unòrsominòre. – unòrsominòre.

unòrsominòre.: unòrsominòre. (I Dischi del Minollo/Audioglobe, 2009)

C’è qualcosa di insieme insidioso e commovente nel modo in cui il disco d’esordio del veronese Kappa – già voce nei Lecrevisse e ora nascosto dietro all’ulteriore e typo-friendly ragione sociale di unòrsominòre. – richiama il più viscerale rock alternativo italiano anni 90. La triade Afterhours-Marlene Kuntz-Verdena in particolare (con prevalenza ora dello sferragliare chitarristico dei primi, ora dello spleen contorto dei secondi, ora della furia grunge dei terzi) è infatti una presenza quasi costante negli undici brani di cantautorato rock di unòrsominòre. (quasi tutto suonato e prodotto in proprio), e in parte spiace, per quanto si possa essere affezionati a una generazione di musicisti che ha creato una “scena” indipendente tutta italiana quasi da zero. Spiace perché in queste canzoni l’ispirazione e gli scarti di tono suggestivi non mancherebbero, i passi falsi sono pochi e ascolto dopo ascolto si finisce per affezionarsi ai loro sfoghi di malinconica nostalgia (Gagarin), pura rabbia autodistruttiva (Non sono tranquillo) o amara disillusione (Le notti difficili): però proprio l’impatto iniziale con una musica, una produzione e una voce che suonano così pesantemente Manuel Agnelli (quello più vivace di qualche anno fa) può dissuadere i meno nostalgici dal concederglieli, quegli ascolti. Con l’esperienza arriverà probabilmente anche un suono più personale: intanto il disco merita senz’altro una chance da parte di chi è sensibile ai chitarroni. C’è pure una cover di Ivano Fossati (Discanto) che non mette sonno.

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una versione live acustica di Le notti difficili
mp3 download di Gagarin da Rockit

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Quantificando il male che mi fai


Questa donna non è una donna
questa donna è un miracolo
per il modo che ha
di morire e poi rinascere
di moltiplicare i baci
starmi accanto anche quando è a casa usa
far muovere i miei occhi
di capire tutto ciò che ho
darmi tutto quello che non ho

di non sapere che non è una donna
di non sapere che è un miracol
[*]

dente-lamorenonebello
Posto che la mia anglofilia musicale non mi permette di scegliere tra infiniti ascolti, se dovessi indicare il mio disco italiano *in italiano* del 2009 non avrei dubbi: indicherei quello pubblicato da Dente. L'Amore Non È Bello, uscito più o meno 12 mesi fa, ha raccolto un successo notevole proiettando lo spettinato Giuseppe Peveri da Fidenza verso una notorietà non proprio nazional-popolare, ma senz'altro più ampia rispetto al pubblico di noi quattro gatti che andiamo ai concerti di musica indipendente (passaggi su Radio Deejay; piazzamento al primo posto tra i dischi italiani del decennio in un pur statisticamente ridicolo sondaggio di Corriere.it; rubrica musicale tenuta su Il Fatto Quotidiano). Sono ormai fuori tempo massimo per parlarne? Per i tempi di questo blog, decisamente no.

Se di L'Amore Non È Bello quasi tutti hanno riconosciuto il buon livello di songwriting, senz'altro a qualche fan della prima ora è rimasto nel cuore il vecchio Dente: quello solo voce e chitarra, in cui i calembour, l'autoironia e la capacità di creare bozzetti acustici semplici e giocosi vengono prima della melodia e dell'interpretazione. Insomma, quello dei primi due album Anice In Bocca e Non C'è Due Senza Te e dell'ep Le Cose Che Contano.

Io ho invece salutato con più entusiasmo la raffinatezza degli arrangiamenti di questa ultima fatica, le cui canzoni vanno oltre il cantautorato lo-fi e naif (genere di cui non sono particolarmente appassionato; tra l'altro il brano più in stile "primo Dente" è Finalmente, l'unico che non mi piace), per lasciare, diciamolo, più di una traccia importante nella musica pop italiana. Come non amare un disco che si apre con una dichiarazione d'amore delicata e sognante come quella del capolavoro La Presunta Santità Di Irene (i versi che aprivano questo post), e che più avanti passa alla descrizione più banalmente cupa dell'abbandono e della conseguente disperazione nella splendida Buon Appetito? Quest'ultima (pezzo da struggimento dell'anno) ti mette il magone addosso fin dai primi accordi, prosegue sul filo dell'imprecazione con strofe e ritornello, per poi sfociare, dopo un mezzo minuto di "pausa" ritmica che aumenta la tensione, nel terribile finale. Perché a volte alla fase dell'accettazione non ci si arriva mai.

e quando fai la spesa cosa comperi
di che colore hai colorato i mobili
vorrei non sapere più nemmeno dove abiti

Il primo nome che viene in mente all'ascolto di questo disco – e soprattutto della coppia di canzoni piazzata al centro della tracklist – è senz'altro il Lucio Battisti più delicato, non più beat e non ancora pop da fm, di album come Il Mio Canto Libero e Il Nostro Caro Angelo (per Parlando Di Lei A Te), oppure quello successivo più rilassato di pezzi come Sì viaggiare (per Sole); personalmente non ho colto però nessun effetto-calco, per la maggiore essenzialità che comunque permane e anche per merito dei testi – che non indulgono certo in stereotipi alla Mogol.

Ecco, i testi. Come da titolo dell'album, nelle storie di Dente non c'è molto spesso il rasserenante lieto fine. Non importa se sia o no litigarello, l'amore non è bello e basta. Comporta scazzi ("Andata in modo poco elegante, forse è meglio per te", in Solo Andata). Sacrifici. Compromessi. Insicurezze (Incubo). Può finire così, senza un motivo, lasciandoti distrutto o svuotato (sulla cover del disco c'è una coppia che si bacia, ma solo se apri il libretto riesci a inquadrare la foto integrale: dall'altro lato del vagone della metropolitana c'è un ragazzo solo, che a quella coppia felice dà le spalle).

La lieve disillusione che anima parte di questi brani (non si può parlare di vero e proprio concept, visto che brani dalle atmosfere più serene o più tristi si susseguono piuttosto alla rinfusa, con effetto talvolta spiazzante) non deriva comunque da spirito superomistico, né da angoscia esistenziale o collera verso una partner che ti succhia l'anima e ti butta via. Più semplicemente, si descrivono il retrogusto amaro degli investimenti sentimentali fallimentari (Sempre Uguale A Mai), degli amori contrastati sul nascere dall'ostacolo dell'etilometro (l'irresistibile leggerezza di Quel Mazzolino), la voglia di provare a costruire qualcosa insieme, consapevoli dei rischi e delle difficoltà materiali e psicologiche (l'impegno solenne preso in Vieni A Vivere). Insomma, "faccio una cazzata, la più grande che ci sia" (l'essenziale dichiarazione di Mi Fido Di Te). Storie degli anni zero per gente degli anni zero, che alla citazione bohémien o al maledettismo pretenzioso preferisce un linguaggio della realtà e un romanticismo dell'esperienza (le doppie punte di A Me Piace Lei), spezzato e reso "vero" da frequenti battute e giochi di parole (e qui la continuità con i vecchi dischi c'è tutta). "Posati sul cuscino, sogna che sogno che sogni che sono vicino", "bombola gasolina, scoppiami nel cuore quando vuoi" (Voce Piccolina, altra chicca).
Un disco per innamorarsi, per sognare, per rimuginare, per piangersi addosso senza sprofondare nella depressione totale. E l'acne lasciamola pure combattere ai più giovani.

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Nel 2009 ho sentito Dente dal vivo due volte: in entrambi i casi con la band a quattro, composta oltre a lui dal Signor Solo alle tastiere (fondamentale nel ricreare con precisione e calore il suono di L'Amore Non È Bello), da Nicola Faimali al basso e da Gianluca Gambini alla batteria. In entrambi i casi non sono mancate le canzoni del vecchio repertorio ad arricchire la scaletta (con Baby Building che vince sempre al pelledocometro), insieme alla cover di Verde dei Diaframma (già nell'album tributo alla band di Fiumani Il Dono), a quella Beato Me che è stata uno dei brani di punta della compila Il Paese È Reale, e a qualche sorpresa (La Cena Di Addio, singolo free download di qualche anno fa).

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Il concerto che ho preferito è stato il primo, quello alla Corte dei Miracoli a Siena (a cui si riferiscono tutte le foto di questo post).
Una serata di cui serbo bellissimi ricordi (anche per la bella compagnia che si era creata), in cui Dente aveva mostrato tutta la sua capacità di intrattenitore e improvvisatore (mi si dice che quando in passato girava da solo, la parte "cabarettistica" era ancor più sviluppata: io non ho potuto giudicarlo dal vivo all'epoca, ma senz'altro quello attuale è un ottimo equilibrio tra spessore musicale e carisma sul palco).

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In autunno poi, forte di un'esposizione mediatica crescente, Dente è approdato al Viper: anche lì, come già alla Corte, la maggior parte dello show era suonato full band e dedicato ai pezzi nuovi (o all'arricchimento dei vecchi), ma non è mancata una parentesi "vecchio stile", voce e chitarra. In qualche modo però non è stato del tutto indolore il salto alla dimensione enorme di un locale così grande (a Firenze-città, come già notato più volte anche qui, c'è penuria – ExFila a parte –  di locali "di mezzo" stile Covo o Circolo degli Artisti, e si passa dall'aperibar con capienza 30 persone alle gigantesche e impegnative Viper e Flog). L'atmosfera creatasi non era la stessa, un po' per alcuni problemi tecnici (e lì è stata sfiga), un po' perché l'ironia dimessa e la presenza scenica di Dente sono tarate su una dimensione leggermente più intima.
Si tratta però forse di una preferenza personale dettata dal fatto che la prima volta era stata più emozionante in quanto tale: la maggior parte dei pezzi suonavano comunque bene, e le variazioni in scaletta mi hanno permesso di sentire alcuni brani non eseguiti nella prima occasione (Due Gocce, Stella).

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Surreale (e forse significativo di quanto la scena fiorentina non sia particolarmente varia, se ci si vuole limitare alle proposte più accessibili e di qualità) la scelta del gruppo locale di supporto al Viper: i Bad Apple Sons, vincitori del RockContest 2008, non li avevo ancora mai visti e dal vivo sono potenti e promettenti, però il loro noise-rock psichedelico (tra Nick Cave e i Sonic Youth) con Dente non ci incastrava proprio per nulla (del loro concerto ho comunque sentito solo una piccola parte, in questa occasione: più di recente ho però assistito a un loro intero live e credo ne parlerò).

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Chiudo il post con una segnalazione che per una volta mi vede "sul pezzo". Terminato da poco il lunghissimo tour di presentazione dell'album, Dente si già rimesso in marcia. Il nuovo tour, che si svolge in teatri o location similari, si chiama 1910 e pare che preveda il rimescolamento delle scalette con riproposizione di pezzi vecchi e qualche cambiamento nella veste dei brani (meno elettronica – anche se la band resta la stessa).

Tra le date ancora a venire ce n'è anche una a Firenze: venerdì 26 marzo alla Sala Vanni.

Scalette quasi precise:

Corte dei Miracoli (Siena),  7/3/2009

A Me Piace Lei
Incubo
L'Amore Non È Un'Opinione
Buon Appetito
28 Agosto
Sole
Scanto Di Sirene
Diecicentomille
Vieni A Vivere
Le Cose Che Contano
Canzone di Non Amore
Voce Piccolina
Baby Building
Quel Mazzolino
Sempre Uguale A Mai
Verde (Diaframma cover)

Parlando Di Lei A Te
Ti Regalo Un Anello
Beato Me

Viper (Firenze),  13/11/2009

Stella
L'Amore Non È Un'Opinione
Buon Appetito
Sole
Incubo
Le Cose Che Contano
Due Gocce
A Me Piace Lei
Scanto Di Sirene
Beato Me
Baby Building
Vieni A Vivere
Quel Mazzolino

Sempre Uguale A Mai
La Cena Di Addio
Verde (Diaframma cover)

 – – –

Dente – Baby Building (video)
Dente – Buon Appetito (video)
Dente – Vieni A Vivere (video)

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The Hidden Cameras – Origin:Orphan

The Hidden Cameras: Origin:Orphan (Arts & Crafts/Audioglobe, 2009)

Portato felicemente a compimento con il precedente Awoo il percorso di progressivo raffinamento della loro formula di autodefinita “gay church folk music” (bozzetti di frizzante indiepop dalle melodie ripetitivo-appiccicose inframezzati da momenti più introspettivi e paranoici, con testi provocatori, queer/dissacranti o comunque sempre pronti al calembour), gli Hidden Cameras, ensemble canadese a formazione variabile ruotante attorno al leader Joel Gibb, tornano con un album maturo, volutamente involuto, che a tratti conferma e a tratti esaspera certe loro caratteristiche. Se infatti episodi come He Falls to Me o Underage richiamano i fasti da R.E.M./Housemartins sotto acido del loro miglior repertorio passato, per buona parte delle altre canzoni di Origin:Orphan l’aggettivo “fresco” è l’ultimo che si è tentati di utilizzare. Predomina un’atmosfera da perdita dell’innocenza e della spensieratezza (o se preferite da puntata di Six Feet Under); si va da pezzi più asciutti e quieti dominati nel ritmo e nei ritornelli da una circolarità ipnotica (The Colour of a Man) a veri e propri trionfi di orchestralità melò, che a ben vedere costituiscono i momenti più interessanti: assaporati infatti a tutto volume il progressivo divampare della Ratify the New in apertura, la delicatezza della Silence Can Be a Headline che chiude e il lamento barocco di Walk On, si può dire che il gioco valeva la candela. Per divertirsi ancora come ragazzini agli Hidden Cameras restano le filastrocche impazzite che completano la scaletta e le travolgenti e colorate esibizioni live: qui era giusto provare a crescere e ad affiancare alla maggiore riflessività di alcune liriche un suono più elaborato e adulto.

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gli Hidden Cameras saranno in Italia ad aprile per quattro date: Bologna, Roma, Terracina e Firenze
una versione live di He Falls to Me
il video del primo singolo In the NA

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Kill It Kid – Kill It Kid

Kill It Kid: Kill It Kid (One Little Indian/Goodfellas, 2009)

Alt-rock’n’roll acrobatico? Quando ancora viene la tentazione di sperimentare nuove stupide combinazioni per etichettare un gruppo, vuol dire che almeno il tentativo di smarcarsi dalle tendenze imperanti nel mainstrindie-rock c’è stato. E in effetti con il loro esordio omonimo i giovanissimi inglesi Kill It Kid propongono una manciata di canzoni scatenate da bersi tutte d’un fiato, come rinfrescante pausa sia dall’ormai stantìo new-new-wave revival, sia da certi altrettanto inflazionati eccessi avant-freak, sia dall’attuale forte ritorno al folk e al blues più minimali. Non che i cinque di Bath non peschino a piene mani nella storia del pop: nella loro centrifuga finiscono il country e il suddetto rock and roll (Heaven Never Seemed So Close), echi southern/zeppeliniani (Dirty WaterIvy And Oak) ma anche  soul (le due voci). Convince l’innesto di arrangiamenti orchestrali e contemporanei (violino onnipresente) su pezzi spesso dall’impatto granitico. E convince soprattutto il combo vocale: la tastierista Stephanie Ward, che già potrebbe reggere la scena da sola, spesso gioca a preparare il terreno per la zampata vincente del chitarrista, leader e autore Chris Turpin. Ugola e personalità dirompenti, quelle di Turpin: una sorta di cuginetto rock di Antony Hegarty, abbina sensibilità (Taste the Rain) e rissosità (Burst Its Banks). Kill It Kid si regge su un equilibrio miracoloso, e il prezzo è una certa sensazione di artificiosità e ruffianeria che affiora a tratti (c’è più intrattenimento che cuore). Il livello complessivo dei pezzi è però buono: se apprezzate l’energia di gente come i Black Lips e non vi spiace arricchirla con un po’ di raffinatezza pop e di romanticismo (Fool for Loving You), i Kill It Kid potrebbero essere la band che fa per voi qui e ora.

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i video di Heaven Never Seemed So Close e Send Me an Angel Down
mini-live acustico (4 pezzi) e intervista su Bandstand Busking
una cover live di (!) Hot N Cold (Katy Perry)
il video di Burst Its Banks

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Magpie – Noir or Several Murders in Sleepless Nights

Magpie: Noir or Several Murders in Sleepless Nights (DeAmbula/I Dischi del Minollo/Venus, 2009)

Dici Offlaga Disco Pax e pensi subito alla penna e alla presenza di Max Collini: eppure è indubbio che i buoni risultati e il riscontro di pubblico ottenuto dal gruppo reggiano siano dovuti all’amalgama dei suoi testi con la musica. E se Enrico Fontanelli è fondamentale negli ODP per la ritmica e il suono kraut/wave, è a Daniele Carretti che si devono la melodia, le chitarre che sottolineano i brani più sferzanti del gruppo senza risultare invadenti, il piano che accompagna quelli più riflessivi e struggenti. Ora che Carretti presenta l’album di debutto del suo progetto personale Magpie (per lungo tempo un duo comprendente anche Valentina Feroni al basso, ma con lui sempre autore e dominus) questi elementi guadagnano per la prima volta le luci della ribalta. È invece la voce (quando presente) a mantenersi nelle retrovie: il timbro di Carretti è delicato, semplice, volutamente timido; nelle 11 tracce/13 composizioni di Noir or Several Murders in Sleepless Nights la scena è tutta per esplosioni garbate di shoegaze e dream-pop (c’è anche qualcosa dei Giardini di Mirò più quieti) e progressioni armoniche che mettono in campo dalle chitarre acustiche ai riverberi, dal piano alle ritmiche trip-hop (Low Bleeding), fino agli archi dell’ospite Nicola Manzan. Una ricchezza di strumentazione che ricerca e ottiene però, paradossalmente, la creazione di atmosfere glaciali, vuote, solitarie: come quelle suggerite dal paesaggio invernale della copertina. Un disco denso e riflessivo per immaginarsi rannicchiati nello scompartimento di un treno notturno, per sognare quelle calde coperte a cui la sveglia ci ha strappati troppo presto al mattino, per scrutare un orizzonte nebbioso in cerca di speranze e risposte.

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alcuni pezzi extra-album da Soundcloud
l’intervista a Rockit per saperne qualcosa di più sulla line-up della band negli anni   
    
Magpie – Winter

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Built to Spill – There Is No Enemy

Built to Spill: There Is No Enemy (Warner Bros, 2009)

Che li si segua da pochi anni o dall’inizio della loro longeva carriera (che ha sempre privilegiato la qualità sulla quantità, con 6 album distribuiti in quindicennio di attività e neanche un passo falso), un nuovo album dei Built to Spill è un evento sulla cui rilevanza non si discute. There Is No Enemy, settimo sigillo nella discografia della band guidata da Doug Martsch, non sfugge alla regola e le sue canzoni ti avvolgono subito come un abbraccio fraterno e rassicurante che da tempo attendevi di ricevere un’altra volta ancora. Non siamo comunque di fronte a una delle prove migliori del gruppo dell’Idaho: There Is No Enemy sconta probabilmente il fatto di venire dopo un album intenso, acido e micidiale come You in Reverse, rispetto al quale i suoi arrangiamenti (dall’uso dei fiati al profluvio di “yeah” nel cantato) trasmettono maggiore rilassatezza e serenità. Un cambiamento di mood che di per sé potrebbe non costituire un difetto (un pezzo come Hindsight è un vero e proprio ricostituente per l’umore da depresso-latente del fan medio della band): solo che alcuni brani (Life’s a DreamDone) annacquano quelle aperture con cui i nostri riescono sempre a scuoterti in strutture un po’ troppo già sentite o a tratti fastidiose. Questione di sensazioni, sia chiaro, visto che altrove (nella scheggia “flanellosa” Pat, nel consueto numero strappamutande Nowhere Lullaby, nell’altrettanto classica cavalcata chitarristica Good Ol’ Boredom) i Built to Spill ripetono se stessi in modo un po’ più convincente. Tutti questi discorsi comunque finiscono nella spazzatura nel momento in cui, quasi in coda, parte Things Fall Apart, probabilmente la loro ballad più triste e commovente di sempre: un riff acustico che accompagna il lamento di Martsch come un rintocco di campana che sottolinea le amarezze della vita e delle relazioni. Fade out serenità, bentornati Built to Spill.

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una versione live di Hindsight

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…ed è per questo che la voglio cantare

[Double feature stavolta: disco + live!]

brunorisascoverQuello che mi accingo a scrivere non è probabilmente "il solito post su Brunori Sas", come i tanti che avete letto negli ultimi sei mesi. Non mi dilungherò per l’ennesima volta (se nel 2009 non avete mai neanche sentito nominare Brunori Sas vuol dire che probabilmente trovate carina e solare la voce di Alessandra Amoroso) di quando Dario Brunori stava in Toscana e suonava nei glitchosi Blume, di come sia poi tornato in Calabria per motivi familiari e di come si sia poi trasformato, all’inizio per hobby e poi facendo sul serio, in cantautore/urlatore pop voce & chitarra. Ma soprattutto eviterò gli sdilinquimenti, di cui peraltro queste pagine sono solitamente pieni, tipici di chi si appassiona a certa musica che ascolta fino all’identificazione e al sentirsela addosso.
Perché per me in questo caso non è (in buona parte) così.

Il punto è che proprio questa è la forza delle canzoni contenute in Vol.1, album uscito l’estate scorsa e che è valso a Brunori Sas il premio Ciampi come migliore opera prima (oltre a consensi trasversali nella critica e in un pubblico che concerto dopo concerto si va espandendo): arrivare comunque alle orecchie e talvolta al cuore – anche di coloro a cui non arrivano alla pancia.

Io sono tra questi, e infatti la musica di Brunori non mi ha convinto immediatamente. Perché i suoi brani sono così diretti (nelle diverse sfumature del termine, dall’ingenuo al tenero allo sguaiato), diretti nel linguaggio e nei riferimenti di vita vissuta e osservata, che ai primi ascolti possono sì conquistarti subito, ma anche lasciarti piuttosto indifferente e freddo se – come me – ti senti lontano da un certo immaginario. E’ una questione di percorsi e di esperienze diverse: nelle canzoni di Vol.1 sono spesso presenti i temi della semplicità, del richiamo della provincia (solo a tratti caratterizzata come provincia del sud) e di certe convenzioni familiari, del ritiro nel privato, che in questo momento proprio non sento né voglio sentire vicini (emblematico in questo senso un pezzo come Paolo, che "non lo sa per chi voterà, sa soltanto che vuole una moglie"). Non è questione di snobismo o di politicizzazione; oltretutto lo sguardo e la scrittura sono spesso ironici (un’ironia a volte esplicita, a volte sotterranea, quasi sempre bonaria; a volte magari in realtà assente, e altre volte presente e non colta).

Si aggiunga, dal punto di vista musicale, che io sono anche poco sensibile a certo cantautorato melodico italiano a cui Brunori è stato accostato (i nomi più gettonati sono quelli di Rino Gaetano – per la verve e talvolta per il cantato – e Ivan Graziani – per la delicatezza e per certi arrangiamenti).

Poi però succede che ci torni sopra, che riascolti, e ti rendi conto che le cose cambiano: e come spesso succede inaspettatamente e meravigliosamente nella musica pop, è la forza delle canzoni che scava nei preconcetti e nelle impressioni iniziali e le modifica. In questo album ci sono – su 9 – almeno un paio di pezzi bellissimi, e diversi altri azzeccati. Come Stai svetta su tutte: il tema della perdita, della nostalgia e dell’amarezza nell’affrontare la vita che deve andare avanti ("e il mutuo, il pensiero peggiore del mondo") è universale, e di fronte alla levità con cui è trattato il magone è inevitabile e difficilmente descrivibile a parole. Pure l’altro cavallo di battaglia Guardia ’82, con le sue criptiche citazioni baglioniane, coglie un sentimento che va al di là delle generazioni e del singolo vissuto di ciascuno, quello della crescita e dei ricordi estivi (e quando arriva il crescendo di "sulla spiaggia lattine anni ottanta…" è difficile non provare qualche brivido).

Gradita da queste parti anche Il Pugile, inserita a inizio disco probabilmente per la sua atipicità: un bozzetto più essenziale nella musica, candido nel suo sfogo a cuore aperto ("perché io sono un fiore"). E come dimenticare Italian Dandy, un divertissement che gioca a prendere in giro la vita bohémien fin nello stile del relativo canzoniere "maledetto", vedi alla voce Baustelle ("amami come quella volta all’Esselunga, quando in preda alla fame rubammo una baguette").

E alla fine succede, magari grazie alla dolcezza degli archi in sottofondo, che ti ritrovi a canticchiare e a commuoverti su una canzone come Nanà, vero e proprio manifesto della vita orgogliosamente normale cui si accennava sopra. Un gradino sotto invece (nei miei gusti) Di Così e L’Imprenditore, confessioni malinconiche tra orgoglio e insoddisfazione. Completa il lotto una cover di una vecchia canzone d’amore italiana, Stella D’Argento di Gino Santercole (chiii?), che ben s’intona con l’atmosfera del disco. Disco che complessivamente dimostra di meritare gli elogi ricevuti: una manciata di canzoni semplici e fruibili da tutti, che però rifuggono la banalità del cuoreamore in favore di un lessico più quotidiano e "vero", e che vengono impreziosite da arrangiamenti sempre azzeccati (si va dal voce+chitarra al suono più propriamente rock, a volte arricchito di fiati e archi: diversi gli ospiti dai Camera237 e gli Annie Hall, senza considerare il produttore Matteo Zanobini, amico ed ex compagno d’avventura nei Blume).

Non è stato uno dei miei dischi dell’anno, però non sempre devi sentire tue le cose per apprezzarle con convinzione.

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Il concerto dello scorso novembre alla Casa del Popolo di Settignano, prima apparizione fiorentina di Brunori Sas, ha visto l’esecuzione dell’intera tracklist di Vol.1, con Guardia ’82 e Nanà che grazie alla trascinante spinta della band hanno eguagliato Come Stai nelle mie preferenze. Ma tutti i brani si sono difesi bene: sì, si ascolta volentieri anche quella Paolo che su disco skippo sempre, anche per la sgradevolezza del riferimento a Padre Pio.

La band, dicevamo: dal vivo si chiarisce meglio il senso di questo moniker societario. Un progetto individuale nell’origine dei pezzi ma che si fa gioiosamente collettivo nell’esecuzione. Assieme a Dario ci sono l’inseparabile "Moglie-Sas" Simona (cori, handclapping, percussioni, arnesi vari), Dario Della Rossa alle tastiere e Mirko Onofrio al sax (bisognerebbe al proposito proporre a Brunori un album di brani suoi rifatti in stile Papetti, solo per poterlo intitolare "Brunori Sax"). Manca la batteria, ma l’effetto d’insieme è piacevolissimo – e ancor più agguerrito è il pubblico che gremisce la Casa del Popolo, che segue, applaude e in buona parte le canta tutte a memoria (!). Brunori tira fuori la sua parte più ruffiana e intrattiene l’uditorio alla grande (rischiando anche battute sulla tragica fine che stanno facendo le casedelpopolo e il relativo partito di riferimento, forse il motivo per cui qualcuno sprovvisto di ironia a fine serata si inquieterà…), ma lungo il concerto si trasforma anche in interprete misurato o rocker scatenato. Il feeling con Simona (vocale e scenico) è poi tenerissimo. Se proprio devo trovare qualche appunto, preferirei ci fosse un uso minore del "na-na-na" – speranza valida sia per i futuri pezzi in studio sia per il live, dove però il birignao è più che giustificato nel caso dei brani inediti con scrittura ancora "in progress" (questione di idiosincrasie personali, comunque: il fatto è che il na-na-na-na, oggettivamente, ci sta bene).

Tre, a proposito, gli inediti presentati: oltre a due di cui non ricordo il nome (e neanche il testo, dovrei scrivere i post lievemente più a ridosso dei concerti visti…), c’è l’immediata e divertente Con Lo Spray (che gioca sul giustaporre una serie di scritte sui muri. soooo smelling like teen spirit!). La chicca è poi, nel finale, la scanzonata cover dei Litfiba El Diablo, più che mai appropriata vista la sede (proprio nei locali del circolo aveva sede la storica Rockoteca Brighton!).

MA SOPRATTUTTO.
Brunori Sas suonerà(nno) dal vivo a Scandicci (FI) domani sabato 23 gennaio, al Ginger Zone. Il concerto, rispetto a quello di Settignano, sarà in versione full band (con batterista). Un buon motivo per recuperarlo o per fare il bis.

Io purtroppo non ci sarò perché impegnato dagli Eterea Post Bong Band di là e non ancora fornito del dono dell’ubiquità. Sono due concerti entrambi fighi e gratuiti: se ve li perdete entrambi, non vi basterà la giustificazione che vi siete firmati da soli in quanto maggiorenni. Ripresentatevi come minimo con certificato medico.

Scaletta:

Nanà
Italian Dandy
Paolo
Come Stai
L’Imprenditore
(inedito)
Di Così
Con Lo Spray (inedito)
Il Pugile
Guardia ’82
El Diablo
(inedito)
Stella D’Argento

Brunori Sas – Come Stai (video)

Di seguito altre foto. Notare l’ultima, in cui Brunori si riassicura eterna credibilità indie grazie al poster strategico piazzato dietro.

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Annie Hall – Carousel

Annie Hall: Carousel (Pippola/Audioglobe, 2009)

C’era molta attesa da queste parti per il ritorno degli Annie Hall. Il loro esordio Cloud Cuckoo Land aveva sorpreso e conquistato molti per gusto e personalità degli arrangiamenti; brani dalla malinconia strisciante e autunnale, capaci di scavarti dentro poco a poco. A due anni di distanza, Carousel appare un ritratto meno compatto e più a tutto tondo della band bresciana (ora ufficialmente allargata a quintetto, con l’aggiunta alla classica formazione a quattro del fonico e musicista aggiunto Daniele Salodini). Chi ha nel frattempo ascoltato gli Annie Hall dal vivo, si è trovato davanti infatti una vera e propria rockband – nel senso più classico-acustico del termine – che nel riproporre quelle canzoni andava oltre la levigatezza dell’ottima produzione, tirandone fuori ancor più la dolcezza e la spensieratezza. Non più soltanto un ascolto da condividere con pochi intimi vicino a un caminetto acceso, ma la band che avremmo voluto veder suonare alle feste di fine anno delle superiori (se in Italia esistessero), per fare da colonna sonora a tutti i nostri sorrisi, amori e delusioni. Ecco, Carousel ci presenta questi Annie Hall anche su disco: accanto a pezzi che richiamano la delicatezza del debutto (Here Is LoveJelly’s Dream, l’apertura breve e spaccacuore di Rainy Day), c’è spazio per decisi passi in avanti quanto a catchyness ed esplosività pop, come Paralyzed (come sarebbero gli Wilco con Lennon alla voce?), Do You Wanna Dance With Me? (a proposito di party di fine anno) e lo sfogo orgoglioso di Letters. Ma anche per episodi sbarazzini come Violet (in cui Fabio Dondelli cede la ribalta vocale al bassista Giorgio Marcelli) e per momenti dal fascino più discreto (da brivido gli archi che incorniciano le amare constatazioni di Lips). Fedele al titolo, Carousel è una giostra di feste, scherzi, corteggiamenti, malinconie, ricordi, energia, divertite armonie vocali. Un secondo disco più vario e “diretto”, con canzoni pronte per irrompere quasi in blocco nelle vostre orecchie e poi risbucare fuori dalle vostre labbra, in un festoso sing-along. A me è già successo.

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il disco in streaming su Rockit
trattazione del disco e free mp3 di Letters su Italian Embassy
alcuni estratti dalla serata di presentazione del disco presso il Teatro Centro Lucia, Botticino (BS)

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Lou Barlow – Goodnight Unknown

Lou Barlow: Goodnight Unknown (Domino/Self, 2009)

I Sebadoh, i Folk Implosion, le registrazioni casalinghe come Sentridoh, le tante collaborazioni: Lou Barlow non è certo fondamentale per il rock alternativo americano per il solo ruolo di bassista e coautore nei Dinosaur Jr. Curiosamente, nella sua lunga e onorata carriera i primi due album usciti a nome proprio sono giunti proprio in questi ultimi anni, che lo hanno visto contemporaneamente riunirsi a Murph e J Mascis e raccogliere coi Dinosauri un seguito forse maggiore che nei ‘90 (e più che meritatamente, visto il tiro di Beyond e Farm). Naturale quindi che il Lou Barlow solista privilegi la dimensione acustica e rilassata. Mentre però in Emoh (2005) le ballate folk-pop la facevano da padrone, questo nuovo Goodnight Unknown si presenta un poco più vario: un ritratto completo, in poco meno di quaranta minuti, del musicista e della Bella Persona Lou. Ti viene da rimpiangere di non conoscerlo e non poter quindi andare alle grigliate domenicali a casa sua, apprezzare la cucina della moglie e duettare su La Roux con la figlia, spettinarsi con i ruttini del nuovo arrivato (da pochi giorni!) Hendrix Wexford Barlow… e naturalmente far serata ad ascoltarlo tutti insieme mentre rifà voce e chitarra TUTTE queste 14 canzoni. Perché se già il terzetto di inizio disco presenta le coordinate entro cui si muoverà buona parte del resto (il rock energico ma garbato di Sharing, la ballad grassa e curata che fa da title-track, il folk Elliot Smith di Too Much Freedom), la qualità in seguito non scende – e probabilmente resterebbe alta anche se le tracce fossero 30. Meglio così: dal rinfrescante primo singolo The Right alla più malinconica I’m Thinking…, fino al romanticismo sussurrato di Take Advantage e The One I Call ci sono abbastanza pezzi per farne proprio uno nuovo a ogni ascolto successivo, senza arrivare all’indi(e)gestione. E se sai scrivere le canzoni e hai quella delicatezza nell’intonarle, anche quando riutilizzi più volte una formula molto simile (capita) quasi non ci se ne accorge. Goodnight Unknown e Farm nello stesso anno sono veramente troppa grazia.

il myspace di Lou Barlow
la pagina di Lou Barlow sul sito della Domino
il video di The Right

il video di Don’t Apologize e quello di Too Much Freedom
un video casalingo di Take Advantage
il bel documentario sul making of dell’album (alle grigliate ci pensa Dale Crover dei Melvins, che suona la batteria nell’album)
mp3 di Gravitate in free download in streaming, su Pitchfork
due pezzi dal disco e una cover di Bulletproof (La Roux) su Spin

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Alec Ounsworth – Mo Beauty

Alec Ounsworth: Mo Beauty (Anti-/Self, 2009)

Unghie Sulla Lavagna: questo l’effetto provocato dalla voce diAlec Ounsworth, secondo una serissima ricerca Istat, sul 65,77% dei miei conoscenti. Il sottoscritto si colloca nella minoranza che aveva invece a tratti apprezzato i due album dei danzerecci Clap Your Hands Say Yeah. Il che non mi ha impedito (oltre che di passare alla prima persona in questo momento) di scoppiare in una sonora risata alla notizia che il leader della band di Philadelphia si sarebbe ripresentato con un album da solista-songwriter. E Ounsworth, per evitare la bocciatura piena con calcio nel sedere accademico che i pregiudizi generalizzati facevano intravedere, si è impegnato: abbandonando le mire da dancefloor e i facili stilemi Talking Heads, concentrandosi sulla forma canzone, evitando pretenziosi riempitivi strumentali, andando a registrare il disco a New Orleans e riempiendolo di fiati, ritmi e suggestioni locali. In alcuni episodi la rinfrescata generale dà buoni risultati: That Is Not My Home (After Bruegel) “rinnova nella continuità” il Byrne-pop vivace dei CYHSY, mentre Obscene Queen Bee #2 segue strade più mature e riflessive senza (più) risultare stucchevole. Purtroppo, al di là dei fallimenti completi come l’imbarazzante roots-folk di Holy, Holy, Holy Moses (in cui forse la tortura sonora inflittaci serve ad evocare la disperazione post-Katrina), quasi ovunque coesistono nello stesso pezzo momenti assai convincenti – per arrangiamento, uso dello strumento-voce (!), vivacità ritmica – e altri in cui rifanno capolino la stanchezza e irritazione sempre in agguato anche nei dischi della band-madre. Tanto vale quindi considerare Mo Beauty un terzo capitolo della saga CYHSY * (più evoluto e interessante, più riuscito del secondo) e consigliarlo soltanto a chi ne reggeva voce e discontinuità. Gli altri passino pure oltre.

* Ah, i completisti di Ounsworth (cielo, esistono?) sappiano che il nostro, in periodo iper-ispirato, ha debuttato nel 2009 anche con un altro progetto: Flashy Pithon. Il disco si può preascoltare e comprare sul sito del gruppo, e musicalmente siamo a metà tra i vecchi e più ritmati CYHSY e la sua nuova incarnazione folk-cantautorale. Mobbasta però Alec, dacci tregua per un paio d’anni almeno.

myspace

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Wand – Hard Knox

Wand: Hard Knox (Ecstatic Peace!/Goodfellas, 2009)

C’è qualcosa di affascinante nella diffusa pratica di cambiare più ragioni sociali che collaboratori, rito a cui certo non si sottrae il newyorkese James Jackson Toth (all’attivo decine di dischi e cdr alt-avant-folk come Wooden Wand & the Vanishing Voice, Wooden Wand & the Sky High Band, Wooden Wand e basta, fino al primo album a proprio nome dell’anno scorso)… BALLE: è un genere di camaleontismo che non sopporto (va detto che perlomeno un altro cliché folk come il barbone lungo ci è risparmiato). Tornando seri: Hard Knox, pubblicato a nome Wand, è una raccolta di “demo” inediti e outtakes a suggello della conclusa esperienza di Toth con l’ensemble Wooden Wand: quasi tutte registrazioni casalinghe (non per questo sciatte) effettuate nel suo eremo del Tennessee tra il 2002 e il 2007, da solo o con la moglie/corista Jexie Lynn. La sorpresa è che quasi a smentire la sua natura di “disco di rarità” non solo il livello medio di questi 14 pezzi è discreto, ma anche l’ascolto complessivo si rivela appagante. Toth mette da parte la psichedelia e gli sperimentalismi frequentati in passato per un album 100% americana, che profuma di Dylan/Cash/Young, deserto, highways e inverni davanti al caminetto. Un album coeso e vario (per quanto possibile nel genere), che riesce a evitare cali di tensione di attenzione e regala di quell’America profonda gli umori e i colori più disparati, alternando solari duetti (Blamelessness) e ballate funeree (Arriving e Death Dealer Blues, collocate ai due estremi della scaletta), country-folk rurale anni 60 e momenti drammatizzati e resi “marci” da incisivi inserti elettrici (EyesDead of Night). E ora sotto col prossimo moniker.

myspace di (Wooden) Wand
mp3 in free download di Saturday Delivery dal sito della Ecstatic Peace!
una versione dal vivo di Arriving

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Editors – In This Light And On This Evening

Editors: In This Light and on This Evening (Pias/Self, 2009)

In This Light and on This Evening, ultima fatica degli Editors, è un disco che convince chi ha amato o semplicemente apprezzato i primi due album della band inglese a concedergli ascolti ripetuti e attenti. Perché spesso le apparenze ingannano, e si tende a resistere all’istinto iniziale di gettare il cd dalla finestra al grido di “No, l’EBM No!”. Perché magari c’è solo da farci l’abitudine, e comunque è un cambiamento coraggioso a cui va data una chance, etc. Bene, ecco l’opinione maturata un po’ più a freddo da queste parti: la “svolta future-pop” e la sparizione delle chitarre sono inaccettabili per chi considera il formato “canzone rock catchy e romantica” la collocazione ideale per la voce profonda e piaciona di Tom Smith (esiste da anni tutto un mondo di progetti che ruotano attorno al binomio voce cavernosa + drum machine, e lo fanno meglio); come se non bastasse, il tentativo di conciliare la suddetta sterzata elettronica e la permanenza nel mainstream, sulle orme di New Order e Depeche Mode e con la benedizione del produttore Flood, si scontra con un enorme iceberg: queste canzoni fanno pure schifo. Oltre al ruffiano ma efficace singolo Papillon si salva infatti poco altro, e se certi giri melodici restano in testa è solo per ricordarti quanto siano scontati e irritanti; quando nel finale i bpm diminuiscono, poi, le cose peggiorano ulteriormente. Non posso prevedere se ora la carriera degli Editors si inabisserà, però questo disco si candida senz’altro al premio di album suicida dell’anno, oltre ad essere una delle più deludenti e indifendibili opere terze sentite negli ultimi anni. Che amarezza.

myspace
una versione live di Bricks and Mortar
il video di Papillon

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Neils Children – X.Enc.

Neils Children: X.Enc. (Structurally Sound/Goodfellas, 2009)

Io un po’ me la immagino (e invidio chi l’ha vissuta) la genesi di una band come i Neils Children. La passione comune per Cure e P.I.L., gli scambi musicali carbonari, le prime vergognose cover dei Joy Division nel garage della nonna. Poi il suono che si affina, i cambi di formazione con l’ingresso di nuovi stimoli ed energie, l’adrenalina del post punk ricreato *per davvero*, con la batteria secca e i bassi pulsanti e il clangore delle chitarre. Ecco, il problema dei Neils Children è che per quanto X.Enc. sia il loro primo album vero e proprio (prima, anche a causa di qualche disavventura discografica, solo singoli e una raccolta di rarità uscita in Giappone – how indie!), la band esiste-da-circa-10-anni. Eppure a tratti sembra che siano ancora fermi lì, al muro informe di suono, ai pezzi da demo. X.Enc. è uno di quei dischi che senz’altro colpisce più per l’impatto (come in Motorcar e nella strumentale Communique) che per le canzoni: queste ultime spesso scarseggiano in fantasia e presentano ritornelli moscetti (vedi alla voce Sometimes It’s Hard To Let Go), per poi magari generare lampi d’entusiasmo solo in un inciso o un’apertura improvvisa. Non che manchino i pezzi riusciti: tra questi, più godibili i pezzi power-pop alla Pete & the Pirates (Indifference Is Vital, la deliziosa I’m Ill) rispetto agli esercizi di stile sul tema “rifacciamo Three Imaginary Boys” come I Can’t See You . Ma in generale il punto è che o sei John Lydon e crei qualcosa di effettivamente nuovo (caso sempre più raro, ancor più nel rock chitarristico, ancor più nei fin troppo battuti territori del post-punk), oppure la via del Disco di Solo Impatto lascia il tempo che trova – e devi saper mettere insieme anche un tot di canzoni ben scritte. Gli Horrors, compagni di tour e di esperimenti tricologici discutibili, lo hanno già capito. I Neils Children dovrebbero sforzarsi di più, per evitare il rischio di passare inosservati al di fuori della nicchia dei completisti del genere.

myspace (attualmente sono rimasti in due dopo l’abbandono del bassista: ma non hanno intenzione di mollare)
il video di I’m Ill

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The Big Pink – A Brief History Of Love

The Big Pink: A Brief History of Love (4AD/Self, 2009)

Secondo un noto adagio calcistico, per fare una grande squadra bastano un buon portiere, un libero affidabile, un centrocampista di personalità e un centravanti che la butta dentro. Da questo punto di vista in pochi possono negare l’etichetta di disco pop riuscito al debutto dei The Big Pink. Quello del duo londinese formato da Robbie Furze e Milo Cordell si impone a mio giudizio come uno degli esordi inglesi più interessanti dell’anno: A Brief History of Love è un album di buone canzoni (tutte imprevedibilmente incentrate su vari aspetti dell’argomento Amore, un amore altrettanto imprevedibilmente marcio e disilluso), stuzzica la tua parte nostalgica pur dandoti l’impressione di essere uscito nel 2009 e non 20 anni prima, e soprattutto (nonostante abbia detto 2009) ti TIENE SVEGLIO fino alla fine, fissandoti in testa le sue melodie e ipnotizzandoti con le sue dissolvenze. Musicalmente potremmo parlare di revival del miglior shoegaze britannico ‘80/’90 (i soliti nomi, Jesus & Bloody Mary Valentine Scream Etc., con l’estetica 4AD nel background oltre che sulla copertina) e del coevo lad-rock di Madchester e dintorni (il timbro vocale così Richard Ashcroft di Love in Vain, le citazioni Stone Roses di At War with the Sun); il tutto comunque ben miscelato e ritinteggiato di elettronica, con episodi come Tonight e Frisk che riportano in pieno nella contemporaneità (la Merok, piccola etichetta di Cordell, ha all’attivo uscite dei primi Klaxons e Crystal Castles). Ma in definitiva le mosse vincenti di A Brief History of Love sono quelle a cui mi riferivo nella metafora calcistica di inizio post. Ad esempio il partire lasciando tutti a bocca aperta con le atmosfere dell’avvolgente Crystal Visions; o il racchiudere come un gioiello a metà percorso una ballad romantica che può segnare un’estate e forse un’epoca come Velvet; o l’accarezzare gli animi più delicati con il duetto della title-track (che un po’ ricorda, per quanto mi riguarda superandolo come coinvolgimento emotivo, il più trasversalmente acclamato esordio dei connazionali The xx); o infine il congedarci con l’inevitabile crescendo riverberoso di Count Backwards from Ten (nel mezzo trovano spazio anche Dominos, singolo immediato ma un po’ troppo ruffiano per i miei gusti, e qualche riempitivo più che dignitoso).
I’m not looking for love, but it’s hard to resist. E io quando ascolto un disco come questo semplicemente mi arrendo.

myspace
i video di Too Young to Love e di Dominos
l’mp3 di Dominos in free download da Pitchfork
la pagina dei Big Pink sul sito della 4AD
il video di Velvet

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Julian Plenti – Julian Plenti Is… Skyscraper

Julian Plenti: Julian Plenti Is… Skyscraper (Matador-Beggars Banquet/Self, 2009)

Con gli Interpol in pausa dopo la pubblicazione del terzo lavoro, il cantante Paul Banks ne approfitta per dare finalmente veste discografica al progetto solista che lo vede assumere l’alias Julian Plenti. Dei tre compagni di band fa la sua fugace comparsa tra gli ospiti il solo batterista Sam Fogarino, e nello sviluppo di questi pezzi Banks si è avvalso per lo più del software Logic Pro: eppure l’impressione, ascolto dopo ascolto, è che la Matador avrebbe anche potuto contrabbandarci Julian Plenti Is… Skyscraper per una raccolta di b-sides sperimentali degli Interpol stessi (con la chitarra di Daniel Kessler in vacanza e una sezione ritmica spesso in fuga giocosa dalla classica impostazione p*stp*nk). E a questo pensiero non contribuiscono solo la scarsa omogeneità delle canzoni (scritte d’altra parte in un arco di tempo piuttosto lungo, alcune precedenti all’uscita di Turn on the Bright Lights), o la scelta di lanciare l’album con un pezzo come Games for Days (equivalente a un singolo Interpol di medio calibro): al di là dei suoni meno ortodossi e spesso più acustico-minimali, le vibrazioni di inquietudine e l’attraente indolenza che affiorano qui non sono infatti così distanti da quelle presenti nei brani più lenti e d’atmosfera della band newyorkese. Mentre il cantato di Banks regala sì qualche nuova sfumatura, ma nell’ambito di un percorso di crescita coerente con quanto inciso finora con i compagni. Insomma, non prendiamoci in giro: al di là della qualità altalenante e della sua in fondo salutare disorganicità (personalmente ascolto più volentieri l’insolitamente rilassata Only If You Run e il romanticismo di Madrid Song, altri preferiranno il kitch elettronica+fiati di Unwind), Skyscrapeè destinato e sarà digerito (con entusiasmo moderato) da chi come me è affezionato agli Interpol. E pressoché ignorato da tutti gli altri.
La speranza, in vista del critico appuntamento della band madre con il quarto album, è che Banks non abbia esaurito l’ispirazione con questi undici pezzi e che porti il suo tocco personale – come del resto già fatto in passato – all’interno di nuove composizioni collettive ben più robuste (che seguano nuovi percorsi, ma con dentro un Kessler in più).

il sito di Julian Plenti
gli mp3 di Fun That We Have e Games for Days dal sito della Matador
il video “noir” di Games for Days (la co-protagonista è Emily Haines dei Metric)

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Paolo Cattaneo – Adorami e perdonami

Paolo Cattaneo: Adorami e perdonami (Eclectic Circus/Venus, 2009)

In un anno che ha visto ulteriormente consolidarsi una certa tendenza dell’indie-cantautorato italico verso l’essenzialità e/o spigolosità musicale e la scrittura diretta (tendenza declinata in forme assai diverse nei bei dischi di Dente, Brunori Sas e 33ore, per fare qualche nome), la musica di Paolo Cattaneo si mantene su stilemi già codificati da anni ma ancora capaci di regalare belle sensazioni – quando i pezzi ci sono. E qui ci sono otto ballate elettroacustiche soffici e intense, con testi insieme semplici ed evocativi impreziositi da suggestive svolte ritmiche e da una produzione delicata. Manca il brano che si imponga sugli altri e trascini (effetto forse voluto: vedi quella Troppi Sogni Strani che a metà deraglia in uno struggimento strumentale ed emotivo): in compenso questa opera terza Adorami e perdonami ci regala mezzora di musica senza sbavature, in cui ogni momento ha il suo perché e tocca precise corde. Perché scegliere tra la “via Bugo” e quella “Benvegnù-Sinigallia” (qui seguita)? Possiamo godere dei frutti di entrambe.

myspace
il sito della Eclectic Circus

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Amazing Baby – Rewild

Amazing Baby: Rewild (Shangri-La Music/Cooperative Music/Self, 2009)

Smells like hipster. Difficile pensare che l’onda lunga del successo dei concittadini MGMT non abbia pesato per niente sulle sorti degli Amazing Baby, quintetto newyorkese che a poco più di un anno dalla sua formazione arriva al traguardo del primo album. Con i MGMT gli Amazing Baby hanno in comune anche l’aver sfornato, con Rewild, un debutto frizzante e festaiolo. Poi basta: perché il pop con venature electro e glam è soltanto una faccia di un disco caleidoscopico che ne offre molte altre, passando da escursioni space-rock scuola Secret Machines a pezzi epico-orchestrali alla Arcade Fire (Old Tricks In Hell), dalla psichedelia folk/etnica un po’ Led Zeppelin III (The Narwhal) a quella debitrice dell’indie americano odierno (con frequente abuso di flaminglipsing vari), dalle scorribande college rock al trip Madchester di Deerripper. Potrei descrivere Rewild (nomen omen) come un party interminabile con musica dal vivo e follie alcoliche; oppure come un’avventura nel Paese delle Meraviglie in cui fuggire dalle truppe della Regina di Cuori e trasformarsi mangiando i funghetti del Brucaliffo; o ancora come un sogno ambientato in un castello, ogni stanza del quale riserva nuovi scenari e trabocchetti. Sentite affiorare un po’ di stanchezza? Ecco, questo è anche il principale effetto collaterale dell’album, che viaggia pericolosamente sul filo del troppo tutto (influenze, strizzate d’occhio, ormoni, effetti speciali). Problema risolvibile prendendolo a piccole dosi, se non fosse che il senso di un disco come questo (privo di pezzoni come Kids) starebbe proprio nel berselo tutto d’un fiato. Insomma, un album godibile che però sfiancherà più d’uno: tanto divertimento non è per tutti.

myspace
mp3 di Smoke Bros in free downloads
il video di Headdress

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La Roux – La Roux

La Roux: La Roux (Polydor, 2009)

Pensate a una ipotetica versione al femminile dei Pet Shop Boys: non andrete molto lontano dall’atmosfera di un disco come quello de(i) La Roux. In realtà nel caso del duo britannico formato da Ben Langmaid e dalla giovane cantante Elly Jackson (la glamourosa roscia) più che di synthpop si può parlare direttamente di spudorato ritorno al technopop primi anni 80 à la Yazoo; niente chitarre, niente orchestrazioni elaborate. Quasi solo intrecci di voce e synth particolarmente tamarri, con l’elemento kitch assicurato soprattutto dall’abuso di vocoder & vocalizzi della Jackson: una che non ha le doti di una Alison Moyet (e nemmeno di una Alison Goldfrapp), però almeno canta e non starnazza. Insomma, avete già capito: siamo davanti a una sorta di risposta-meno-stupidotta a Lady GaGa nel pop da dancefloor per le masse – battaglia persa in partenza, mi rendo conto. Quel che richiama i Tennant e Lowe del recente Yes è lo spirito disimpegnato che accomuna le canzoni di questo esordio, tutte “ricercatamente facili”, di una leggerezza ben costruita. Certo, qui il songwriting non è sempre dei più raffinati (guarda caso i momenti più deboli sembrano quelli in cui calano i bpm: in un album concepito per risuonare sotto mirrorball e strobos sgargianti i punti di forza sono singoli appiccicosi come In for the Kill e Bulletproof), e ad un ascolto decontestualizzato dal mood “girls just wanna have fun” la noia può arrivare presto: però nel campo di gioco in cui La Roux irrompono, a scaldamuscolo (e ciuffo) teso, canzoni come queste vincono facile.

myspace
i video dei singoli In for the KillQuicksand e Bulletproof

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IAMX – Kingdom Of Welcome Addiction

IAMX: Kingdom Of Welcome Addiction (61seconds/Self, 2009)

In tempi in cui un po’ tutti – dal debuttante allo sbaraglio fino alla rockstar più dotata – si cimentano con sintetizzatori e drum machine, con risultati non sempre conformi alle aspettative, quando a proporre del sano (si fa per dire) synth-rock è qualcuno che sta sul pezzo da quindici anni si va sul sicuro. Succede con Chris Corner, già membro fondatore e voce degli Sneaker Pimps nei 90’s, produttore delle più frivole Robots In Disguise e ora giunto al terzo disco con il darkeggiante progetto in proprio IAMX. L’electro-glam-wave di Kingdom of Welcome Addiction, così come quella del precedente e similare The Alternative, è infatti tecnicamente inappuntabile. L’eredità del synth-pop anglosassone c’è tutta, nella composizione e nel timbro di voce dolce e versatile; d’altra parte la permanenza berlinese di Corner ha contribuito a rendere più “continentale” e algida la sua musica, che evita derive eccessivamente indie-barocche alla Patrick Wolf e si mantiene all’interno delle convenzioni dark-wave (il che vale anche per le convincenti liriche, con sessualità, alienazione e decadenza a far la parte del leone). Rispetto al disco precedente, Kingdom Of Welcome Addiction sembra tra l’altro un passo avanti dal punto di vista del coinvolgimento emozionale: nei più trascinanti pezzi ritmati, a metà tra Goldfrapp e il Trent Reznor pop (Think Of EnglandThe Great Shipwreck Of Life) e spesso anche nei brani più lenti e/o melodrammatici (anche se dal duetto con Imogen Heap di My Secret Friend ci si poteva aspettare di più). Può bastare per allargare il pubblico di IAMX anche oltre la cerchia di affezionati del genere? Probabilmente no, anche perché una certa freddezza continua ad affiorare qua e là. Chi non è allergico a queste sonorità farebbe bene però a dare una chance a IAMX, a scapito magari di nomi più noti con molto meno da offrire (tipo, quando esce il prossimo brodino di Dave Gahan solista pensate prima a recuperare questo disco qui).

myspace
mp3 del primo singolo Think Of England in free download sul sito ufficiale
il video di Think Of England 

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Art Brut – Art Brut vs. Satan

Art Brut: Art Brut vs. Satan (Cargo/Goodfellas, 2009)

Riuscite a nasconderlo, l’hangover, ma stamani non vi sentite granché bene. > Un altro lavoro estivo di cui sbarazzarsi. > I fumetti e dolci preferiti sempre a disposizione come priorità nella vita. > Flirtare è mani sudate, bocca impastata e panico al momento decisivo. > Beatles o Stones non fa differenza: ma solo fino al mattino dopo. > Viaggiare sui mezzi pubblici è molto più figo. > Chi compra certi dischi non dovrebbe aver diritto di voto. > Cd usati e ristampe per innamorarsi di band colpevolmente ignorate finora. > Vi piace sentire la voce del cantante che si incrina. > Ballate solo pezzi che vi piacciono.

… l’immaginario che Eddie Argos riversa nei testi dei suoi Art Brut sta tutto qui, ancora una volta: prendere o lasciare. Al terzo album, che tante sventure ha portato ad altre band inglesi arrivate al successo negli stessi anni, gli Art Brut aggiungono poi al loro art-punk cazzone l’ingrediente ideale per rinnovarlo nella continuità: la produzione di FrankBlackFrancis. Il suo tocco  si sente ovunque: nelle chitarre, nei coretti, nell’andamento svagato con improvvise accelerazioni e deragliamenti (e buona parte dei pezzi assume una dinamicità interna che prima mancava), nei colpi di coda finali (Alcoholics Unanimous). Allo stesso tempo, anche dal punto di vista musicale il quintetto inglese è rimasto quello di Bang Bang Rock & Roll. Senza stanche ripetizioni, senza cambi di rotta azzardati, ma sopratutto senza cedimenti nella scritturaArt Brut vs. Satan è solo quello che agli Art Brut si chiedeva: un altro disco da mandare a memoria, per risputarlo fuori fermi al rosso di un semaforo o sotto il palco al prossimo tour.
Naturalmente niente di tutto ciò è vero se vivete nel mondo reale, quello in cui vincono la vita rispettabile, le charts di Satana, la pista da ballo piena o volutamente vuota, i vinili e iTunes, il revival imposto dall’hype di questa stagione. In questo caso il primo album degli Art Brut poteva avervi incuriosito, ma ormai giustamente non vedete più il senso di ascoltare ancora Argos non-cantare le stesse storie da sfigato.

myspace
il video di Alcoholics Unanimous
The Passenger live in studio @ KEXP
fai del logorroico Eddie Argos il tuo guru seguendolo su Twitter e sul suo blog

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