

Se Goin’Agaists Your Mind alterna adrenalina pura a momenti di riflessione, la successiva Traces é stata scritta per far male.


Daylight can never really hide what’s alive
I know it’s hard sometimes
For you to tell where you end
And where the world begins

You do your best to avoid assimilation
Guess that’s the best you can do

And all the parts of it that matter change
All traces disintegrate

Fanno male le parole (cantate in quel modo), ma quello che fa male é soprattutto il semplice giro di chitarra in cui culmina il "ritornello", che personalmente mi rimescola lo stomaco. Si ripete più volte quel giro, e torna anche a tradimento nel finale, al culmine di un crescendo sonoro che diventa anche una specie di assolo e che lascia senza fiato.
Perché in questo disco ci sono gli assoli, sì, anche se da anni non vanno più di moda. Assoli bellissimi che parlano, mai fuori posto, mai noiosi.

Liar, che assomiglia agli ultimi Foo Fighters acustici (anche nella voce), musicalmente é un pezzo più "leggero" e tranquillo. Il testo invece é (a dir poco) malinconico.

When things are all you think of
And plans are all you make
And thoughts are all you dream of
And falls are all you take

Saturday é il pezzo più corto, una piccola gemma (2:24 belli pieni) di pop semi-acustico (il finale si fa elettrico e leggermente più rumoroso).
In Wherever You Go trovo inaspettati richiami a certi classiconi dei Pink Floyd: negli assoli, nel suono delle chitarre in generale, nell’andamento solenne nei suoi cambi di tempo, persino la voce (un po’ Gilmour).

La cesura col pezzo successivo é netta. Conventional Wisdom é infatti tiratissima, più "convenzionalmente" indie-rock, con riff e assoli da paura. A metà canzone inizia la dissolvenza finale, che dura altrettanto e sfocia in un caos sonoro stratificato che mi ricorda (come effetto su di me) i momenti più riverberati e space rock dei Pumpkins più nascosti (certe b-sides di Pisces Iscariot).

Gone parte più younghiana, poi ha un’apertura melodica eccezionale; a metà ha uno stop pieno di pathos, seguito da un cattivissimo delirio chitarristico che prima brucia e poi si placa e si spegne lentemente.

Mess With Time é un episodio atipico nell’album, con le sue atmosfere tex-mex e forti somiglianze con lo stoner dei Queens Of The Stone Age. Anche qui canzone divisa in due parti, la prima più acida e psichedelica, la seconda più giocosa e ricca di piccole invenzioni melodiche.

La chiusura é per due pezzi decisamente più tranquilli, la sussurrata Just A Habit (con una lunga coda in cui tornano i riverberi) e la ballata acustica The Wait (ma anche qui c’é un bellissimo finale elettrico, degna chiusura del disco).

Non ci sono veri punti deboli in questo album. Certo, forse non é cosa per tutti (nel senso di gusti) e sicuramente non si apprezza in pieno in tutti i contesti di fruizione (vedi sopra: davanti al computer no, in auto sì). Inoltre, va ascoltato quando si é pronti a una certa esperienza "catartica": come sottofondo, meglio ripiegare su qualcosa di più leggero.

Trovo in ogni caso che You In Reverse sia stato segnalato e pubblicizzato poco rispetto a quanto merita. Sarà che é uscito troppo presto per esser piazzato al posto che gli compete nei classificoni di fine anno di critici e appassionati (che si sa, sopravvalutano moltissimo i dischi usciti nell’autunno). Sarà che ora vanno più di moda il folk, l’arpa della Newsom, le contaminazioni di hip-hop ed elettronica.
Ma chi apprezza il rock onesto – non muscolare in senso tamarro ma energico ed appassionato quanto e quando serve – dovrebbe dare una chance a questi pezzi, che di sensazioni da regalare ne hanno tante (e spesso diverse, ascolto dopo ascolto). Sul sito ufficiale dei Built To Spill (magari anche sul myspace, a cui da lì si arriva) si può ascoltare qualcosa.
Per quanto mi riguarda, appena mi sarà possibile approfondirò la conoscenza della loro vecchia produzione.